Passi avanti nella lotta alla criminalità
Creata una Commissione consiliare permanente

Nuovo passo avanti del Comune di Milano nell’attività di prevenzione e contrasto alla criminalità organizzata. Dopo il Consulta antimafia istituita dal Sindaco e composta da cinque esperti, è stata creata anche la Commissione consiliare permanente in materia di contrasto alla criminalità organizzata, composta da diciotto consiglieri, con la consulenza di dirigenti e funzionari, professionisti, associazioni di volontariato e di categoria.
Il nuovo organismo dovrà indirizzare l’Amministrazione comunale nella predisposizione di idonei e incisivi strumenti per contribuire alla prevenzione e al contrasto del radicamento delle associazioni di tipo mafioso. Nei confronti della cittadinanza, inoltre, la Commissione lavorerà per promuovere la cultura della legalità democratica e dell’antimafia “come elemento fondamentale per la crescita sociale, civile, economica di Milano e del Paese”.
In particolare, la Commissione contribuirà alla valorizzazione dei beni confiscati alle mafie, indicherà “regole, indirizzi, buone prassi” in relazione, tra l’altro, alle convenzioni attuative dei piani territoriali e urbanistici e alle concessioni d’uso di beni immobili, rivolgendo attenzione anche ai lavori in area Expo.
La Commissione, infine, sosterrà con iniziative concrete quanti – tra le Forze dell’Ordine, la magistratura, il giornalismo, il volontariato e l’associazionismo – combattono quotidianamente contro il potere criminale mafioso, promuoverà percorsi di formazione per amministratori pubblici e favorirà iniziative di educazione alla legalità, soprattutto nelle zone di Milano maggiormente colpite dal fenomeno mafioso. L’impegno istituzionale della Giunta e del Consiglio comunale è indubbio e deve essere valutato con estremo favore in questi primi mesi di gestione politica.
Tuttavia non dobbiamo e non possiamo fermarci a questo. La criminalità organizzata, come tutte le recenti e più raffinate indagini giuridico – sociologiche ci dicono, è fenomeno ramificato e diffuso a tutti livelli sociali e professionali e, soprattutto in questi ultimi tempi, si nasconde spesso sotto parvenze formali di legalità, cercando di compiere “nell’ombra” i propri affari. Si pensi, a solo titolo di esempio, la riconosciuta diffusione della criminalità organizzata nel mondo degli appalti pubblici e privati e nel mondo delle amministrazioni locali, come le recenti indagini giudiziarie hanno messo prepotentemente in luce.
Proprio per questa invasività del fenomeno occorre, ad avviso di chi scrive, che la tutela non si fermi a livello istituzionale, ma si radichi nel territorio, a qualsiasi livello della comunità sociale. Il fatto che siano state create tali commissioni comunali ad hoc è un buon inizio, ma non dobbiamo dimenticarci che l’educazione alla legalità e la conseguente lotta alla criminalità si compie nelle scuole con incontri formativi e informativi, nelle associazioni di categoria con l’adozione di prassi professionali virtuose, nei servizi sociali con la prevenzione e la tutela soggettiva di persone “a rischio”, insomma tra la società civile.
Solo con tale capillare azione preventiva e repressiva contro la criminalità organizzata si potrà davvero combattere il fenomeno “ad armi pari”, adeguandosi ai mutamenti strutturali della stessa e contribuendo davvero a una crescita civile della nostra Città.

di Ilaria Li Vigni








 

Fatti e misfatti
La corruzione nella "capitale morale" ha raggiunto livelli inquietanti

Leggendo tristemente la cronaca di questi ultimi mesi si ha la dolorosa impressione che la quantità dei reati di corruzione e il numero dei corrotti e dei concussi sia un inarrestabile crescendo. Una sensazione condivisa probabilmente anche dal Presidente della Repubblica tanto da indurlo a richiamarci a comportamenti di maggior onestà, ormai quasi quotidianamente.
Quando la corruzione raggiunge i livelli che ha raggiunto anche nella cosiddetta “capitale morale” – definizione di Milano oggetto ormai di aperto scherno – la questione non tocca solo la magistratura giudicante ma incide profondamente nel processo di disgregazione della società. Ormai rischiamo di essere travolti tutti dalla sindrome del corrotto della porta accanto e sedersi a tavola senza conoscere tutti i convitati e i rispettivi antenati, le loro mogli o compagne, i figli può riservare delle amare sorprese: anche così il sospetto è dietro l’angolo. Come si fa a convivere col sospetto e col sospetto come guida della propria vita?
Da quando siamo diventati così? E soprattutto così si può andare avanti? Se dovessi elencare quali siano a mio giudizio i maggiori danni, a prescindere da quelli economici che possiamo addebitare alla corruzione, ne indicherei, oltre ai danni sociali cui ho accennato, quelli provocati alla “governance” delle aziende, pubbliche in particolare. La corruzione mina alla base qualunque autorevolezza nella direzione di enti o aziende e legittima in cascata comportamenti anche solo scorretti o parassitari. Il male è diffuso e non passeggero e non penso che per guarirne basti affidarsi solo a un avvicendamento generazionale.
Come venirne fuori non so ma certo non trasformandoci in semplici delatori o rinchiudendoci in noi, intenti solo a mantenere personalmente rigore morale. Lottare, dunque, e sono sicuro che tutti sappiamo come, e tanti già lo fanno ma forse ancora pochi. Non credo invece che sia utile l’atteggiamento fatalista, quello che ad esempio si ha nei confronti della classe politica, dei partiti e della politica in genere, anche se dalla politica arrivano i peggiori esempi. Ciò che però infastidisce di più nei discorsi che lorsignori fanno quando si tratta di corruzione, sono la chiamata di correo di craxiana memoria o l’invito, tratto dal Vangelo ma in un’accezione poco cristiana, di pensare alla trave nel proprio occhio e non all’altrui pagliuzza.
Per questa ragione anche se capisco la foga del dibattito, quando il sindaco Pisapia l’altro ieri in Consiglio comunale, di fronte alle contestazioni dei membri dell’opposizione sulla vicenda SEA, li ha invitati a guardare ai loro colleghi della maggioranza in Regione e alle relative vicende giudiziarie, ho avuto un attimo di perplessità: anche lui caduto nella trappola della provocazione dialettica? Questo modo di fare, che rozzamente potremo definire relativista, legittima la reazione antirelativista di tipo manicheo che pervade la parte più intransigente e fondamentalista della Chiesa Cattolica e di chi a lei fa riferimento – magari solo a scopo elettorale – la parte più reazionaria della quale faremmo volentieri a meno.
La morale pubblica è un valore in sé, anche per i laici non relativizzabile e che non si misura sui comportamenti dei propri avversari. Finché continueremo a farlo non sarà un buon servizio alla nostra società.
 
Luca Beltrami Gadola
 
 
 

 
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Un problema sociale
Quelle che colpiscono anziani o ammalati sono le più frequenti

Le recenti notizie di cronaca, sia locale sia nazionale, hanno messo in risalto una problematica molto frequente, soprattutto nelle grandi città: le “truffe” a soggetti deboli, in particolar modo anziani o ammalati. Si tratta di banali approfittamenti o sotterfugi che avvengono prevalentemente all’interno delle mura domestiche e che portano gli autori della truffa a far credere alla “vittima” di detenere qualche particolare qualifica di pubblica utilità (addetto a servizi essenziali, quali elettricità, telefonia o riscaldamento) ovvero proponendo qualche fantomatica operazione commerciale, così inducendo la persona a corrispondere una somma di denaro, più o meno ingente, per una prestazione in realtà mai eseguita.
I mezzi di informazione, in particolare la televisione (notevole è stato, in questo senso, l’apporto civico che hanno fornito negli anni programmi televisivi quali “Striscia La Notizia”) hanno messo in risalto le modalità più comuni con cui vengono commesse queste truffe. Non le ripetiamo: ne sono pieni i vademecum delle forze dell’ordine e dei servizi sociali, che, tuttavia, stante l’ampiezza e la costante crescita del fenomeno, evidentemente non sembrano sortire l’effetto sperato.
Infatti, la vera prevenzione di tale deleteri comportamenti – ancor più disdicevoli in quanto colpiscono la persona nella sua debolezza – è mantenere vivo e accrescere il contatto sociale fra i cittadini. Parliamoci chiaro, troppo spesso questi fenomeni si annidano laddove c’è solitudine estrema, mancanza di confronto e di fiducia in se stesso da parte del “soggetto debole”, si tratti di un anziano, di un ammalato, di un emarginato o di persona che, per qualsiasi ragione, vive un periodo di particolare difficoltà. E la truffa subìta accentua questo stato di disagio, facendo perdere nella “vittima del reato” qualsiasi tipo di autostima personale e di capacità di autonomia quotidiana.
Solo parlando, facendosi raccontare la vita del vicino di casa come del genitore o dell’amico, si potrà avere il sentore di comportamenti commessi da altri in suo danno e prestargli il dovuto soccorso. Ovviamente i consigli di “sano buon senso” debbono essere ripetuti e devono fare parte della prassi comportamentale quotidiana (non aprire la porta a sconosciuti, farsi mostrare sempre un tesserino di riconoscimento da chi afferma ricoprire un determinato pubblico servizio, telefonare subito a un parente o amico in caso di “strana percezione” dell’interlocutore), ma possono essere solo un corollario di un problema che va risolto a monte.
Infatti, dove vi sono persone sole e senza una capacità argomentativa autonoma, è concreto il rischio che questi “consigli pratici” vengano poi disattesi nell’emergenza del momento, di fronte a una richiesta particolare o a una situazione che si ritiene di assoluta urgenza. È proprio per questa ragione che è davvero fondamentale il ruolo che, soprattutto nelle grandi città quali Milano, possono svolgere i servizi sociali, sia pubblici sia nelle varie forme dell’associazionismo privato.
Un impegno capillare sul territorio, infatti, può permettere di conoscere le situazioni di particolare disagio e aiutarle concretamente nelle problematiche quotidiane. Sono molti gli esempi virtuosi, anche nella nostra città, soprattutto nelle periferie: pensiamo ai servizi di assistenza sociale comunale (pur con qualche pecca dovuta alla carenza di organico e di aggiornamento), all’associazionismo laico e cattolico che agisce nell’ombra.
L’attenzione della nuova Giunta a tale aspetto problematico metropolitano induce a ben sperare, nella assoluta convinzione che la creazione di un tessuto sociale omogeneo e coeso serva, molto di più di tanti vademecum sbandierati, a cercare di risolvere l’odioso problema di cui si è trattato. Impegnamoci tutti, nella nostra quotidianità, fatta di condominio, di lavoro, di amicizie, di “vita” a che sempre meno persone si sentano e siano effettivamente “sole”, fisicamente e moralmente e contribuiremo, nel nostro piccolo, a fornire un apporto di civiltà per il bene di tutti.

di Ilaria Li Vigni

Per combattere la penetrazione mafiosa istitutito uno strumento efficente

Milano, 23 gennaio 2012 – Nuovo passo avanti del Comune di Milano nell’attività di prevenzione e contrasto alla criminalità organizzata. Dopo il Comitato antimafia istituito dal Sindaco Giuliano Pisapia e composto da cinque esperti (Nando dalla Chiesa, Umberto Ambrosoli, Luca Beltrami Gadola, Maurizio Grigo, Giuliano Turone), nasce oggi a Palazzo Marino la Commissione consiliare permanente.
Con 28 voti a favore, 8 astenuti e nessun contrario il Consiglio comunale ha approvato la costituzione della Commissione, definendone anche le funzioni di “studio e promozione di azioni amministrative”. Il nuovo organismo, infatti, dovrà indirizzare l’Amministrazione comunale nella predisposizione di “idonei e incisivi strumenti” per contribuire alla prevenzione e al contrasto del radicamento delle associazioni di tipo mafioso. Nei confronti della cittadinanza, inoltre, la Commissione lavorerà per promuovere la cultura della legalità democratica e dell’antimafia ”come elemento fondamentale per la crescita sociale, civile, economica di Milano e del Paese”.
La Commissione collaborerà con il Consiglio Regionale e con quello della Provincia oltre alle altre commissioni permanenti del Comune.
In particolare, la Commissione contribuirà alla valorizzazione dei beni confiscati alle mafie, indicherà “regole, indirizzi, buone prassi” in relazione, tra l’altro, alle convenzioni attuative dei piani territoriali e urbanistici e alle concessioni d’uso di beni immobili, rivolgendo attenzione anche ai lavori in area Expo.
È prevista anche la possibilità di proporre convenzioni e protocolli d’intesa con Prefettura, Camera di Commercio, pubbliche Amministrazioni, ordini professionali, sindacati, enti e associazioni (come Consob, Assimpredil, Assolombarda, Unione del Commercio) per la raccolta di dati utili nella lotta al riciclaggio e per la creazione di fondi e sportelli di sostegno alle vittime del racket, dell’usura, di minacce o atti intimidatori.
La Commissione, infine, sosterrà con iniziative concrete quanti - tra le Forze dell’Ordine, la magistratura, il giornalismo, il volontariato e l’associazionismo - combattono quotidianamente contro il potere criminale mafioso, promuoverà percorsi di formazione per amministratori pubblici e favorirà iniziative di educazione alla legalità, soprattutto nelle zone di Milano maggiormente colpite dal fenomeno mafioso.
 La Commissione, composta da 18 consiglieri, si avvarrà dell’esperienza di dirigenti e funzionari, professionisti, associazioni di volontariato e di categoria. La delibera è immediatamente eseguibile.

Appalti e legalità
La rincorsa senza fine al prezzo più basso porta una diminuzione di tutela per le categorie più deboli

La tematica degli appalti pubblici sino a qualche anno fa era appannaggio di pochi settori, in primis quello dell’edilizia.
Negli ultimi anni, invece, l'appalto è una forma contrattuale molto utilizzata in varie attività, sia pubbliche sia private.
Il motivo di tale espansione risiede nell'abbattimento dei costi di qualsiasi opera: la Pubblica Amministrazione amplia la sfera degli appalti per fare fronte alla crisi della finanza pubblica, le aziende utilizzano l'appalto come leva per spiazzare la concorrenza, essendo venuta meno da tempo la norma che imponeva per l'appalto la parità dei costi.
Motivazioni più nobili per giustificare il ricorso all'appalto, quale la ricerca di imprese e fornitori altamente specializzati e qualificati, trovano riscontro in un numero marginale di casi.
Se dunque il presupposto è la riduzione dei costi – e l'appalto agisce sul costo del lavoro - ciò a cui si assiste è la rincorsa senza fine al prezzo più basso e ciò rappresenta un grande rischio di diminuzione di tutela per le categorie più deboli del circuito produttivo, in particolare i giovani, le donne ed i cittadini migranti.
Proprio per questa permeabilità all'illegalità, il mercato degli appalti è un terreno particolarmente fertile per quei soggetti criminosi legati molto spesso alle organizzazioni criminali, italiane e straniere.
Il 31 luglio 2009 è stato sottoscritto un protocollo di intesa per la tutela della legalità nel settore degli appalti di lavori pubblici tra la Prefettura di Milano, la Regione Lombardia e le associazioni edili di categoria: un buon punto di inizio per mantenere viva l’attenzione in questo complesso circuito produttivo.
Ma si deve fare molto di più.
La nuova Giunta di Milano ha messo al centro della propria attività la trasparenza in materia di appalti pubblici: tale principio ha improntato la campagna elettorale del Sindaco ed i primi mesi del governo della città, con particolare riferimento ai cantieri relativi ad Expo 2015 che hanno posto e pongono tuttora complesse problematiche di legalità e trasparenza.
Vi sono poi delle questioni pratiche che, ad avviso di chi scrive, non devono essere dimenticate –e che vanno di pari passo con l’accennata questione della legalità-, in primis la velocità di esecuzione dell’opera, elemento fondamentale in una città come Milano per contemperare interessi confliggenti e per non danneggiare la cittadinanza.
Ad esempio, negli appalti di lavori pubblici legati alla mobilità (arredo urbano, lavori stradali, piste ciclabili, pedonalizzazioni, ecc.) deve essere mutata la clausola che prevede una durata commisurata all’entità dei lavori, dovendosi invece privilegiare la rapidità dell’esecuzione e la relativa disponibilità dell’impresa.
Va anche velocizzata la fase di spostamento dei sottoservizi, che dipendendo da altre aziende (acqua, gas, telefono, cavi elettrici, fognature) è quella più lenta.
Il sistema attuale consente alle imprese di dedicare poco personale ai cantieri, favorendo aziende di piccole dimensioni e frastagliando le attività: appalti con tempi più brevi di esecuzione e con maggiore personale presente contemporaneamente nei cantieri favorirebbero una esecuzione veloce e trasparente dei lavori in città.
Più facile a dirsi che a farsi, ma occorre lavorare tutti insieme affinchè un ambito operativo così complesso sia elemento di crescita per la nostra Milano e non di infiltrazione di sacche di illegalità e di malcostume.

Ilaria Li Vigni

Altro che Padania Felix!
L'editoriale di Luca Beltrami Gadola uscito su arcipelagomilano.org

L’operazione antimafia, in codice chiamata “infinito”, con la sentenza emessa nell’aula bunker di Ponte Lambro ha scritto la più recente ma non l’ultima parola sulle infiltrazioni mafiose nel Nord Italia e dunque anche nella “Padania felix”, patria adottiva della Lega. Proprio la Lega, nell’intento di favorire i piccoli Comuni di questa Padania e consentir loro meglio di favorire le imprese edili locali proteggendole dalla concorrenza esterna, soprattutto dal sud, ha premuto in sede parlamentare perché nell’incredibile calderone del Decreto sviluppo13 maggio 2011, n. 70,si prevedesse anche che le soglie degli appalti fatti con la “procedura negoziata” fossero enormemente alzati e con questo facendo un involontario favore alla mafia.
Il ministro degli interni di allora, Maroni, che tanto si è vantato dei suoi successi nella lotta al crimine organizzato, avrebbe dovuto fare più attenzione a quel che faceva il collega Tremonti con i suoi decreti. Mi spiego.

 Capo primo. Le norme di legge che il nostro Paese si è dato in materia di appalto pubblico sono le peggiori al mondo, sono il succedersi di troppi provvedimenti, scritti male, contradditori tra di loro, d’inutile complessità e soprattutto inefficaci a contrastare il malaffare nell’appalto pubblico, con o senza mafia e camorra. Tra le (troppe) procedure di affidamento di lavori alle imprese ve n’è una, quella che va sotto il titolo di procedura negoziata, che consente a chi appalta la quasi totale discrezionalità nella scelta dell’impresa cui affidare i lavori: l’appaltante – un Comune in genere – sceglie chi invitare alle gare di appalto – oggi almeno 5 imprese per importi inferiori a 500.000 euro e almeno 10 per importi maggiori e non ha più il limite prima esistente di 1.000.000 di euro per questo tipo di gara, soglie alzate dunque a questo livello proprio dal recente Decreto Sviluppo. Che ci fosse qualcosa di “peculiare” in questo tipo di gara l’aveva capito da tempo l’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici, osservando che il ricorso alla procedura negoziata senza bando – la più opaca – già nel 2009 era aumentato del 33,4%. Un caso? No. Un segnale al qual fare attenzione.

 Capo secondo. Anche di recente un autorevole magistrato aveva spiegato durante una trasmissione televisiva – “Le storie – diario italiano” di Corrado Augias su Rai 3 – che per la mafia impossessarsi dei Comuni – piccoli e meno piccoli – non è difficile perché basta controllare pacchetti di voti anche modesti per determinare l’elezione di un sindaco e di conseguenza la formazione di un’intera giunta, che è poi quella che esprime l’assessore delegato alle opere pubbliche (ma anche altri assessori con importanti capitoli di spesa o decisori di destini urbanistici). Molti i casi noti moltissimi quelli da scoprire. Se mettiamo assieme capo primo e capo secondo il gioco mafioso è fatto: amministrazioni controllale libere di fare quel che vogliono nell’assegnazione di appalti ora anche di grande valore e dunque più ambiti. Un bel regalo.

Arriviamo al Capo terzo. Ma di cosa è fatta la lotta alla mafia oltreché di coscienza e cultura della legalità? Di contrasto sul piano investigativo, di attività polizia, d’impegno giudiziario ma anche di protezione e tutela delle istituzioni, rimuovendo tutte quelle norme che sono altrettanti varchi per l’infiltrazione mafiosa: il caso del Decreto Sviluppo con la sua incidenza sul Codice degli appalti, sulla legislazione esistente e quella in fieri, mai esaminata dal punto di vista della lotta alla mafia o addirittura in contrasto con questa finalità – vedi questione intercettazioni e ossequio strumentale alle norme sulla privacy – è esemplare; è il caso più recente, temo non l’ultimo tra i moltissimi.
Quanto alla Lega e ai suoi incauti ex ministri, cosa dobbiamo dire? Erano come i ragazzi che girano con le cuffiette dell’iPod; per loro musica metal, rok o pop, per i leghisti un solo breve ritornello sull’aria di Va pensiero che ripete “…. federalismo fiscale, Padania e secessione ….”. I ragazzi inciampano per strada e rischiano di essere investiti, la Lega inciampa sulla mafia e rischia di esserne travolta anche nei Comuni che più le stanno a cuore. Oggi non è più al governo ma fa risse parlamentari per avere visibilità elettorale: cambia la posizione ma la testa resta sempre quella.


Luca Beltrami Gadola

di Ilaria Li Vigni
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La vivibilità è un bene comune fondamentale e, soprattutto nei tempi che stiamo vivendo, i modelli di efficienza e di sostenibilità che invidiamo a molte città europee devono essere un punto di partenza anche per la nostra Milano

Viviamo nel traffico, sempre più congestionato e debordante: il prezzo che paghiamo costantemente in termini sociali e ambientali è altissimo.

Il traffico è un rallentatore economico, è un freno alle dinamiche della viabilità che rallenta ogni scambio che presuppone uno spostamento.

E' un ostacolo allo sviluppo turistico e nondimeno uno dei principali indici che determinano, in negativo, la qualità della vita in città.

Strettamente connesso con il problema del traffico vi è quello della sua gestione da parte dell’”utente della strada”, ovvero della sicurezza stradale, divenuto di stringente attualità, ma che sempre ha coinvolto le nostre città, soprattutto quelle di maggiori dimensioni: gli esempi drammatici di questi giorni sono la “punta di un iceberg”, ma non rappresentano altro che la triste quotidianità della viabilità in una grande città come Milano.

Ritengo che la problematica della sicurezza stradale sia logicamente collegata con quella della legalità, da intendersi nelle piccole cose, nel concreto della nostra vita quotidiana e del civismo, da intendersi quale una visione della vita politica alternativa al sistema dei partiti che si propone di unire gli abitanti di una collettività intorno ai valori positivi della vita associata, aggregando individui che, provenienti da diversi ambiti sociali, collaborano per raggiungere un obiettivo comune legato alla tutela ed alla gestione dei beni appartenenti alla stessa comunità.


Possiamo individuare alcuni “comportamenti non corretti” dei cittadini nella gestione degli spazi pubblici, che non costituiscono nella maggior parte dei casi illeciti penali, ma lambiscono una sfera di illegalità diffusa purtroppo sempre più presente nelle nostre città e che fornisce il substrato per le forme di criminalità c.d. “tradizionale”.


Ne sono esempi:

1) uso indiscriminato delle corsie preferenziali, nel centro cittadino, anche da parte di chi non ne ha alcun titolo: si pensi alla scandalosa prassi dei “falsi permessi invalidi” o all’utilizzo indebito di tale documentazione autorizzativa;

2) mancato pagamento dei titoli di viaggio sui mezzi pubblici: fanno riflettere, a tal proposito, le statistiche dell’ATM che ci riferisce che circa il 25% degli utenti sui mezzi di superficie a Milano non sono in regola con il titolo di viaggio;

3) diffusa indisciplina degli utenti della strada: si pensi all’eccesso di velocità sulle strade cittadine, in particolare sulle circonvallazioni, ai parcheggi “selvaggi”, soprattutto nelle serate di venerdì e sabato nelle zone della “vita notturna”.

Il rispetto delle regole da parte del cittadino si deve manifestare a cominciare dalle cose semplici, dai comportamenti quotidiani, dalle azioni di ogni giorno (indossare il casco sul motorino, non posteggiare l'auto fuori posto, non lasciare sporcare i marciapiedi al proprio cane, dare la precedenza al pedone che si accinge ad attraversare la strada sulle strisce), così fornendo effettivamente una prassi virtuosa su cui è possibile anche basare la lotta alle forme di criminalità vere e proprie.

Bisogna, infatti, far passare chiaro il messaggio che il rispetto delle regole sulla sicurezza stradale è tanto importante quanto l’osservanza di norme più complesse sulla civile convivenza (ad esempio, la normativa penale) e che le conseguenze di un mancato rispetto di queste regole possono davvero essere molto gravi.

La repressione da parte degli Organi di Pubblica Sicurezza è certamente un elemento importante nel rispetto di tale normativa, ma ritengo che davvero fondamentale sia pensare a forme efficace di prevenzione, unico vero strumento di tutela del bene giuridico vita ed integrità fisica dell’utente della strada.

Sempre nell’ottica del ruolo della scuola, quale fondamentale garante della prevenzione alla legalità, ritengo che i corsi di informazione e sensibilizzazione alla sicurezza stradale che sono obbligatori nei primi anni di tutte le scuole superiori possano essere uno strumento molto utile per far comprendere il problema ai giovani ed acuire le capacità dinamiche e psicologiche per un comportamento sulle strade nel rispetto degli altri.

Ilaria Li Vigni, avvocato
aree critiche, spunti di riflessione e possibili soluzioni

Senza addentrarci nel complesso fenomeno della macrocriminalità, purtroppo molto radicato in tutti i grandi centri urbani, proviamo ad individuare schematicamente alcune aree problematiche di illegalità diffusa che affliggono la nostra città.


1) microcriminalità e bullismo di gruppo: è un fenomeno molto frequente, con procedimenti penali in aumento soprattutto a carico di giovani e giovanissimi (si pensi ai recenti casi di cronaca che coinvolgono le c.d. “bande” di giovani sudamericani);


2) abusivismo commerciale: tale fenomeno non è solo relativo ai cittadini migranti, ma presente anche in strutture commerciali complesse, ad esempio i supermercati ed i centri commerciali;


3) abusivismo abitativo: circa il 10 per cento degli alloggi di edilizia sociale in città è occupato da nuclei familiari che non ne hanno titolo: è un dato allarmante soprattutto considerando che è estremamente complesso allontanare gli inquilini occupanti;


4) lobby del caro-affitto agli studenti universitari fuori sede: occorre un sistema affidabile di controlli che consenta di evidenziare i locatori che richiedono tariffe fuori mercato, spesso senza regolarità fiscale;


5) lavoro nero e clandestino nei cantieri e nelle aziende, con l'impiego di cittadini italiani ed extracomunitari: anche questa problematica è diffusissima nelle realtà aziendali del milanese e spesso strettamente legata ai numerosi infortuni sul lavoro che si verificano in tali contesti di illegalità;


6) presenza di cittadini migranti, spesso clandestini, costretti al vagabondaggio, allo sfruttamento o ad attività illecite: la problematica è strettamente connessa a quella della “regolarizzazione amministrativa” dei cittadini migranti che troppo spesso, non in regola con il permesso, si trovano a dover lavorare in nero, senza garanzie ed in ambiti che spesso lambiscono la micro delinquenza.


Enucleati questi ambiti di illegalità diffusa, possiamo individuare anche alcuni “comportamenti non corretti” dei cittadini nella gestione degli spazi pubblici, che non costituiscono illeciti penali, ma lambiscono la sfera di illegalità diffusa:


1) uso indiscriminato delle corsie preferenziali, nel centro cittadino, anche da parte di chi non ne ha alcun titolo: si pensi alla scandalosa prassi dei “falsi permessi invalidi” o all’utilizzo indebito di tale documentazione autorizzativa;


2) mancato pagamento dei titoli di viaggio sui mezzi pubblici: fanno riflettere, a tal proposito, le statistiche dell’ATM che ci riferisce che circa il 25% degli utenti sui mezzi di superficie a Milano non sono in regola con il titolo di viaggio;


3) diffusa indisciplina degli utenti della strada: si pensi all’eccesso di velocità sulle strade cittadine, in particolare sulle circonvallazioni, ai parcheggi “selvaggi”, soprattutto nelle serate di venerdì e sabato nelle zone della “vita notturna”.


Il rispetto delle regole da parte del cittadino si deve manifestare a cominciare dalle cose semplici, dai comportamenti quotidiani, dalle azioni di ogni giorno (indossare il casco sul motorino, non posteggiare l'auto fuori posto, non lasciare sporcare i marciapiedi al proprio cane, dare la precedenza al pedone che si accinge ad attraversare la strada sulle strisce), così fornendo effettivamente una prassi virtuosa su cui è possibile anche basare la lotta alle forme di criminalità vere e proprie.


Sembra fin troppo ovvio che, per potere affrontare concretamente i temi legati alla legalità e alla sicurezza, l'Amministrazione Comunale debba poter contare innanzitutto su di un apparato burocratico motivato, sano, efficiente e impermeabile a qualsiasi tentativo di condizionamento esterno.


Diventa, quindi, necessaria una maggiore azione di controllo da parte dei dirigenti: i dipendenti devono essere sempre identificabili dal cittadino-utente, nei contatti telefonici e in quelli diretti, come correttamente individuato dalla legge sul procedimento amministrativo che ha creato la figura del “responsabile del procedimento”.


Anche per quanto concerne l’aspetto repressivo, occorre davvero avvicinare gli organi di Pubblica Sicurezza alla cittadinanza, sia da un punto di vista comportamentale sia per quanto concerne la dialettica sul rispetto delle regole.


Appare davvero mutato, nel contesto comunitario milanese, il rapporto con la Polizia Locale che, al di là dei recenti scandali giudiziari, si rivela sempre di più un organismo legato meramente alla sfera repressiva, a differenza di quanto era in passato.


Occorre davvero ritornare alle esperienze del “vigile amico del cittadino” che non svilisce tale figura professionale, ma anzi, a mio avviso, eleva i livelli di legalità diffusa, facendo sentire le Istituzioni vicine e consapevoli delle difficoltà quotidiane.


In ogni caso, l’unica forma di autentica prevenzione è l’impegno nella diffusione della legalità sin dai primi anni scolari di vita di un individuo nelle istituzioni scolastiche e parascolastiche, in cui si forma la coscienza civica individuale e collettiva.


Il concetto di “legalità”, oltre ad essere certamente abusato dai mezzi di informazione, rimane, a mio avviso, confinato troppo spesso in parametri astratti e legati agli episodi di macrocriminalità (dal terrorismo alle stragi di mafia), non sottolineandosi a sufficienza l’aspetto quotidiano della legalità, fatta di piccole azioni positive e virtuose che davvero dovrebbero diventare il bagaglio personale di ciascuno di noi.

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