Dalla Regione
Un'analisi di Lucia Castellano capo gruppo Patto Civico della regione lombarda
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MILANO - Il presidente Maroni, il 25 marzo, ha accolto l’ invito delle opposizioni a riferire al Consiglio Regionale su quanto accaduto all’interno dell’azienda Infrastrutture Lombarde Spa.
Ci ha raccontato così che c’è un’indagine della magistratura in corso, con 68 capi d’imputazione, tra cui associazione per delinquere, turbativa d’asta, falso, truffa. L’indagine farà il suo corso, si celebrerà il processo contro una serie di dirigenti della Regione e di consulenti esterni. Maroni ha specificato che la vicenda riguarda la passata legislatura e la sua Giunta ne è completamente estranea.
Il punto però non è questo. O meglio, non solo questo. Quello che ci interessa mettere in luce è che la gestione politica e amministrativa della Regione Lombardia e il sistema di potere che nel ventennio formigoniano è cresciuto a dismisura ha stravolto stravolto man mano l’assetto istituzionale e le competenze dell’ente Regione.
Partiamo da Infrastrutture Lombarde, “formidabile intuizione” dell’ex presidente Formigoni, creata nel 2004. Basata sul presupposto che i costi di internalizzazione siano minori di quelli dell’accesso al mercato, ossia che sia meno costoso realizzare internamente opere e servizi piuttosto che cercare in modo trasparente e rispettoso delle procedure le migliori alternative sul mercato, è diventata nel decennio una potentissima macchina da guerra, che ha costruito, anche bene e velocemente, in tutta la Lombardia, con una velocità di azione che passa sopra alle regole amministrative della distinzione tra controllori e controllati e agisce in barba alle procedure. E gli attori del gioco sono sempre gli stessi. In nome dell’efficienza e della rapidità (anche del malaffare, ma di questo si occupa la magistratura).

Ritengo che lasciare solo ai giudici il rimedio a questo scempio, come spesso succede in Italia, non porti lontano. Dobbiamo rivedere l’intero sistema-regione per riportare l’ente alle funzioni che la Costituzione prevede. Nella pubblica amministrazione deve essere il mercato a selezionare il fornitore più efficiente, che faccia risparmiare risorse alla collettività. E se ciò non avviene perché la macchina burocratica è lenta e inefficiente, non è il sistema “infrastrutture lombarde” la soluzione. Gli amministratori pubblici devono essere controllori dell’efficienza, non devono sostituirsi al mercato. Nel caso di IL la politica si è trasformata in imprenditore per sostenere se stessa, distorcendo i meccanismi concorrenziali. Non a caso tutto è nato dalla denuncia di un imprenditore escluso da una gara d’appalto. E’ un film già visto, che speravamo di non rivedere, quello del “ghe’pensi mi”, dell’aziendalizzazione della politica e dell’amministrazione pubblica. Anche escludendo le fattispecie di rilevanza penale, non era questa la pubblica amministrazione che speravamo di avere in Lombardia. L’amministrazione pubblica che funziona non è quella che corre verso il risultato scegliendo i propri collaboratori, consulenti e imprenditori in barba alle regole. E’ quello che le regole le applica, le governa e, se non più efficaci, le cambia con l’unico strumento che la Regione abbia a disposizione, il potere legislativo.
Ancora, riflettiamo sull’efficienza, l’efficacia, l’eccellenza dei risultati di questo modo di amministrare. Sono messaggi devianti, confusivi, falsi. L’autoreferenzialità delle lobbies di potere, i cerchi magici che, in nome dell’efficienza e della competenza lavorano, da sempre, escludendo di fatto le imprese che, pur competenti ed eccellenti, non appartengono al “giro” non fa risparmiare, costa alla collettività. E allora diventa inutile legiferare sugli incentivi alle imprese, aprire alle “start up”, se gli appalti, le consulenze della Regione più ricca d’Italia girano sempre fra i pochi, “eccellenti,” imprenditori o liberi professionisti. Così il mercato non si apre, la crisi non vede la fine. Dobbiamo impegnarci, dai banchi dell’opposizione, a studiare le ricadute sul mercato di questo modo di amministrare. Dimostreremo, ne sono convinta, che i palazzi costruiti in poco tempo, le autostrade, gli ospedali sono costati, in termini di ingiuste esclusioni, di pericolose confusioni tra controllori e controllati, molto di più alla collettività. Dimostreremo, e direi che siamo pronti a farlo, che la politica deve abbandonare le logiche imprenditoriali e fare un passo indietro, se vuole che il Paese avanzi.
Il livello dei commenti dei politici che abbiamo letto sui giornali, drammaticamente, rafforza i contenuti della mia analisi. E non mi riferisco alle attestazioni di stima ( legittime, per carità) nei confronti degli imputati. L’ex presidente Formigoni, come attenuante, o esimente, dichiara che in fondo Rognoni non è nemmeno di Comunione e Liberazione…. Il messaggio è : che volete? Non era nemmeno “dei nostri”!
Se il presidente del Consiglio Regionale insiste nel sottolineare l’efficacia di queste procedure rapide e leggere per il perseguimento del bene comune, non ponendosi nemmeno il dubbio che possano scatenare ricorsi, allora vuol dire che il costume è sempre stato questo, fortunatamente stoppato nel 2010, proprio da un ricorso. Se il nostro presidente, che conosciamo così attento alle procedure e al timore dei ricorsi, nello svolgimento dell’attività consiliare, afferma che la velocità e la competenza scelta arbitrariamente sono la ricetta giusta, vuol proprio dire che il sistema va cambiato alla radice. 

di Lucia Castellano

Il commento
Una riflessione di Lucia Castellano
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MILANO - La vicenda tragica della morte di Stefano Cucchi, all'indomani della sentenza di primo grado, mi fa riflettere sul mio lavoro di sempre e sulla sua complessità.
Stefano Cucchi e' morto perché non adeguatamente curato all'interno dell'ospedale Sandro Pertini di Roma. La Corte d'Assise condanna i medici e gli infermieri per omicidio colposo. Le condizioni in cui versava quel ragazzo esigevano ben altre attenzioni, ben altre cure, che non sono state prestate. Questi i fatti, questo il verdetto, che nessuno mette in discussione. Quello che la sentenza non dice, forse perché è un quesito " ultra petitum" e' di chi sia la responsabilità per averlo ridotto nello stato in cui tutta l'Italia l'ha visto (ormai, purtroppo, da morto). A questa domanda non c'è risposta. E la mancanza di una risposta getta un'ombra su quell'Amministrazione della Giustizia a cui la Costituzione chiede non solo di prendere in carico le persone private della libertà e di tutelarne i diritti fondamentali, ma addirittura di restituirle migliori, una volta libere. Quest' ombra si estende su tutte le forze dell'ordine e gli operatori penitenziari che ogni giorno lavorano con dedizione per compiere, forse, il più delicato dei servizi alla persona. Questo e' inaccetabile. Io spero che si faccia strada, nella cultura istituzionale dell'amministrazione penitenziaria, la consapevolezza che la violenza, la mancanza di trasparenza nella comunicazione agli utenti e ai familiari, non sono solo penalmente e amministrativamente rilevanti. Sono anche un fenomenale boomerang per la crescita dell'istituzione e dei suoi operatori. Questa cultura non paga. Il presidente del Dap Nicolò Amato, qualche decennio fa, diceva che il carcere deve diventare una casa di vetro. Così che tutti possano guardare alla fatica, alla delicatezza e alla preziosità del nostro quotidiano lavoro all'interno di quelle mura. Nel 2013 ancora non è' così, e questo ci mortifica.
I miei venti anni anni all'interno del carcere mi hanno insegnato che i detenuti, i loro familiari, si affidano a noi, alle risposte che siamo capaci di dare loro. Non possono fare altro. Se qualcuno ( e sono una minoranza) queste risposte non è capace di darle, se non con la violenza e con l'omerta', deve, semplicemente, cambiare lavoro. Prima che sia troppo tardi. Non è' un lavoro per tutti. E quel terribile gesto di alzare il dito medio contro una famiglia che ha perso un figlio affidato alle cure dell'amministrazione, purtroppo, lo dimostra. L'amministrazione penitenziaria, nonostante le assoluzioni, di cui ho il massimo rispetto, rischia di perdere la partita della credibilità, di fronte al Paese.
Oggi ci resta un ragazzo morto che qualcuno ha ridotto in fin di vita e qualcun altro non ha curato. Una sentenza che ci dice parte della verita'. E un dito medio alzato in Tribunale, bandiera della legge del più forte che, ancora una volta, ha trionfato. Non è questo che vogliamo, credo.

MILANO - Milano, tra il 9 e l’11 novembre scorso, ha ospitato il primo Festival dei beni confiscati alle mafie. È stato un forte impulso programmatico alla diffusione della legalità e contro il malcostume della criminalità organizzata che parte proprio dal capoluogo lombardo dove per anni la classe politica locale ha negato l’esistenza del fenomeno mafioso in città e nell’hinterland.
Soprattutto dopo i recenti fatti di cronaca che hanno coinvolto, a vario titolo, esponenti degli Enti Locali e del Governo Regionale, accusati di essere veri e propri appartenenti a organizzazioni criminali, ci si è resi conto, a vari livelli – ma ancora tantissima strada è da fare! – che le forme di criminalità organizzata non sono radicate unicamente al Sud, ma hanno esteso i loro interessi anche in Lombardia e in tutte quelle regioni del Nord Italia in cui è maggiore la forza economica e produttiva.
Infatti, il periodo di recessione ha mutato anche gli interessi delle mafie che, allontanandosi dalla criminalità spicciola, si sono concentrate sempre di più verso i meandri dell’economia e della politica, infiltrandosi nelle Istituzioni e soprattutto negli Enti Locali. Le recenti pronunce dell’Autorità Giudiziaria milanese hanno mostrato con evidenza la concretezza del “fenomeno n’drangheta” a Milano e in Lombardia che davvero risulta molto complesso e strutturato sia da un punto di vista politico-economico sia da un punto di vista criminale.
Va dato merito all’attuale Giunta e al Consiglio Comunale di aver istituito una Commissione Consiliare Antimafia che, presieduta da David Gentili, vigila sulla potente influenza della criminalità organizzata a Milano, nelle sue molteplici forme (traffico di droga, usura, estorsioni, influenze negli appalti e, soprattutto, intromissioni nella politica).
Ma un nuovo organismo àdiuva il Sindaco e la Giunta nella repressione del preoccupante fenomeno. Il 7 novembre 2011 il Sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, ha firmato il documento con cui ha ufficializzato la costituzione del Comitato di esperti per lo studio e la promozione di attività finalizzate al contrasto dei fenomeni di stampo mafioso e della criminalità organizzata sul territorio milanese, anche in vista di Expo 2015. Il Comitato Antimafia, composto da Umberto Ambrosoli, Luca Beltrami Gadola, Maurizio Grigo e Giuliano Turone, è presieduto da Nando dalla Chiesa, che lo coordina.
I cinque esperti, rinunciando volontariamente a un compenso, svolgono l’attività consultiva per il Comune di Milano a titolo gratuito, mettendo a servizio della Città la loro competenza specifica nel mondo giuridico sociale e tecnico. Sino al termine del mandato, affiancheranno il Sindaco e la Commissione consiliare Antimafia nella prevenzione e nell’azione contro la criminalità organizzata e hanno già prodotto una Prima Relazione Semestrale (leggi qui) presentata al Sindaco e alla città nel mese di agosto. Insomma, a Milano, da un anno a questa parte, si parla di mafia non solo come una realtà lontana che “non ci riguarda”, ma come vero e proprio cancro istituzionale ed economico del nostro territorio.
Il Festival dei beni confiscati alle mafie è stato una bella “tre giorni” caratterizzata da eventi sparsi per tutta la città, con spazi culturali e di divertimento, per grandi e per bambini. Questa iniziativa, unita ad altri progetti istituzionali, ha davvero dato un bel contributo alla vita sociale milanese, facendo passare con forza l’idea che la criminalità organizzata si può sconfiggere e, soprattutto – elemento forse più importante, perché declinato al positivo – i suoi strumenti negativi possono essere riutilizzati con finalità sociali.
Ora la palla passa alle Istituzioni, che devono vigilare con grande attenzione – come i recenti fatti di cronaca ci insegnano – sulle infiltrazioni criminali al loro interno, non chiudendo gli occhi e non facendo finta di nulla. Le vicine elezioni regionali e nazionali e le consultazioni primarie all’interno degli schieramenti ci impongono questa viva attenzione, affinché la lotta alle mafie non sia solo repressione, ma vera e propria prevenzione sociale.

 di Ilaria Li Vigni

Primarie centro-sinistra
Come e con chi si può finanziare un candidato?
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MILANO - Sono bastati pochi giorni dalla cena milanese e “fatale” di Matteo Renzi per sentire la battuta del prodiano Arturo Parisi, un politico senza se e senza ma: “Se si citano le Cayman spunta Unipol”. Credo che oltre a lui molti stiano andando indietro con la memoria per scovare più o meno provate verità sulla debolezza delle nostre forze politiche di fronte e al fascino diretto dei soldi per uso personale, per il partito ma anche semplicemente di fronte all’indubbio potere che danno i soldi o ancora al fascino esercitato da chi i solidi li ha, sia che li mostri sia che più luteranamente non ne faccia sfoggio, per non suscitare l’invidia degli dei o anche solo quella del vicino di casa.

Se non si fermano in tempo ci sentiremo ancora ricordare i soldi del Cremlino al PC, quelli degli USA alla DC e al Partito Socialdemocratico di Saragat tra storia e intercettazioni recenti del tipo “abbiamo una banca”. Il denaro “sterco del diavolo” segue tutta la storia dal medioevo sino a noi e l’ultimo probabilmente a parlarne in questi termini – “merda del diavolo” – fu Bruno de Finetti, un grande matematico e statistico, amico di Fermi e di molti altri eccellenti, più noto forse di là dell’Atlantico che da noi, morto iscritto al Partito Radicale nel 1985 e che rischiò la galera per aver difeso l’obiezione di coscienza. Allora con questa “merda del diavolo” e col suo fascino ci tocca fare i conti. Quotidianamente. Soprattutto quando gli scandali o il feroce dibattito politico attraversano il nostro tempo.

Tra qualche giorno si potrà fare un’antologia di tutto quel che comparirà sulla stampa sulla vicenda Renzi – Bersani – Cayman ma per il momento vorrei segnalare un bell’articolo di Nadia Urbinati sulla Repubblica di sabato scorso dal titolo “Quando i soldi entrano in politica”. Prendendo spunto dalla vicenda della famosa cena la Urbinati va al nocciolo del problema scrivendo: “Come e chi finanzia il candidato è dunque un problema che va posto subito, a livello normativo e non soltanto etico.”. Si scavalca giustamente in questo modo la pelosa questione delle frequentazioni che la saggezza popolare racchiudeva in due parole: “Dimmi con che vai e ti dirò chi sei”, vigorosamente contestato da Formigoni, per arrivare a dire che per combattere il “male” bisogna conoscerlo; si affrontano insieme due nodi: il comportamento di un candidato a qualunque forma di competizione politica partecipi e il comportamento “economico” di chi lo sostiene.

Che strada scegliere? Normare per legge quest’aspetto dell’attività di un candidato in occasione di una qualunque candidatura? Come si è fatto, più male che bene, per i partiti? I risultati non sono stati brillanti anche perché l’eventuale falsa dichiarazione del candidato in merito ai contributi ricevuti non è seriamente sanzionata. Imporre per legge a tutti coloro che versano contributi a partiti o candidati di dichiararlo in un apposito albo pubblico? Sanzionare chi non lo fa? Possibile ma non facile. Resta poi un grosso problema: cosa ne facciamo delle “altre utilità”. Come dichiararle da parte dei candidati? Come definirle? Il renzismo giovanilista affonda una delle sue radici nell’impossibilità di sciogliere questo nodo che potrebbe consentire all’elettore una valutazione a priori ma soprattutto a posteriori sull’indipendenza di un candidato e nel non poter conoscere i trascorsi di ognuno e dunque l’assioma: chi in politica c’è da meno tempo meno scheletri ha nell’armadio. Il qualunquismo dell’ovvio?

di Luca Beltrami Gadola

PS. La cena era a porte chiuse, immaginiamo facilmente cosa possa aver detto Renzi. Ma chi ci racconterà che impressione ha fatto lui su questi finanzieri? Pensano di fidarsi di lui e lui di loro?

Aggressione a Palazzo Marino
La testimonianza di Anna Scavuzzo capo gruppo in Consiglio della Lista Civica X Pisapia

Oggi per la prima volta ho avuto paura a Palazzo Marino.
Non è stato un bel pomeriggio.
Tutto si è risolto e abbiamo ripreso a lavorare.

Non invoco l'intervento delle forze dell'ordine o i presidi armati fuori dal cancello del Palazzo, non mi sono mai sentita protetta dalle armi e non voglio chiedere oggi che ci sia un maggior rigore all'ingresso dei palazzi del Comune.
Allo stesso modo vorrei che ci fosse un profondo ripensamento rispetto alle prassi che vengono messe in atto da chi vuole esprimere dissenso, critiche, rabbia.
Non è possibile ignorare il rispetto per le persone, le Istituzioni, i luoghi della politica.

Non è possibile fare irruzione durante una seduta di commissione consiliare, aggredire i vigili urbani e i commessi che cercano di fare il loro mestiere, interrompere il pubblico servizio, non è possibile violare in modo così violento e volgare le nostre istituzioni e chi cerca di svolgere il proprio lavoro.
Nemmeno per esprimere il proprio pensiero critico.

Ho espresso solidarietà all'assessore Castellano, fra l'altro ingiustamente accusata di uno sgombero con cui non ha a che fare.
E insieme la esprimo a tutti coloro che - per attività politica o lavorativa - sono stati coinvolti in questo episodio così deprimente.

Anna

Dopo Formigoni
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In un momento di eccezionale gravità e pericolo per le istituzioni pubbliche, devono imporsi figure di alto profilo morale e di specchiata onestà intellettuale, simbolo di vera discontinuità civile con il passato.
Per queste ragioni e per la salvaguardia del Bene Comune dei cittadini, il Movimento Milano Civica sostiene e promuove la candidatura dell’avv. Umberto Ambrosoli alla Presidenza della Regione Lombardia.

A testimonianza della validità di questa candidatura riportiamo 2 articoli usciti sull'avv. Ambrosoli, il primo sul Corriere della Sera del marzo 2009 in occasione dell'uscita del suo libro Qualunque cosa succeda che racconta la storia del padre Giorgio Ambrosoli, l'altro su La Stampa del marzo di quest'anno che rivela come Umberto non fosse stato invitato alla commemorazione del padre in Regione perché "sgradito" a Formigoni.

 

Mio padre Ambrosoli sarebbe ancora solo

«Oggi come trent’anni fa. La società continua a non vedere nella legalità un valore»
Giorgio Ambrosoli «Mio padre oggi a Milano? Proverebbe lo stesso disagio di allora. Rappresentato da una consapevolezza: il lavoro chiamato a fare solo nell’interesse del Paese, non gli porterebbe la solidarietà della collettività». Umberto Ambrosoli è il terzo figlio di Giorgio, l’avvocato liquidatore della Banca Privata italiana, ucciso a Milano nella notte fra l’11 e il 12 luglio 1979 da un killer assoldato da Michele Sindona. Lui ha 38 anni, è avvocato penalista e sei anni fa ha deciso di scrivere un libro, «la storia di un uomo che, come tanti, conduceva una vita normale, aveva una bella famiglia che amava molto, credeva nel significato e nel valore della propria libertà e responsabilità. Quest’uomo era mio papà». Un libro (in uscita fra pochi giorni da Sironi) scritto per i suoi tre figli e che ha un titolo piano ma straziante: Qualunque cosa succeda. Straziante perché si tratta di una citazione dalla lettera che Giorgio Ambrosoli scrive per la moglie Anna e che lei trova quasi per caso una mattina del febbraio 1975. L’«eroe borghese», come l’ha definito Corrado Stajano, rivela un presagio che trasforma la pagina a quadretti in un testamento spirituale: «Qualunque cosa succeda tu sai cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali abbiamo creduto».
«Ecco — dice Umberto — credo che oggi come allora, a Milano ma anche altrove, la società non veda nella legalità e in chi la preserva un valore». Non che manchino esempi del contrario: le lezioni sulla Costituzione sono seguitissime, alla presentazione dei libri sui temi legati alla legalità e alla democrazia c’è spesso la fila. «L’ex magistrato Gherardo Colombo per i suoi incontri e conferenze ha un’agenda con i primi "buchi liberi" nel 2011. Ma se si va all’Università di giurisprudenza pochi sanno chi è stato mio padre. Per molti un giudice ucciso dalle Brigate Rosse». Nonostante il libro di Stajano, uscito nel ’91 poco prima che esplodesse Tangentopoli, e il successivo film abbiano in teoria «cancellato la dimenticanza». E in fondo la storia dell’eroe borghese, pur appartenendo agli anni Settanta, al «decennio lungo del secolo breve» («anni confusi che hanno visto lo Stato mostrare due volti: nelle sue personalità migliori quello del "bersaglio"»), resta un’«anomalia» anche in questi momenti della riconciliazione con il saluto fra le vedove di Luigi Calabresi e Giuseppe Pinelli.

Un’«anomalia» perché, dice Umberto Ambrosoli, «se non è certo una storia di solidarietà, non lo è nemmeno di divisione politica. Mio papà non ha consentito che il suo lavoro diventasse politica. Se non, come scrive a mia mamma, "in nome dello Stato e per nessun partito"». E «nessuno ha mai potuto dire: Ambrosoli era uno dei nostri». Il libro è, come scrive nella prefazione Carlo Azeglio Ciampi, «un atto d’amore per il padre». E nasce sei anni fa, in sala parto. «L’infermiera entra e dice: fuori c’è il nonno. Era il padre di mia moglie. Ma in quel momento ho capito che a Giorgio, il primogenito, e ai figli successivi, dovevo raccontare la storia di mio papà». E la scrive rivolgendosi a loro: «Una storia bella, emozionante e un po’ complicata che forse potrà sembrarvi, nella sua conclusione, triste e ingiustamente dolorosa. Eppure credo che quando l’avrete conosciuta sarete orgogliosi, in qualche modo, di farne parte».

Una storia personale, vista dagli occhi e dal cuore di un bambino che perde il padre tragicamente quando è piccolo ma che acquista progressiva consapevolezza della sua morte e della sua figura. Dal funerale in una Milano calda, irreale, innaturale («ancora oggi non voglio che i miei figli passino anche un solo giorno di luglio in questa città», alle sere trascorse origliando fuori dalla sala, quando zii, amici e la madre discutono della lunga cronaca successiva: delle indagini, dell’estradizione di Sindona, dell’arresto del killer Arico. Serate alle quali è «ammesso» quando ha dodici anni. E a quattordici chiede di assistere al dibattimento in Corte d’assise: non si può, ai minorenni è proibito. Ma la madre Annalori promette di chiedere un permesso speciale. Anni di ricerche e riflessioni che lo portano al libro e lo aiutano a capire una cosa: «Sarebbe bastato un piccolo sì, qualche piccola omissione, non prendere posizione; avrebbe avuta salva la vita». Come ha scritto Ugo La Malfa «mezza Italia» («che poi — spiega l’autore — significa mezza Dc») si è mossa «in difesa» di Sindona. E progressivamente in Umberto matura l’amarezza che raccoglie in queste parole: «Sento un’omissione generalizzata intorno alla vita di papà. Chi è chiamato a responsabilità pubbliche non ha forze né motivazioni per confrontarsi con la sua storia. La mia sensazione è che nella sua interezza e complessità non sia stata raccolta dalla collettività». E forse anche oggi avrebbe lo stesso destino.
di Sergio Bocconi

 

Ambrosoli "sgradito" al ricordo del padre

Al bon ton della politica mancava questo: invitare il figlio di una vittima della mafia a non partecipare alla commemorazione del padre. Lacuna colmata ieri mattina dalla Regione Lombardia, che ha rivolto un gentile «lei è meglio che non si faccia vedere» a Umberto Ambrosoli, figlio di Giorgio, il commissario liquidatore della Banca Privata Italiana ucciso l’11 luglio 1979 su ordine di Michele Sindona.

Chi ha avuto lo stomaco di arrivare a tanto? Ai vertici della Regione Lombardia tutti tacciono, almeno formalmente: informalmente, è partito un rimpallarsi di responsabilità fra presidenza del consiglio (il leghista Boni) e presidenza della giunta (Formigoni). Ma stiamo ai fatti.

Ieri era la prima «Giornata regionale dell’impegno contro le mafie in ricordo delle vittime». Programma: proiezione al Pirellone, a trecento ragazzi delle scuole lombarde, del film «Un eroe borghese», dedicato appunto a Giorgio Ambrosoli. C’era l’ex giudice Giuliano Turone, c’era l’assessore regionale Giulio Boscagli che ha portato il saluto di Formigoni, c’era Francesca Ambrosoli figlia di Giorgio. Ma non c’era Umberto, il figlio. Come mai?

Secondo l’associazione Saveria Antiochia Omicron, che collabora con la Regione per questa giornata contro la mafia, Umberto Ambrosoli è vittima di una ritorsione. Il sito dell’associazione, http://www.centrostudisao.org/, esprime «indignazione perché l’ufficio di presidenza della Regione ha rifiutato la partecipazione di Umberto Ambrosoli, a causa delle sue dichiarazioni a Repubblica sulla necessità di azzerare la giunta». Qualche giorno fa infatti Umberto Ambrosoli aveva rilasciato un’intervista sulla raffica di scandali e di inchieste giudiziarie che ha investito il Pirellone, sostenendo fra l’altro che Formigoni farebbe meglio ad «azzerare la giunta».

Sta di fatto che ieri Umberto Ambrosoli avrebbe dovuto parlare ai ragazzi e invece non c’era. Jole Garruti, direttrice di Saveria Aniochia Omicron, la racconta così: «Lunedì mattina Carlo Borghetti, consigliere regionale del Pd, mi ha detto che l’ufficio di presidenza del consiglio non gradiva la presenza del figlio. Ho chiamato allora un altro consigliere regionale, il leghista Massimiliano Romeo, e ho avuto conferma del “non gradimento”. Gli ho risposto che mi sembrava assurdo, e lui mi ha assicurato che avrebbe fatto presente il problema all’ufficio di presidenza. Morale: nel pomeriggio mi arriva il programma definitivo e il nome di Umberto Ambrosoli non c’è». Una censura, sostiene la direttrice, provocata proprio dall’intervista a Repubblica.

È così? Massimiliano Romeo dà una versione un po’ diversa: «È vero che, parlando con Jole Garruti, ho detto che l’intervista di Umberto Ambrosoli era stata sgradevole, e che certe cose se le poteva risparmiare. Ho detto che eravamo un po’ contrariati. Ma non mi sono mai sognato di dire che c’era un veto dell’ufficio di presidenza. Ieri è venuta la sorella, Francesca, ed è stata accolta benissimo». Sorella che però non aveva rilasciato interviste sul Pirellone. «Sarebbe stato accolto allo stesso modo anche il fratello», assicura Romeo, che parla di «polemica politica pretestuosa». Jole Garruti in serata ha commentato lo scaricabarile parlando sul suo sito di «mistero su chi non ha voluto che ci fosse Umberto Ambrosoli, visto che l’ufficio di presidenza nega tale responsabilità».

E lui, Umberto Ambrosoli? Non getta benzina sul fuoco: «È un episodio spiacevole, sul quale bisogna però evitare le polemiche. Prevale il fatto che tanti ragazzi hanno avuto modo di vedere il film». L’unica lezione di bon ton viene da lui, «lo sgradito».

di Michele Brambilla

Scandalo del Pirellone: il racconto di Natalia Aspesi

MILANO - «IL PRESIDENTE ritiene sbagliatissimo prolungare la campagna elettorale per le regionali: ed è quindi in piena sintonia con il Pdl, che il Presidente si muoverà per andare alle elezioni il prima possibile». Chi fa questo forte annuncio agli elettori lombardi? Ma lui, il Presidente stesso, Roberto Formigoni, che in pieno trip da monarca bellicoso, parla di sé in terza persona. Come fosse la Regina Elisabetta, oppure esagerando, il Papa. La Lombardia trema, Milano sbadiglia, molti lombardi e molti milanesi si fregano le mani e già litigano sul dopo. Il noioso Albertini, l’agguerrito Tabacci, qualche outsider proveniente da profonde valli leghiste o dalle ultime retrovie della sopita sinistra? Qualche signora della buona società milanese o del sindacalismo brianzolo? O, come una nemesi cui è impossibile sfuggire, ancora, e per sempre, il marmoreo, inamovibile Formigoni?
Ce ne libereremo mai, pensano, esausti, soprattutto quelli di Milano, una città che gli è sempre stata estranea, troppo cosmopolita e poco provinciale.
MILANO come lui, Roberto Formigoni, è sempre stato estraneo a Milano, che non lo ha mai davvero amato, pover’uomo, anche quando si scommetteva sulla sua probità e capacità. Eppure, pur venendo da Lecco, a Milano si è laureato, alla Cattolica, e ha incontrato il suo maestro Don Giussani; dopo una veloce carriera parlamentare anche europea, diventato Presidente della Regione Lombardia, a Milano si è stabilito, scegliendo di vivere in una comunità di laici cattolici; qui nel 1995 si è insediato negli uffici firmati nel 1961 da Giò Ponti, qui ha costruito il monumento al suo potere, il Pirellone 2, capolavoro di cristallo di uno studio archistar americano, premio per il più bel grattacielo europeo che Formigoni stesso ritirerà a Chicago tra qualche giorno, regalandosi una tregua dal tumulto politico e giudiziario milanese, e regalando alla città una pausa dalla sua inviperita e vociferante combattività.
A Milano c’è il San Raffaele, con il defunto protettore don Verzé e le truffe che hanno portato il venerato ospedale alla bancarotta, e il centro della fondazione Maugerisu cui hanno lucrato allegramente e sfrontatamente i suoi scalmanati amici che stanno finendo in prigione, compromettendo in modo irreversibile la sua intangibilità prepotente e il suo imperio cieco.
Quella sua dittatura pareva invincibile, 17 anni su una montagna di denaro pubblico, di trappole politiche, di ladri affamati, scalata da quell’ ’ndrangheta sprezzante e minacciosa che ha invaso ormai da tempo la sua regione: senza che lui, troppo impegnato a darsi consensi, se ne accorgesse, senza che i suoi fidi sistemati in amministrazioni locali, lo ritenessero un pericolo, piuttosto che come un’altra buona occasione, scivolando nel malaffare come inevitabile strada per mantenere poltrone e privilegi.
Lui quasi invisibile in città, se non negli ultimi anni presente a un paio di sfilate di moda, sempre le stesse, di industriali amici, imbarazzato nella prima fila affollata di starlette che lo attorniavano entusiaste, compresa la sua ex fidanzata Emanuela Talenti, pronta a farsi fotografare con lui e che via lei, non era stata più sostituita. Anche lì, con le modelle sculettanti a pochi centimetri dal suo naso refrattario, senza raccogliere i sospetti, i sussurri, che la ’ndrangheta si stava avvicinando pure al nostro glorioso made in Italy.
Naturalmente lo si vedeva in televisione con la sua bella faccia di sessantacinquenne in gran forma, l’eterno sorriso di sufficienza e scherno, l’erre moscia sibilante di disprezzo, non una difesa dalle domande pericolose, ma un rifiuto inglorioso della realtà: senza mai perdere la calma, tranne l’altro giorno, quando, percependo il baratro, ha minacciato di querelare Alessio Vinci che gli poneva le solite domande diventate di colpo insopportabili e inevitabili. Con tutto il potere che Formigoni ha avuto e ancora ha sulla Lombardia e quindi su Milano, non è mai riuscito, o non ha mai voluto, conquistarla, se non certo nel periodo elettorale: i suoi gusti, il suo piacere, le sue amicizie, le sue idee, i suoi affari, il suo prestigio, le sue ambizioni, le sue scelte di vita, lo hanno sempre portato altrove, Bagdad, Bruxelles, Roma, Varese, la sua Lecco che l’altro giorno ha osato fischiarlo. Poi addirittura nei Caraibi.
Ed è da queste isole vacanziere, da subito cancellate dal turismo dei milanesi di classe per queste presenze inopportune, che il pio gentiluomo di Comunione e Liberazione, dopo una lunga carriera in varie formazioni politiche cattoliche (Dc, Ppi, Cdu, Cdl) confluito poi nella più vispa Forza Italia e quindi nell’ormai moribondo Pdl, scopre che il voto di castità e povertà non impedisce di far baldoria, di tuffarsi dagli yacht, di viaggiare sontuosamente, di farsi fotografare in mutande, sdutto come un ragazzo, in mezzo a belle signore in bikini.
Se sono altri a pagare, non c’è peccato, o, visto che lui nega ancora ogni favore, lassù sarà perdonato se usa il suo ottimo stipendio per il proprio svago virtuoso, anziché devolverlo, come sarebbe doveroso secondo le regole della sua comunità, la Memores Domini, a chi poi lo ridistribuisce ai bisognosi; a meno che siano ritenuti bisogni doverosi quelli suoi, di andare a Parigi con un lieta brigata di fedeli. Ferreo ciellino da sempre, io lo ricordo quando alla fine degli anni ’70 si cominciò a discutere di una legge per l’interruzione di gravidanza e, invitato a dibattiti, si scagliava contro quella eventualità con tale violenza da ammutolire le pur attrezzate femministe di allora.
Come Presidente della Regione e casto scapolone, non ha mai nascosto il suo fastidio per l’autonomia delle donne, per esempio tentando inutilmente di opporsi all’introduzione in Italia della pillola abortiva, e privilegiando negli ospedali lombardi il personale medico obiettore di coscienza.
Per compiacere il Vaticano, ha rifiutato che nella sua regione fosse applicata la sentenza della Corte d’Appello che autorizzava l’interruzione dell’alimentazione forzata della povera Eluana Englaro, in coma irreversibile da 17 anni, che chiuse la sua tragica vicenda in una casa di cura di Udine. Se Formigoni non è mai stato molto simpatico alla buona società milanese, che comunque in gran parte l’ha votato per quattro mandati, come al solito per paura dei famosi anche se estinti, “comunisti”, neppure i cattolici non intruppati in Cl lo amano: per la superbia, l’esibizionismo, l’autoritarismo, l’assenza di carità. E per gli sprechi, in una regione colpita da una crisi morale profonda, dalla delusione di ogni colore politico, soprattutto dalla sempre più diffusa disoccupazione e paura, dove anche i ricchi si defilano nel basso profilo per non dare nell’occhio.
Massima dissipazione, quel monumento imponente e anche bello, alla sua grandeur che è appunto la nuova sede di cristallo della Regione, costata 500 milioni, spiegati come un vero risparmio (ma la vecchia non è stata abbandonata): per lasciare ai posteri il segno del suo regno, il nuovo Pirellone doveva essere il più alto dei tanti grattacieli di grandi firme che stanno cambiando l’orizzonte di Milano, come fosse Shangai o Seul: ma i suoi 39 piani, i suoi 167 metri di altezza, sono stati battuti, con sua irritazione, dalla torre Hines di César Pelli, che col suo pinnacolo raggiunge 231 metri (ma solo 35 piani). Di sicuro non lo ama neppure Berlusconi, che pure gli deve riconoscenza per essersi preso in consiglio, contro ogni logica, Nicole Minetti, per tacitarla.
Ma certo come tutto il Pdl ne teme tuttora lo sfrenato sgomitamento, oltre l’impero lombardo sfregiato dagli scandali anche mafiosi, dagli avvisi di garanzia e dagli arresti di assessori e consiglieri, e lui stesso indagato per corruzione. Il suo presuntuoso destino potrebbe portarlo a Roma a metter casino nelle prossime elezioni politiche.
Ma intanto in Lombardia il suo potere potrebbe subire solo un’incrinatura di immagine, perché poi per esempio, la sanità lombarda è quasi del tutto in mano sua e dei suoi, e sarà difficile sottrargliela. Ma poi il vero problema sarà, per tutti: dove mettiamo la Minetti?

di Natalia Aspesi

Intervista a Vittorio Gregotti

MILANO - «LA CADUTA di Formigoni come piccolo 25 Aprile della Regione Lombardia». La speranza che dalle macerie dell’ultimo ventennio, in cui ha prevalso la logica affaristica di Comunione e Liberazione, spunti l’opportunità di una rinascita di passione politica e civile. «La sciagura dell’Expo » e «gli inutili grattacieli costruiti esclusivamente per fini speculativi». L’opportunità che finalmente, anche in Lombardia, si torni a progettare e disegnare il territorio «pensando al lungo periodo e non solo all’immediato business finanziario ». E ancora: il bisogno di un nuovo leader lombardo, «un po’ Pisapia e un po’ Monti», capace di tirarci fuori dai guai. Vittorio Gregotti, 85 anni, grande architetto, parla a ruota libera della «svolta politica epocale» che la regione sta vivendo. E della auspicabile “ricostruzione” che ciattende.
Professor Gregotti, Milano in questi giorni vive la fine di un ciclo politico durato un ventennio. Dopo la caduta del sindaco Letizia Moratti e la fine del berlusconismo, adesso è Roberto Formigoni a vedersi costretto ad abbandonare, travolto dagli scandali...
«Viviamo una stagione di grande incertezza. Un ciclo si chiude e non sappiamo quale nuovo periodo ci aspetti. Le transizioni, come sempre, sono complesse. E lunghe. Usciamo certamente da un ventennio di decadenza. In questi anni Milano è stata rovinata da palazzi e grattacieli spesso completamente inutili, costruiti senza una logica che non fosse quella della speculazione edilizia. Senza un’idea di città. Palazzi che in grande parte rimarranno vuoti e non sapremo come utilizzare».
Palazzo Lombardia, la nuova sede della Regione, è stato appena premiato come il miglior edificio alto costruito in Europa nel 2012 dal Council of Tall Buildings and Urban Habitats di Chicago.
«Non so chi abbia premiato Palazzo Lombardia. Per me è un grave danno alla città. Si tratta di un edificio commerciale americano.
Ben fatto ma totalmente anonimo. Costruito a un metro e mezzo di distanza da altri edifici e abitazioni. Nella totale assenza di un disegno urbano. Inoltre ho forti dubbi sulla sua utilità. Il vecchio grattacielo Pirelli non era sufficiente? Dicono di no. Invece io penso che sarebbe stato meglio renderlo sufficiente e non dilatare tanto laburocrazia».
Lei ha sempre contestato i progetti realizzati per l’Expo 2015. Cosa non la convince?
«È l’idea stessa di Expo ad essere sbagliata. Le esposizioni generali appartengono ad un’altra epoca storica. Oggi non hanno più senso. Come non ha più senso la Fiera Campionaria. L’Expo è servita solo per portare avanti business edilizi con la logica del comitato di affari. Questo è stato lo stile milanese e lombardo dell’epoca che ci la-sciamo alle spalle».
Qualche grattacielo milanese lo salviamo?
«I grattacieli sono edifici superati, che hanno avuto la loro stagione d’oro alla fine dell’Ottocento. Oggi non mi entusiasmano. Costano un sacco e non vedo intorno a me grande creatività. Al massimo vedo che qualcuno ha scelto di farlo stortignaccolo o un po’ bizzarro. Un po’ pochino...».
Quanto ha pesato lo stile affaristico di Comunione e Liberazione nella stagione storica che ci lasciamo alle spalle?
«Cl ha sicuramente messo le mani sulla sanità lombarda. Ha probabilmente fatto anche bene quello che ha fatto. Ma la logica della lottizzazione non mi sembra il massimo della democrazia ».
Come immagina il nuovo leader lombardo capace di governare i prossimi anni?
«Dobbiamo prendere la caduta di Formigoni come un’occasione di rinascita per l’intera regione. Come un piccolo 25 Aprile lombardo. Ci vorrebbe un nuovo governatore con passione politica oltre che preparazione, serietà e ovviamente onestà. Qualcuno a metà strada tra un nuovo Monti e un nuovo Pisapia. Non è impossibile. Io ho già qualche nome in testa».
 

Pisapia interviene sullo scandalo del Pirellone
Bisogna restituire ai cittadini la possibilità di scegliere

MILANO — «Qui ci vuole una grande ribellione civica». Giuliano Pisapia ha fatto della morigeratezza nelle dichiarazioni pubbliche e della cortesia dei rapporti istituzionali uno dei tratti distintivi del suo governo della città. Ma il crescendo di inchieste giudiziarie, condanne, corruzione e malaffare, fino alla scoperta dell’infiltrazione della ‘ndrangheta al Pirellone, lo convince a uscire metaforicamente da Palazzo Marino per dare una scossa alla città, alla Milano dell’economia, delle professioni, della cultura e della creatività, alla politica locale travolta dagli scandali (il centrodestra) o impacciata nel reagire (il centrosinistra). «Ho sempre pensato che non tocca al sindaco chiedere un passo indietro al presidente della Regione, ma ormai si è superato il limite, a questo punto non si può andare avanti».
Attento, sindaco, Formigoni le ha già mandato a dire che lei non siede in Consiglio regionale e non è titolato a interferire.
«È vero, non sono consigliere regionale ma sono cittadino lombardo. E vorrei ricordare a Formigoni le decine di volte in cui, da presidente della Regione, è intervenuto pubblicamente per chiosare fatti o atti di governo che riguardano Milano. Dunque, credo di avere diritto di dire come la penso».
Cosa la turba, da cittadino lombardo?
«Quando ci sono, come pare evidente, elementi concreti per individuare un collegamento tra un rappresentante delle istituzioni e la ‘ndrangheta, quando di fronte a fatti come questo la maggioranza di governo della Regione non trova di meglio che mettere insieme un compromesso squallido e vergognoso, allora si deve dire con chiarezza che l’unica cosa da fare, ciò che il senso di responsabilità e il rispetto delle istituzioni impongono è dimettersi e restituire ai cittadini la possibilità di scegliere ».
Ma prima dell’arresto dell’assessore Zambetti accusato di aver comprato i voti dai clan, ci sono stati altri 13 tra consiglieri regionali, assessori ed ex assessori delle giunte Formigoni indagati, arrestati o processati. E c’è un presidente della Regione che, come ormai acclarato, ha mentito ai cittadini sulle sue vacanze pagate dal faccendiereDaccò.
«Tutti episodi gravissimi, a cominciare dal comportamento di Formigoni: ha detto che avrebbe dato risposte e non le ha mai date, ha detto che sarebbe andato dai magistrati a chiarire e non ci va, ha dato versioni contraddittorie. Ed è grave che così tanti dei suoi collaboratori, uomini che ha scelto e voluto nella sua squadra, siano sotto accusa per corruzione, concussione, bancarotta. Ma queste sono vicende giudiziarie. Oggi c’è qualcosa di più: l’idea che la criminalità organizzata sia in grado di penetracosìre fino al cuore dell’amministrazione pubblica è un colpo mortale alla credibilità delle istituzioni e causa una perdita di fiducia forse irreversibile da parte dei cittadini. Se si va avanti così, gli elettori non ci saranno più... Crescerà enormemente l’astensione, i voti andranno all’antipolitica o, peggio, a chi pensa di usare la politica per i propri scopi personali. L’abbiamo già visto ».
Eppure, di fronte alla gravità di questi fatti, la reazione di Milano, in particolare di quella che un tempo si chiamava la “buona borghesia”, non è parsaforte e sdegnata come ci sisarebbe potuti aspettare.
«Forse sono mancate alcune voci altisonanti, o forse i toni non sono stati abbastanza decisi. C’è purtroppo una grande assuefazione a queste situazioni di illegalità, figlie di un potere morente e della cultura berlusconiana da cui cominciamo a uscire. E c’è molta sfiducia nella possibilità di cambiamento. Ma io vedo anche tantissimi milanesi che si impegnano gratuitamente per una politica onesta».
Come si combattono la corruzione dilagante e la collusione con le congreghe mafiose?
«Lavorando dal basso, ricostruendo una cultura della legalità, immettendo nell’amministrazione pubblica, nelle squadre di governo e nella macchina della burocrazia gli anticorpiai virus che infettano la
vita pubblica».
Sì, ma a Milano proprio in questi mesi si assegnano i lavori per l’Expo, miliardi di euro. E dalle inchieste sembra di intravvedere un vero e proprio “progetto di rapina” dal parte delle cosche. Si sente di garantire ai milanesi che appalti, grandi e piccole opere non saranno inquinati da interessi illegali?
«Mi sento certamente di assumere l’impegno a lavorare perché ciò non avvenga. E il fatto che già sui primi appalti siano immediatamente emerse alcune anomalie mi fa stare tranquillo: la griglia dei controlli rigidi che abbiamo predisposto funziona ».
Come si salva allora questa politica malata?
«La politica si salva solo se è capace di autoimporsi un rinnovamento profondo e se torna a parlare con il territorio. Guardo nella mia metà campo: non basta contrastare i governi di Pdl e Lega, bisogna preparare un’alternativa credibile, attrezzare la mobilitazione, cogliere la volontà di cambiamento. Bisogna confrontarsi non solo tra partiti, ma anche con l’associazionismo, il volontariato, la cittadinanza attiva. Coinvolgere, allargare. Solo così riusciremo a far partire la ribellione civica che avvertiamo necessaria».
Il centrosinistra sembra in ritardo,su questo.
«Sì, lo siamo, in Lombardia come nel Paese. Le primarie non sono cominciate nel modo migliore. Ho già detto che il confronto sui progetti e sulle idee va bene, le polemiche personali tra i candidati no. Oppure chi vince le primarie rischia di perdere le elezioni».
Ha deciso chi voterà tra i candidatiin campo?
«Andrò ad ascoltare tutti. Poi deciderò».
E Penati?
«È evidente a tutti, a lui per primo, che il suo caso imbarazza l’intero centrosinistra. Per lui vale tutto ciò che ho detto per Formigoni».

di Roberto Rho

Dall'editoriale di Ezio Mauro
La politica che vuole salvare se stessa ha l'occasione per farlo.

...La nostra democrazia era corrosa dalle tangenti nel '92, oggi è malata. C'è la possibilità di salvarla, prima di tutto evitando i giudizi sommari che impediscono di capire, dunque di distinguere, quindi di giudicare e infine di scegliere con il voto. La parola "casta" è uno degli inganni della fase in cui viviamo, perché annulla questa capacità di distinguere e di discernere, crea il fascio che tutto accomuna, disarmando il cittadino quando lo indigna a vuoto, perché gli fa credere che il cambiamento sia impossibile o peggio inutile, mentre lo rassicura facendolo sentire diverso e migliore.

Tocca invece a noi, cittadini e pubblica opinione, esercitare la fatica della coscienza e della consapevolezza, dunque della responsabilità, sporcandoci le mani. È stupefacente come un'opinione pubblica sedata non voglia oggi essere protagonista davanti a quel che accade: non con le monetine (che sono state poi raccolte da Bossi e Berlusconi), ma con l'indicazione di una disponibilità democratica al cambiamento, con la richiesta forte della vera riforma di cui il Paese ha bisogno, quella dell'onestà, della legalità, del rispetto non soltanto formale della Costituzione e della democrazia repubblicana. Partendo da Milano, dove Formigoni deve dimettersi per gli scandali altrui ma soprattutto per il proprio, incapace com'è di dire la verità ai cittadini sulle vacanze pagate da un faccendiere della sanità regionale.

Tocca poi al governo e alla parte più responsabile del Parlamento fare il resto. Non c'è tempo da perdere, e ci sono almeno tre urgenze: cambiando la vergogna del Porcellum, come si può pensare di riportare sulla scheda elettorale le preferenze, dopo lo spettacolo di Fiorito a Roma e di Zambetti a Milano? Cosa si aspetta a chiedere conto alle banche anche in Italia delle operazioni col denaro sporco, con l'evasione fiscale, col riciclaggio? Come si può infine pensare di varare una legge anticorruzione come chiedono milioni di cittadini (e trecentomila firme di "Repubblica") scendendo a compromessi con una destra che punta a manipolare fattispecie di reati, pene e prescrizioni in vista di possibili utilizzi privati del suo Capo, con qualche resto per i Penati di turno?

La politica che vuole salvare se stessa ha l'occasione per farlo. Guai se venisse perduta. Oggi una riforma vera del sistema, in nome della legalità, non può trovare resistenze serie che abbiano il coraggio di manifestarsi alla luce del sole. Dunque si può: basta avere il coraggio di parlar chiaro al Paese, chiedendo il sostegno dell'Italia onesta.

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Comunicati stampa
25/03/2015 23:31 - LAVORO AGILE. UNA GIORNATA SPECIALE IN 300 UFFICI DA MILANO A CATANIA
25/03/2015 23:30 - SALUTE. FARMACIE COMUNALI APERTE PER ESAMI GRATUITI AI MILANESI
25/03/2015 23:30 - AMBIENTE. IL COMUNE ADERISCE ALL’INIZIATIVA “EARTH HOUR”
23/03/2015 21:30 - CONSIGLIO COMUNALE. DIMEZZATO IL NUMERO DELLE BENEMERENZE CIVICHE
23/03/2015 21:29 - MILANO. PISAPIA: "GRAZIE A CHI MI HA ESPRESSO STIMA E APPREZZAMENTO"
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