Un'iniziativa di MMC
I principali dati del bilancio del Comune di Milano resi comprensibili ai cittadini
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Il Movimento Milano Civica (MMC), nato nel novembre 2011 per proseguire l'attività iniziata con la Lista MIlano Civica x Pisapia, distribuisce gratuitamente ai cittadini milanesi interessati un "Bilancio in Arancio", ossia un pratico opuscolo che consente di rendere comprensibili a tutti i principali dati del bilancio del Comune di Milano.
 

MMC dà così un primo esempio concreto dei suoi principi ispiratori di Competenza e di Trasparenza con un innovativo "strumento" per facilitare una partecipazione consapevole da parte dei cittadini alle delicate decisioni relative ai propri soldi e alla propria vita in città.
 

MMC, inoltre, completa questo lavoro con alcune spiegazioni competenti e (molto) trasparenti, utili per capire soprattutto cosa c'è dietro ai numeri stessi.
 

Puoi scaricare Bilancio in Arancio (allegato a questo articolo in formato pdf).
 

Per eventuali approfondimenti, potrai scaricare tutti i più recenti Bilanci Consuntivi ("Rendiconto") e Bilanci Previsionali del Comune di Milano a questo link.
 

Se vuoi partecipare anche tu al nostro Progetto di Trasparenza e di Partecipazione, contattaci a: redazione@movimentomilanocivica.it

Ti attendiamo!

di Claudio Conti
riflessioni e divagazioni

E' il 23 dicembre 1865: tra una settimana il Gabinetto La Marmora rassegnerà le dimissioni. Le recenti elezioni hanno ingrossato le fila dell'opposizione; il discorso della Corona che ha inaugurato la Nona Legislatura ha accennato alla questione romana, soffermandosi poi sulle gravi difficoltà causate dallo squilibrio finanziario, per riparare al quale il Governo si trova nella “dolorosa ma imprescindibile necessità di chiedere alla nazione nuovi sagrifici.”A Firenze, capitale provvisoria del Regno, di fronte alla Camera prende la parola il Ministro delle Finanze Quintino Sella.

Esordisce annunciando per l'anno in corso un disavanzo di 240 milioni, destinato a salire a 265 nel 1866. “Come si provvede al disavanzo?” si chiede il ministro. Anzitutto con i tagli di spesa: “economie,economie si grida da ogni lato e di ciò vi è a rallegrarsi”. Tuttavia, per scoraggiare facili illusioni, egli ha creduto opportuno dividere tutte le spese in due grandi categorie, le intangibili e le tangibili. Alla prima appartengono quelle che risultano da impegni già presi o che si stanno prendendo in virtù di leggi. Alla seconda quelle sulle quali, senza venire meno ad alcun impegno, è possibile una riduzione. Le prime sono rappresentate da 443 milioni, le seconde ammontano a 485; pertanto il 48% delle spese non si può toccare. Inoltre dai restanti 485 milioni bisogna sottrarne più di 60 riguardanti spese le quali per la loro natura sono un fattore diretto di entrata e che quindi non conviene ridurre per non eliminare contemporaneamente i proventi che da esse derivano. Restano in definitiva circa 430 milioni, dei quali 230 servono ai Ministeri della Guerra e della Marina, 200 alle altre amministrazioni.

Conclusione: non bastano i tagli alle spese per riequilibrare i conti del neonato Stato italiano. Allo stesso tempo non si può pensare di ricorrere a mezzi straordinari come prestiti o alienazioni di beni demaniali: questi infatti “forniscono pel momento il capitale di cui si abbisogna, ma si traducono
poi in aumento perpetuo di spesa o in diminuzione perpetua di entrate.
” Del resto, la strada già percorsa dall'Amministrazione in tale direzione è spaventosa, perché in soli 5 anni gli oneri dello Stato sono aumentati di 156 milioni, vale a dire al ritmo di circa 32 milioni all'anno. Quali aumenti d'altronde possono ottenersi rimaneggiando le imposte esistenti?

La fondiaria finche non si sia venuti ad una specie di perequazione non può essere toccata. La ricchezza mobile è già gravosissima e non si può pensare ad aumentarla […] Non potendo dunque contare sulle imposte dirette per accrescere le entrate, è d'uopo rivolgersi alle indirette. Vuoisi adunque cercare qualche altra imposta indiretta che possa dare un gran provento alle finanze. Una imposta di questo genere deve essere a base larga, imperocché quando si prendessero imposte le quali non vertano sopra oggetti di un grande consumo, dovrebbero essere troppo alte le tariffe e quindi troppo perturbatrici per dare un provento valevole. È di più assolutamente indispensabile che un dazio di questo genere si ripartisca equamente nelle varie Provincie del Regno, per modo che non possano le une dire alle altre : Di questa merce io ne consumo e voi no. Bisogna far sì che una imposta di questo genere non riesca di esosa riscossione. Ora, dopo averci lungamente pensato, non senza esitanza e con grande rincrescimento mio, imperocché, o signori, codesti uffici non si fanno volontieri, sono costretto a dirvi che credo trovare questi requisiti meglio che in qualunque altra imposta nella tassa sulla macinazione.” 

Fa in tal modo la sua apparizione nella nostra storia la famigerata tassa sul macinato (non da sola, per la verità, perché il Sella – al quale evidentemente non fa difetto la fantasia – ne presenta un'altra sulle porte e sulle finestre delle abitazioni, dalle quali si ripromette altri 25 milioni, oltre ai 100 procurati dal macinato).

Sono trascorsi poco meno di 150 anni da quel grigio pomeriggio invernale, ed un altro Governo – per tentare di rimediare ad uno scenario economico – finanziario che si presenta assai più fosco di quello del 1865 - annuncia proprio oggi (lunedì 5 dicembre 2011) al Paese nuove, gravose imposte che non prendono più di mira il pane, gli usci o gli infissi; bensì un altro bene primario dei cittadini: la casa.

Non è questa l'unica analogia. Allora come oggi complicità, corruzione e incompetenza formavano quella miscela esplosiva che paralizza il corretto funzionamento della cosa pubblica ed impedisce la maturazione di una sana democrazia. Ora si tratta di Finmeccanica, di opere pubbliche, di appalti, di banche ecc.: l'elenco potrebbe riempire un volume; allora si trattava di grandi imprese, opere pubbliche e appalti (le strade ferrate e Bastogi, la regia dei tabacchi, la Banca Romana ecc.: anche in questo caso l'elenco rischierebbe di essere interminabile). Perché annoiare gli amici della “Civica” con queste vecchie storie? Quale rilevanza possono avere per il nostro Movimento? Provo a dare qualche risposta.

Innanzi tutto, neppure oggi – di fronte ai provvedimenti annunciati – possiamo dire di avere raggiunto l'obiettivo di equità sociale: anche se è indubbio che dal 1865 molta strada sia stata fatta ed alcune gravissime piaghe siano state cicatrizzate e rimosse dal tessuto sociale. Una circostanza, quella dell'obiettivo mancato, che nessun movimento politico, per quanto geograficamente e fattualmente ristretto appaia il suo orizzonte, può permettersi di ignorare. In secondo luogo, un movimento politico degno di questo nome deve disporre, tra l'altro, di una capacità elaborativa adeguata che consenta di prevedere scenari attendibili e probabili percorsi evolutivi. Quali conseguenze potrà avere un aumento violento della fiscalità sulla seconda casa, oltre che per le tasche dei cittadini, anche per l'edilizia – alla quale negli anni '50 e '60 toccava stabilmente il ruolo di trascinatrice della ripresa economica? Per tacere degli aumenti sulla prima casa … E che sarà del valore delle proprietà immobiliari, che per gran parte del ceto medio costituiscono il core asset, il pegno per eccellenza da offrire alle banche?

Provo a seguire un altro percorso. Tra pochi giorni, come sappiamo, si svolgerà un'asta cruciale per le sorti della nostra città. Ci è stato spiegato quali sarebbero le conseguenze di uno sforamento del patto di stabilità: limiti agli impegni di spesa corrente, blocco del ricorso all'indebitamento, blocco delle assunzioni, riduzione dei trasferimenti erariali e una riduzione del 30 per cento degli emolumenti degli amministratori, e non è difficile immaginare quale potrebbe essere la ricaduta che da tutto ciò deriverebbe per la qualità dei servizi, e, più in generale, della vita dei cittadini. In contesti critici e potenzialmente drammatici, come quello che ci attende nei prossimi tre anni, ciò che è veramente cruciale per un movimento politico che non si riduca a cassa di risonanza per un soggetto “terzo” (un uomo politico, una coalizione, una amministrazione) è la sua capacità di leadership, la quale da un lato implica la capacità di leggere all'interno del disagio dell'elettorato, e dall'altro quella di anticipare correttamente la trasformazione ed il corso degli eventi, in modo che sia possibile trovare soluzioni - all'impiego delle scarse risorse pubbliche - capaci tuttavia di rispondere oggettivamente a criteri di equità e di ottimizzazione.

A proposito di “disagio”: sento montare attorno a me, da parte delle persone che ho cercato di accostare – almeno empaticamente – al nostro Movimento, un malumore che sta degenerando in vera e propria irritazione. “Dove è la differenza rispetto a quelli di prima?”: questo è in sintesi il leitmotiv. Allo stesso tempo mi è capitato assai di recente di prendere parte ad eventi pubblici di rilievo, aperti alla cittadinanza, per i quali era atteso anche l'intervento degli amministratori competenti. Questi per la verità si sono fatti vedere, salvo eclissarsi dopo breve tempo – certamente perché troppo carichi di impegni … In tal modo però si è determinato un vuoto politico del quale si sono facilmente avvantaggiate, almeno in taluni casi, alcune espressioni e formazioni del vecchio modo di fare politica. Aggiungo che in molte circostanze recenti ho personalmente avuto l'impressione che sia mancato il coraggio di “dire del tutto la verità”, di spiegare cioè con franchezza ed onestà alla cittadinanza il reale sistema di vincoli entro il quale la Giunta è costretta a muoversi. Del resto, cosa sono franchezza ed onestà se non il senso profondo di “trasparenza”? Questo coraggio invece non deve mancare al nostro Movimento, proprio perché esso è molto di più, sia per i suoi ideali che per il valore oggettivo delle persone che ne fanno parte, di una “cinghia di trasmissione” …

Quanto alla capacità elaborativa, essa non può a mio giudizio costituire una prerogativa del Comitato Direttivo, al quale a mio giudizio spetta il non facile compito di fare sì che tutto ciò accada, vale a dire di “prendere per mano” la crescita forte ed ordinata del nostro Movimento. Tale capacità deve essere garantita dai gruppi di lavoro, le cui attività debbono subire una accelerazione considerevole (siamo ormai alle soglie del 2012!), perché i risultati possano essere entro breve sottoposti al vaglio dell'Assemblea, ed utilizzati prima che il corso degli avvenimenti, e l'insieme delle drammatiche variabili “esogene” che ci circondano, li renda obsoleti.
Riassumo tutto quanto ho scritto:

- lo scenario è diventato più fosco

- la luna di miele con l'elettorato è finita

- la Giunta attraversa un momento estremamente delicato

- dobbiamo costituirci come un punto di riferimento essenziale per l'elettorato che ha votato Pisapia

- a tal fine è indispensabile che diventiamo quanto prima interlocutori pubblici e protagonisti, capaci da un lato di porre l'amministrazione di fronte alle proprie contraddizioni, se necessario, e dall'altro, di garantire la circolazione all'esterno di una informazione esauriente e veridica 

- infine dobbiamo essere capaci di elaborare soluzioni. Altrimenti: a che serviamo?

Una ultima questione, che in questa sede sollevo come socio del Movimento e non come membro del Comitato dei Garanti. Nel corso dell'ultima Assemblea, dopo che quest'ultimo fu interpellato per una questione che non sto a ricordare, un socio del quale purtroppo non ricordo il nome, mi accostò dicendo: “I garanti debbono fare rispettare le regole, e non farle.” 

Confesso che questa frase mi ha tormentato per qualche giorno. Il suo autore infatti aveva a mio giudizio perfettamente ragione. Purtroppo a questo riguardo esiste un vuoto, che lo Statuto non basta a disciplinare, in quanto non si definiscono i criteri di eligibilità alla condizione di socio del Movimento, e neppure quali debbano essere i suoi comportamenti in quanto tale. 

Questo vuoto deve essere colmato, a meno di accettare che il Comitato decida sulla base di un imprecisato “buon senso”.

Vi è infine una ultima questione. Come agisce il Comitato? Al riguardo si danno evidentemente due possibilità:

- che il Comitato assuma un ruolo attivo, preoccupandosi che le regole – una volta codificate e ratificate dall'Assemblea – vengano rispettate;

- che viceversa il Comitato assuma un atteggiamento “dormiente”, in attesa di essere interpellato semplicemente come organo di riconciliazione in caso di tensioni o dissapori tra soci.

Non ho nessuna difficoltà a riconoscere, ben inteso come socio, di propendere per la prima lettura.

All'Assemblea il compito di decidere.

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