Macroregione: la replica alla dissertazione di Maroni
No ad astratte ingegnerie costituzionali, sì a quello di cui c'è “BISOGNO ADESSO”

Gentile presidente,
la ringraziamo per la sua lunga e dotta dissertazione sul valore che lei, e la sua maggioranza, avete deciso di attribuire al progetto della macroregione.
Ma la situazione economica in cui ci troviamo, e a cui lei stesso ha fatto cenno, ci impone di ricondurre la discussione a quanto realmente interessa ai cittadini lombardi. Non con astratte ingegnerie costituzionali si possono infatti placare la sete di lavoro, di ripresa economica e anche di serenità che attraversa i cittadini lombardi.
Come movimento civico di centro sinistra saremo infatti sempre attenti alle vere e concrete esigenze delle persone, mettendole al centro del nostro progetto, partendo proprio dagli ultimi, da chi fa più fatica ad affrontare la quotidianità in una regione che voi dipingete come eccellente ma che purtroppo tale non è in troppi campi.
Lei sottolinea di aver ricevuto un’eredità importante da chi l’ha preceduta, fa un tributo esplicito al ventennio formigoniano che non può certo vederci politicamente d’accordo.
Partiamo, infatti, da alcune parole d’ordine che lo hanno contraddistinto. Parliamo dalla sussidiarietà, che, mi spiace rammentarlo in questa sede, non è certo un copyright lombardo.
• Qui non è stata inventata, anzi affonda nei principi base di ogni costituzione civile, a partire dai manuali di diritto amministrativo che ci accompagnavano nel corso degli studi in giurisprudenza.
• Ma qui non è neppure stata perfezionata. Se sussidiarietà è portare i livelli decisionali più vicini al cittadino, qui, negli ultimi anni, abbiamo visto una storia che andava proprio all’opposto. I comuni, soprattutto i piccoli comuni (nelle valli, in montagna o nelle pianure), sono stati di fatto soffocati da un neo-centralismo regionale che ha visto uno stato sovrapporsi ad un altro stato, un potere centrale sostituirsi ad uno ancora più accentrato e decisionista.
Se questa è la sussidiarietà che lei intende percorrere, quella che ha portato le decisioni a 36 piani di distanza dal livello del suolo, dove vivono i normali cittadini, possiamo dirle senza timore che non è ciò che le persone chiedono.
Come realtà civica infatti, nel corso della campagna elettorale, ci sono arrivate sollecitazioni che andavano proprio in direzione opposta.
Le richieste sono quelle di dar voce ai territori, di far respirare le autonomie locali, di farle crescere ed essere efficaci. Non occorrono infatti nuove imposizioni dall’alto, ma un lavoro profondamente democratico che ridia fiducia nelle istituzione anche se sono geograficamente più lontane dal centro amministrativo. Non inventiamo quindi livelli di governo nuovi, senza però cambiare le modalità di esercizio di potere. Su quella strada infatti rischieremo solo di deprimere ulteriormente la ricchezza dei territori e soffocare ogni spirito di ripresa di una terra grande come la Lombardia che oggi sta faticando a superare la crisi.
Se poi, nell’eredità positiva che lei ritiene di avere raccolto dalle amministrazioni precedenti, lei conteggia anche l’eccellenza formigoniana, divenuta ormai oggetto persino di parodia televisiva, vorrei anche rammentarle che alcuni modelli degenerativi che hanno contraddistinto questa regione non possono essere certo considerati eccellenti.
Partiamo da uno, semplice ed immediatamente comprensibile: la presenza della politica e dei partiti nelle scelte fondamentali di governo dell’ente. Questo viene spesso riportato sul livello sanitario, con i criteri di nomina dei direttori delle aziende ospedaliere e degli ospedali. Ma, per esperienza personale, vorrei invece cambiare esempio e parlarvi di quanto questo metodo ha danneggiato il sistema delle politiche per la casa in Lombardia.
Vogliamo infatti dire che la gestione delle Aler ha migliorato lo scempio delle politiche abitative in una regione che si vanta di essere eccellente? Vogliamo vedere i criteri di nomina dei consigli di amministrazione, fatti per appartenenza politica e non per competenza, a che stato di prostrazione hanno portato i patrimoni immobiliari pubblici? E’ questa l’eccellenza lombarda? E’ questo il modello a cui lei intende dunque ispirarsi per il futuro? Se questa è la strada, infatti, a poco vale parlare di eccellenza e di buona eredità, ma sono necessarie profonde riforme e un grande lavoro di attenzione e di rigenerazione.
Esiste poi un altro esempio, che porto dalla mia esperienza personale, che mi lascia sempre perplessa quando sento parlare acriticamente di eccellenza lombarda. So che non è competenza regionale, ma comunque deve farci riflettere in termini generali, soprattutto se ci si propone come simboli, che in Lombardia abbiamo sì alcuni esempi di carceri eccellenti, ma esiste anche un caso sanzionato dalla…

Vogliamo quindi metterla in guardia, fin dal suo insediamento, nel non cadere nella retorica, nell’amore per l’autocelebrazione e nell’autocompiacimento che hanno caratterizzato i venti anni che l’hanno preceduta.
I cittadini lombardi richiedono infatti soluzioni concrete e proposte, “hanno” - per parafrasare un grande cantante lombardo scomparso da poco, Enzo Jannacci – “BISOGNO ADESSO”. E credo che si aspettino risposte costruttive ADESSO, politiche serie e non istituzioni chiacchierone e litigiose. Credo che oggi a un lombardo interessi di più una risposta sul lavoro che gli manca, sul figlio che deve studiare ma non può permettersi i libri, sull’assistenza alla madre malata, che discorsi astratti su nuovi livelli di governo infra-nazionale o macroregioni. Credo che desiderino un lavoro serio, costante, anche concorde ove possibile, e soprattutto poco appariscente delle istituzioni per risolvere i problemi che rovinano loro la vita.
Credo che i lombardi chiedano che alcuni punti fermi vengano rispettati: che il “consumo di suolo zero” sia una politica reale, moderna e credibile che risparmi il territorio e non mortifichi però i costruttori, che possono trovare impiego nel recupero di quanto già costruito. Credo chiedano rigore sulla gestione dell’acqua, che deve rimanere pubblica, come sottolineato da un referendum che ha ridato vigore democratico ad un istituto che da troppo tempo soffriva. Credo che chiedano una seria, vera, e rispettosa politica di genere, attenta alle donne come risorsa e non come orpello. Credo chiedano trasparenza, legalità, correttezza e una vita più semplice, e ribadisco, possibilmente serena.
Insomma, tanti temi e tanta necessità di risposte serie e concrete, senza dimenticare il vero motivo per cui tutti noi ottanta siamo qui oggi.
Per servire i cittadini e non per comandarli.
Grazie…

Lavoro in tempi di crisi
Tajani: “Forte domanda anche per alto artigianato e commercio online.”

MILANO - Ingegneri gestionali e informatici, esperti di green economy, mobility manager, addetti commerciali, sarti e modellisti: sono le professionalità più richieste in città in questo periodo di crisi economica. A rilevarlo è la ricerca “I segnali deboli del mercato del lavoro nel Comune di Milano”, realizzata dal Centro Studi e Ricerche Lavoro & Società dell’Università Bicocca, in collaborazione con l’assessorato alle Politiche per il Lavoro, Sviluppo economico, Università e Ricerca del Comune, presentata oggi all’Urban Center in Galleria Vittorio Emanuele. 

“La crisi, che ha portato la disoccupazione giovanile al 28% in città, sta producendo delle trasformazioni anche all’interno dei settori produttivi che abbiamo fotografato attraverso la ricerca sui ‘segnali deboli’ - ha spiegato l’assessore al Lavoro e Sviluppo economico Cristina Tajani -. “Nonostante la crisi, ci sono professionalità ancora molto richieste sul territorio: le professioni dell’alto artigianato legato alla moda, come sarte e modelliste, quelle legate alla green economy, quali manager energetici e del ciclo dei rifiuti, e quelle del commercio online”. 

“Si tratta di indicazioni - conclude l’assessore Tajani - utili a orientare non solo i percorsi formativi di università e scuole professionali, ma anche a modellare politiche pubbliche in senso innovativo: è quello che stiamo facendo attraverso gli interventi sul co-working, il microcredito, le start up, la Smart city”. 

La ricerca raccoglie i “sentori” delle esigenze del mercato del lavoro da parte di ordini professionali, associazioni imprenditoriali, sindacati, identificandoli come “segnali deboli”, ovvero dati qualitativi non rilevati dalla statistica, o “segnali di trasformazione”, per esempio l’impatto che lo stage ha sul mondo del lavoro, anticipando però tendenze e prospettive. 

La ricerca, condotta su un panel di oltre 30 interviste, evidenzia come in settori caratterizzanti l’economia cittadina - quali moda, design, information and communication technology, bancario, assicurativo - si stia affermando un trend rivolto alla selezione di figure professionali high-skilled. Profili che, per le loro caratteristiche di preparazione scolastica e professionale, reggono meglio gli effetti negativi della crisi. Figure professionali su cui le imprese sono disposte a investire poiché su di esse si concentrano le principali prospettive di ripresa e di rilancio, sia sul mercato locale ma soprattutto internazionale. A questo riguardo è emersa una prima criticità legata alla competenza linguistica, che non consente di interagire in maniera efficace, anche e soprattutto a livello di conoscenza di termini tecnici, con contesti esteri. Si evidenzia anche la necessità di avere capacità trasversali di problem solving e di comunicazione più articolate. La terza criticità emersa riguarda la scarsa propensione del capitale umano a spostarsi, trasferendosi anche all’estero. 

La ricerca sottolinea come molti settori stiano vivendo una profonda trasformazione a livello produttivo e organizzativo dettato dal progresso tecnologico e dalla competizione internazionale. 

Nell’ICT diminuiscono le risorse per la ricerca e la formazione e cresce la domanda di nuove professionalità dettata dall’innovazione sia mobile sia cloud, oltre alla continua attenzione al consumatore come esperti di CRM (Customer relation marketing), ingegneri gestionali e laureati in economia con conoscenze informatiche. 
Anche nel settore del credito e assicurativo, lo sviluppo dell’home banking e dell’online ha portato a una riconversione del personale: competenze più commerciali anziché gestionali e amministrative. 
I settori che risentono meno della crisi, come l’alta moda, la pelletteria e la calzatura di lusso, rilevano a loro volta la necessità di figure che sappiano affiancare alla competenza artigianale (sarti e modellisti) la conoscenza di materiali innovativi e potenziali nuove fibre. 
Nell’ambito del design e dell’architettura affiorano rilevanti cambiamenti nei profili professionali richiesti. Architetti che, alla formazione classica, aggiungano conoscenze commerciali e manageriali, in materia di problemi energetici, nuove tecnologie, componenti innovative ecc. 
Nel settore in costante crescita della green economy si segnala la richiesta di professionalità legate alla produzione e commercializzazione di fonti di energia alternative, alla ricerca di materiali e tecnologie ecosostenibili fino alla gestione dei processi di mobilità. In tale ambito, nonostante un recente lieve rallentamento dei ritmi di crescita, pesa la concorrenza internazionale che traina la proliferazione di nuove figure, come consulenti per la pianificazione energetica, mobility manager, esperti nello smaltimento e riciclo dei rifiuti solidi urbani. 
La ricerca fa emergere anche il ruolo primario svolto dalle università milanesi considerate dagli intervistati il luogo principale di sviluppo del job placement per l’omogeneità dell’offerta formativa e per la vocazione professionalizzante dei corsi. Le facoltà che mantengono una forte richiesta continuano a essere quelle di ingegneria oltre a quelle collegate al mondo della finanza e ai corsi specifici ad alta vocazione commerciale. Tuttavia, permane una condizione di sovra-qualificazione dei neo-laureati, con uno scollamento tra l’alto livello di preparazione e il basso livello di mansioni da svolgere. A questo si ricollega, in conclusione, l’annoso problema dell’abuso della formula dello stage, che spesso maschera posizioni lavorative equivalenti a quelle più stabili.


Talenti
Sono i vincitori del Bando ‘Welcome Talent Business’ realizzato dal Comune insieme alla Camera di Commercio

MILANO – Otto talenti tornano dall’estero e aprono a Milano una nuova impresa. Sono gli otto giovani vincitori del bando ‘Welcome Talent Business’, promosso dal Comune di Milano e dalla Camera di Commercio per la realizzazione di idee imprenditoriali da realizzare nella nostra città.

I vincitori sono stati premiati questo pomeriggio a Villa Reale dall’assessore alle Politiche per il lavoro, Sviluppo economico, Università e ricerca Cristina Tajani nell’ambito di “MeeTalents”, il primo grande ‘summit’ dei giovani talenti organizzato dal Comune insieme all’Associazione ITalents, la Fonderia dei Talenti e all’Intergruppo Parlamentare per la sussidiarietà. 
Il premio consiste in un finanziamento di 40 mila euro per lo start up d'impresa, cui si aggiungono 20 mila euro alla persona proponente per sostenere le spese del rientro in Italia. I vincitori potranno inoltre contare sui benefici fiscali introdotti dalla legge ‘Controesodo’. 



“Il bando Welcome Business – ha dichiarato l’assessore Tajani – è frutto di un percorso partecipato che ha visto protagonista la community dei giovani italiani residenti all’estero. Siamo partiti la scorsa primavera con un sondaggio online cui hanno risposto 1.400 giovani espatriati per ragioni di studio e di lavoro. Proprio loro ci hanno aiutato a costruire degli interventi sperimentali per favorire il rientro di chi abbia voglia di contribuire allo sviluppo di Milano, in particolare il bando per finanziare idee d’impresa innovativa che, senza il nostro contributo, non avrebbero trovato sostegno. Non siamo contrari alla circolazione dei cervelli, ma pensiamo che sia giusto offrire delle opportunità per chi voglia mettere la propria intelligenza al servizio del Paese e della nostra città”. 



Gli otto talenti e progetti vincitori: 
Marco Giaccagnini (ingegnere, vive in Inghilterra) 
Realizzazione di una piattaforma software innovativa per la gestione di Servizi Cloud di Business Partners, 
Luca Morganti (ingegnere, vive in Cina) Realizzazione di impianti di produzione di energia rinnovabile, 
Federico Giuffra (esperto in economia e finanza, vive negli Stati Uniti) Produzione e distribuzione di birra artigianale italiana di alta qualità, 
Chiara Candelise (ricercatrice, vive in Inghilterra) Sviluppo di nuovi modelli di business per impianti da fonti rinnovabili e interventi di efficienza energetica, Fabrizio Calì (ingegnere, vive in Spagna) Internazionalizzazione del mercato di prodotti vinicoli dell'area dell'Oltrepò Pavese, 
Alessia Berti (esperta di formazione interculturale, vive in Inghilterra) Avvio dell’attività di formazione di alta qualità per il campo artistico, musicale e linguistico 
Giulia Serio (esperta in relazioni internazionali, vive in Francia) Creazione piattaforma web per valorizzare talenti italiani e migliorare collaborazione tra ricerca e imprese, 
Andrea Poffe (ingegnere, vive Inghilterra) 
Creazione di network di centri allenamento per sciatori e snowboarder.



Il bando impegna complessivamente 500 mila euro (di cui 400 mila euro finanziati dal Comune e 100 dalla Camera di Commercio). Nell’arco dell’evento di oggi, i giovani talenti hanno raccontato le loro storie umane e professionali e hanno avuto modo di illustrare le loro proposte per facilitare il rientro di altri connazionali a istituzioni e aziende italiane. 



Dati sui talenti all’estero: 
Il bando ‘Welcome Talent Business’ è nato anche sulla base dei dati emersi da un’indagine esplorativa online sulla nuova emigrazione qualificata condotta tra fine 2011 e inizio 2012 da ITalents con il Comune di Milano (1.150 attualmente all’estero e circa 180 tornati), in cui sono emersi gli ostacoli principali per coloro che tornano, tra cui spiccano la difficoltà per i giovani di far carriera a causa dei tempi lunghi e della scarsa trasparenza. Contano anche i freni culturali del contesto sociale e imprenditoriale italiano (la poca dinamicità e la scarsa apertura al rischio e all’innovazione), oltre che le remunerazioni più basse e gli scarsi incentivi (non solo economici) per chi vuole fare impresa (a cui si somma spesso l’eccesso di burocrazia).

L’86% degli intervistati ha detto di essere interessato, pur rimanendo all’estero, a mettere a disposizione la propria esperienza al servizio di proposte e progetti che consentano di migliorare l’attrattività del territorio di partenza. Un segnale che indica, indipendentemente dalla scelta di tornare o meno, un forte interesse a dare il proprio contributo attivo al un processo di crescita e miglioramento del luogo di origine.



Secondo un’indagine dell’Istituto Toniolo, svolta tramite IPSOS, nel 2012, ben il 46% dei giovani di età 18-24 anni prende in considerazione la possibilità, finito il percorso di studi, di andare a lavorare in un altro Paese. Questo significa che il fenomeno della circolazione dei talenti non riguarda più una minoranza ristretta di giovani ma si sta allargando a una fetta sempre più consistente delle nuove generazioni.

In Italia i giovani in età 18-24 sono 4 milioni e 300 mila. Sono, dunque, oltre 2 milioni i giovani che sono potenzialmente pronti a fare le valige. I giovani italiani già residenti all’estero sono oltre un milione e mezzo. Secondo i dati Istat (limitati ai formali trasferimenti di residenza) ogni anno se ne vanno 40 mila cittadini italiani (metà dei quali tra i 20 e i 39 anni). Ad andarsene sono i più giovani e qualificati, soprattutto neolaureati. Dal 2001 al 2011 l’incidenza dei cittadini laureati sul totale degli espatri è quasi raddoppiata, salendo dall’8,3% al 15,9%. 

Alla tavola rotonda insieme all’assessore alle Politiche per il lavoro, Sviluppo economico, Università e ricerca Cristina Tajani, hanno partecipato anche i deputati del Pd Alessia Mosca e Guglielmo Vaccaro, promotori della legge ‘Controesodo’ e la giornalista Claudia Cucchiarato.

Intervista a Fabio Pizzul
La posizione del PD su lavoro, famiglia, scuola, trasporto, tassazione, Expo, rifiuti...

D. Sanità – Visto che il bilancio di regione Lombardia è prevalentemente impiegato per la sanità, ritiene che il sistema pubblico privato così com’è vada bene o bisogna ritornare al sistema pubblico (cioè nazionalizziamo le cliniche private lombarde?) L’attuale sistema dei ticket è corretto? Che cosa faremo per gli anziani?
R. Parlare di nazionalizzazione mi pare fuori dal tempo. Il sistema lombardo funziona, ma ha molti elementi da correggere, a cominciare proprio dal rapporto pubblico-privato. In questi anni la normativa lombarda ha consentito ai privati di scegliersi le prestazioni più convenienti lasciando al pubblico l’onere di gestire quelle meno remunerative. Su questo fronte è necessario intervenire con determinazione, così come sul piano dell’appropriatezza delle prestazioni: non possiamo assistere a un proliferare di prestazioni ed esami solo per rimpinguare il bilancio dei privati. Sui ticket è necessario rivedere le fasce di esenzione e puntare su un modello di progressività in base al reddito. Per quanto riguarda gli anziani, è necessario investire sulla sanità territoriale, trascurata negli ultimi quindici anni a vantaggio della centralità degli ospedali: una maggiore integrazione tra servizi sanitari e sociali permetterebbe di garantire servizi adeguati agli anziani vicino alle loro case.
D. Lavoro – Come intende il Pd gestire questo periodo terribile per il lavoro degli italiani ma anche per gli immigrati. Le risorse per la cassa integrazione dove si prendono o a cosa si sottraggono in ambito regionale? È il caso di fare tanta cassa integrazione? Rispetto al dilemma sostenere aziende decotte o avere le strade piene di disoccupati come ci si pone?
R. In questi anni la regione si è limitata a garantire gli ammortizzatori sociali e lo ha fatto pescando in larga parte da risorse statali ed europee, l’impegno diretto della regione è stato marginale. Per il 2013 si tratta di rinegoziare con lo Stato i fondi per la cassa integrazione. Sul fronte europeo il problema è quello di utilizzare correttamente quanto stanziato per le politiche attive: Bruxelles ha chiuso un occhio, anche per la durezza della crisi, sull’utilizzo di questi fondi per finanziare gli ammortizzatori. Non è detto che continui a farlo in futuro. Bisogna costruire una vera politica industriale che concentri le risorse sui settori e le aziende strategici e accompagni alla ricollocazione i lavoratori in uscita. E’ necessario anche far sì che non si diffonda una sorta di rassegnazione alla de-industrializzazione della Lombardia. Il nostro territorio deve tornare a essere attrattivo per le imprese con agevolazioni fiscali, servizi all’altezza e burocrazia zero.
D. Famiglia – Regione Lombardia nell’ambito delle proprie competenze sosterrà la famiglia che al nord non riveste il ruolo basilare che ha al sud? Intende supportare anche le famiglie di fatto e le famiglie omosessuali?
R. Mi sembra una domanda mal posta, ma non mi sottraggo al tema. La famiglia anche al nord è stata negli ultimi anni un vero e proprio ammortizzatore sociale che ha garantito a molti di non soccombere di fronte alla crisi. Il problema non è tanto quello di sostenere la famiglia con elargizioni in denaro sullo stile dei voucher, quanto piuttosto quello di creare le condizioni perché la famiglia sia meno affaticata e sotto pressione e veda riconosciuto il suo fondamentale ruolo sociale. Vere politiche familiari passano dalla conciliazione famiglia lavoro, dai servizi all’infanzia e agli anziani, dalle politiche dei tempi che siano compatibili con i ritmi familiari. Quanto alle coppie di fatto e alle unioni omosessuali, i diritti individuali vanno riconosciuti e tutelati, quanto al supporto, penso che debba più avere a che fare con la dimensione della generatività e, dunque, dei figli. Le differenze vanno rispettate e, nel massimo rispetto delle scelte individuali, va anche riconosciuto il valore di legami stabili che hanno una rilevanza sociale che non può essere negata.
D. Scuola – Scuole pubbliche scuole private sistema misto, il multiculturalismo è fallito in Inghilterra, Stati Uniti, Francia, come un partito laico intende gestire l’educazione e l’integrazione con gli stranieri in una regione strapiena d’immigrati? Va abrogata o implementata la legge che permette ai privati di finanziarsi le proprie scuole?
R. Il sistema pubblico di istruzione, lo stabilisce la Costituzione, è formato da scuola statale e scuola privata. La scuola statale mantiene una centralità indiscutibile perché garantisce l’accesso universale all’istruzione. La scuola privata contribuisce all’innalzamento dell’offerta formativa ed è presidio di pluralismo e libertà di scelta. Non si tratta di mettere in concorrenza l’una contro l’altra, ma di creare le condizioni perché il sistema pubblico possa essere il più completo possibile. Sugli stranieri è necessario passare da una gestione emergenziale, a una vera e propria politica di valorizzazione della loro presenza e del loro contributo, sfida che è possibile vincere soprattutto a partire dalla scuola che ha il compito di costruire i cittadini di domani, a prescindere dalla loro origine. Riguardo al finanziamento alle scuole private, non è una competenza diretta delle regioni, la Lombardia ha individuato nel sistema dei buoni una strada per sostenere le scuole passando per il sostegno alla libertà di scelta delle famiglie. Ritengo che il sistema non vada buttato via, va piuttosto corretto per raggiungere un obiettivo: consentire un effettivo ampliamento della possibilità di accedere alle scuole private anche alle fasce meno abbienti. Il tema centrale è quello del diritto allo studio che va garantito a tutti attraverso i diversi canali a disposizione del sistema pubblico di istruzione, nella consapevolezza che ogni euro investito in formazione non è uno spreco, ma ha enormi ritorni per l’intera collettività.
D. Qual è il disegno strategico sul trasporto pubblico locale? Come gestirete i pendolari e le problematiche relative alle ferrovie?
R. Dopo anni di investimenti, anche forsennati, sulla mobilità individuale e su gomma, bisogna passare davvero alla cura del ferro e alla intermodalità. Vanno promossi e sostenuti gli spostamenti sostenibili e collettivi e la cosiddetta mobilità dolce. Sulle ferrovie la sensazione è che ci si debba sempre più aprire a una vera concorrenza per mettere al centro le esigenze e i diritti dei pendolari e non le esigenze di chi gestisce i trasporti.
D. Malpensa è sempre l’hub del nord? Rilancerà il suo ruolo strategico internazionale e svilupperà maggiormente le infrastrutture regionali per rendere più efficiente il sistema aeroportuale lombardo?
R. Negli ultimi anni è mancata una visione strategica sul sistema aeroportuale lombardo e dell’intero nord Italia. Malpensa è stato vittima di visioni di corto respiro e di difesa di interessi territoriali che hanno prevalso su una visione di vasta scala. L’aeroporto di Malpensa è stato anche per troppo tempo ostaggio delle difficoltà di Alitalia e non ha saputo davvero aprirsi al mercato europeo e internazionale. Va sfruttata a pieno, in questo senso, l’occasione offerta da Expo per ricalibrare i pesi e i ruoli degli aeroporti del nord Italia e per riconsegnare a Malpensa una funzione europea e internazionale.
D. Qual è il destino di Linate?
R. Non va messo in concorrenza con Malpensa, ma sviluppato nell’ottica di un city airport, ovvero di uno scalo che possa garantire davvero collegamenti funzionali al ruolo di Milano come protagonista del sud Europa. L’apertura alla concorrenza sulla tratta Milano Roma è un passaggio importante che va consolidato. Da rilanciare anche i collegamenti con altri importanti aeroporti del sud Europa.
D. Diritto e Fede – Dopo il caso Englaro e la legiferazione regionale clamorosamente bocciata dalla Cassazione, come si pone il centrosinistra pieno di cattolici rispetto alla fede e al diritto e rispetto ai poteri regionali in materia di diritto medesimo?
R. Dalla domanda si evince una sorta di fastidio per la presenza di cattolici nel centro sinistra, quasi fossero un corpo estraneo. Ritengo invece che solo dalla sintesi e dal confronto, anche sui temi etici, possa nascere una sintesi che possa far davvero crescere la proposta politica del centro sinistra. La diversità di posizioni non è un ostacolo, quanto piuttosto una ricchezza da custodire e valorizzare: solo una Lombardia plurale potrà essere all’altezza delle sfide che la attendono sul piano sociale, economico e politico. Le reciproche scomuniche non servono davvero a nessuno, è molto più saggio e lungimirante attuare un confronto serio e responsabile soprattutto sulle tematiche etiche, tenendo conto che esistono zone grigie nelle quali è fondamentale entrare con il massimo rispetto delle persone e delle loro convinzioni. La sintesi raggiunta nel PD dalla commissione che si è occupata di diritti mi pare preziosa. L’errore più grave in cui rischiamo di incappare è quello di trasformare il necessario confronto su questi temi in una battaglia tra opposte fazioni con l’unico reale scopo di conquistare un po’ di consenso o rafforzare le proprie posizioni politiche.
D. Tassazione – Nei limiti imposti dalla legge intendete fare largo uso dell’imposizione regionale per erogare servizi ai cittadini?
R. La pressione fiscale è già molto, troppo alta. La regione negli ultimi anni ha travalicato per molti versi le proprie funzioni diventando ente gestore più che ottemperare a pieno le proprie attribuzioni di legislatore e coordinatore su vasta scala delle funzioni degli enti locali. Per quanto riguarda i servizi va dunque recuperata la centralità dei comuni che vanno anche dotati delle risorse necessarie per continuare a far fronte alle esigenze dei propri cittadini. La regione dovrà anche prendere atto della mutata situazione finanziaria, fino al 2010 la Lombardia ha potuto contare su ingenti risorse che le hanno consentito politiche significative (e non sempre efficaci) in termini di sostegno diretto a imprese e cittadini (voucher), con la contrazione delle risorse a disposizione è necessario cambiare modello di intervento e individuare priorità precise per non disperdere risorse o destinare solo ai soliti noti.
D. Il sistema dei rifiuti le discariche e i costi industriali: cosa deve fare la regione per aiutare gli imprenditori a produrre di più inquinando di meno o evitando di mandare i rifiuti tossici al sud? Ci aspettiamo leggi efficaci in materia di compostaggio ed energie alternative.
R. Riduzione rifiuti alla fonte, raccolta differenziata e riciclo sono i punti cardine di qualsiasi strategia sui rifiuti. Lo dice l’Europa e può farlo la Lombardia. La regione deve assumere un ruolo attivo nella programmazione del ciclo dei rifiuti e incentivare in tutti i modi la costruzione di un ciclo completo di trattamento sui singoli territori. Un percorso del genere porterà anche a rendere superflui nuovi inceneritori.
D. L’Expo e Regione Lombardia all’estero – In caso di ricorso alle urne anticipato, come pensa di gestire la situazione dell’Expo e come pensa in futuro di orientare il sistema di comunicazione di Regione Lombardia all’estero per sviluppare import ed export? Chiuderà le sedi di rappresentanza all’estero?
R. Regione Lombardia gode di un grande credito all’estero non certo e solo per quanto ha fatto Formigoni coni suoi viaggi e la sua comunicazione debordante. Il biglietto da visita della Lombardia sono le aziende, i territori, i beni culturali, la ricchezza agricola e ambientale, la ricerca bio-medica, le università e l’elenco potrebbe continuare. Questo va valorizzato in vista di Expo in un’ottica, lasciatemelo dire, davvero sussidiaria. Quanto alle sedi estere, perchè non condividerle con altre regioni, ammesso che servano poi davvero.
D. La caccia, l’agricoltura di prossimità, l’erosione del suolo – Come si fanno conciliare temi all’apparenza contradditori tra di loro?
R. L’impegno per limitare o azzerare il consumo di suolo è una delle priorità dei prossimi anni, il territorio è un valore fondamentale da salvaguardare, ciascuno è chiamato a farlo secondo le propre tradizioni, competenze e passioni. Se l’obiettivo è comune e condiviso le contraddizioni si possono superare.
D. La Regione Lombardia si deve occupare e se sì, si occuperà di case popolari (housing sociale)?
R. Il tema della casa è importante e delicato. Negli ultimi anni si è pensato di utilizzare l’edilizia come grimaldello contro la crisi costruendo troppo e male. Va promosso un piano casa che non strizzi l’occhio solo ai costruttori, ma alle esigenze di chi deve abitare in quelle case, modulando anche gli interventi sulle reali necessità della popolazione. Fondamentale un occhio di riguardo per le fasce più fragili. Il concetto di housing sociale non può essere solo un’etichetta da porre su operazioni di altro genere, deve diventare un’occasione per costruire vera socialità e per promuovere un diverso modo di vivere le città e i quartieri. Ripartirei da qui.

Le domande sono state formulate da Riccardo Lo Schiavo

Moda
Va controcorrente e auspica un ritorno delle griffes italiane a Milano
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Miuccia Prada ha presentato a Parigi la sua linea Miu Miu, una collezione assolutamente moderna e dissacrante, l'esatta antitesi di quelle viste finora sulle passerelle, tutte all'insegna del più scontato revival. Benché tutte le Maison avessero avuto la possibilità di rinnovarsi avendo assoldato nuovi stilisti, persino Hedi Slimane, il più trasgressivo, non è riuscito ad andare più in là di una riedizione in total black della moda '70 di Yves Sain Laurent resa immortale da Verushka. 

"Si è fatto tanto gossip sul far rivivere i couturier, mentre io preferisco parlare di voglia di rottura", confida qualche minuto prima dello show riferendosi appunto ai recenti corsi delle maison storiche in mano a nuovi stilisti. "Io, invece, ho come un rifiuto per la nostalgia, per i fasti di ieri. Per questo, ho creato una collezione elegante ma tutta sbagliata".

Furba, intelligente, immancabilmente pungente: è il perfetto riflesso degli abiti che si ammirano in passerella, creazioni che possiedono quell'atteggiamento della borghesia milanese che fu, a cui veniva insegnato di sorridere con garbo ed educazione, per poi fare tutto il contrario di quello che era stato insegnato. Il risultato finale, però, è così moderno e coerente da ergersi sopra tutto quello visto finora: troppi preferiscono giocare sul sicuro invece di capire che la moda e il suo mercato sono soprattutto un investimento sull'insicurezza.

L'eleganza inappuntabilmente sbagliata di questa collezione è quindi un'altra risposta spedita dall'Italia alla Francia, ma anche all'Inghilterra e all'America, per ribadire quanto il nostro paese e i suoi stilisti siano forti, rilevanti, influenti e determinanti in un momento in cui troppi addetti ai lavori attaccano il sistema italiano e la sua settimana della moda con ogni tipo di meschino stratagemma.

"Dal canto nostro", commenta a riguardo Miuccia Prada, "dovremmo imparare innanzitutto a promuovere meglio la vita culturale di un centro nevralgico come Milano. In secondo luogo, poi, ci vorrebbe un'organizzazione che sovrintenda gli stilisti in maniera più competente e incisiva, come vedo succedere per esempio nel team di Pitti Immagine capitanato da Raffaello Napoleone, che riesce ad attirare, tra le altre cose, i migliori talenti stilistici internazionali sul suolo italiano. Infine, trovo che molti designer famosi italiani che oggi fanno show a Parigi, potrebbero tornare a sfilare a Milano. Sarebbe un aiuto per tutti".

In questo non si può che darle ragione, soprattutto se fosse lei per prima, con Miu Miu, a tornare a sfilare a Milano per spostare l'ago della bilancia dalla Francia all'Italia.

Agenda digitale
Assessore Tajani: “Un’Amministrazione più trasparente e nuove opportunità per giovani e imprese”

MILANO - Dopo l’avvio del progetto wifi, che al momento vede oltre 500 hotspot accesi in 250 luoghi della città per facilitare l’accesso alla rete, l’agenda digitale del Comune di Milano si arricchisce oggi di un altro importante tassello: è infatti online da stamani  HYPERLINK "http://dati.comune.milano.it/" "_blank" http://dati.comune.milano.it, il portale Open Data sviluppato internamente dai tecnici delle direzioni Servizi Informativi e Statistica del Comune.
Gli Open Data sono gruppi (set) di dati, numerici o geografici, messi a disposizione e liberamente fruibili da tutti. Dati anagrafici e elettorali, sugli esercizi commerciali e le piste ciclabili, sulle piscine e i musei, sui parcheggi d’interscambio e le aree pedonali: sono solo alcuni esempi delle decine di set di dati che verranno progressivamente “liberati” dal Comune sul nuovo portale. Tutti saranno leggibili e interpretabili anche senza l’utilizzo di software proprietari.
Già oggi il portale ospita i primi 45 set di dati. Tra questi - oltre a quelli già citati – i dataset su scuole, postazioni del bike sharing, mobilità e Area C, hotspot wifi, centri sportivi, aree giochi, orti comunali e didattici, aree per cani e strutture ricettive. Da ottobre sono previsti rilasci con cadenza mensile. L’obiettivo è superare la soglia dei 100 gruppi di dati entro il prossimo dicembre.
Parallelamente, l’Amministrazione ha già aperto un profilo Twitter dedicato ( HYPERLINK "http://twitter.com/opendatamilano" "_blank" http://twitter.com/opendatamilano), come primo luogo e momento di dialogo con gli utenti al fine di migliorare costantemente l’offerta di open data.

“Con il portale Open Data – ha dichiarato Cristina Tajani, assessore allo Sviluppo economico che ha recentemente ricevuto dal Sindaco la delega alla Statistica - rendiamo più trasparente l’azione dell’Amministrazione, ampliamo la conoscenza della città per migliorare la nostra vita quotidiana e offriamo a  ricercatori e commentatori strumenti per valutare l’azione della Pubblica amministrazione. Non solo, favoriamo concretamente la conoscenza del territorio a chi vuole creare opportunità d’impresa o, anche e più semplicemente, applicazioni informatiche, come apps, utili ai cittadini.
Si tratta di un’opportunità importante, come dimostrato in  altre realtà europee, un concreto volano di sviluppo economico e occupazionale. Nei prossimi giorni apriremo anche una fase di ricerca di partnership tecniche e finanziarie, come ulteriore spinta per favorire le ricadute positive sul territorio”.

A tal proposito un recente studio della Commissione europea ( HYPERLINK "http://ec.europa.eu/information_society/policy/psi/docs/pdfs/opendata2" "_blank" http://ec.europa.eu/information_society/policy/psi/docs/pdfs/opendata2012/open_data_communication/en.pdf) ha stimato in 40 miliardi di euro l’anno nei 27 paesi dell’Unione i vantaggi economici derivanti dalla “liberazione” massiccia di dati provenienti da enti pubblici.

In Spagna, invece, un report di una commissione governativa HYPERLINK "http://www.ontsi.red.es/ontsi/en/estudios-informes/characterization-study-infomediary-sector-june-2011" "_blank" http://www.ontsi.red.es/ontsi/en/estudios-informes/characterization-study-infomediary-sector-june-2011) definisce tra i 550 e i 650 milioni di euro il volume di affari associato al rilascio di dati da parte del governo nazionale e in circa 5mila i posti di lavoro associati al riutilizzo di dati.
Voglio infine sottolineare – ha aggiunto l’assessore – che questo progetto è stato realizzato all’interno del Comune, valorizzando le competenze presenti nell’Amministrazione e utilizzando le norme che prevedono il riuso dei sistemi informatici tra soggetti pubblici”.

Moda a Milano
Abiti e accessori che testimoniano il lato fantastico dello stilista più rigoroso
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MILANO - La settimana della moda milanese ha raggiunto il suo momento clou questa sera quando al termine della sfilata Giorgio Armani gli ospiti sono stati invitati a entrare in una sala per visitare una mostra dal curioso nome: Eccentrico.

Eccentrico perché " è la diversità a generare l’atto creativo, diversità da ogni idea corrente, dalle convenzioni, da quello che appare ovvio e ripetuto, che apre spazi improvvisi e percorsi inediti nella propria coerenza". Questa diversità fa sì che Giorgio Armani il purista, il rigoroso, il minimalista, riesca a rivelare con questa mostra di abiti e accessori dal 1985 a oggi una dimensione estetica fantastica, una visione incredibilmente stravagante. Magici scarabei, coleotteri lucenti, pesci iridati, granchi, farfalle, delfini, uccelli dal becco orgoglioso compongono un particolarissimo zoo, tramutandosi in spille, in fibbie che chiudono le collane, in decori per le borse.  

Nella mostra sono esposti  anche abiti delle collezioni Giorgio Armani e Giorgio Armani Privé: 51 raffinate creazioni dalla suggestiva bellezza. Ecco dunque in un trionfo di colori e fantasie i lunghi abiti da sera ricamati a motivi floreali dall' aria gitana, accanto ai tailleur luminosi con giacche dai tagli grafici. Filo conduttore l’eccentricità sofisticata che si ritrova sia nell’abito di velluto nero illuminato da rose rosse sia nella serie di capi dalla costruzione perfetta con spalle dal taglio geometrico e quasi futurista.

Punto di fusione tra arte, moda e design, sono infine le suggestioni surrealiste che nel 2006 si ritrovano nelle collane e nei bijoux trattenuti da un bizzarro gioco di mani colorate.

Una mostra che ha sottolineato ancora una volta che quello che diventa "tendenza" molto spesso comincia la sua strada nelle collezioni di Giorgio Armani.



















 

Convegno
L'intervento di Franco d'Alfonso

Genova, sala Sivori, 30 giugno 2012 - Esiste un modo non meramente celebrativo di ritrovarsi 120 anni dopo in questa storica sala per ricordare la nascita di un partito che aveva in origine un nome che non fu quello di socialista che ne ha caratterizzato la storia?
A ben vedere - chiederei qui conforto ai tanti compagni storici in grado di correggermi e darmi lezioni anche su molto altro - nella moltitudine di nomi assunti nel “secolo breve” il partito di quanti si richiamavano a vario titolo al socialismo ha avuto forse per più tempo un nome diverso.
Usciti vincitori proprio a partire da quel lontano giorno del 1892 dal confronto con il ribellismo anarchico che aveva caratterizzato la storia del movimento operaio nell’800, i movimenti socialisti si ritrovarono a dividersi tra massimalisti e riformisti e dopo la rivoluzione di febbraio e quella successiva di ottobre, tra socialisti e comunisti, dando vita ad un confronto che nel nominalismo e nella semantica ha avuto spesso uno dei suoi fulcri. Come dimenticare che il Comunismo sovietico si impradonì per anni della parola socialismo, portando come conseguenza anche l’impraticabilità attuale di sigle e purtroppo spesso anche della politica socialista nei paesi dell’Est Europeo? O, per fare un esempio ancora molto vicino a noi, il ridicolo alternarsi tra Europa ed Italia e nelle varie versioni del partito erede dell’ex PCI della parola democratica e socialista a seconda dei contesti e degli interlocutori.
L’ultimo esempio non deve farci pensare che la questione sia sempre un gioco privo di ragioni e ragionevolezza ma ci deve forse far meditare sull’eccessivo significato che i militanti socialisti danno in alcuni momenti - di solito coincidenti con una certa caduta del livello del pensiero politico - al simbolismo ed al nominalismo.
Quelli che solo dopo molto tempo abbiamo potuto definire “padri fondatori” del socialismo italiano, gli esponenti delle cellule anarchiche, delle Leghe operaie, della società di mutuo soccorso, si trovarono in questa sala per fondare il Partito dei Lavoratori perché verificarono come vera l’esigenza di dare ai lavoratori italiani una organizzazione in grado di catalizzare un pensiero ed un sentimento, di canalizzare l’energia politica, di proporre strategie e di guidarne la lotta politica.
Essi partivano da una realtà esistente e che aveva già cominciato a manifestarsi, in una parola da una esigenza reale di rappresentanza e protagonismo delle masse popolari, contadine ed operaie, non certo dalla verifica di coerenza tra nome e realtà.
La storia di questa Sala attraversa tre secoli, fino a noi che viviamo nel XXI, anche se troppe volte diamo l’impressione di usare le categorie del Novecento se non quelle dell’Ottocento.
Se non vogliamo limitarci a constatare l’inadeguatezza della proposta politica della sinistra italiana attuale ed il grande (supposto) vuoto lasciato da un partito socialista che avrebbe dovuto esserci ma non c’è, penso faremmo bene proprio a dimenticarci ora e per sempre di cercare di ritessere il filo di una storia di partiti ed organizzazioni che hanno esaurito il proprio compito – alcuni svolgendolo tutto sommato bene, come quelli della Prima Repubblica, altri fallendo su tutta la linea come quelli della Seconda – che sopravvivono solo come simulacri o società di mutuo soccorso per gruppi dirigenti in disarmo e che sono rifiutati a priori, qualsiasi sia la proposta offerta, dai cittadini elettori, che cercano ovunque, astensione compresa, la maniera di comunicare la propria radicale insoddisfazione.
Io sono d’accordo con Felice Besostri quando dice che “la sinistra deve ricostituirsi come area politica” ma anche “rispondere ad un popolo stremato e smarrito”.
Penso infatti che esista, in questi giorni bui di inizio secolo, un popolo, delle nuove “masse popolari” che ancora hanno bisogno di avere un punto di riferimento, un pensiero che si proponga come guida e che possa canalizzare idee ed energie.
C’è bisogno di una capacità di ascoltare, interpretare e proporre soluzioni alla richiesta di una nuova politica per indicare una via di uscita dalla crisi ed una prospettiva per milioni di cittadini.
Questa strada non deve essere inventata oggi, ci sono realizzazioni e non sogni politici nel nostro recente passato: è il caso dei sindaci “arancioni”, espressione di questo nuovo modo di fare politica a sinistra.
Marco Doria a Genova - come prima di lui Giuliano Pisapia a Milano o Massimo Zedda a Cagliari - ha anteposto al calcolo dei “rapporti di debolezza” fra le varie oligarchie interne ed esterne al PD ed ai micropartiti la definizione di un chiaro profilo politico segnato dalla propria storia personale, di outsider politico non partitico, prima ancora che da una proposta programmatica. “Non dobbiamo inventare nulla, dobbiamo leggere ciò che è già scritto” è stata la vera bussola politica delle campagne elettorali vincenti degli outsider di sinistra da un anno a questa parte: hanno capito che un “popolo della sinistra”, un partito-movimento che discute e sceglie la politica attraverso le vie che trova a disposizione, dal voto alle primarie alla partecipazione a iniziative di scopo o tematiche, esiste già, sta imparando a riconoscersi ed a trovarsi senza farsi condizionare dalle strutture dei partiti, dalle tattiche incomprensibili e perfino dallo strapotere economico assicurato dalle leggi sul finanziamento pubblico ai partiti e dalla legge elettorale che sostituisce la nomina all’elezione.
Posso dire qualcosa in più, ovviamente sull’esperienza di Milano. Pisapia ha rivendicato fin dal primo momento una continuità con la storia della sinistra milanese e quindi con il socialismo municipale, sia attraverso atti simbolici come la partecipazione all’annuale raduno socialista di Volpedo sia soprattutto attraverso atti politici, quali il recupero delle buone pratiche di confronto con la società milanese nelle sue diverse articolazioni associative e, soprattutto, ritrovando lungo vecchi sentieri abbandonati da anni una classe dirigente politica e cittadine che era stata dimenticata. La grande abilità di Pisapia è stata quella di impedire che questa fosse un’operazione nostalgia o di rinverdire vecchi rancori, ma fosse una riscoperta di un’antica “scuola” che è in grado ancora di produrre risultati apprezzabili sul piano delle idee.
E’ così che Pisapia politico di sinistra non partitico ha suscitato un’alleanza “mitterandiana”, (confermata dallo slogan della campagna “La forza gentile” che richiama la “forza tranquilla” di Seguela per il primo Mitterand) basata su un “gauchismo” creativo e propositivo ed un riformismo meneghino pragmatico ed inclusivo, che prima ha battuto quel che resta del progetto degli eredi della sinistra DC e del PCI, poi ne ha lanciato uno di speranza inclusivo.
Quello che Giuliano ed i suoi collaboratori hanno fatto a Milano è stato recuperare un metodo di analisi e di lavoro, ingaggiare una battaglia politica “interna” attraverso le primarie che ha permesso di recuperare un rapporto straordinario con il proprio “popolo” ed infine confrontarsi con l’avversario politico su un piano di governo della città: esattamente quello che i vecchi partiti della sinistra, con le loro vecchie classi dirigenti impegnate nello studio e nel confronto prima che nell’apparire in televisione hanno fatto per anni, con risultati a volte negativi ma più spesso positivi.
Ma l’arancione di Pisapia colora una precisa scelta politica, quella di un rinnovato municipalismo che aveva come riferimento le esperienze dei sindaci socialisti e riformisti di Milano la cui essenza era, come diceva il sindaco Caldara, nel riconoscimento che il Comune, nel rapporto con lo Stato, fosse come la cellula nel corpo umano e che la forza della cellula derivava prevalentemente dalla sua capacità autonoma di fornire servizi pubblici. In questo l’assonanza con le tesi di don Sturzo e del federalismo cattolico liberale sono molto strette: un altro segnale politico di “ritorno”, pensando all’apporto significativo dato al cambiamento a Milano dal cardinale Tettamanzi ovvero allo straordinario “scambio” dialettico tra il sindaco Pisapia e papa Benedetto XVI a Milano in occasione dell’incontro mondiale delle famiglie.
Oggi le mutate condizioni socio-economiche richiedono forti innovazioni nel rapporto cittadini/amministrazioni pubbliche.
A Milano abbiamo incominciato a individuarle e soprattutto a praticarle, contribuendo a definire un nuovo modo di organizzare la democrazia e la partecipazione, avendo però ben chiaro l’obiettivo di ridare al Comune quel ruolo originario espropriato prima dal fascismo e poi, nella seconda metà del secolo scorso, dal crescente centralismo fiscale. Un obiettivo che non può essere conseguito solo localmente ma ha bisogno di una nuova politica nazionale.
Il movimento arancione, la “buona politica” che tutti assieme, travolgendo inutili steccati partitici, abbiamo contribuito a mettere in motto deve misurarsi con una realtà difficile e complessa come l’amministrazione di Milano, con un orizzonte proiettato sul ciclo di un quinquennio che non può essere condizionato dall’esasperazione quotidiana della verifica del livello del consenso; al tempo stesso però l’esperienza milanese è già un importante riferimento, direi quasi un indispensabile punto di ancoraggio e di speranza per l’intero Paese, quasi senza distinzione di campo politico. I tempi della politica “nazionale” non sono quelli dell’amministrazione, i rischi di una deriva del nostro Paese ai margini dell’Europa sono reali.
Non vi propongo di colorare tutti le nostre bandiere di arancione né di dare come qualcuno pensa, un nuovo nome alla “ditta” chiamandola magari “Lista Civica”.
Ma voglio farvi notare più semplicemente che l’area politica della sinistra nelle città ha trovato questa sua autorappresentazione anche simbolicamente innovativa.
Non ha molta importanza se questa simbologia riuscirà o meno ad andare oltre i confini delle aree urbane del Nord nelle quali si è sviluppata, quello che veramente conta è se la lezione, il metodo di ascolto, verifica, partecipazione e proposta, che viene dal movimento arancione riuscirà ad essere il lievito di una nuova politica di una sinistra italiana che ha un popolo ma non un suo “governo”.
Arance come falci, martelli e libri possono essere elementi di un quadro di natura morta che trova il suo giusto albergo in un museo oppure la bandiera di una politica, di un movimento, di una nuova storia che noi, nel nostro cuore, chiameremo sempre “socialismo”.

Franco D’Alfonso

Di Franco d'Alfonso

Il bilancio di un anno di giunta Pisapia a Milano può essere fatto sotto diversi aspetti politici, amministrativi, sociali, confermando con questo la singolarità e l’originalità dell’esperienza del “sindaco arancione”, oggetto di analisi perfino da parte dello staff di Hollande nella fase di preparazione della campagna elettorale.
Ma più che da molte parole, che pure sono necessarie e per le quali non mancano occasioni, a me pare che la sintesi politica migliore si possa cogliere nella prima giornata di presenza di Papa Ratzinger a Milano, nello straordinario confronto fra il discorso di Giuliano Pisapia in piazza Duomo e la vera e propria risposta del Pontefice al Teatro alla Scala.
Il sindaco ha porto la mano della comunità civica milanese, con le sue complessità, i suoi problemi e le sue diversità, portando a esempio il lavoro di quest’ultimo anno a Milano, con una collaborazione tra persone e istituzioni che, senza nascondere le differenze, ritrova nel concetto di bene comune il minimo comune multiplo che ha già permesso un radicale cambio di clima in città; papa Benedetto XVI ha colto con l’esempio laico di Toscanini, nel suo ritrovare la “nostra Scala”, il senso del civismo milanese accompagnandolo al sofferto e bellissimo appello al “Dio vicino di cui abbiamo bisogno” per ricostruire un cammino di speranza per tutti, come avvenne nel ’46.
Come tante volte abbiamo detto, Giuliano Pisapia ha aperto a Milano una nuova stagione di collaborazione fra riformismo laico e cattolico, relegando ai margini l’inconcludente mix tra radical chic novisti ed estremismo parolaio diventato malattia senile della sinistra, nella lucida convinzione che i periodi di crescita, sviluppo e innovazione della nostra città hanno sempre coinciso con questa situazione politica e culturale.
La Chiesa milanese ha colto la straordinaria occasione dell’evento mondiale della Famiglia per mettere platealmente al margine, con il massimo avallo possibile, la fazione fintamente sanfedista e baciapile che ha governato Milano e la Regione nell’ultimo ventennio, che ha prodotto solo una grottesca situazione di vizi privati e pubbliche finte virtù, tronfie dichiarazioni di facciata e una logica del massimo comun divisore per tutti tranne che per chi pensava alla privatizzazione del potere fino alle sue più minute manifestazioni.
È purtroppo inutile sperare che la politicamente inesistente opposizione in consiglio comunale capisca il messaggio fin troppo chiaro recapitato anche attraverso le scelte della regia del cerimoniale che, secondo i dettami di una scuola millenaria, non lascia mai niente al caso. I produttori di comunicati stampa sulle “mazzate a Milano” o gli utilizzatori di molte tonsille e poco cervello (politico, ovviamente) continueranno imperterriti a denunciare oltraggi e gaffes di Pisapia facendo finta di non capire che il riconoscimento reciproco di agire in ambiti diversi permette, come naturale in una comunità laica e rispettosa delle differenze di opinione e sensibilità, di rendere le differenti opinioni sul registro delle coppie di fatto un argomento minimo rispetto alla convergenza sul valore della famiglia e del nucleo convivente come cellula fondamentale del tessuto sociale.
Questo atteggiamento renderà ancora, purtroppo, l’assemblea del Consiglio comunale un luogo marginale e inutile, riducendolo a essere un problema di “gestione d’aula” e non di confronto politico, facendo mancare, colpevolmente, il possibile apporto che tradizionalmente i consiglieri comunali, soprattutto quelli di prima nomina, hanno dato nella sua gloriosa storia che vedeva già nel Settecento fra i suoi protagonisti i fratelli Verri e Cesare Beccaria, mica Masseroli o De Corato!
In un anno il mondo politico ed economico milanese è cambiato in maniera inaspettata e totale, così come quello nazionale e internazionale, ponendo nuovi e drammatici interrogative e urgenze. La “rivoluzione arancione” di Pisapia si è trovata a essere uno dei pochi punti fermi in un mare di incertezza che ha travolto tutto, dai partiti ai governi alle imprese e al mondo finanziario: si pensi al fatto che proprio nei giorni del Papa a Milano nella “curia” finanziaria delle Generali in piazza Cordusio si è consumato un altro “complotto” degno di Dan Brown i cui esiti ancora imprevedibili potranno influenzare anche drammaticamente la situazione del nostro Paese (solo per memoria, le Generali detengono più di 50 miliardi di euro del debito pubblico italiano…).
La grande soddisfazione per quello che è stato fatto in un anno deve lasciare subito il posto alla preoccupazione per il moltissimo che c’è ancora da fare a Milano, ma soprattutto per le nuove grandi responsabilità politiche che tanti al di fuori della nostra città, a partire dalla nostra Lombardia, stanno caricando, attraverso attestazioni di fiducia e attesa, sulle spalle del nostro Sindaco Giuliano Pisapia e sul movimento creatosi a Milano.
Prossima tappa, anzi “tappone dolomitico”, la Regione Lombardia, dove la formidabile imitazione di Crozza ha seppellito il presidente Formigoni con una risata prima e meglio della politica e della cronaca giudiziaria e di costume. Ma di questo avremo modo di riparlare.
 
Franco D’Alfonso
 
 

Moda a Milano
Ricco cartellone di iniziative culturali, promosse e organizzate dal Comune di Milano

Milano, 14 febbraio 2012 – è stata presentata oggi a Palazzo Marino, dall’assessore a Cultura, Moda, Design Stefano Boeri e dal Presidente della Camera Nazionale della Moda Italiana Mario Boselli, la Settimana della Moda Donna, che animerà la città dal 22 al 28 febbraio con sfilate ed eventi.

“Stiamo dando un segnale di grande attenzione alle politiche pubbliche e di sviluppo complessivo del sistema moda, che si conferma protagonista non solo del costume e della cultura, ma anche dell’economia di Milano, della Lombardia e del nostro Paese - ha dichiarato l’assessore Stefano Boeri -. Il primo risultato di questo rapporto nuovo tra il Comune di Milano e la Camera Nazionale della Moda è la nuova sede della Piazza d’Armi del Castello Sforzesco, che ci auguriamo diventi, per la moda, una sede permanente. E proprio al Castello, oltre che presso la Fashion House in piazzetta Liberty – ha proseguito l’assessore – abbiamo voluto organizzare lungo tutto l’arco della settimana un calendario di eventi che lega cultura, spettacolo e teatro, per approfondire il rapporto tra il mondo femminile e il costume”.

Questa edizione 2012 sarà affiancata da un ricco cartellone di iniziative culturali, promosse e organizzate dal Comune di Milano, per approfondire il collegamento tra moda, arte, cultura e spettacolo. Gli eventi proposti si svolgeranno al Castello Sforzesco e alla Fashion House in piazzetta Liberty, secondo il seguente programma:

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CASTELLO SFORZESCO
a cura di Comune di Milano e Camera Nazionale della Moda Italiana
22-28 febbraio

ATELIER E COLLEZIONI
Donne, Arte, Moda Design e fotografia: un itinerario tra collezioni storiche e creatività contemporanea

mercoledì 22 febbraio, ore 17.30
Sala Studio Bertarelli
CREATIVITÀ E RIGORE: LA PROGETTAZIONE AL FEMMINILE
Conversazione con Rina La Guardia, direttore della Biblioteca d’Arte e CASVA - Centro di Alti Studi sulle Arti Visive del Comune di Milano; Mariateresa Chirico, storico dell’arte; Patrizia Scarzella, architetto e docente di industrial design; Alessandra Cusatelli, designer.

giovedì 23 febbraio, ore 10.30
Museo di Arte Antica, sala XVII (ingresso con il biglietto del Museo)
LE STORIE DI GRISELDA
Osservazioni sugli abiti raffigurati nel ciclo di affreschi del castello di Roccabianca
La moda, gli accessori e i tessuti scelti per raccontare una delle novelle del Boccaccio a opera di Maestri lombardi intorno alla metà del Quattrocento.
Conversazione con Laura Basso, conservatore della Pinacoteca e Museo d’Arte Antica del Castello Sforzesco.

giovedì 23 febbraio, ore 18.00
Sala Studio Bertarelli
FOTOGRAFIA E MODA
Conversazione con Silvia Paoli, conservatore dell’ Archivio Fotografico; Giovanni Gastel, artista e fotografo; Toni Thorimbert, artista e fotografo; Gisella Borioli, giornalista, amministratore delegato di Superstudio Group

venerdì 24 febbraio, ore 17.30
Sala Weil Weiss
LA MODA A MILANO AGLI INIZI DEL CINQUECENTO IN UN MANOSCRITTO MINIATO DELLA BIBLIOTECA TRIVULZIANA.
Le dame milanesi ritratte per Francesco I di Francia da Giovanni Ambrogio Noceto
Conversazione con Isabella Fiorentini, direttore dell'Archivio Storico Civico e Biblioteca Trivulziana e Marzia Pontone, bibliotecaria paleografa dell'Archivio Storico Civico e Biblioteca Trivulziana.
In esposizione in sala il manoscritto di Giovanni Ambrogio Noceto, Ritratti di dame milanesi, 1518, Codice trivulziano 2159.

sabato 25 febbraio, ore 13.30
Tensostruttura
COSTUMI DA OSCAR: PRISCILLA LA REGINA DEL DESERTO
Sfilata di una selezione dei costumi del musical ispirato al celebre film, in scena al Teatro Ciak Webank, produzione MAS – Music Arte & Show

sabato 25 febbraio, ore 17.30
Sala Studio Bertarelli
VESTIRSI A MILANO
Moda alla Bertarelli: dalle raffigurazioni di Cesare Vecellio “Habiti antichi, et moderni di tutto il mondo…” (1598) ai manifesti del XX secolo. Viaggio attraverso le immagini conservate presso la Raccolta: figurini, riviste di moda, costumi, manifesti. Una straordinaria testimonianza del costume e della moda attraverso i secoli.
Conversazione con Giovanna Mori, conservatore della Raccolta Civica delle Stampe Achille Bertarelli.

domenica 26 febbraio, ore 15.30
Sala Studio Bertarelli
COLLEZIONARE LA MODA.
La donazione di accessori Mangiameli per la raccolta di costumi del comune di Milano.
Conversazione con Alessia Schiavi, storica dell’arte

lunedì 27 febbraio, ore 15.30
Sala Studio Bertarelli
CANONI DI BELLEZZA: DAGLI ATELIER DI PITTURA ALLE SFILATE DI MODA
Conversazione con Maria Fratelli, Dirigente di Staff Direzione Settore Musei; Francesca Valli, coordinatore delle Raccolte Storiche dell’Accademia di Brera; Pietro Barbetta, psicoterapeuta, Centro Milanese di Terapia della Famiglia, Centro Isadora Duncan, docente Università degli Studi di Bergamo; Enrico Ferrari Ardicini, architetto regista.

lunedì 27 febbraio, ore 17.30
Sala Studio Bertarelli
ABITI DI CORTE
La moda “alla lombarda” del XV secolo nella Stampa Prevedari presso la raccolta Bertarelli.
Conversazione con Claudio Salsi, direttore Settore Musei

martedì 28 febbraio, ore 18.00
Tensostruttura
LEONARDO, DISEGNATORE DI COSTUMI E MACCHINE TESSILI
Maria Teresa Fiorio, storico dell’arte.
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PIAZZETTA LIBERTY
FASHION HOUSE
a cura di Mondadori e Comune di Milano
22-26 febbraio 2012
Ingresso libero fino a esaurimento posti

mercoledì 22 febbraio, ore 12.30
VALERIA MAGLI E LINA SOTIS
presentano lo spettacolo Soirée Sotis
al Teatro Elfo Puccini, dal 24 al 26 febbraio

mercoledì 22 febbraio, ore 19.30
Moriss e i PIC
PIC-Flash-Mob, a sorpresa con i veri mattatori del Milano Clown Festival

giovedì 23 febbraio, ore 12.30
ELISABETTA POZZI, EVA ROBIN’S E ALVIA REALE
presentano lo spettacolo Tutto Su Mia Madre dal film di Pedro Almodóvar
al Teatro Elfo Puccini, dal 21 febbraio al 4 marzo

giovedì 23 febbraio, ore 19.30
Michael Trautman (USA)
Compagnia Ufficiale Milano Clown Festival 2012

venerdì 24 febbraio, ore 12.30
MADDALENA CRIPPA
presenta lo spettacolo E Pensare Che C’era Il Pensiero di Giorgio Gaber e Sandro Luporini
al Tieffe Teatro Menotti, dal 21 febbraio al 4 marzo 2012

venerdì 24 febbraio, ore 20.30
Strange Comedy (USA/Canada)
Compagnia Ufficiale Milano Clown Festival 2012

sabato 25 febbraio, ore 20.00
Circo Oblak! (Italia)
Compagnia in gara nel Milano Clown Festival 2012




 

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Comunicati stampa
25/03/2015 23:31 - LAVORO AGILE. UNA GIORNATA SPECIALE IN 300 UFFICI DA MILANO A CATANIA
25/03/2015 23:30 - SALUTE. FARMACIE COMUNALI APERTE PER ESAMI GRATUITI AI MILANESI
25/03/2015 23:30 - AMBIENTE. IL COMUNE ADERISCE ALL’INIZIATIVA “EARTH HOUR”
23/03/2015 21:30 - CONSIGLIO COMUNALE. DIMEZZATO IL NUMERO DELLE BENEMERENZE CIVICHE
23/03/2015 21:29 - MILANO. PISAPIA: "GRAZIE A CHI MI HA ESPRESSO STIMA E APPREZZAMENTO"
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