La lettera della nipote Giulia al cardinal Martini
Una straordinaria testimonianza sulle ultime ore di vita di un grande uomo
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Caro zio,
zietto come mi piaceva chiamarti negli ultimi anni quando la malattia ha fugato il tuo naturale pudore verso la manifestazione dei sentimenti questo è il mio ultimo, intimo saluto.
Quando venerdì il tuo feretro è arrivato in Duomo la prima persona, tra i fedeli presenti, che ti è venuta incontro era un giovane in carrozzina, mi è parso affetto da Sla.
D'improvviso sono stata colta da una profondissima commozione, un'onda che saliva dal più profondo e mi diceva: «Lo devi fare per lui» e per tutti quei tantissimi uomini e donne che avevano iniziato a sfilare per darti l'estremo saluto, visibilmente carichi dei loro dolori e protesi verso la speranza.
Lo sento, Tu vorresti che parlassimo dell'agonia, della fatica di andare incontro alla morte, dell'importanza della buona morte.
Morire è certo per noi tutti un passaggio ineludibile, come d'altro canto il nascere e, come la gravidanza dà, ogni giorno, piccoli nuovi segni della formazione di una vita, anche la morte si annuncia spesso da lontano. Anche tu la sentivi avvicinare e ce lo ripetevi, tanto che per questo, a volte, ti prendevamo affettuosamente in giro.

Poi le difficoltà fisiche sono aumentate, deglutivi con fatica e quindi mangiavi sempre meno e spesso catarro e muchi, che non riuscivi più a espellere per la tua malattia, ti rendevano impegnativa la respirazione. Avevi paura, non della morte in sé, ma dell'atto del morire, del trapasso e di tutto ciò che lo precede.

Ne avevamo parlato insieme a marzo e io, che come avvocato mi occupo anche della protezione dei soggetti deboli, ti avevo invitato a esprimere in modo chiaro ed esplicito i tuoi desideri sulle cure che avresti voluto ricevere. E così è stato. Avevi paura, paura soprattutto di perdere il controllo del tuo corpo, di morire soffocato. Se tu potessi usare oggi parole umane, credo ci diresti di parlare con il malato della sua morte, di condividere i suoi timori, di ascoltare i suoi desideri senza paura o ipocrisia.

Con la consapevolezza condivisa che il momento si avvicinava, quando non ce l'hai fatta più, hai chiesto di essere addormentato. Così una dottoressa con due occhi chiari e limpidi, una esperta di cure che accompagnano alla morte, ti ha sedato.

Seppure fisicamente non cosciente - ma il tuo spirito l'ho percepito ben presente e recettivo - l'agonia non è stata né facile, né breve. Ciò nonostante, è stato un tempo che io ho sentito necessario, per te e per noi che ti stavamo accanto, proprio come è ineludibile il tempo del travaglio per una nuova vita.
È di questo tempo dell'agonia che tanto ci spaventa, che sono certa tu vorresti dire e provo umilmente a dire per te. La chiave di volta - sia per te che per noi - è stata l'abbandono della pretesa di guarigione o di prosecuzione della vita nonostante tutto. Tu diresti «la resa alla volontà di Dio».
A parte le cure palliative di cui non ho competenza per dire è l'atmosfera intorno al moribondo che, come avevo già avuto modo di sperimentare, è fondamentale.

Chi era con te ha sentito nel profondo che era necessaria una presenza affettuosa e siamo stati insieme, nelle ultime ventiquattro ore, tenendoti a turno la mano, come tu stesso avevi chiesto. Ognuno, mentalmente, credo ti abbia chiesto perdono per eventuali manchevolezze e a sua volta ti abbia perdonato, sciogliendo così tutte le emozioni negative.

In alcuni momenti, mentre il tuo respiro si faceva, con il passare delle ore, più corto e difficile e la pressione sanguigna scendeva vertiginosamente, ho sperato per te che te ne andassi; ma nella notte, alzando gli occhi sopra il tuo letto, ho incontrato il crocefisso che mi ha ricordato come neppure il Gesù uomo ha avuto lo sconto sulla sua agonia.
Eppure quelle ore trascorse insieme tra silenzi e sussurri, la recita di rosari o letture dalla Bibbia che stava ai piedi del tuo letto, sono state per me e per noi tutti un momento di ricchezza e di pace profonda.

Si stava compiendo qualcosa di tanto naturale edineludibile quanto solenne e misterioso a cui non solo tu, ma nessuno di coloro che ti erano più vicini, poteva sottrarsi. Il silenzio interiore ed esteriore i movimenti misurati l'assenza di rumori ed emozioni gridate - ma soprattutto l'accettazione e l'attesa vigile - sono stati la cifra delle ore trascorse con te.
Quando è arrivato l'ultimo respiro ho percepito, e non è la prima volta che mi accade assistendo un moribondo, che qualcosa si staccava dal corpo, che lì sul letto rimaneva soltanto l'involucro fisico. Lo spirito, la vera essenza, rimaneva forte, presente seppure non visibile agli occhi. Grazie Zio per averci permesso di essere con te nel momento finale. Una richiesta: intercedi perché venga permesso a tutti coloro che lo desiderano di essere vicini ai loro cari nel momento del trapasso e di provare la dolce pienezza dell'accompagnamento.

Giulia Facchini Martini

Un'iniziativa del Movimento Milani Civica
incontro con Franco D'Alfonso
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MILANO - Una nuova iniziativa del Movimento Milano Civica che, per promuovere la partecipazione dei cittadini, ha organizzato nell'ambito di "Assessori in piazza" un incontro con l'assessore a Commercio, Attività produttive, Turismo e Marketing territoriale Franco D'Alfonso per venerdì 20 luglio nel Giardino del Museo del Fumetto in viale Campania 4.

All'incontro parteciperanno le consigliere comunali per la Lista Civica x Pisapia Sindaco Anna Scavuzzo e Elisabetta Strada e la presidente del consiglio di zona 4 Loredana Bigatti.

Milano che cambia e scambia.
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Il 30 giugno lo Smeraldo chiuderà i battenti. Il secondo teatro privato italiano abbasserà la saracinesca. Un congedo con una notte bianca, sei ore di musica e danze per salutare i milanesi. Poi l’addio. Dal primo luglio partiranno i lavori per trasformare il teatro in un centro commerciale della catena enogastronomica Eataly . Ai partecipanti sarà regalato un piccolo lembo del sipario. Se si riaprirà Il teatro, in altro luogo ed in altro spazio , questo ritaglio di stoffa sarà considerato un biglietto valido per assistere alla prima serata del nuovo Smeraldo.
Un cantiere lungo ed infinito in piazza XXV aprile, proprio davanti allo Smeraldo, ha rovinato un attività con più di sessant’anni di successi. Dall’estate del 2006 si scava per il parcheggio interrato, che doveva consegnare alla città 322 box privati e 360 posti auto a rotazione 42 mesi fa. Un secolo . Senza contributi pubblici ( mai chiesti), abbandonato da sponsor e clienti , il patron Gianmario Longoni, deve mollare.
Suona un po’ beffardo pensare che il primo luglio sarà consegnata la piazza finalmente ai milanesi, riqualificata ed abbellita da quattro spazi pieni di alberelli . Senza lo Smeraldo e con un supermarket del cibo di qualità. Con un sacco di box non ancora venduti.
David Bowie , Nureyev , Vecchioni , Mina ,Celentano,Charles,Davis, Vecchioni ,Piazzolla , De Andrè, Fo ed altri ancora, hanno calcato quel palco. Troppi per ricordarli tutti. C’è stato anche il nostro sindaco Pisapia che incontrò i milanesi in una serata indimenticabile il 19.5.11 durante il ballottaggio.
Quel luogo di spettacolo e di cultura non ci sarà più. Cambiata la destinazione d’uso . Ci sarà un supermercato di qualità. Che sarà il centro di un distretto del cibo, di un ‘food district ‘ come ha auspicato in intervista a febbraio ad Affari Italiani l’Assessore al commercio , Attività produttive , Turismo , Marketing territoriale Franco D’Alfonso.
Su Arcipelago Milano, settimanale di politica e cultura, in una rubrica denominata Carneade si scherza sulla chiusura del teatro e si scrive che si passerà dallo spettacolo dei Fichi d’india ( che erano in cartellone qualche settimana fa) alle conserve di fichi. Per il simpatico e pungente commentatore della rivista, la città ci guadagnerà .
Non so se la città ne avrà beneficio, non so nemmeno se il food district favorirà lo sviluppo commerciale e turistico della zona , so soltanto che lo Smeraldo, dopo tanti anni non ci sarà più.
Magari un giorno lo Smeraldo riaprirà in un altro luogo. Magari ritornerà nello stesso luogo . In piazza XXV aprile . Grazie ad un cambio di destinazione d’uso. Ci vorrà un po’ di tempo ma secondo alcune indiscrezioni tornerà. Me la assicurato Ian Anderson, il leggendario leader dei Jethro Tull. Maestro sublime di flauto e pifferaio magico. Lui ha suonato e calcato il palco dello Smeraldo nel 1971 e dopo 41 anni si è riproposto con la sua band sullo stesso palco. Il primo giugno , pochi giorni fa. La notizia che lo Smeraldo chiudesse lo ha un poco scosso. Ma lui crede che fra esattamente 41 anni lui ritornerà con la stessa band , sullo stesso legno con la stessa meravigliosa musica. Lo raccontava mentre degustavamo vino e mangiavamo del pesce squisito. E non eravamo in un ‘food district’. Un altro miracolo del pifferaio magico.
Marco Fumagalli.

Lettera aperta a Giuliano Pisapia
Lo chiedono al Sindaco Claudio Conti e Donatella Fiocchi soci di MMC

Gentile Sig. Sindaco, di ritorno da un viaggio all’estero leggo sulla stampa nazionale voci relative ad un imminente “rimpasto” nella Sua squadra di governo della città.
Premetto che sono un Suo elettore: non solo ho votato per Lei alle ultime elezioni comunali; ma ho anche grandemente apprezzato il modo in cui ha agito sino ad ora la Sua Giunta – da Lei ovviamente ispirata e guidata con mano ferma. Nonostante la mia non giovanissima età (ho 73 anni), questa amministrazione mi ha restituito interesse per i problemi di Milano, ed orgoglio di sentirmi un cittadino, e non semplicemente un abitante, come mi accadeva durante la precedente amministrazione.
A maggiore ragione comprenderà quindi il mio disorientamento, che provo a spiegare con una metafora banale. Se il CEO – o amministratore delegato – di un grande gruppo industriale o finanziario si presenta all’assemblea degli azionisti annunciando di dovere procedere alla sostituzione di una parte significativa (quanto meno numericamente …) del top management, con tutta probabilità gli azionisti voteranno invece per la sua rimozione. Queste le eventualità che prenderanno in considerazione:
• A: ai vertici del gruppo regna una situazione di tensione o caos ormai fuori controllo;
• B: oppure la scelta di quegli amministratori si è rivelata radicalmente sbagliata.
La seconda alternativa ammette a sua volta due possibilità:
• B1: gli amministratori “inadeguati” sono stati scelti liberamente dal CEO;
• B2: oppure in parte – o tutti – sono stati imposti, o nominati al di fuori della volontà del CEO.
In ciascun caso gli azionisti vedrebbero una responsabilità diretta dell’amministratore delegato, e si regolerebbero di conseguenza.

La metafora in questo caso è particolarmente rozza, e di ciò mi scuso con Lei. Sta comunque che, votando per Lei, come tanti altri cittadini ho sinceramente creduto – e credo tuttora – nella Sua promessa di un nuovo modo di fare politica, più aperto e rispettoso del bene comune. Come ho appena detto, ho anche iniziato a vedere frutti tangibili dovuti a questo diverso approccio. Tra i temi che Lei ha ripetutamente sottolineato, vi è quello del lavoro di squadra, e della necessità di coesione: e poiché continuo ad avere la massima fiducia in Lei, sono portato ad escludere l’alternativa A di cui sopra. Resta l’alternativa B, nelle sue due versioni: ed anche in questo caso sono piuttosto imbarazzato. Possibile che un uomo della sua esperienza e saggezza abbia commesso un errore di valutazione tanto vistoso? Non lo credo. Possibile che lo stesso, che mi ha conquistato per la sua fierezza ed il suo spirito di indipendenza si sia assoggettato a scelte altrui, specie se sbagliate? Lo escludo.

Come vede, mi trovo in serie difficoltà … condivise – ritengo – da una non piccola schiera di cittadini. Anche perché – se mi permette – la Sua Giunta non opera sotto una campana di vetro, o in un sistema perfettamente isolato; bensì a Milano, che è anche il capoluogo della Regione Lombardia. A riguardo di quest’ultima ci siamo recentemente abituati a sconquassi nel team direzionale dovuti non ad errori tecnici o di valutazione nell’ambito della gestione professionale dei propri incarichi; bensì a vere e proprie malversazioni o escroqueries che dir si voglia.

Le confesso che, quando ho letto i titoli apparsi su taluni giornali, ho provato una profonda frustrazione, pensando che questo fosse il motivo dell’eventuale “rimpasto” in questa circostanza; poi – fortunatamente – ho appreso che si tratterebbe di errori di valutazione, ritardi o inadempienze, gaffes ecc. Non che tutto ciò debba essere giustificato, per carità; tuttavia, avendo dedicato una parte non trascurabile della mia vita alla didattica, ritengo che molto si possa insegnare, e che gli errori siano il prezzo inevitabile che si paga quando si affrontano con spirito nuovo problemi di complessità analoga a quella con la quale la Sua Giunta deve confrontarsi.

C’è però molto di più. Le sostituzioni delle quali parlano i giornali verrebbero a colpire, tra gli assessori, proprio quelli che hanno maggiormente impersonato il cambiamento auspicato dal “popolo arancione”. Togliere in un momento tanto difficile, come quello che stiamo vivendo, la fiducia a coloro che si sono sin qui impegnati “mettendoci la faccia”, come se fossero colpevoli di errori imperdonabili, sarebbe un gesto che i cittadini sicuramente non capirebbero, soprattutto guardando al diverso esempio offerto dall’amministrazione regionale, dove vi è chi dichiara che neppure un avviso di garanzia basterebbe per indurlo alle dimissioni: dopo tutto quello che si è visto …

Le accludo il mio indirizzo email nel caso voglia rispondermi. Tutto quanto ho scritto è condiviso da un altro elettore, o più esattamente: da una elettrice: mia moglie, che ha partecipato attivamente alla Sua campagna e quindi si firma con me.

Cordialmente

Claudio Conti Donatella Fiocchi
conticlaud@gmail.com donatellafiocchi@hotmail.com

Milano, 4 giugno 2012

Disagio
Occorre istituire un osservatorio all'interno dell'Assessorato ai Servizi Sociali

MILANO - Ciclicamente, a distanza di qualche mese, a Milano, la cronaca ci riporta all’attenzione una problematica di estrema attualità, vissuta con timore dai cittadini: la presenza di bande cittadine, costituite perlopiù da minori o da giovani adulti, che si fronteggiano in alcune zone della città e costituiscono un grave problema di sicurezza sociale. I nomi di questi gruppi (Latin Kings, Nietas, Comando, per citarne alcuni) ci riportano alla mente esperienze storiche antagoniste prevalentemente di origine sudamericana. Questa, infatti, la matrice culturale, con istanze di egualitarismo sociale e di solidarietà giovanile e sono di origine hispanica anche la maggioranza dei componenti di questi gruppi giovanili che spesso creano disagio in alcuni quartieri cittadini.
Nel 2007, l’allora presidente della provincia di Milano, Filippo Penati, riuscì ad abbozzare una sorta di “accordo programmatico” con alcune di queste realtà, con l’impegno, da parte loro, di una totale astensione da qualsiasi forma di violenza e, da parte del potere politico, un “riconoscimento di fatto” e un impiego delle risorse umane di queste “bande” in alcuni progetti di integrazione interrazziale (gestione spazi ricreativi, ad esempio).
Non sempre le finalità di integrazione culturale sono riuscite: ricordiamoci, ad esempio, gli scontri etnici di via Padova del 2010, scoppiati a seguito della morte di un ventenne egiziano accoltellato da un giovane dominicano dopo una banale lite sull’autobus. O anche il recente arresto di una trentina di ragazzi sudamericani, autori di rapine sulle linee metropolitane, che spesso filmavano le loro “prodezze” e caricavano in rete quanto filmato. Anziché aderire a gang esistenti, molti giovani, negli ultimi mesi, si sono inventati le proprie (con nomi altrettanto evocativi, Latin Dangerz e Los Brothers), ispirandosi alle note band hispaniche, ma non condividendo con le stesse alcun principio ideale, esprimendosi solo con atti violenti.
Diamo qualche dato numerico. Secondo i recenti dati del Comune (fine 2011), a Milano gli immigrati sudamericani regolari sono oltre 42.000. Arrivano soprattutto da Perù ed Ecuador e sono una comunità molto giovane: i minorenni sono quasi 1 su 4. Molti di loro vivono in Italia con un solo genitore – in genere la madre – ma sono cresciuti in patria affidati ad altri parenti e si tratta di giovani senza alcun rapporto con l’autorità familiare e che spesso hanno abbandonato la scuola. È facile riconoscere i giovani affiliati dai comportamenti: le passeggiate a ranghi serrati, l’abuso di alcol, l’onnipresente coltello che tutti portano con sé.
Le risse tra bande rivali, che finiscono ciclicamente sulle pagine di cronaca, sono il reato più frequente, oltre a risse, furti e rapine: insomma, si tratta di un grave problema sociale che non va affrontato solo da un punto di vista repressivo. Si citava l’esperienza di tentativo di “accordo programmatico”, allora elaborato dalla presidenza della provincia, perché si ritiene che l’unico modo per isolare la violenza all’interno di queste bande e, allo stesso tempo, favorire l’integrazione di soggetti spesso ad alto rischio desocializzazione, ancorché molto giovani, sia proprio quello di un “riconoscimento virtuoso” delle stesse da parte delle istituzioni.
Come avvenuto per la comunità rom, un’idea potrebbe essere quella di istituire, all’interno dell’assessorato ai servizi sociali, un vero e proprio osservatorio relativo a questo fenomeno che ne indaghi a fondo le cause e cerchi un contatto positivo con i componenti. Solo così si potrà controllare un importante problema sociale, eventualmente cercare di allontanare dalle esperienze di microcriminalità soggetti molto giovani e valorizzare coloro che intendono seriamente impegnarsi in piccole iniziative di integrazione.
Insomma, occorre trasformare un grave problema di sicurezza in risorsa di integrazione della nostra città, pena, in caso contrario, una doppia sconfitta: sia da un punto di vista repressivo, con l’aumento della tensione e di condotte criminose di vario tipo, sia da un punto di vista dell’inserimento sociale di giovanissimi che, pur provenendo da paesi lontani, sono e saranno nostri concittadini.

Ilaria Li Vigni





 

Oltre la Torre Galfa
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MILANO - Milano ha bisogno di spazi da usare, ma al momento ci sono ben 115 luoghi abbandonati. Per avere un’idea delle dimensioni, basta immaginare uno spazio grande circa otto volte il Duomo di Milano. Otto volte. Sono uffici pubblici e privati non più utilizzati, ex fabbriche e scali ferroviari, cascine immerse nel verde dei parchi, con grandezze che vanno da una singola stanza di 20 metri quadri a interi edifici a più piani.

Alcuni sono inutilizzati da tempo immemore e fanno ormai parte dello skyline della quotidianità dei milanesi. Come l’edificio in via della Palla, bombardato durante la seconda Guerra Mondiale e mai sistemato. Altri esteriormente non saltano all’occhio per il loro degrado, ma si notano quando vengono occupati perché compaiono scritte, disegni e striscioni sui muri. L’ultimo, in ordine di tempo, è la torre Galfa, l’ex sede della Banca Popolare di Milano tra via Galvani e via Fara, 31 piani vuoti da 15 anni. Lo scorso week il primo piano dell’edificio è diventato la sede di Macao, il nuovo centro per le arti di Milano nato da un gruppo di lavoratori del mondo dello spettacolo e delle arti proveniente da tutta Italia che punta alla sperimentazione dal basso di nuove forme e linguaggi culturali.

E ancora: l’ex deposito delle Poste in piazzale Lugano, l’ex sede del Pci in via Volturno, l’ex cinema De Amicis in via Caminadella, la palazzina liberty di via Molise 68. E centinaia di spazi commerciali sfitti, sia di proprietà privata sia pubblica. Persino nella moderna stazione Centrale ci sono negozi ancora vuoti.

Luoghi pubblici e privati che compongono un immenso patrimonio inattivo. E una città alla costante ricerca di spazi di aggregazione che vuole fare sentire la propria vivacità, messa a dura prova dalla crisi economica. Milano rivuole i suoi spazi. Ma come restituirli alla collettività? Ci sta provando l’amministrazione comunale con un protocollo d’intesa che punta a promuovere progetti di riuso temporaneo di spazi inutilizzati destinati a realtà associative, imprenditoriali e giovanili.

Il protocollo d’intesa coinvolge gli assessorati all’Urbanistica, al Decentramento, al Demanio, al Tempo Libero e alla Cultura, il DiAP – Dipartimento di Architettura e Pianificazione del Politecnico di Milano – e l’associazione Temporiuso.net, che dal 2009 collabora attivamente con il DiAP e i ricercatori e i tirocinanti del laboratorio multiplicity.lab e con diverse realtà a livello internazionale su progetti di riuso temporaneo di spazi in abbandono. «Questo protocollo ci permetterà di avere un quadro il più preciso possibile della situazione, sia per quanto riguarda gli immobili comunali sia privati», afferma Daniela Benelli, assessore all’Area metropolitana, Decentramento e municipalità, Servizi civici. «Vogliamo individuare delle linee guida per l’assegnazione temporanea degli spazi abbandonati semplificando le procedure di assegnazione, anche per gli immobili di proprietà privata, e privilegiando le destinazioni d’uso per il mondo dei giovani: spazi di aggregazione per le associazioni, luoghi di sperimentazione per i gruppi creativi, attività in co-working per gli imprenditori, studenti fuori sede».

Il primo passo è mappare i luoghi abbandonati e sottoutilizzati della città. Lavoro tutt’altro che semplice. Temporiuso.net ha messo a punto due tipologie di mappature per gli edifici. «La “mappa dei vuoti” è in costante aggiornamento grazie alle segnalazioni quotidiane dei cittadini e, ad oggi, contiene 115 luoghi non utilizzati. La “mappa dei luoghi”, invece, è più stabile e viene aggiornata periodicamente. Alla fine del 2011, i volumi abbandonati mappati ammontavano a oltre 3 milioni e mezzo di metri cubi», spiega Isabella Inti, docente del DiAP e coordinatrice di Temporiuso.net.

Il secondo passo è studiare le popolazioni destinatarie di questi spazi e le loro esigenze. La domanda è molto ampia e articolata e le necessità di utilizzo di spazi vanno da un minimo di una settimana/dieci giorni a un massimo di cinque anni. «Ci sono, ad esempio, gli artisti che hanno bisogno di luoghi anche solo per una sera o qualche mese per esporre le loro opere – continua Inti – Le associazioni locali di genitori, anziani, stranieri, che possono volere una sede temporanea per promuovere le loro attività; artigiani, imprese start up, gruppi di creativi, che necessitano di spazi per un periodo più lungo; i giovani turisti che cercano strutture a costi accessibili; gli studenti fuori sede che arrivano a Milano per frequentare l’università».

Terzo: mettere a punto le “buone pratiche del riuso” per affidare gli spazi. La formula adottata da Temporiuso.net, già attiva in città come Amsterdam, Berlino, Bruxelles, prevede l’assegnazione degli immobili attraverso un bando pubblico con “invito alla creatività”: «Significa – spiega la docente – che chi si aggiudica gli spazi si impegna a restituire alla collettività locale un servizio, un “baratto creativo” di tempo e attività che gli usufruttuari dedicheranno una volta al mese al quartiere. Gli spazi vengono assegnati alle varie realtà in comodato d’uso temporaneo o in concessione d’uso temporaneo e, a seconda dello stato di abbandono o sottoutilizzo dell’immobile, si realizza un piano economico che definisce quali siano gli oneri e le spese a carico del locatario».

Temporiuso.net l’ha già sperimentata con successo a Sesto San Giovanni. Nel 2009 con il progetto ex-Breda Greenhouse, dove l’edificio della portineria della ex fabbrica è stato trasformato in una serra vivaio per ospitare attività creative legate all’arte, ai temi del verde e del territorio. E dal 2011 con “Made in MaGe”, dove negli ex magazzini generali della Falck hanno trovato casa una quindicina tra realtà artigianali e creative legate ai temi della moda e del design sostenibile che una volta al mese organizzano incontri e attività sul territorio.

«Oltre agli incontri, il 22 aprile abbiamo iniziato in zona 4 il “Temporiuso Bike Tour”: un giro che coinvolgerà le nove zone di Milano alla scoperta dei luoghi in abbandono e dei progetti di riqualificazione già iniziati, realizzato insieme ai consigli di zona e alle associazioni cittadine. Il 16 maggio esploriamo la zona 3, per poi proseguire il 20 in zona 2, il 27 in zona 8, il 30 in zona 6, il 13 giugno in zona 9, il 17 in 7, il 20 in zona 5 e si conclude il 23 o 24 giugno nella zona centrale della città». E a fine settembre è in programma una tre giorni del riuso temporaneo: nove spazi da restituire alla collettività, uno per zona, attraverso progetti creati dall’incontro tra pubblico e privato.


 

Considerazioni sul dramma di questi giorni: l'aumento dei suicidi
L'idea di "giustizia verso il cittadino" deve rientrare nel patrimonio della collettività

MILANO - Leggo i giornali e la prima associazione che mi viene in mente è quella di trovarmi sotto un vulcano. Nel suo libro straordinario Malcolm Lowry assisteva alla propria disgregazione e a quella dei propri affetti sotto l’effetto devastante dell’alcol, in un paesaggio apocalittico dominato da un sonnacchioso e inquietante vulcano.
A me viceversa sembra oggi di poter cogliere i sintomi, altrettanto inquietanti, dell’inizio di una incrinatura nella coscienza collettiva. Il numero dei suicidi è quotidianamente alimentato da nuove tragedie, sulle quali la stampa si getta nel modo consueto, trasformando un dramma privato e personale in uno spettacolo, compiacendosi con i dettagli sul modo in cui questi sventurati hanno scelto di darsi la morte: dettagli non solo inutili, come è ovvio; ma addirittura offensivi: un ultimo torto a chi è stato sopraffatto dalla disperazione. Al contrario, in queste circostanze si richiederebbe soltanto rispetto, pietà e silenzio; ma tant’è, e naturalmente questa pratica finirà per trasformarsi nella profezia che si autoavvera, nella misura in cui finirà per sollecitare quella componente esibizionistica che non di rado accompagna simili gesti estremi.
Cosa dobbiamo invece cogliere in questi eventi tristissimi? Togliersi la vita è un gesto che esprime certamente un livello straordinario di disperazione; ma rappresenta altresì un atto di violenza, seppure contro sé stessi.
Accanto a questi possiamo porre gli episodi, ormai pressoché quotidiani, di esasperazione diffusa nei confronti delle istituzioni demandate all’esazione delle imposte, e di violenza verso gli addetti a questo ingrato compito. Anche in questo caso il compiacimento della cronaca non fa che soffiare sul fuoco; sicché è facile attendersi che tali episodi, anziché diradarsi, diventino sempre più frequenti.
A questo punto mi si potrebbe obiettare che la causa principale di tutto ciò sta sotto gli occhi di tutti, ed è la crisi: cosmica, globale, europea, italiana a seconda dei casi, dei punti di vista, o peggio, degli interessi privati o di parte. Non c’è dubbio, ovviamente; ma tutti noi, in quanto cittadini consapevoli, non possiamo permetterci di sottovalutare, o peggio, di ignorare questo terribile intreccio di disperazione e violenza: per lo stesso motivo per cui i vulcanologi tengono sotto stretto controllo le caldere dei vulcani più micidiali, e non vi è bisogno di richiamare l’esempio della Bastiglia e del 14 luglio 1789.
Quali sono le implicazioni per noi e per il nostro Movimento, che intende fare della salvaguardia del bene comune la propria bandiera? Se questa combinazione di disperazione / violenza assumerà la connotazione di un magma effusivo, una delle conseguenza sarà ovviamente quella di travolgere con sé ogni riflessione sul tema del bene comune. Di qui segue una raccomandazione: che i nostri sforzi teorici e la nostra proposta politica riescano a fare rientrare nella definizione di “patrimonio collettivo” una idea di “giustizia verso il cittadino”, che a mio modo di vedere non è completamente assimilabile né al diritto pubblico, né al diritto privato: una idea siffatta dovrebbe – a mio sommesso avviso – costituire una parte fondante del concetto di bene comune. Non esistono meccanismi per spegnere la violenza distruttiva dei vulcani; per secoli i filosofi si sono affaticati ad escogitare meccanismi regolativi della violenza dell’uomo. Impresa difficilissima, forse impossibile … e proprio per questo meritevole d’essere tentata.

di Claudio Conti

Pendolari

MILANO - Recenti dati Istat ci dicono che il 30% dei lavoratori in Lombardia si allontanano quotidianamente dalla propria città o paese di residenza per ragioni professionali, per poi far rientro a casa alla sera. Ovviamente, la meta decisamente più frequente è Milano, crocevia commerciale e industriale in cui sono collocati la maggior parte degli uffici amministrativi delle grandi società, un gran numero di uffici pubblici e servizi, tra cui plessi scolastici, strutture ospedaliere, università e quant’altro. I dati ci dicono che, ogni giorno, circa novecentomila, tra studenti e lavoratori, arrivano a Milano per quotidiane occupazioni e, ogni tardo pomeriggio, questa “città viaggiante” rientra nei propri paesi o città di origine.
Le problematiche che i pendolari hanno, nella gestione quotidiana del tempo, sono tantissime e sono principalmente dovute alle difficoltà logistiche dei mezzi di trasporto, per quanti, tra loro, utilizzano i mezzi pubblici. Si è calcolato che, mediamente, il pendolare incontra un ritardo quotidiano nei propri spostamenti almeno quattro volte al mese e, nella grande maggioranza dei casi, questo ritardo comporta problematiche economiche di trattenuta sullo stipendio e, in ogni caso, problematiche disciplinari e organizzative.
I pendolari che si muovono in auto subiscono il congestionamento di tutti i giorni delle principali reti viarie di ingresso a Milano, impiegando, per il loro trasferimento, un periodo di tempo del 30% superiore a quello impiegato in caso di traffico normale. Conseguenza diretta anche del traffico automobilistico sono ritardi, quantificati in termini economici per il lavoratore e in termini di pregiudizio per il funzionamento del sistema, ma anche inquinamento ambientale e maggior numero di incidenti stradali.
Fin qui, ci si muove in ambito di “fatiche quotidiane tangibili” che affliggono il popolo dei pendolari, ma anche la comunità intera, l’ambiente e il territorio. Ma ci sono degli ulteriori aspetti critici, forse più impalpabili e valutabili solo in ottica sociologica, che, ad avviso di chi scrive, sono ben più dannosi per l’equilibrio della società. Infatti, il pendolare che si trova a dover percorrere un viaggio superiore ai 45/60 minuti ogni giorno per raggiungere il posto di lavoro e un periodo di tempo equivalente per fare rientro presso la propria abitazione la sera, è spesso sottoposto a un notevole stress psico-fisico che va oltre il tangibile ritardo o sovraffollamento dei mezzi pubblici ovvero il traffico veicolare. È qualcosa di più.
Infatti, la singola persona si trova a trascorrere un periodo di tempo pari al 10% della propria giornata – e al 15% del proprio periodo quotidiano di veglia – in viaggi spesso molto scomodi, con persone che condividono le medesime fatiche e spesso in condizioni di notevole stanchezza fisica. Questo tempo è indubbiamente – e ineluttabilmente – sottratto alla famiglia, alle occupazioni domestiche e al tempo libero; ragione per la quale il periodo trascorso in viaggio è spesso visto come una “parentesi mentale” faticosa e da concludere al più presto.
Posto che la grande città, fisiologicamente, offre un numero di posti di lavoro esponenzialmente superiore alle piccole realtà locali e che quindi il pendolarismo è fenomeno strettamente connesso alla nostra civiltà occidentale, occorre tuttavia consentire di “vivere” il periodo di trasferimento quotidiano del pendolare in condizioni il meno precarie possibili. Penso quindi a treni più confortevoli, ad autobus più comodi e veloci, a sale di attesa dotate anche di qualche confort, a servizi di bar o edicola anche nelle stazioni più piccole e periferiche.
Inoltre, anche il periodo di viaggio potrebbe essere reso più funzionale e piacevole con l’organizzazione, sui convogli ferroviari, di spazi di studio comune, di brevi lezioni di lingue o pratici insegnamenti di hobbies (dal ricamo al modellismo), oltre a rivendite di libri e giornali: tutti momenti di incontro e formazione che possano arricchire le persone e rendere più piacevole e fruttuoso il viaggio. Sono idee non sempre di facile realizzazione pratica, ma devono costituire spunti che non devono mai venir meno in qualsiasi “agenda programmatica” degli amministratori locali.
Si tratta, infatti, di aiutare una parte produttiva del paese, che, per compiere il proprio lavoro quotidiano, deve spostarsi ogni giorno con vari mezzi di trasporto, a vivere questo viaggio con la maggior serenità, comodità e “dignità” possibile. Così che questo importante periodo della giornata divenga non solo una “parentesi” da superare il più in fretta possibile verso il lavoro o verso casa, ma un “momento di vita” a tutti gli effetti, con possibilità di leggere, studiare, incontrare persone nuove, accrescendo la propria personalità e la propria qualità di vita.

di Ilaria Li Vigni

Ricette in arancio/ 2
Un'altra ricetta filosofico-gastronomica dell’Arancio

MILANO - C’è una ricetta che viene molto amata dalla mia famiglia, con la quale so di accontentare tutti, ed è quella del Polpo un due tre.
Oh bella,voi direte, perchè proprio “un due tre”? Pazienza, pazienza, ogni cosa a tempo debito... intanto cominciate a procurarvi gli ingredienti per 3/4 persone:

2 bei moscardini freschi da 300/400 gr l’uno oppure 2 polpi medio-piccoli dello stesso peso
1 bel tappo di sughero proveniente da un buon vino o spumante; deve riportare ancora un un vago
ricordo del profumo del vino che lo bagnava (guai se “sapesse di tappo”: eliminare subito!)
4 patate medio/grosse (meglio se biologiche)
1 mazzetto di prezzemolo fresco e fragrante (idem come sopra)
1 limone biologico
1 foglia di alloro fresco
Vino bianco secco di qualità
Olive verdi di Nocellara del Belice in olio extravergine
Olio extravergine per condire il tutto (io preferisco olio ligure per questo piatto)
Sale quanto basta

Ora procuratevi tre recipienti: una pentola di acciaio un po’ altina per i polpi (poi capirete il perchè),una pentola a pressione per le patate e infine una bella zuppiera in cui accomodare il cibo per servirlo in tavola.

Quando ero bambina, parliamo degli anni fra i ’50 e i ’60, era mio papà a cucinare il pesce in casa; mamma era negata e lui, che veniva dalla bella Sicilia, era uso andare a comprare il pesce al mercato assieme a me e poi farsi aiutare nella preparazione, e così mi ha tramandato il famoso “un due tre”...
Papà era giunto a Milano appena diciassettenne, si era innamorato della città tanto da difenderla durante l’ultima parte della seconda guerra mondiale come partigiano, un partigiano un po’ speciale.
Di giorno aveva una sua attività lavorativa alla luce del sole, ma quando calava il buio si univa agli altri compagni delle squadre di azione partigiana, le SAP. Erano i sabotatori, che rischiavano la vita
ogni giorno, perchè sempre presenti (e quindi facilmente catturabili) nella città. Salvavano anche molte vite: ricordo da bambina un lattaio della nostra zona che, ad ogni anniversario di San Luigi, invitava papà e me nella sua latteria e ci offriva il pranzo cucinato da sua moglie; aveva sempre gli occhi lucidi e abbracciava forte mio padre ringraziandolo. Solo dopo molti e molti anni ne ho compreso il perchè...
Ma arriviamo al dunque: papà puliva i polpi lavandoli bene sotto l’acqua corrente e ne estraeva il becco posto al centro dei tentacoli, rivoltava la testa del polpo e la puliva togliendone l’interno che era un poco amarognolo, poi metteva l’acqua a bollire con il sale, la foglia di alloro e un bel mazzetto di prezzemolo con i gambi, mezzo limone spremuto e un mezzo bicchiere di vino bianco secco.
Personalmente amo molto l’Ortrugo (il cui nome significa “altra uva”), vino delle colline piacentine, forse perchè il suo gusto ricorda il tempo in cui quelle terre erano coperte dal mare; ancora oggi nelle pietre della Val d’Arda si trovano incastonate conchiglie fossili, che non di rado ornano i muri delle case costruite nella zona.

Dopo aver fatto bollire per qualche minuto il tutto, prendeva un polpo per un tentacolo e mi diceva
“Guarda come gli facciamo arricciolare i tentacoli”: detto fatto, il polpo veniva immerso nel brodo bollente e subito tirato su, poi immerso nuovamente sempre tenendolo per il medesimo tentacolo e ancora sollevato, e ancora per la terza volta immerso e infine lasciato andare: un due tre!
Ed i tentacoli si arricciavano davvero, con un movimento ondulato all’inizio per poi assumere la tipica forma a spirale alla terza immersione...
Infine lasciavamo cuocere i polpi per una ventina di minuti, o una mezz’oretta a seconda della grandezza.
Prima di spegnere il fuoco, si tastava la carne con i rebbi di una forchetta: se i polpi erano morbidi, allora si spegneva e si lasciavano a raffreddare un poco nel loro brodo.

I miei polpi non risultano mai duri, anche se non li sbatto contro il marmo da crudi per ammorbidirli: il segreto c’è....ed è il famoso tappo di sughero che, messo nell’acqua insieme ai primi ingredienti del brodo e lasciato fino all’ultimo, ammorbidisce il polpo. Provare per credere!

Intanto, mentre i polpi (o moscardini) cuociono, mettete nella pentola a pressione un bicchiere d’acqua e le patate lavate, ma senza sbucciarle. Chiudete e dal sibilo contate 16/17 minuti per patate di media grandezza. Spegnete e lasciate a pentola chiusa per 15 minuti, finchè non sibila più e potete aprire. Estraete le patate e sbucciatele, poi lasciatele raffreddare intere.

Estraete i polpi uno ad uno e , con un foglio di carta da casa puliteli dalla pelle. Poi su un tagliere cominciate a tagliarli a rondelle, partendo dal capo e poi dividendo i tentacoli e tagliandoli a metà.
Metteteli nella zuppiera e conditeli con un poco di olio extravergine, il succo dell’altro mezzo limone e un po’ di prezzemolo tritato.
Ora tagliate a pezzi le patate ed unitele al polpo, mescolando delicatamente, poi unite le olive verdi di Nocellara con il loro olio extravergine di conserva (buonissimo), mescolate ancora con delicatezza , assaggiate ed eventualmente aggiustate di sale. Servite ancora tiepido.
Non gettate il brodo di polpo! Filtratelo con un colino e mettelo in un recipiente di plastica nel freezer, vi servirà per cucinare un buon risotto di mare.

Cucinare è una dolce fatica e mentre mescolo, penso a mio padre e a quanto il suo essere ribelle all’abominio di allora sia passato anche a me, che riconosco e rispetto l’autorevolezza, riconosco e accetto il sacrificio quando è necessario ma digerisco male l’autoritarismo, e che l’un due tre lo farei volentieri a chi vessa la gente onesta e a chi inganna e ci ruba anche la voglia di vivere...
Dire che ci vuole trasparenza, onestà, lavoro e rispetto per il bene comune è ancora troppo poco: ci vuole anche un amore fraterno fra tutti i cittadini, perchè si possa anche ridere, e sognare, e costruire insieme.

Questo mi ha insegnato mio padre. Questo per me è il senso civico.
Buon 25 aprile!


l’Arancio

Ricette in arancio
Per un tocco di "buon colore" anche a tavola

Risotto Taleggio e Arancia

Un bel tocco di taleggio
Riso per risotti Cranaroli o Arborio
Succo di 6/8 arance
Brodo leggero di verdure o di carne (oppure dado vegetale o di carne)
Burro senza esagerare
Pepe/sale come piace
Vino bianco

Fare soffritto con almeno mezza cipolla tagliata fina fina, un po' di olio e una noce di burro. Quando la cipolla ha la sua bella aria appassita aggiungere il riso (un paio di "pugni" a persona), far tostare il riso quindi sfumare con vino bianco, far assorbire il vino.

Bagnare con un paio di mestoli di brodo il riso, cuocere a fuoco moderato facendo attenzione che non si attacchi, iniziare a usare il succo d’arancia al posto del brodo per proseguire la cottura, controllare il sale. Attenzione il taleggio poi è molto saporito quindi non esagerate con il sale.

Quando il risotto è quasi cotto mettere il taleggio tagliato a tocchetti e appena è tutto sciolto spegnere il fuoco. Non serve mantecare con il burro direi che di grasso animale ce ne è abbastanza.

Aggiungere pepe appena macinato e servire bello caldo con della buccia di arancia grattugiata sopra o delle simpatiche striscioline di buccia di arancia molto fighe.

ricetta di Rebecca Favaro, amica di Giovanna Mottura

Ricette arancioni
Le ricette filosofico-gastronomiche dell'Arancio

Ingredienti: gr 500 zucca già sbucciata, 2 patate medie, 10 steli di erba cipollina opp. la metà se tagliati da un vaso –sono più lunghi-, 3 cucchiai olio extra vergine di oliva – curry ½ cucchiaino – acqua o brodo vegetale ca 700 ml - panna fresca a piacere – semi di zucca tostati o semi di cumino - sale q.b..
 
Amo molto cucinare e la vellutata di zucca è una crema gustosa e delicata, inoltre è di un bel colore arancione – il che non guasta mai.
Mi capita, mentre cucino, di lasciare libera la mente di vagare un po’ dove vuole..Ieri per esempio, mentre affettavo la zucca e la tagliavo a tocchetti, mi è risuonato bello chiaro e limpido l’art.1 della nostra Costituzione: l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Certo, diranno i miei venti lettori, con tutto il bombardamento mediatico di questi giorni sull’ argomento, è abbastanza normale che ti frulli in testa questa cosa...
 
Già, può essere. Intanto sbuccio e taglio a tocchetti anche le due patate,le  metto in una pentola con l’olio e con la zucca, aggiungo l’erba cipollina ben lavata e tagliata a pezzettini e comincio a far rosolare il tutto a fuoco dolce per 3 o 4 minuti. Copro con l’acqua o il brodo vegetale, aggiungo il curry e un pizzico di sale marino, incoperchio e lascio andare a fiamma appena moderata per 30 minuti circa, mescolando e controllando spesso il livello dell’acqua o del brodo,  che deve coprire ed essere assorbito dalla zucca.
 
Attendere la cottura di un cibo è un’occasione buona per ragionare fra sè e sè, se non si è in compagnia di altri e così, tàcchete, mi arriva anche l’art.35 della vecchia e buona Costituzione: la Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni. Cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori.  Promuove e favorisce gli accordi e le organizzazioni internazionali intesi ad affermare e regolare i diritti del lavoro.
...ad affermare e regolare i diritti del lavoro...mi chiedo se qualche ministro se ne ricorda ancora, o se farebbe meglio a rileggersi anche l’art.36: il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sè e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.
 
Diceva un Presidente della Repubblica molto amato dalla gente , Sandro Pertini, che  non ci può essere libertà per chi non ha sufficienti mezzi di sostentamento, e mi chiedo quale esistenza libera e dignitosa possano avere coloro che hanno perso il lavoro e non riescono a ritrovarlo, o i nostri giovani che lavorano in vere e proprie condizioni di schiavitù – quanto meno morale – in una eterna  corsa affannosa dietro a giorni (a volte ore) lavorativi per poter accedere a qualche misero paracadute governativo quando il lavoro non c’è più... Chi può se ne va verso altre patrie, emigranti di qualità è vero, ma pur sempre emigranti.
 
La cottura è terminata, ora spengo e frullo nella pentola tutto quanto fino a ridurlo in crema, che deve essere spessa e non brodosa, altrimenti bisogna continuare la cottura fino a che si asciughi.
Dopo aver frullato zucca & compagnia, riaccendo il fornello a fuoco basso e  comincio ad aggiungere la panna fresca liquida poco per volta,  finchè la crema diventa soffice. Assaggio (grande privilegio dei cuochi) e aggiusto di sale se necessario.
 
La cottura è terminata, scodello la vellutata nei piatti (perdonatemi, non amo il termine “impiattare”, mi ricorda una cucina industriale, mentre scodellare ha un sapore “evergreen” di  amici o famiglia raccolti intorno a un tavolo), e infine decoro la vellutata piatto per piatto con una manciatina di semi di zucca tostati , o in alternativa semi di cumino – che si sposa bene con il curry, visto che ne è uno dei componenti.
 
La vellutata  è pronta da servire in tavola.  Servire, una parola che gli ultimi governanti  hanno un po’ dimenticato. Sono troppo gentile? In ogni caso voglio dedicare questa ricetta a una persona che si lega molto a queste mie riflessioni filosofico-culinarie, dedico questa ricetta a una donna coraggiosa: a Susanna Camusso.

Donne maltrattate
I dati sono agghiaccianti, anche a Milano c'è ancora un'incredibile omertà
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Sono appena stati resi noti alcuni dati agghiaccianti sui maltrattamenti subiti dalle donne nel nostro Paese durante il 2010 e il dato che ha dell'incredibile è quello che in Italia nel 2010 sono state uccise 127 donne.
In ambito internazionale i dati sono forse anche più devastanti. Come è emerso dalla "2nd World Conference of Women's Shelters", tenutasi a Washington dal 27 febbraio al 1° marzo, 1 donna su 3 nel mondo è stata vittima di violenza domestica e per questo motivo 1 donna muore ogni 3 giorni. Tra le associazioni coinvolte c'è stata anche la Avon Foundation (da anni impegnata a raccogliere fondi per aiutare le donne maltrattate), presente con la sua nuova testimonial, l'attrice Reese Witherspoon, che ha parlato della violenza domestica e spiegato come si può dare il proprio piccolo contributo all'Avon Foundation.
Anche in Italia ci sono diverse associazioni che operano in questo settore, ma purtroppo i centri antiviolenza come quelli della D.i.Re - Donne in Rete contro la violenza - non sono ancora presenti in ogni regione. Nel 2010 presso le sue sedi si sono presentate quasi 14.000 donne vittime di violenze domestiche e di queste ben il 71% erano italiane. Il problema è anche della mentalità maschilista che c'è ancora in Italia per cui l'uomo che abusa del suo potere non si mette neanche in discussione e anzi spesso incolpa la donna delle percosse che le sta infliggendo. Quello che manca nel nostro paese è un'educazione al rispetto della donna e di se stessi, che deve essere trasmessa in famiglia, a scuola e attraverso i media.

Anche i dati raccolti dalla Cooperativa Sociale Cerchi d'Acqua, ovvero un centro antiviolenza nato nel 2000 dall'Associazione Casa di Accoglienza delle Donne Maltrattate di Milano, sono a dir poco scioccanti: di tutti i maltrattamenti di cui sono venuti a conoscenza i casi denunciati sono stati solo il 26%, ancor meno, il 6%, se si tratta di maltrattamenti sessuali, a causa della vergogna delle vittime. Anche se negli ultimi decenni il fenomeno dell'omertà è molto diminuito, è rimasta ancora troppa paura, anche perché la donna vuole tenere unita la propria famiglia, costi quel che costi.

Un dato interessante che emerge e sfata tanti luoghi comuni propagandati spesso anche dalle forze politiche (la paura dello "straniero" o il parallelo tra violenza e povertà o bassa istruzione) è quello che riguarda il lavoro di vittime e carnefici: il 66% delle donne che hanno subito soprusi sono occupate (il 64% di loro con ruoli professionali di medio-alto livello) e gli uomini occupati raggiungono il 73% (di cui il 65% in lavori di medio-alto livello).

E' vero quindi proprio il contrario: uomini con grandi responsabilità sul lavoro sono soggetti a forte stress che poi sfogano a casa con la propria donna o figlia, non potendo farlo coi superiori o colleghi in ufficio. Anche i disagi come causa della violenza sono meno influenti di quanto si creda: solo il 26% dei carnefici ha dimostrato problematiche legate ad alcolismo, a tossicodipendenza e a disagio psicologico.

Il maltrattamento quindi è un fenomeno trasversale e avviene soprattutto all'interno della famiglia: nell'82% dei casi il colpevole è il partner e nel 16% dei casi lo è un familiare.
I percorsi di recupero proposti dalla Cooperatica Cerchi d'Acqua sono vari e, sempre nel 2010, hanno raggiunto cifre molto alte come adesione.
Infine, tra tutti questi dati agghiaccianti, una nota positiva c'è: la comunicazione rispetto alla violenza domestica negli ultimi 20 anni è aumentata e cambiata anche qualitativamente: la donna è percepita non più solo come "vittima" ma soprattutto come "sopravvissuta" e la figura maschile è vista anche come "testimone positivo" che può aiutare, perché non solo identificato come carnefice.

di Marina Cavallo

Ieri, oggi, domani
La tipicità dell'approccio ambrosiano

Esiste un approccio ambrosiano a vita, problemi, crisi. Riscoprirlo nello stile e nei contenuti, in politica e in economia, a livello locale e nazionale, è un servizio al Paese. Quello stile ha radici antiche e illustri, fatte di prassi, idealità, competenze felicemente unite. Le basi risalgono ai primi secoli, nell'ethos popolare impresso dal Patrono, Sant’Ambrogio, che, date le origini di magistrato e funzionario imperiale, seppe innervare di valori civili l'annuncio cristiano. E hanno retto l'impatto con la modernità.

Nell'epoca dei Lumi, Parigi battezzò l'esperienza di Verri, Beccaria, circoli intellettuali e operatori con l'appellativo di "Ecole de Milan", fucina di pensiero, azione, tecnica da cui anch'essi, francesi, avevano cose importanti da imparare e, fatto raro per i cugini d'Oltralpe, lo ammettevano con franchezza. Non meno riverenza e interesse nei secoli han riservato gli inglesi allo spirito lombardo. "Lombard street" è una via della City of London, dai primi insediamenti di orafi del Nord Italia, poi banchieri; gente di una qualche affidabilità, visto che "Tasso lombard" era la percentuale riconosciuta da banche di deposito inglesi e tedesche sulle anticipazioni su titoli.

L'ambrosianità ha un caratteristica: punta sulla capacità di argomentare. Analizza la realtà di uomini e cose, individua punti critici, formula ipotesi di intervento, elabora progetti, mette nero su bianco tempi, modi, risorse per raggiungere gli obiettivi. Carlo Cattaneo, altro gran lombardo spesso citato a sproposito, fece quadrare il binomio "poesia e scienza", per dire la capacità di guardare lontano, immaginare, sognare il nuovo e necessità di tenere i piedi per terra, sottoporre a verifiche, riprovare in caso di insuccessi. Milanese quant'altri mai ed europeo della prima ora, come tale universalmente riconosciuto: concreto.

L'ambrosianità è discreta, usa toni di voce bassi, perché punta all'intelligenza, non all'emotività. È questione di carattere, di riservatezza se non proprio di introversione. Ma anche qui spicca l'aspetto della ragione: sa che solleticare le corde della pancia dà esiti incerti ed effimeri. Il rischio infatti è una deriva deresponsabilizzante, di tipo populista: "Francia o Spagna purché se magna" è il detto che esprime un vissuto noto, ombra del senso civico.

Per l'ambrosianità ricchezza, impresa, merito sono valori che vanno difesi e propugnati: incarnano lo spirito di iniziativa. Ma questo è un dono prezioso che esige una condizione per venir realizzato: essere condiviso. Del coinvolgimento della comunità Milano ha menato vanto, facendo dialogare visioni diverse: liberalismo, socialismo, cattolicesimo popolare. Ha fatto la storia di Milano l'arte di trasformare materie in prodotti (i manufatti), danaro in risorse (il credito), guadagni in investimenti (lavoro, socialità, filantropia), beni e rendite familiari o aziendali in espressioni culturali e universitarie (il mecenatismo).

Ambrosianità è sentirsi responsabili di sé (senza coscienza dei propri mezzi non si va da nessuna parte, ci si deprime) e degli altri, a cominciare da chi ha meno e da chi vien qui a cercar fortuna. La storia della solidarietà ambrosiana è storia anche di molti industriali che sapevano quanto le loro fortune future dipendevano dal condividere le ricchezze del momento. Che Milano lo ricordi a sé e a tutti è un'opportunità. Non vederla sarebbe perdita secca.

di Fiorello Cortiana

Milano e la nuova politica
Il bene comune torna in primo piano come valore guida di un rinnovato civismo

Da giugno il vento è tornato a fare il suo giro oppure è davvero cambiato? La città sta meglio o peggio ora rispetto a un anno fa? I nuovi milanesi si sentono più integrati o sempre lontani e cittadini di serie B? I ragazzi che studiano, lavorano, vogliono divertirsi sentono la città più vicina o sempre incapace di rispon-dere alle loro esigenze? Gli amministratori pubblici sono ritornati credibili e affidabili agli occhi dei cittadini? Potremmo continuare all’infinito con questi interrogativi in apparenza generici ma in realtà corrispondenti alla situazione di grave disagio pubblico e privato in cui stiamo vivendo. In realtà mai come nei momenti di crisi profonda, di difficoltà in aumento le persone sono costrette a darsi da fare, ad aguzzare l’ingegno per trovare vie di uscita.

Cosi è in ciascun ambito privato, cosi prova a essere la politica in cui situazioni e vicende immobili da tantissimo tempo, oggi sembrano avviarsi a soluzione rapida, ma purtroppo non indolore. Mai come ora la comunità dei cittadini diventa centrale per affrontare le pesanti conseguenze di provvedimenti dovuti alla gravissima crisi finanziaria attuale, ma comunque sentiti come ingiusti da larga parte della popolazione. Nei momenti di eccezionali situazioni di crisi, sempre – la storia ci insegna – l’esempio da seguire e i sacrifici da compiere sono venuti dall’alto, da chi ha responsabilità di governo e di indirizzo parlamentare. È su questi terreni che si misurano le capacità di leadership e di guida politica di un Paese.
Lontani da qualunquistiche invettive contro la casta, e da nostalgiche invocazioni di “lider maximi”, ma al tempo stesso consapevoli della crisi ormai irreversibile della attuale forma partito, riteniamo che un serio ragionamento su progetti innovativi di organizzazione democratica del consenso nel XXI secolo vada affrontato e ricercate in tempi non biblici soluzioni condivise ed efficaci.
A questo fine, sicuramente – come già in passato – Milano rappresenta un osservatorio politico di primissimo piano. In questa città a partire dagli anni ’80 hanno preso vita il socialismo “da bere” craxiano, il Tele – Comando del signor B., la secessione padana della Lega. Fenomeni politici tra loro profondamente diversi e assolutamente lontani dalla nostra idea democratica di vita in comune, tuttavia espressione degli”istinti animali” dell’individuo – competitività, difesa del territorio, successo personale – concetti da tempo sepolti sotto la coltre del duopolio Bianco/Rosso che ha guidato politicamente l’Italia dal dopoguerra fino alla caduta del Muro di Berlino. Ora siamo nuovamente di fronte a una svolta epocale: così come nel ’68 e nel ’93-’94 anche ora i giovani, le donne, gli eterni precari, i nuovi italiani ma soprattutto i cittadini “normali” hanno di nuovo ritrovato la voglia e il coraggio di tornare per le strade per occuparsi in prima persona del proprio futuro, reclamando a gran voce un ruolo attivo nelle decisioni pubbliche.
Il bene comune torna in primo piano quale valore guida di un rinnovato civismo che pone al centro del proprio agire il Municipio quale istituzione amministrativa più vicina alla gente. Dalla consapevolezza di avere ritrovato un forte legame diretto con gli elettori, deve partire il nuovo corso della azione politica di Giuliano Pisapia. Anche in tempi estremamente duri come quelli che stiamo attraversando, la cittadinanza ha dimostrato – e ogni giorno continua a dimostrarlo – maturità e attenzione nei confronti di provvedimenti e iniziative difficili da “digerire” e complessivamente è sempre pronta a sostenere il cambiamento promesso e annunciato dalla nuova Amministrazione.
Tuttavia questa apertura di credito non può essere considerata a tempo indeterminato, soprattutto se vengono ripetuti errori, dilettantismi, polemiche e indecisioni che si credeva dimenticati/superati per sempre. Palazzo Marino abbia il coraggio della impopolarità, proponga alla comunità progetti “sfidanti”, ponga l’interesse pubblico come bussola del proprio agire, ma prima di tutto muti radicalmente le modalità di rapporto con la città, instaurando un dialogo davvero continuo, trasparente e aperto con la gente. In questi primi mesi, è soprattutto mancato il metodo della comunicazione politica: timido, episodico e poco efficace. Così facendo si è mostrata solo la parte purtroppo necessariamente negativa (i sacrifici, le nuove tasse, i divieti) senza contestualmente rendere noto il progetto – il nuovo modo di concepire la città – e confermare la ragione per continuare a credere nelle promesse elettorali.
Il tempo per correggere la rotta esiste ma occorre agire subito con un linguaggio differente e con modalità operative nuove. Di seguito riproponiamo alcune proposte del Movimento Milano Civica, utili per essere discusse insieme:
1) I lunedì del Sindaco: il Sindaco potrebbe incontrare a distanza – via web – i cittadini, per raccontare la vita e il lavoro del Comune. Non una conferenza stampa ma un dialogo più “caldo” e cordiale;
2) La Giunta in città: ciascun assessore – a turno – potrebbe occuparsi di una delle nove zone di Milano, costruendo ad hoc un percorso di comunicazione personalizzata sui bisogni della singola zona. I Consigli di Zona sono il contenitore istituzionale appropriato per il dialogo con la città e con le organizzazioni presenti sul territorio (in primis, i Comitati per Pisapia). Un lavoro di coordinamento in questo senso non dovrebbe essere difficile da realizzare e in più otterrebbe il consenso dei cittadini che si sentirebbero finalmente presi in considerazione;
3) Il Comune in diretta: davanti a Palazzo Marino o in piazza Duomo o al Castello si potrebbero realizzare display in cui ogni giorno le principali notizie sull’attività del Comune vengono portate alla conoscenza dei milanesi. Le informazioni potrebbero essere scritte non solo in italiano ma anche in inglese, francese e in spagnolo per facilitarne la lettura ai nuovi milanesi.
In ultima analisi, ciò che emerge è la persistente assenza di un serio e innovativo progetto di colloquio e di informazione quotidiana alla città. In tal modo non riesce a evidenziarsi il pur rilevante sforzo quotidiano di cambiamento che Giuliano Pisapia e la sua amministrazione stanno seriamente tentando in una città cosi complessa e piena di aspettative. Il consenso ricevuto dalla larga parte dei milanesi non può e non deve essere messo “in banca” ma investito in un percorso di rinnovamento civico alimentato da quotidiani e diretti scambi informativi tra eletti ed elettori.

di Nanni Anselmi

Progetti "natura"
Come riconquistare uno spazio, storico, economico e sociale

Parlare di "diritto all'orto", di "diritto alla riconquista del rapporto con la terra" o di "diritto a coltivare patate", oggi puo' essere fonte di qualche fraintendimento.
Ad esempio, specialmente se si buttano lì queste frasi, che so, a Via Manzoni all'ora di punta, si corre il rischio di essere presi per pazzi furiosi e trascinati via per un braccio. In alternativa, si corre il rischio di essere inglobati in una di quelle derive modaiolo/design/naturistiche tanto in voga adesso, che servendosi di facili slogan tipo "far crescere una pianta di pomodorini sul nostro balcone cittadino e' la meditazione zen del terzo millennio", hanno come unico obiettivo la vendita di costosi libricini sulla cura delle piante d'appartamento e innaffiatoi di cristallo di Boemia da 500 euro l'uno.
In realtà, il diritto all'orto è' tutt'altro. Si tratta in pratica della riconquista di uno spazio storico, economico e sociale che ha fatto parte integrante di tutte le famiglie fino a pochi decenni fa, e che è comune a tutte le culture e a tutte le latitudini del mondo. In maniera identica, dovunque e sempre, e con le stesse implicazioni per la vita degli individui: coltivarsi le patate da sè vuol dire innanzitutto provvedere in modo autonomo, anche parzialmente, al proprio sostentamento economico; ma vuol dire anche partecipare a un contesto comunitario che te lo permette, e in cui si condivide questa cosa con altri. Con tutti i vantaggi in termini psicologici e sociali che questo comporta.
A Milano, come in altre grandi città occidentali, esiste una discreta quantità di gente che crede ancora fortemente nei valori di cui sopra, ed è disposta a lottare per riconquistarli. La particolarità milanese, però, rispetto a città come Berlino o San Francisco o Parigi, è la totale assenza di regolamentazione sull'argomento. Ad esempio, esiste la possibilità di creare un orto comunitario di quartiere utilizzando un'area dismessa? Non si sa. Si può rendere pubblica a questo scopo un'area privata, permettendo a dei volontari di entrarci e creare un orto dove lavorare? Non si sa. O quantomeno, non è assolutamente chiaro, si brancola nel buio e si procede caso per caso.
Come risultato di ciò, abbiamo che tutti i "contadini" - aspiranti o di fatto- di Milano, hanno finito per creare una realtà  assai eterogenea e magmatica, dando vita ad esperienze fortemente diverse tra loro, seppur simili nelle intenzioni. Qualche esempio di queste realtà:
1) Gli orti di guerra. Per varie ragioni (poverta', sostentamento bellico, autarchia imposta dal fascismo) durante la seconda guerra mondiale a molte famiglie di grandi citta' italiane fu assegnato un piccolo appezzamento di terra da coltivare. Qui si puo' vedere un bel documentario che ci mostra l'eredita' ancora presente a Milano di questo fenomeno, e i problemi ad essa connessi.
2) Il progetto di "forestazione urbana" del Bosco in Città. Si tratta di una convenzione, attiva dal 1974, che destina alcune zone del parco alla coltivazione; per la sua stessa natura istituzionale, è un progetto al 100% sotto l'egida e il controllo comunale, con tutti i limiti che ciò comporta.
3) Diverso è invece il lavoro portato avanti dalla Onlus "Il Giardino degli aromi", che ha sede nel parco dell'ex ospedale psichiatrico Paolo Pini, la quale si propone finalità comunitaristiche, aggregative, assistenziali, da sviluppare attraverso appunto l'agricoltura.
4) Anche l'Orto Comunitario di Precotto ha finalità prettamente sociali e aggregative per la vita di quartiere, ed è nato (da pochi mesi) in uno spazio dove avrebbe dovuto venir fuori una bibiloteca comunale, che non ha mai visto luce. Il gruppo di cittadini che si è mobilitato per la realizzazione dell'orto si è dato il bel nome di "Papaveri rossi di Precotto" e ha ottenuto legalmente la gestione dello spazio mediante un accordo "ad hoc" con il Consiglio di Zona 2.
5) Sempre a seguito di accordi col Consiglio di Zona (6, in questo caso), e usufruendo di fondi provenienti da una gara tra progetti di quartiere, è nato il Community Garden di Giambellino: è un piccolo orticello attorno a una simpatica casupola di legno, in cui, oltre ad attività riguardanti l'orto stesso, si organizzano tanto altre cose simpatiche e utili per la vita di quartiere (corsi e altro).
In questa casetta, io sabato scorso ci sono stata. Ed è lì che ho appreso tutte queste notizie sui vari orti esistenti. Perché, in pratica, cosa è successo: vari esponenti di questi gruppetti o grupponi di contadini urbani hanno deciso di mettersi assieme, e di creare una rete "verde" trasversale, che hanno mirabilmente chiamato "rete delle Libere Rape Metropolitane". Il loro sito invita gli interessati a partecipare al progetto chiamandoli a raccolta così: "Questo è un invito aperto a tutti! Punk vegetali, cittadini s-piantati, squatter organici, braccia rubate all’agricoltura, famiglie naturali, pentiti del bicocca village, piccoli economisti domestici, botanici critici, contadini del grumo di terra o semplicemente idealisti urbani".
Io gli voglio già bene.
Il "progetto" di cui si parla è quello di presentare al Comune una bozza di accordo per regolamentare, una volta e per tutte, la questione, e permettere quindi finalmente il sorgere di molti, moltissimi altri Orti Comunitari. Questa bozza è stata già messa giù e sabato scorso si trattava appunto di discuterne.
Eravamo in 20 più o meno, nella casupola di legno, ed eravamo tutti simpaticissimi.
Nel senso, si vedeva lontano un miglio che l'idea dell'orto, della natura, della terra e delle rape che avevamo era simile, ed era egualmente forte e passionale. Ad esempio penso che tutti, mentre parlavamo, sognassimo un futuro in cui prima di andare al lavoro - il nostro lavoro normale- si potesse passare per l'orto comunitario di quartiere e innaffiare un po' le insalate e i cavolfiori che saranno distribuiti alla collettività, e timbrare poi il cartellino dell'ufficio con le scarpe ancora un po' sporche di terra. Così come tutti ci auguravamo di poter passare molti allegri pomeriggi raccogliendo pomodori e bevendo tè freddo in compagnia dei nostri vicini di casa. Alcune di quelle persone presenti già hanno la possibilitò di farlo, altre meno, e altre, come me, proprio per niente. Ma tutti, sicuramente, vorremmo che diventasse la nostra normalità esistenziale.
Purtroppo ho dovuto lasciare la riunione prima della fine della discussione sulla bozza di accordo da presentare alla Giunta, ma continueròo' superattentamente a monitorare la questione, tenendomi pronta, con le maniche già un po' sollevate, a immergere le mani nel terreno.
In una serata come questa, se avessi un Orto Comunitario a portata di mano, mi domando cosa farei.
Forse farei finta che sia la notte di Halloween e andrei a sedermi lì per terra ad aspettare il Grande Cocomero, come Linus Van Pelt.
Chissà, magari arriva.

di Daria Palma

 

Ricordate? Nell’Ottocento l’aggettivo ‘celeste’ era inevitabilmente associato alla Cina, l’Impero privilegiato perché i suoi governanti esercitavano a loro dire un mandato del Cielo. Sotto questa volta eterea e rarefatta gli Inglesi consumarono un non trascurabile numero di efferatezze: dal commercio dell’oppio alle guerre con lo stesso nome, per tacere della cessione di Hong Kong, del bombardamento di Canton, del saccheggio di Pechino e via discorrendo.Per la verità, non solo gli inglesi: anche noi ci trovammo coinvolti a Tientsin, dove tra l’altro esordì nella carriera diplomatica il giovane Galeazzo Ciano.
Passa il tempo e la storia si adegua. Oggi – almeno in Italia – il medesimo attributo spetta ormai, grazie ad una consuetudine che ha acquisito la forza di diritto, all’on.le Roberto Formigoni, Governatore della Regione Lombardia. Egli è sempre stato considerato come inossidabile, o inaffondabile: certamente più di quanto possa dirsi di alcuni giganti del mare che di recente hanno dimostrato una malsana tendenza a passeggiare tra gli scogli. Anche nel suo caso si può parlare – fatte salve le debite proporzioni – di un impero, quanto meno per quanto riguarda l’influenza e il peso politico del personaggio, nonché di coloro che ne condividono fede e scelte associative. Purtroppo però, alcune lievi fessurazioni o crepe, taluni inattesi incidenti di percorso hanno intaccato l’immagine granitica del nostro: e si sa che con il maltempo anche una piccola fenditura può dilatarsi sino a compromettere la stabilità dell’intero edificio.
Avverto subito che non ho alcuna intenzione in questa sede di inseguire voci malevole o pettegolezzi: spetta alla Magistratura accertare se, dietro a questi ultimi, vi siano scelte o azioni penalmente rilevanti. A me interessano i fatti, e di essi la rilevanza politica, etica e sociale. Prima di ricordare i più recenti, vale però la pena richiamare due vicende, o due “tormentoni”, come si suole dire: quello dell’Alfa di Arese e quello della Malpensa. 

1. L’Alfa di Arese
Il Governatore annuncia che l’ex polo automobilistico dell’Alfa Romeo, dismesso dalla Fiat, è destinato a divenire niente di meno che la capitale della mobilità sostenibile, e che dal 2005 in Lombardia circoleranno soltanto veicoli a bassa emissione (“l’idrogeno per tutti …”). Risultato: delle 70 aziende interessate ad entrare nei capannoni abbandonati dall’Alfa ne sono rimaste 15, nonostante i circa 700 milioni stanziati per formazione, infrastrutture, centri di ricerca, aiuti alle imprese e sostegni al mercato. Nel 2006 Infrastrutture Lombarde riceve l’incarico per la redazione di un master plan per l’area di Arese; c’è persino chi pensa a trasferirvi i grossisti cinesi di Via Paolo Sarpi … Conclusione: non accade nulla.

2. Malpensa
Che ne è dell’hub lombardo, del fiore all’occhiello dell’amministrazione regionale (e della Lega)? Non servono molte parole, in quanto la realtà è sotto gli occhi di tutti: basta recarsi all’aeroporto per rendersene conto. Le ultime notizie al riguardo segnalano una attività di supporto ai narco-trafficanti svolta dal personale di Malpensa: per carità, non si può fare colpa al Governatore di incidenti simili, se questi verranno effettivamente accertati. Certo, non si possono definire indiziodi una gestione efficiente o di un clima ideale … Quanto all’altro fiore all’occhiello: il povero Malpensa Express, il record di 24 minuti registrato nel corso del viaggio inaugurale con il nostro Governatore a bordo, ha avuto vita breve, ed oggi si può essere soddisfatti se la durata del percorso non eccede i 35 minuti.
Si dirà: un disegno che mirava a restituire una speranza a maestranze rimaste senza lavoro, ed una finalità ad una intera area dismessa nel primo caso; un progetto ambizioso e sfortunato, stroncato dalla crisi economica nel secondo: infortuni che possono capitare nel corso di una navigazione politica lunga e procellosa come quella del Nostro.

Recentemente però le complicazioni hanno subito una brusca accelerazione. La procura di Milano avrebbe accertato la presenza di 770 presunte firme false sulle 3800 a sostegno della lista “Per la Lombardia” del Governatore, e firme false sarebbero state identificate anche nella lista “Il Popolo delle Libertà Berlusconi per Formigoni”. L’accertamento non poggerebbe su perizie calligrafiche; bensì sul disconoscimento diretto della propria firma da parte di ciascuno dei 770 presunti sottoscrittori convocati dalla Procura.
Non basta. Se la magistratura confermerà definitivamente l’impianto accusatorio, la consigliera Nicole Minetti, per altro già coinvolta in un processo per istigazione alla prostituzione, risulterà essere stata inclusa nella Lista Formigoni grazie a firme false … Già questa circostanza potrebbe fare nascere anche nella mente di un fan del Governatore qualche dubbio sui criteri di reclutamento del personale politico.
Il dubbio diviene grave perplessità quando sulla scena fa irruzione la vicenda di un personaggio di ben altra caratura della povera Minetti: niente di meno che Franco Nicoli Cristiani, vice presidente della Regione ed ex assessore all’Ambiente per due mandati. L’accusa? Poca cosa: tangenti, traffico di rifiuti illeciti … per non parlare dei 200 “big babol”, pardon: i 100.000 euro in contanti trovati nell’abitazione dell’accusato.
Tutto qui? Sfortunatamente un vero e proprio crescendo si è abbattuto sul Governatore, sicché la perplessità si trasforma addirittura in sconcerto alla notizia dell’arresto dell’ex assessore Massimo Ponzoni, accusato non solo di corruzione e bancarotta; ma anche di collusione o prossimità alla ‘ndrangheta calabrese. Se a ciò si aggiunge la clamorosa vicenda relativa a Filippo Penati, sorge legittima la domanda negli elettori: “cosa sta succedendo in Regione Lombardia?”
Il Governatore ha fatto sapere,relativamente a Ponzoni, che occorre distinguere tra “casi personali” e “questione morale e politica”; quanto a Nicoli Cristiani, dichiara di essere addolorato, qualora i fatti di cui è accusato venissero provati come veri, che una persona dedita alla politica ceda a comportamenti del tutto illegali e contrari all'idea che lui stesso hadella politica: cioè servizio del bene comune. Egli riconosce che i fatti che emergono dalle intercettazioni sono di una “gravità rilevantissima”; ma non capisce“perché qualcuno chieda le [sue] dimissioni di fronte a responsabilità che non [lo] lambiscono minimamente”.
Poverino. Aiutiamolo a capire. Aiutiamolo a comprendere il terribile dilemma che gli si è parato dinnanzi. Nel primo caso è in assoluta buona fede, ed allora è palese la sua incapacità anche politica a valutare il calibro dei personaggi e dei collaboratori dei quali si è circondato. Certo, i processi non sono ancora stati celebrati, e fino all’ultimo grado di giudizio vale il presupposto di innocenza; però qualcosa di serio deve pure esserci in queste vicende se un politico navigato come il Nostro ha parlato di “gravità”. Nelle aziende anglosassoni un CEO con queste caratteristiche viene semplicemente fired, licenziato; ma la responsabilità politica è qualcosa che non può ridursi a semplice responsabilità amministrativa: comporta principi, valori, capacità di assunzione di leadership.
Nel secondo caso … si tratta di una eventualità alla quale non credo, e che non desidero neppure prendere in considerazione. Perciò rinnovo l’appello: aiutiamo il Governatore in questo momento per lui così’ difficile. Mettiamolo in condizione di riflettere con calma e serenità. Mandiamolo a casa.

di Claudio Conti

Genitori e Lavoro
Perche resta una questione privata?

il 30 gennaio dalle 18,30 alle 21, in Viale D’Annunzio, 15 (15 tram 2, 3, 9, 14 MM 2 Sant'Agostino ) si terrà la prossima Agorà del Lavoro di Milano. Una occasione importante e nuova per Milan: sono invitati madri e padri che lavorano ad incontrarsi liberamente in modo non virtuale nella piazza dell’ Agora per scambiarsi esperienze reali e per trarne spunti e riflessioni sul mododi  non soccombere alle logiche del mercato e del lavoro che costringono a tenere i problemi separati e privati. Una occasione per mettere al centro il duplice desiderio di lavorare e avere figli. Condividere l’esperienza e il sapere di chi sperimenta giornalmente cure e lavoro retribuito, possono portare nuova consapevolezza e nuovo sapere per tutti e quindi forza, idee e coraggio per modificare l’esistente.
Da tempo si parla di conciliazione, tanto che la parola è diventata vecchia ancora prima che l’argomento sia stato davvero affrontato. A Milano è particolarmente sentito per i ritmi stressanti della città, la fatica del doppio desiderio di esserci con i figli e sul lavoro, secondo la propria misura, che può variare nel corso della vita. Ma questa scelta di libertà contrasta con i modelli dominanti dell’economia e della società.
È la prima volta che accade la possibilità a Milano che madri e padri si parlino e parlino pubblicamente, dando vita a un evento che può fare la differenza, in città e nella vita di ognuna/o.

 

Come un piccolo Africano ammalato di leucemia è riuscito a salvarsi. A Milano

 

C'era una volta un re...no, questa storia non comincia così, non parla di re e regine ma forse una magia si compie ugualmente.

Alì ha otto anni e la sua pelle scura, i grandi occhi nocciola risaltano sulle lenzuola bianche dell'Ospedale. Viene da un piccolo paese dell'Africa e ha la leucemia. 

Ha già perso molto tempo da quando la malattia è stata scoperta: il suo paese, troppo povero, non riesce a rimborsare le spese sanitarie della grande nazione europea a cui si appoggia e Alì è rimasto là col suo male che gli divora il sangue. 

E' passato un medico italiano: a Monza c'è un reparto all'avanguardia per la cura delle leucemie infantili, qualcuno pagherà.

Così ci conosciamo: lui piccolo, estraneo, in un mondo sconosciuto si aggrappa al padre che partirà domani; se non torna  a casa gli altri fratelli e la mamma non sapranno come vivere.  Io sono un dottore che non fa le punture: Alì ti ho portato un papà e una mamma che ti vorranno bene fino a che non potrai tornare a casa.

Il suo viso resta triste, lo sguardo va all'uomo alto e magro a fianco a lui che lo tiene per mano: questo è mio padre e se ne andrà domani, a casa, con tutti gli altri! Forse sono stato troppo cattivo!

Un bambino non è mai troppo cattivo, ha solo bisogno di aiuto ma Alì ancora questo non lo sa.

Marta e Roberto si alternano nella sua stanzetta giorno e notte aiutati, a volte, da Marina e Giulio, i loro due figli già grandi; si scambiano i camici, le mascherine. La febbre non scende, gli esami vanno male. A casa, la stanza che hanno preparato per lui resta vuota a lungo.

Io torno in Ospedale due volte alla settimana, parliamo in francese, la lingua ufficiale del suo paese; parliamo di casa, di mamma, dei fratelli; parliamo qualche volta delle sue rabbie, dei suoi desideri prepotenti, della vita di là, dei compagni.

Una mattina di Aprile ancora fredda ma luminosa Marta mi chiama:<< Possiamo andare a casa, il secondo ciclo di chemioterapia è finito e Alì sta meglio.>>.  La primavera è in arrivo ma la strada è ancora lunga e difficile.

A casa di Marta e Roberto Alì può riprendere i contatti oltre che con la vita con il suo paese: un bel poster sopra il suo letto, alcuni documentari che Roberto ha cercato in cineteche specializzate, qualche ricetta tradizionale africana... non è “casa” ma c'è tanto calore e Alì può iniziare a fidarsi. Ogni tanto può rifugiarsi nelle braccia confortevoli di Marta, fare un po' di lotta, senza paura, con Roberto.  A Marina e Giulio è più difficile avvicinarsi  ma loro hanno i loro amici, l'Università, la loro vita; così Alì può godere di essere un “figlio unico” un po' speciale.

Non mancano altri momenti difficili: quando inizia a frequentare una scuola così diversa dalla sua  nella quale si sente un marziano; quando a casa, quella vera, nasce un altro fratellino; quando nelle telefonate li sente tutti uniti, insieme e tanto lontani....

Finalmente esplode la rabbia per il suo esilio dorato, la sua esclusione, la malattia che lo fa sentire un figlio di serie B, la paura di essere rovinato per sempre e forse... di morire.

L'estate si avvicina e la leucemia regredisce, siamo tutti pieni di speranza.  Nel caldo pomeriggio di fine giugno Marta e Roberto arrivano all'appuntamento molto arrabbiati:<> è il grido di Marta che mi chiede così di aiutarla invece ad essere ragionevole. <>. Nel tono della sua voce tutto il dolore di Alì nel sentire quello che sembra un rifiuto, l'essere buttato del tutto e per sempre fuori dalla famiglia, dalla casa, dal paese, dalla sua vita.

I dottori che non fanno le punture hanno spesso dei compiti delicati e difficili e nella lunga telefonata di chiarimento con la famiglia “africana” emerge una realtà ancora più triste e dolorosa.  La mamma e il papà di Alì non sono dei mostri senza sentimenti, vivono in un paese dove manca tutto e dove due stipendi bastano a malapena, e non sempre, a far mangiare tutti. Alì ha avuto una fortuna incredibile! Separarsi da lui significa permettergli e offrirgli un futuro che loro non potranno mai dargli, una vita che loro non potranno mai fare. Non possono buttare via questa occasione!

Alì è tornato a casa perché i papà e le mamme che vogliono bene non si perdono mai. Per molti anni è tornato in Italia: per essere curato, per le vacanze, per gli studi superiori.

Il 16 dicembre, dopo una laurea triennale in  lingue e multiculturalità   si è laureato in Scienze Politiche.

Donatella Fiocchi 

(Ha lavorato per venti anni in un Servizio socio-psicologico a Monza prima come psicologa di base e poi come responsabile del Servizio affidi di Monza e Brianza. Attualmente lavora nel suo studio privato come psicoterapeuta, esegue perizie per il Tribunale per i Minori di Milano, fa corsi di formazione a due gruppi di Assistenti Sociali nella Zona di Como e continua ad occuparsi di affido, adozione e problemi familiari attraverso una Associazione fondata insieme a due colleghe che si chiama 'Il Canguro')

Per non dimenticare
A due mesi dalla tragica scomparsa di Giacomo ripubblichiamo la lettera del suo papà

Da alcuni giorni in piazza Sant'Agostino un'enorme pubblicità di un nuovo modello di automobile copre la facciata di un edificio. Il cartellone è studiato per colpire lo sguardo e comunicare l'idea che l'acquisto di quel veicolo costituirà la realizzazione di quelle pulsioni trasgressive che sembra indispensabile esibire per stare al mondo. lo slogan è già sentito, ma non potrebbe essere più esplicito: "L'unica regola è che non ci sono regole". Riferito all'auto, l'oggetto che più problemi crea alla vita delle nostre città, che più morti causa nelle nostre strade, quello slogan dà i brividi.

La gente che attraversa la piazza sotto l'enorme cartellone è ridotta a dimensioni minuscole, schiacciata da una presenza fuori scala. Tutti sembrano indifferenti al cartellone, all'oscenità del suo messaggio. Il cartellone impone semplicemente se stesso e la sua legge al mondo. Alieno e disumano, i milanesi che ci camminano sotto sembrano solo poterlo subire. Provate ad andarci e ditemi se non avrete quella sensazione anche voi.

A pochi metri da lì, in via Solari, è morto dieci giorni fa mio figlio mentre tornava a casa in bicicletta. 

Ai piedi di un albero sul marciapiede, ci sono fiori e parole per ricordare Giacomo. Sono rimasto a lungo lì con il mio dolore, cercando di trarre una speranza dagli sguardi dei passanti, dai gesti rallentati di chi si ferma, dalle due parole scambiate davanti ai fiori. Tutto ciò mi sembra esprimere quel senso comune di appartenenza di tutti noi che lottiamo ogni giorno silenziosamente per dare un senso alle nostre vite. 

So che i milanesi devono poter contare su questo senso di comune appartenenza, e che dobbiamo aiutare le istituzioni cittadine in questa direzione. È un compito di comune civiltà, non tiriamoci indietro.
Davide Scalmani

Inizia il dibattito su alcune esenzioni e deroghe dell’Area C.
Parte del 16 gennaio Area C, ovvero la “congestion charge alla milanese”. Perplessità e proposte sulla concessione di deroghe
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 Dal sedici gennaio, l'accesso e il transito dei veicoli all'interno della Cerchia dei Bastioni ( o ZTL) sarà regolamentato da un sistema di pagamento che sostituirà il vecchio Ecopass. Sarà necessario un periodo di rodaggio, ma area C ovvero la “congestion charge” alla milanese sarà attiva, in via sperimentale, per 18 mesi dal lunedì al venerdì, dalle 7.30 alle 19.30.
E’ del 13 dicembre l’ordinanza integrativa sull’Area C che prevede una serie di deroghe al pagamento del pedaggio. Alcune categorie ne sono ovviamente esentate. Non pagano né i disabili né le forze dell’ordine. Si astengono dall’esborso, autisti di autoambulanze ed operatori sociali riconosciuti dall’Amministrazione Comunale.
Via libera ai mezzi privati, utilizzati dal personale sanitario dipendente delle strutture ospedaliere e sanitario dipendente delle strutture ospedaliere e ASL per ragioni di servizio, come nel caso di urgenze di ordine sanitario. 

Esistono categorie, però che non possono beneficiare di tali deroghe, per esempio i volontari delle autoambulanze che hanno sede entro la cerchia dei navigli ovvero la Croce Verde Centro e la Croce Bianca. I volontari, come tutti sanno, non percepiscono alcun stipendio e sostituiscono o integrano nell’attività i dipendenti retribuiti. Alcuni di essi possono raggiungere le sedi grazie all’autovettura, in orari in cui è previsto il pagamento per l’accesso. O se ne allontanano, in orari in cui è difficile trovare mezzi alternativi all’auto di proprietà. Cambiare i turni in relazione agli orari definiti dall’area C risulta disagevole e pone problemi di organizzazione del lavoro.

Siamo convinti che anch’essi debbano beneficiare dell’astensione totale al pagamento. Sono solo alcune persone ed il loro contributo è fondamentale per la gestione dell’urgenza sanitaria nella nostra città. E la dignità e l’importanza del loro lavoro è sovrapponibile a quella degli autisti di autonoleggio per esempio, i cosiddetti NCC (AutoNoleggio Con Conducente). Gli NCC non pagano l’Area C. E sono autovetture private (spesso di lusso) con autista (stipendiato). Chi di norma, usufruisce di tale servizio non appartiene a fasce sociali quali cassa-integrati o pensionati con la minima e quindi credo che debba pagare 5 Euro di ingresso. Come tutti. 

Anche i “giornalisti e i poligrafici di gruppi editoriali con sede operativa nella Cerchia dei Bastioni per esigenze di servizio nelle fasce orarie disagiate” (come da delibera) si astengono dal versamento del contributo di 5 euro giornaliero. Anche qui non si capiscono i motivi dell’eccezione e non si intuisce la differenza tra un lavoratore che smonta alle tre del mattino ed un altro ( perdipiùvolontario e non retribuito) che finisce il suo turno alle sette (sempre di mattino). 

E a proposito di esenzioni, crediamo necessaria una deroga per le persone che si rivolgono al Pronto Soccorso in caso di urgenza. Il Policlinico, ma anche il Fatebenefratelli e l’Ospedale San Giuseppe sono all’interno della Cerchia dei Navigli e molti utenti sono costretti ad oltrepassare i varchi per accedere in centro con l’autovettura privata per recarsi agli ospedali.
Il sindaco Giuliano Pisapia, in un'intervista su “Repubblica” il 2 novembre del 2011 (Area C gratis per il pronto soccorso) aveva sottolineato che sarebbe stato assurdo far pagare il ticket in caso di urgenza (parole sue) e che si sarebbe fatto qualcosa per garantire l’esenzione dl pedaggio ai quei pazienti. Confidiamo che quanto prima si possa risolvere queste vicende con il buon senso
Un ultima considerazione: in via Castelfidardo , un varco con telecamera è posto qualche metro prima dell’ingresso del Pronto soccorso dell’ Ospedale Fatebenefratelli. Lo spostamento delle telecamere un metro dopo l’entrata del PS risulterebbe un’operazione fattibile e poco onerosa per il Comune? Crediamo proprio di sì.

di Elisabetta Saura e Marco Fumagalli








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