Brand Milano
Alla vigilia di Expo una due giorni di riflessione sulla nuova identità diMilano
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Milano  – Giovedì 19 febbraio e venerdì 20 febbraio, oltre cinquanta relatori si confrontano sul tema al Forum Brand Milano, appuntamento promosso dal Comune e organizzato dal Comitato Brand Milano in collaborazione con Triennale e Università Statale.
Tra i presenti, il Sindaco Giuliano Pisapia insieme a una parte importante della Giunta dell’Amministrazione Civica (intervengono Ada Lucia De Cesaris, Daniela Benelli, Chiara Bisconti, Franco D’Alfonso, Filippo Del Corno, Pierfrancesco Majorino, Pierfrancesco Maran, Cristina Tajani; il Mnistro con delega a Expo Maurizio Martina; il Presidente di Triennale Milano Claudio De Albertis; una figura storica della cultura milanese come Gillo Dorlfes; i Rettori Gianluca Vago (Statale), Franco Anelli (Cattolica) e Cristina Messa (Bicocca), con docenti di vari atenei milanesi; Salvatore Adduce Sindaco di Matera capitale europea della cultura 2019 (con rappresentanti di altre sei importanti città italiane ed europee, Barcellona, Rotterdam, Lione, Bologna, Genova, Firenze); rappresentanti del sistema di impresa (Antonio Calabrò, Alberto Meomartini, Armando Branchini, Claudia Buccellati, Pietro Modiano, Enrico Pazzali, Alessandro Rosso, Emilia Rio, Guglielmo Miani, Corrado Peraboni) , il Presidente di Globus et Locus Piero Bassetti; studiosi e ricercatori (Cristina Cattaneo, Irene Cetin, Albertio Martinelli, Francesca Pasinelli, Nando Pagnoncelli, Giorgio Bigatti ); Sergio Escobar direttore del Piccolo Teatro, Luca Bressan Vicario Episcopale per la cultura della Diocesi di Milano, Sandrina Bandera, Soprintendente ai beni culturali della Lombardia, l’architetto Michele De Lucchi, il Presidente del Comitato Brand Milano Stefano Rolando; operatori culturali (Fabio Novembre, Monica Gattini, Davide Oldani, Rosanna Pavoni, Marta Boneschi, Vincenzo Latronico), rappresentanti della stampa estera (l’inglese Philip Webster e la brasiliana Fernanda Massarotto); Giangiacomo Schiavi (Corriere della Sera) e Piero Colaprico (Repubblica).

Nel corso del Forum verranno presentate molte realizzazioni il volume “Identità Milano” (realizzato da Triennale sul lavoro sviluppato da Comitato Brand Milano, edito da Corraini ), il sito brandmilano.org (on line dal 16 febbraio) che svilupperà informazione e dibattito; la serie di filmati brevi Milano è (sui cambiamenti sociali e identitari), il saggio Citytelling. Raccontare identità urbane. Il caso Milano (di Stefano Rolando, Egea). Importante il contributo della ricerca realizzata da Ipsos sulla percezione della città metropolitana confrontando i dati di febbraio 2014 e febbraio 2015. Presentazione a fine mattina del 19 del film del 1982 e rimasto inedito realizzato dall’Istituto Luce Dopo Milano non c’era che l’America e serata di spettacolo il 19 in Triennale su “Identità Milano” (Civiche scuole di spettacolo- Fondazione Milano) oltre alla visita guidata a Triennale Design Museum.

“Un evento che chiude la prima fase di lavoro attorno all’evoluzione della storia identitaria di Milano – spiega Stefano Rolando - e che apre le porte a una più ampia condivisione, nella città, nel territorio circostante, in Italia e nel mondo, circa il rapporto della città tra la sua tradizione e la sua innovazione ”.

“Un’occasione preziosa anche per guardare altre esperienze – commenta Claudio De Albertis - Milano è una “città in movimento” impegnata, al pari di tutte le capitali internazionali, nel difficile compito di fare sintesi tra funzioni un tempo separate: studio, ri-progettazione (sociale e urbanistica) comunicazione, governo del dibattito pubblico. Esperienze che consolidano lo sforzo della città per potenziare la sua attrattività”.

“Questa è anche l’occasione per guardare altre esperienze – osserva il rettore Gianluca Vago - Quando le “città in movimento” – dappertutto, nel mondo, in Europa, nella stessa Italia – stanno concependo un modo per intrecciare funzioni un tempo separate: quelle di studio, quelle di ri-progettazione (sociale e urbanistica) quelle di comunicazione, quelle di governo del dibattito pubblico . Esperienze che consolidano lo sforzo della città per potenziare la sua attrattività”. 

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MILANO - Fino ai primi mesi del 2008 una buona parte dei cittadini europei credeva nelle istituzioni europee e in particolare riteneva che l’euro fosse stato un discreto successo. La fiducia dei cittadini europei nell’Europa e nelle sue istituzioni ha cominciato a precipitare, guarda caso, nell’autunno del 2008 con le prime incertezze manifestatesi nella risposta alla crisi finanziaria. E ancora non è un caso se il tracollo si è avuto a partire dal 2010, quando le istituzioni europee sono riuscite a trasformare la (grave) crisi di un piccolo paese dell’Unione, la Grecia, in una fonte di contagio per l’intero continente, avvitandosi prima in una serie di incomprensibili balletti tattici sulle condizioni da imporre ai greci, ai portoghesi e agli irlandesi per fornire loro gli aiuti necessari a evitare il default e poi nella contrattazione di nuove, più complesse e cogenti regole di finanza pubblica che hanno delineato un quadro di inusitata austerity per i cittadini dei paesi sud-europei.

Dal 2002 al 2007: niente miracoli ma neppure disastri

Inflazione bassa e stabile
Se guardiamo alla performance economica dei paesi euro fino al 2007 possiamo dire che in quei primi 6 anni di circolazione, la moneta unica non ha fatto miracoli ma neppure disastri. È vero: qualcuno si era convinto che il passaggio dalla circolazione delle valute nazionali alla circolazione dell’euro, nel gennaio 2002, avesse provocato uno straordinario balzo in alto dei prezzi al consumo. C’è voluto un po’ di tempo perché tutti capissero che il cosiddetto change over aveva contribuito a un aumento dell’inflazione di pochi decimi di punto e non in tutti i paesi. Negli anni seguenti l’inflazione è restata sotto controllo in tutta l’Eurozona. Certo, l’inflazione è stata contenuta anche nei paesi europei non appartenenti all’area euro, negli Stati Uniti e (naturalmente) in Giappone. Ma il fatto che la BCE sia riuscita a frenare l’inflazione anche in paesi con una storica inclinazione inflazionistica, come l’Italia, non può essere trascurato.
Commercio internazionale in crescita
Anche sotto il profilo dell’integrazione internazionale dei mercati sembra proprio che l’euro abbia svolto il suo compito (del resto previsto) di permettere l’aumento dei flussi commerciali e dell’integrazione finanziaria tra i paesi aderenti, grazie alla riduzione dei costi di transazione e all’eliminazione del rischio di cambio che la moneta unica comporta. Nel complesso, la bilancia delle partite correnti dell’Eurozona si è mantenuta in leggero surplus fino al 2007. Certo, fino al 2008 si è aperto un sempre più ampio divario tra il saldo delle partite correnti dei paesi del “Nord” (sempre più in surplus) e quello dei paesi del “Sud” (sempre più in deficit). Ma la perfetta mobilità dei capitali all’interno dell’Eurozona ha permesso che l’eccesso di risparmio dei paesi del Nord servisse a finanziare l’eccesso di investimenti nei paesi del Sud. Almeno fino allo scoppio della crisi dei debiti sovrani, nel 2010, e con il suo acuirsi nel 2011 e 2012.
Tassi bassi e occasioni perdute
È opinione comune che il più importante “dividendo” dell’euro sia stata la sostanziale riduzione dei tassi di interesse sia a breve che a lunga nei paesi che venivano da una storia di inflazione alta e di elevato debito pubblico. E, a dire il vero, già la decisione di avviare l’euro (presa nel 1998) e l’ammissione dell’Italia tra i fondatori del “club” avevano fatto maturare buona parte del dividendo già prima che la moneta unica cominciasse a circolare materialmente. Per l’Italia sarebbe stato possibile ridurre la pressione fiscale e/o aumentare la qualità e la quantità dei servizi offerti ai cittadini tramite la spesa pubblica. Se ciò non è avvenuto o non è avvenuto a sufficienza tra il 2002 e il 2007 non è certo colpa dell’euro o di Bruxelles. Un altro beneficio atteso dalla riduzione dei tassi era il rilancio della spesa per investimenti privati, per l’innovazione e, quindi, l’ammodernamento dell’industria e dei servizi , soprattutto nei paesi del Sud Europa (Italia compresa). In effetti, un aumento della spesa per investimenti c’è stata fino al 2007, ma proprio nei paesi del Sud Europa ha preso principalmente la strada degli investimenti immobiliari, dove i tassi bassi alimentavano la domanda e questa faceva crescere i valori, il che attirava nuovi investimenti, in una spirale che si è avvicinata molto a una tipica “bolla” speculativa.
Bassa crescita
Tra il 2001 e il 2007 i paesi europei non-euro sono cresciuti un po’ più dei paesi euro. Emerge invece una sistematica peggior performance dell’Italia e del Portogallo in termini di crescita. Difficile, logicamente, attribuire questa peggior performance all’euro, visto che altri paesi, pur aderendo all’euro, hanno dato prove migliori. In Italia, anche nella seconda metà degli anni ’90 si era registrata una crescita inferiore rispetto agli altri paesi della (allora futura) area euro. Tra il 2001 e il 2007, sia il capitale che il lavoro sono cresciuti ma è l’efficienza con cui questi due fattori produttivi vengono utilizzati ad essere diminuita (è questa efficienza che viene misurata dalla TFP o produttività totale dei fattori). Si è avuta e perpetuata, insomma, una cattiva allocazione del capitale e del lavoro tra i diversi possibili usi. Non si tratta di una conseguenza di una scarsa flessibilità del mercato del lavoro (come pure alcuni hanno pensato e scritto), dal momento che tutti gli indicatori ci dicono che la flessibilità del lavoro è aumentata notevolmente nei primi anni 2000, proprio mentre la TFP cominciava a stagnare e a diminuire. Più realistico pensare che il declino della TFP sia legata alla limitata penetrazione delle tecnologie dell’informazione nel sistema industriale e dei servizi, a sua volta probabilmente da collegare al nanismo delle imprese italiane: piccolo non è affatto bello quando si tratta di innovare nella tecnologia e nell’organizzazione.
Meglio restare fuori dall’euro?
Si potrebbe obiettare che se avessimo potuto lasciar deprezzare il cambio sufficientemente e se non avessimo dovuto rispettare i rigidi vincoli di finanza pubblica imposti dall’appartenenza all’area euro, anche con una produttività in declino avremmo potuto recuperare competitività sui mercati internazionali (e anche su quelli europei) e quindi permettere che la domanda estera trainasse la nostra crescita, mentre avremmo potuto far crescere disavanzo e debito pubblico per sostenere la domanda interna. Sono gli argomenti più cari a coloro che oggi sostengono la necessità e anzi l’urgenza di uscire dall’euro. Ma sono argomenti sbagliati. Innanzitutto perché il deprezzamento del cambio offre sollievo solo temporaneo ai problemi di competitività delle merci. Solo se la produttività riprende a crescere il recupero di competitività può essere duraturo. In secondo luogo, il deprezzamento implica che le importazioni (pagate in valuta estera) costeranno di più e – data la forte dipendenza italiana dalle importazioni (soprattutto petrolio ed energia) – ciò significa un aumento dei costi di produzione e dei prezzi, con conseguente nuova perdita di competitività, a meno che non si riesca a far diminuire i salari reali, aumentando la povertà e mettendo in crisi la domanda interna. In terzo luogo, l’aumento del disavanzo e del debito pubblico, in un paese che aveva un rapporto debito/PIL pari al 108% nel 2001 e che oggi viaggia sopra il 130%, può creare seri problemi di fiducia sulla solvibilità del debitore “sovrano”, specie al di fuori di una solida cooperazione europea. Cooperazione inimmaginabile se fossimo rimasti fuori dall’euro o ne volessimo uscire ora.

L’eurozona reagisce male alla crisi

Dobbiamo concludere che l’esperienza dell’euro ci ha fatto e ci fa vivere nel migliore dei mondi possibili? La risposta è, ovviamente, no! Ma non perché tutti i nostri guai derivino dall’essere entrati nell’euro. L’euro e le istituzioni europee hanno svolto dignitosamente i loro compiti (e la bassa crescita è stata, soprattutto, un problema italiano) fino a quando è scoppiata la crisi finanziaria. Il punto è che con la crisi sono emersi tutti i difetti di costruzione dell’euro e delle istituzioni che lo accompagnano. L’eurozona non era stata pensata per affrontare una crisi delle dimensioni e della durata di quella che ha investito il mondo e l’Europa dal 2008.
Crisi bancarie e crisi del debito sovrano
La recente storia dell'Eurozona ha mostrato il nesso strettissimo tra crisi del sistema bancario e crisi del debito sovrano. Una conseguenza collaterale di questo nesso è la progressiva frammentazione del mercato finanziario dell'Eurozona, la cui integrazione era stata una delle principali conquiste dell'unione monetaria. La ri-nazionalizzazione del debito pubblico dei paesi deboli ha finito per rendere ancora più esposte le banche nazionali di tali paesi al rischio sovrano aggravando il loop negativo tra settore bancario e debito sovrano.
Ma la “disunione” finanziaria non è l'unica divergenza che si è prodotta nell'area euro, nonostante che la moneta unica fosse nata per generare maggiore convergenza tra i paesi aderenti. La divergenza, con la crisi, ha riguardato anche i tassi di crescita del PIL reale e il tasso di disoccupazione e, naturalmente, la finanza pubblica e la bilancia delle partite correnti. Nell'immagine diffusa dai media, la contrapposizione è tra un “Nord” formica e un “Sud” cicala; un “Nord” dove regna sovrano il rigore di bilancio e un “Sud” rilassato e spendaccione. In realtà, dal 1999 al 2007 i paesi del “Sud” hanno avuto in media un rapporto deficit/PIL inferiore al 2% e un rapporto debito/PIL intorno al 70%, non molto più alto di quello dei paesi del “Nord”. Inoltre, la Francia nel 2002-2004 e la Germania nel 2001-2005 hanno superato la soglia del 3% nel rapporto deficit/PIL, riuscendo ad evitare le penalizzazioni previste dal Trattato di Amsterdam. La vera divergenza comincia nel 2008 e riguarda sia il deficit che il debito.
Austerity e politica fiscale “federale”
La crisi dell'area euro è divenuta più grave perché la politica fiscale ha assunto un carattere pro-ciclico, specialmente nei paesi del “Sud”, che erano anche i paesi con più elevati livelli del debito pubblico e maggiori deficit di parte corrente. In Europa ha prevalso un approccio alla crisi che si potrebbe sintetizzare con la parola “austerity”. I fondi di salvataggio per i paesi in difficoltà sono stati tutti condizionati all'adozione di politiche fiscali nazionali molto austere per riportare i deficit e i debiti pubblici entro i limiti previsti dai trattati europei. Il tutto in assenza di un bilancio federale (oggi poco più dell'1% del PIL europeo) che potesse svolgere un ruolo anticiclico adeguato. Invece, l’adozione simultanea da parte di tutti i paesi dell’eurozona di politiche di austerità ne ha accentuato il carattere recessivo, peggiorando la situazione di tutta l’area.
La politica fiscale federale dovrebbe assumere la forma di trasferimenti originati da un sufficientemente ampio bilancio federale, con entrate costituite da imposte federali, le cui aliquote sono decise dal governo federale. L'Unione è stata, invece, molto attiva nella produzione di carta: regolamenti, patti Euro-plus, perfino un nuovo Trattato: il Treaty on Stability, Coordination and Governance (TSCG), noto come fiscal compact, una versione più rigida del Patto di stabilità del 1997, con il relativo contorno di obbligo del pareggio di bilancio (strutturale) da scriversi nelle carte costituzionali dei paesi firmatari, sull'esempio dato dalla Germania. La convinzione sottostante quest'enorme attività normativa era che il “consolidamento” fiscale fosse la condizione essenziale per rimettere la barca europea in linea di galleggiamento, perché il progressivo affondamento era da ascriversi all'indisciplina fiscale (soprattutto a quella dei lassisti paesi del “Sud”, naturalmente). Il rafforzamento del bilancio “federale” (anche se con pesanti vincoli sui bilanci nazionali) è rimasto un tabù.
Il salvagente della BCE
Soltanto l'annuncio di luglio 2012 del presidente Mario Draghi che la BCE sarebbe intervenuta senza limiti ad acquistare titoli dei paesi in difficoltà ha riportato un po' di calma sui mercati e lo spread di rendimento tra i titoli italiani o spagnoli a dieci anni e quelli tedeschi a livelli più sopportabili. L'annuncio di Draghi era motivato non dal desiderio della BCE di salvare Spagna e Italia (salvataggio peraltro non consentito alla BCE dalle regole europee), ma dalla constatazione che spread così elevati come quelli verificatisi tra 2011 e metà del 2012 tra i tassi d'interesse di paesi che appartengono a un'area valutaria comune sono di intralcio all'efficacia della politica monetaria e, anzi, facevano sì che a un unico tasso di policy corrispondessero tassi sui prestiti bassissimi in Germania e negli altri paesi del “Nord” e tassi elevati nei paesi PIIGS, con la conseguenza che la politica monetaria unica risultava espansiva nei paesi del “Nord” e restrittiva nei PIIGS. In effetti, se quello del credito è uno dei principali canali di trasmissione della politica monetaria, la forte divaricazione nelle condizioni di credito tra paesi dell'Eurozona finiva per mettere in crisi l'essenza stessa dell'unione monetaria, cioè il fatto che la politica monetaria sia davvero unica. A dispetto della popolarità che crolla, la BCE di Draghi ha salvato l’unione monetaria e, con essa, l’Italia.
L’unione bancaria può bastare?
L'interazione tra crisi delle banche e debolezza dei debitori sovrani ha avuto effetti devastanti sul credito. Da un lato le banche, sotto stress, sono state costrette a ricostituire i propri cuscinetti di capitale in situazioni in cui la crescita dei depositi rallentava o addirittura diveniva negativa. L'offerta di credito, di conseguenza, si è ridotta. D'altro canto, i tassi sui prestiti non potevano scendere di molto, il costo opportunità per le banche essendo l'elevato rendimento dei titoli pubblici. Ecco quindi come si è prodotto un tipico credit crunch nei paesi deboli che la politica monetaria standard si è rilevata impotente ad allentare da Francoforte e che i via via più stringenti vincoli alla politica fiscale nazionale hanno impedito di lenire da Roma, Madrid, Lisbona, Dublino, per non parlare di Atene. La politica monetaria da sola non può rimediare a tutte queste difficoltà. Pensare poi che l’unione bancaria (di cui si vedranno nel 2014 i primi timidissimi passi) possa funzionare senza un’unione fiscale è un’illusione. L’unione bancaria, per funzionare ed essere credibile, deve poter contare su risorse che solo un vero e proprio bilancio federale può assicurare (quando si tratta di salvare più banche contemporaneamente). Si arriva dunque a una sorta di comma 22: l’unione bancaria è utilissima e anzi indispensabile. Tuttavia il suo funzionamento richiede l’introduzione di un finanziamento di ultima istanza di natura fiscale e, quindi, una qualche forma di bilancio federale, con rilevanti cessioni di sovranità dagli stati nazionali al “governo federale”.
Unione fiscale e federazione politica
Chiaramente, un bilancio federale, cioè una vera unione fiscale, richiede una attribuzione di sovranità agli organismi europei e una loro dotazione di strumenti di policy non condizionati al preventivo consenso dei singoli stati. Come ha scritto Massimo Bordignon già nel 2012, “evidentemente un simile passaggio di sovranità (e di risorse) non può avvenire nei confronti di un organismo tecnico-burocratico come la Commissione, e tantomeno nei confronti di un direttorio composto dai governi dei due principali paesi dell'unione monetaria - che naturalmente decidono avendo in mente soprattutto gli interessi dei propri elettori... Si pone dunque come ineludibile il problema del rafforzamento della legittimità democratica delle istituzioni europee”. Prima della crisi l'Unione Europea non poteva certo definirsi né uno stato federale - in cui le decisioni sono prese a maggioranza in un Parlamento federale - e neppure una confederazione, in cui vige il principio dell'unanimità e del diritto di veto, dato che gli stati membri mantenevano pieni poteri perfino in aree, quali la politica estera e la difesa, aree in cui tipicamente il potere viene trasferito a livello federale o confederale. La crisi ha ulteriormente eroso la natura sovra-nazionale di numerosi organi quali il Parlamento e la Commissione. Sempre più l'Europa e, in particolare l'area euro, ha assunto l'aspetto dell'Europa delle patrie caldeggiata dal presidente francese Charles De Gaulle negli anni '60 del secolo scorso. Tutto ciò appare sempre più incompatibile non solo con il concetto di unione monetaria ma anche di Unione Europea.
Primi passi e prospettiva
Se vogliamo che il lavoro di 50 anni di storia europea sopravviva, è necessario che le istituzioni comunitarie cambino. Il tempo e la congiuntura, da soli, non convinceranno i mercati che le strutture dell'Unione non hanno bisogno di essere riformate in senso federale. Tanto meno è utile la minaccia di un’uscita unilaterale dall’euro da parte di uno o più paesi in difficoltà. Un’uscita difficilmente realizzabile e dai costi altissimi per chi dovesse scegliere di andare in questa direzione. È invece urgente convincere i paesi del “Nord” (con minori problemi di debito pubblico) che devono da subito mettere in atto politiche fiscali più espansive, facendo così crescere la domanda aggregata nell’intera area euro e quindi diminuire il tasso di disoccupazione. E poi ripartire a disegnare la Federazione Europea come l'avevano pensata i “padri fondatori”.

di Andrea Boitani (Docente di Economia politica presso l'università Cattolica del Sacro Cuore di Milano)

Presentato dal sindaco Pisapia il 12 novembre a Palazzo Marino
Una guida per chi deve decidere ideata da ArcipelagoMilano
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MILANO - Da che parte si può cominciare a ricostruire un Paese come il nostro? Perché ormai di ricostruzione si tratta visto il cumulo di macerie cui sono ridotte le istituzioni. Si può cominciare dalla più semplice delle cose: che ognuno cerchi di fare al meglio il suo mestiere. Noi di ArcipelagoMilano a questa massima crediamo e crediamo anche a quell’altra che viene subito dopo e che secondo noi dice: aiuta chi cerca di far bene il suo mestiere. Da qui l’idea del volumetto “La buona governance, piccolo manuale per amministratori di società ed enti a partecipazione pubblica”.

Un’idea semplice nata durante i primi mesi di vita della Giunta Pisapia mentre venivano via via nominati i nuovi amministratori nei consigli di amministrazione delle aziende possedute o partecipate dal Comune, in scadenza o in sostituzione di quelli che vi sedevano per designazione della Giunta precedente. Le scelte fatte erano figlie di un nuovo clima e al vecchio costume di “piazzare” in quelle posizioni donne e uomini “affidabili” per fedeltà politica o semplicemente “creditori” di favori elettorali o “trombati” alle elezioni, si stava sostituendo il criterio della competenza, della capacità e dell’onestà. I primi avevano poco interesse agli aspetti giuridici e formali in aderenza ai quali svolgere il proprio mandato ma i secondi non potevano certo affrontare il loro nuovo ruolo con leggerezza: un problema particolarmente grave per chi di codici, di norme giuridiche, di aspetti formali dell’attività di consigliere è particolarmente digiuno visto ché nello sceglierlo avevano fatto premio le sue doti di competenza su altri aspetti dell’attività della società o dell’ente nel quale è stato designato o nominato.
Il volumetto è stato redatto da Nedcommunity, associazione tra amministratori indipendenti, che ha ben interpretato il mandato ricevuto: ne è nato un testo agile, alla portata di tutti, in grado di orientare i neofiti ma anche di fornire agli esperti utili spunti di riflessione, prima di essere nominati ma anche dopo. Tra tutte le riflessioni una ve n’è che ci sta a cuore, a cavallo tra la politica e la buona governance di una società posseduta o partecipata dalla mano pubblica: i rapporti tra il nominante e il nominato.

Per farla breve, la tradizione più consolidata voleva che l’amministratore designato fosse una sorta di servo sciocco e fedele. Oggi si vorrebbe e si vuole che non sia più così: l’amministratore deve fare prima di tutto gli interessi della società che amministra i cui obiettivi, il cui mandato, la cui missione sono chiaramente espressi nello statuto della società, ben sapendo che altri vengono prima dei soci: sono i creditori, gli enti previdenziali, i dipendenti e gli accantonamenti per il TFR e per finire il ruolo di sostituto d’imposta.

Ma chi è il socio? I soci siamo noi tutti, non chi ci rappresenta, non il sindaco, non i consiglieri comunali, non il presidente della Regione: anche loro sono lì in rappresentanza. L’amministratore nominato o designato deve guardare lontano, deve guardare al suo Paese. Dopo aver pubblicato il nostro piccolo manuale e averlo offerto in omaggio ai recenti nominati del Comune di Milano vorremmo fare un secondo passo: contribuire a un dibattito sul tema dei rapporti tra eletti e i nominati o designati nelle società possedute o partecipate, un ruolo di modesto ma utile servizio alla ricostruzione di un’identità collettiva presentabile. Ci proveremo, magari presto.

di Luca Beltrami Gadola
 

A proposito di Bilancio
I cittadini hanno il diritto di conoscere entrate e uscite del Comune in modo facile

MILANO - Chi ha lavorato o lavora in imprese, private o pubbliche, ha una certa familiarità coi bilanci e sa che l'impresa comunica molto attraverso questo strumento. Le società quotate devono addirittura redigere conti trimestrali. Tutti costoro hanno abitudine a vedere un conto del patrimonio a una certa data, un conto economico che riguarda un periodo (trimestre o anno che sia) e una situazione finanziaria in cui si vedono i flussi monetari del periodo. Le contabilità pubbliche non sono così: quello che si chiama bilancio, che è un consuntivo, nella finanza pubblica si chiama rendiconto e normalmente deve essere approvato entro il 30 aprile successivo alla chiusura del 31 dicembre dell'esercizio. Il bilancio del Comune è invece un conto preventivo (in altre parole un budget) e viene redatto durante l'esercizio, anche molto tardivamente rispetto al periodo in esame: per sua natura è un conto provvisorio, soggetto ad assestamenti. Bruno Tabacci lo chiamava il «libro dei sogni»: non è il risultato che ci si impegna a ottenere, ma quello che si spera di realizzare.

Siamo in ottobre 2013 e attendiamo appunto l'assestamento dei conti 2013. È ben vero che viviamo in un Paese di grandi incertezze: non si sa ancora se si pagherà la seconda rata dell'Imu sulle prime case, né quanta parte di tutta l'Imu non pagata sarà erogata dallo Stato ai Comuni e quando. Un buon amministratore deve però fare una stima prudenziale e assumersi la responsabilità di realizzarla. C'è un'altra importante differenza fra bilanci pubblici e privati: quelli privati sono redatti «per competenza», anche se un flusso di cassa non si è materialmente realizzato, mentre quelli pubblici sono «per cassa», a entrate-uscite. Ma a questo il milanese è preparato: sono così anche i bilanci di condominio e quelli di molte associazioni.

Quello che invece non ci si aspetta è la relativa oscurità dei conti. Il bilancio 2012, come i suoi predecessori, è un volume di circa 250 pagine illeggibili, un elenco di voci prive di sintesi e di commenti. Sappiamo le polemiche sui conti, ma non i conti. L'assessore Francesca Balzani polemizza con Roma e ci fa trapelare che i tagli dei trasferimenti saranno di oltre 500 milioni su un bilancio di 2.500, quando però a noi risulta che le entrate 2012 erano di 3.373. È troppo chiedere una tabellina?

All'esercizio di fare chiarezza sui conti di Milano s'era esercitata per anni la Fondazione Civicum con la collaborazione della Sda Bocconi. Le pagine erano 29 (Bilancio per il cittadino) ma di grande chiarezza. Dall'anno scorso ci lavora il Movimento Milano Civica, producendo un «Bilancio in Arancio» di 22 pagine, ricco di utili commenti. Sappiamo che il Comune sperimenterà nuove regole di redazione in applicazione di un decreto che dal 2014, in armonia con regole europee, consentiranno utili confronti. Speriamo bene. I cittadini però vorrebbero sapere anche quanto abbiamo incassato dalla vendita di partecipate o qual è la copertura delle spese per viabilità e trasporti fornita da biglietti e abbonamenti, cioè argomenti di tutti i giorni, che non è facile rintracciare. E saperlo con poche tabelline in non più di tre paginette.

di Franco Morganti

Presentazione del Bilancio in Arancio 2013
In allegato il pdf
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Questo è il secondo anno che il Movimento Milano Civica realizza il Bilancio in Arancio, che propone una lettura comprensibile e trasparente del Bilancio del Comune di Milano specificamente destinata ai cittadini.

Leggere e capire un bilancio comunale è una cosa complessa se non impossibile per i non addetti ai lavori. Complessa non solo per la struttura di un bilancio pubblico, ma anche per il linguaggio tecnico che pone ulteriori difficoltà.
Ai cittadini giungono non poche notizie sui bilanci delle istituzioni pubbliche, soprattutto in presenza di una crisi che impone sacrifici e drastici tagli alla spesa pubblica sui quali si confrontano visioni diverse e spesso confliggenti.
Ma in generale quel che arriva ai cittadini dalla stampa o dalla televisione non è il contenuto del bilancio, o lo è solo in parte. Terreno di discussione e di comunicazione sono piuttosto le opinioni politiche sul bilancio. Che vuol dire inevitabilmente mettere l’accento su certe scelte e tacerne altre, focalizzare il dibattito su alcuni settori di spesa pubblica e trascurarne altri.
Il quadro complessivo, le scelte strategiche, sfuggono completamente ai cittadini. E invece il contenuto del bilancio riguarda le nostre vite e dovrebbe interessarci moltissimo.

Il bilancio di una pubblica amministrazione è la traduzione concreta di un programma politico. Ci racconta come verrà amministrato il Bene Comune, come verranno erogati i servizi e come verrà gestito l’ambiente in cui viviamo; stanzia i finanziamenti per i settori chiave della nostra vita, come l’istruzione, i trasporti o la cultura; ci dice quali opere pubbliche verranno eseguite e quali no.
Anche ciò che non c’è in bilancio è un indicatore importante: gli stanziamenti che non ci sono ci dicono quel che non avremo, e magari è proprio quello di cui sentiamo il bisogno.

Capire il bilancio ci consente di comprendere e valutare quel che sta facendo e che farà il nostro Comune. È dunque una piattaforma di comunicazione e di dialogo sulle scelte di governo della città.

Il bilancio trasparente apre dunque nuove prospettive.
Apre la strada alla possibilità di partecipare responsabilmente alle politiche sulla città. Per esempio valutando la realizzabilità dei nostri bisogni e dei nostri desideri in relazione ad altri bisogni e ad altri desideri espressi dalla collettività. Crea la possibilità di un confronto.
Comprendere il bilancio significa dunque formarsi un’idea delle priorità e della gerarchia degli obiettivi. Il che è importante perché stimola la solidarietà e una propositività costruttiva che attinge ai valori della convivenza civile e della responsabilità delle scelte.

Il Bilancio in Arancio e il suo successo sono segnale che c’è spazio e bisogno di dare slancio alla partecipazione dei cittadini al governo della città.
Il Movimento Milano Civica, nato per proseguire in modo propositivo il sostegno all’Amministrazione Comunale guidata dal sindaco Pisapia, è man mano cresciuto nei valori del Bene Comune e costruendo un nuovo modo di fare politica.
Il civismo organizzato si propone come luogo d’eccellenza per il dialogo con i cittadini, spazio inclusivo di ascolto, partecipazione ed elaborazione politica, forza attiva a sostegno dell’Amministrazione di centro-sinistra.

Il Bilancio in Arancio è una proposta concreta di partecipazione, innovativa e responsabile.
 

Polizia locale
Sessantamila capi d'abbigliamento recuperati

MILANO - Si sono concluse le indagini dell’Unità antiabusivismo della Polizia locale, dirette dal Comandante Tullio Mastrangelo e partite dalla denuncia delle due titolari di una società che a Milano lavora nell’ambito della moda e delle grandi firme. 
Nell’appartamento di una loro collaboratrice esterna, C.O. 25enne milanese, nota fashion blogger, proprietaria di un appartamento di lusso a Milano e di due abitazioni a Ginevra,  sono stati trovati 220 capi di abbigliamento femminile di diverse marche (Manoush, Traffic People, Tuwé Italia, Vittoria Romano, Ferragamo, Adidas, Stella McCartney) per un valore pari a circa 60mila euro, sottratti illegalmente alla società che si occupa di sfilate di moda e servizi fotografici per riviste specializzate. 

La donna, denunciata a piede libero per furto, aveva escogitato un ingegnoso sistema per appropriarsi degli abiti, dopo che questi erano stati indossati per i servizi di moda, senza che fosse possibile notarne immediatamente la mancanza e senza che i sospetti potessero cadere su di lei. Gli abiti venivano successivamente messi in vendita anche per mezzo del suo fashion blog, come fossero capi da lei acquistati per sé e mai indossati. Nel blog dà consigli su come vestirsi e truccarsi, anche per rispettare il proprio oroscopo, ispirandosi alle più famose celebrity di cui mostra gli outfit più alla moda. 

Le indagini sono partite da una serie di controlli  incrociati utilizzando il database che tiene il movimento dei capi di abbigliamento che transitavano nell’agenzia di moda milanese e le foto d’archivio degli stessi abiti. Gli agenti sono riusciti a ricostruire i movimenti delle donna tra l’Italia e la Svizzera fino a “incastrarla” dopo un perquisizione domiciliare a Milano, e a recuperare gran parte della refurtiva che vi era esposta come in un vero e proprio showroom con ancora le etichette originali. 
La donna è stata denunciata per appropriazione indebita. Sono ancora in corso le indagini per verificare se in altre società dove la giovane ha lavorato si siano verificati furti collegabili alla vicenda.

Talenti. Il Comune lancia nuovo bando
Tajani: “Il successo del bando ci induce a rilanciare con un progetto nel settore agroalimentare, anche in vista di Expo"

MILANO – Sono 17 i progetti realizzati da giovani talenti all’estero presentati all’assessorato alle Politiche per il Lavoro e Sviluppo Economico per il bando ‘Welcome Business’, che si è chiuso ieri.
“Si tratta di un buon risultato – ha commentato l’assessore Cristina Tajani - che dimostra che i cervelli in fuga se adeguatamente incentivati sono interessati a rientrare in Italia, e a Milano in maniera particolare, per applicare conoscenze ed esperienza acquisite altrove."

Il bando ‘Welcome Business’ ha suscitato l’interesse di molti soggetti in diverse parti del mondo: sono 116 le persone hanno inviato richieste di informazioni al Comune in particolare dall’Europa (area anglosassone in prevalenza) ma anche dal Brasile, dalla Cina, dal Sud Africa e dagli Stati Uniti. Si è trattato di persone con compiti di studio e di ricerca all’estero ma anche di persone inserite nel mondo del lavoro e in aziende di vari settori. Gli ambiti di operatività di questi soggetti spaziano dalle tecnologie digitali, alle fonti energetiche, fino al food e all’educazione. Sono 17 (di cui 6 donne) coloro che hanno completato il processo di adesione al Bando inviando progetti imprenditoriali molto articolati che passeranno adesso al vaglio della Commissione per l’individuazione dei beneficiari finali.

"Considerato l’esito positivo del bando ‘Welcome Business’ realizzato insieme alla Camera di Commercio (per un totale di 510 mila euro) - ha proseguito l'assessore Tajani - abbiamo deciso di lanciarne un altro, sempre rivolto ai talenti, dedicato al settore agroalimentare. Il nuovo bando sarà realizzato insieme alla Fondazione Parco tecnologico Padano, una struttura di eccellenza, localizzata a Lodi, di cui il Comune é socio dal 2009, che vanta già diverse collaborazioni con strutture e istituzioni internazionali. In vista di Expo é nostro interesse rafforzare la presenza di Milano nel settore agroalimentare ad alto valore aggiunto ed il Parco Tecnologico é lo strumento giusto."

Il bando in collaborazione con il Parco tecnologico Padano sarà lanciato entro un paio di mesi. Palazzo Marino contribuirà al progetto ‘Alimenta 2 Talent ‘ della Fondazione Parco tecnologico Padano con 280 mila euro. L’intero progetto ammonta a 410 mila euro. Il bando sarà pubblicato nelle prossime settimane.

“Il nuovo progetto – ha spiegato l’assessore alle Politiche per il Lavoro, Sviluppo economico, Università e ricerca Cristina Tajani - nasce dall'ambizione di far nascere a Milano e nella sua area metropolitana nuove imprese del settore agroalimentare ad opera di giovani talenti espatriati, soprattutto in vista di Expo 2015 che avrà come tema centrale proprio quello dell’alimentazione e tenuto conto del fatto che il nostro Comune è il secondo in Italia per la produzione agricola. Riteniamo importante valorizzare e rafforzare la collaborazione con il Parco tecnologico Padano che ospita attività innovative di imprenditori stranieri già in passato sostenute da questa Amministrazione”. 

Festival enogastronomico
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MILANO - 26 settembre 2012 - Gli appassionati di cucina hanno quest’anno un nuovo appuntamento FOOD EXPERIENCE MONDADORI, il primo festival enogastronomico che si svolgerà  in piazza Liberty, da mercoledì 26 a domenica 30 settembre 2012.

La manifestazione realizzata da Mondadori in collaborazione con il magazine Sale&Pepe è patrocinata dall’Assessorato al Commercio, Attività produttive del Comune di Milano, porterà nel cuore della città cinque giorni di intrattenimento e informazione, completamente gratuiti, per chi vive la cucina come passione da condividere e gustare. 



“Questa prima edizione di Food Experience Mondadori si rivolge ai bambini e alle loro famiglie, con attività e corsi per promuovere un approccio ludico e allo stesso tempo educativo al mondo della cucina. Il Festival dedica infatti ai giovanissimi abitanti di questa città tre laboratori realizzati con il Comune e Milano Ristorazione, finalizzati alla scoperta della creatività in cucina e alla diffusione di una corretta educazione alimentare” cosi interviene l’assessore al Commercio, Attività produttive Franco D’Alfonso. 



"Troppo spesso il rapporto con il cibo viene vissuto già in tenera età in modo non sempre corretto. E' per questo fondamentale il ruolo della scuola che, attraverso progetti mirati di educazione alimentare, conduce i bambini verso una conoscenza del cibo, delle sue caratteristiche, delle sue proprietà. Tale iniziativa, realizzata in collaborazione col Comune di Milano e Milano Ristorazione, va in questa direzione e trovo positivo il coinvolgimento delle famiglie. Genitori e figli, infatti, avranno la possibilità di condividere un approccio gioioso e sano con l’alimentazione" ha dichiarato Maria Grazia Guida, vicesindaco e assessore all'Educazione e Istruzione.



Tutti i giorni, dalle 10.00 alle 21.00, il palco della manifestazione ospiterà corsi di cucina organizzati dagli chef di Sale&Pepe, showcooking con noti personaggi della ristorazione, laboratori, degustazioni, iniziative di promozione della cultura gastronomica regionale, sfide ai fornelli e giochi.

Non mancheranno gli incontri coordinati da Laura Maragliano, direttore delle testate di cucina di Mondadori, con gli specialisti del mondo della  decorazione, beverage  e di tutto il mondo mondo del food che racconteranno, con dimostrazioni, curiosità, segreti e i nuovi trend della cucina italiana e internazionale. 



Food Experience Mondadori si apre  anche ai bambini  grazie ai tre “Laboratori educativi” ideati con Milano Ristorazione e rivolti ai ragazzini tra i 6 e i 12 anni con corsi finalizzati alla scoperta della creatività in cucina e alla diffusione di una corretta educazione alimentare un approccio divertente e di gusto. 


Tutte le informazioni sul calendario della manifestazione e sulla prenotazione ai corsi sono disponibili sul sito  HYPERLINK "http://www.corso-di-cucina.it/" "_blank" www.corso-di-cucina.it 



Guida all'acquisto
Come sopravvivere nella città più cara d'Italia
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MILANO - Forse oggi dovrei scrivere di Polverini, del suo discorso -che alcuni hanno definito addirittura “shakespeariano” – al consiglio regionale del Lazio. Il senso è: “La festa è finita” (e come gabbiamo la Santa? si saranno chiesti molti dei presenti). Ma dato che per la stragrande maggioranza di noi la festa è finita da un bel po’, ammesso e non concesso che sia mai cominciata, vi parlerò, amic*, della gioia del low cost.
Ho comprato un interessante librino, ieri sera, scritto da Bruna Gherner e Luca Giorcelli, già cogestori del blog Survive Milano: “Milano low cost- Guida anticrisi alla città più cara d’Italia” (Bur Rizzoli), me ne sono letta una buona metà stanotte, avidamente, come se fosse un romanzo, ho preso sonno al capitolo “trattorie”. Peccato, devo dire, che la sezione artigiani non sia così cospicua, devi chiamare l’idraulico e ti vengono i sudori freddi, la tiri in lungo facendo la doccia con l’innaffiatoio. Incoraggio i due autori ad approfondire la tematica.
La gioia del low cost non è solo andare a cena fuori senza sbancare, o scovare le arance a 0.50 al chilo. E’ anche e soprattutto la leggerezza di potere almeno in parte vivere a prescindere dalla mediazione ossessiva del denaro, ridurlo per quello che è possibile a una relativa insignificanza, sganciare la qualità della vita dalla quantità di reddito, non sentirsi stranieri nella città in cui si è nati e dove si lotta per poter restare, sospinti sempre più ai margini. E’ poter sperare che perseguire lo stile di vita calibrato sul potenziale di spesa del calciatore medio o del mafioso russo non sia più un sogno per nessuno. Che low cost diventi il contrario di low profile.
Così, invece di vomitare guardando la faccia e la panza di Franco Fiorito, stamattina penso alla bottega che vende vino bio sfuso a max 2.60 al litro, e mi rallegro.

di Marina Terragni

Milano, 8 luglio 2012 – Oltre mezzo milione di euro per valorizzare i giovani talenti italiani residenti all’estero che decidono di costituire un’impresa a Milano. Si apre il prossimo 13 luglio il bando “Welcome Talent Business” del Comune e della Camera di Commercio di Milano, che mettono a disposizione rispettivamente 400.000 e 110.000 euro (per un totale quindi di 510.000 euro) per il finanziamento di nuovi progetti imprenditoriali in armonia con la c.d “legge controesodo” (legge n. 238/2010 “Incentivi fiscali per il rientro dei lavoratori in Italia”). In particolare, il bando prevede l’assegnazione di un contributo a fondo perduto fino a 40mila euro per lo start up d’impresa e di un premio di 20mila euro per le migliori idee imprenditoriali.

“Vogliamo favorire il rientro dei giovani talenti che hanno maturato esperienze internazionali di alto livello e che vogliono fare impresa a Milano – ha spiegato l’assessore alle Politiche per il Lavoro, Sviluppo economico, Università e Ricerca Cristina Tajani – perché siamo convinti che ciò possa incidere positivamente sul dinamismo dell’economia della nostra città e del nostro Paese e creare nuova occupazione. Il bando ‘Welcome Talent Business’ si inserisce in un percorso più generale sulle Start up d’impresa, rispetto al quale abbiamo promosso diverse azioni: dal fondo di 10 milioni per gli incubatori alle misure contenute nel Pgt, fino all’agevolazione Imu che sarà approvata in bilancio. Sono convinta – ha concluso l’assessore Tajani – che sul tema della generazione di imprese giovani e dai contenuti innovativi si possa costruire un ‘progetto città’ che coinvolga diversi attori: naturalmente il Comune di Milano, ma anche Camera di Commercio, Università e fondi di finanziamento privati”.

A beneficiare del finanziamento saranno i giovani italiani residenti stabilmente all’estero da almeno 24 mesi che, per tutto questo periodo, abbiano acquisito da laureati esperienze lavorative fuori dall’Italia. In alternativa, potranno accedere al bando i ‘talenti’ che abbiano ottenuto una laurea o una specializzazione post lauream frequentando fuori dall’Italia un corso di studi di almeno due anni, o che abbiano seguito un corso di un anno maturando un ulteriore anno di esperienze lavorative. I giovani dovranno avviare un’impresa con sede legale e/o operativa a Milano (nella forma giuridica di società di persone, di capitali o cooperative) entro 6 mesi dalla data di assegnazione del contributo e risultare domiciliati o residenti in Italia entro 3 mesi dall’avvio dell’attività imprenditoriale.

Secondo i dati attualmente disponibili, oltre il 40% di coloro che tornano in Italia arrivano nella nostra città. Un sondaggio condotto da Italents e Comune di Milano – cui hanno risposto 1.200 “cervelli in fuga” e altri 200 già rientrati in Italia – evidenzia che sui 1.200 attualmente all’estero 229 sono milanesi e 29 quelli provenienti dalla nostra Provincia. Sui 200 che sono ritornati a lavorare in Italia, oltre il 40% è attivo a Milano.

Uno su tre pensa di tornare, mentre per il 55,4% questa ipotesi non è del tutto esclusa. Sono in prevalenza i giovani a prendere in considerazione l’idea del rientro in Italia: oltre il 45% tra gli under 30, a fronte del 20% tra gli over 40. Di assoluta rilevanza, infine, le risposte sui motivi per cui i giovani lasciano il nostro Paese: oltre l’80% critica la mancanza di meritocrazia e di trasparenza negli avanzamenti di carriera e il non poter disporre di strumenti adeguati per svolgere al meglio il proprio lavoro 

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Comunicati stampa
25/03/2015 23:31 - LAVORO AGILE. UNA GIORNATA SPECIALE IN 300 UFFICI DA MILANO A CATANIA
25/03/2015 23:30 - SALUTE. FARMACIE COMUNALI APERTE PER ESAMI GRATUITI AI MILANESI
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23/03/2015 21:30 - CONSIGLIO COMUNALE. DIMEZZATO IL NUMERO DELLE BENEMERENZE CIVICHE
23/03/2015 21:29 - MILANO. PISAPIA: "GRAZIE A CHI MI HA ESPRESSO STIMA E APPREZZAMENTO"
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