Rotonda di Via Besana
In programma dal 10 ottobre al 28 febbraio 2013 (in fondo indicazioni per scuole e gruppi)

MILANO – E’ stata inaugurata alla Rotonda di via Besana “Equilibrio”, mostra gioco per bambini sui temi di EXPO 2015, promossa e prodotta dal Comune di Milano – Cultura, Moda, Design e MUBA – Museo del Bambino, per avvicinarsi ai temi dell’alimentazione, della nutrizione e delle risorse alimentari.

“Da oggi, a Milano, i bambini hanno un luogo per la loro creatività – ha detto l’assessore alla Cultura Stefano Boeri –. Oggi abbiamo inaugurato la mostra-gioco sull'equilibrio alla Rotonda della Besana promossa dal MUBA (Musei dei Bambini Milano). Ma soprattutto, in attesa di sapere chi vincerà la gara per la sua gestione, si comincia a realizzare il sogno di avere a Milano un luogo totalmente dedicato alla creatività e alla cultura non ‘per’ ma ‘dei’ bambini”.

Il percorso di gioco coinvolge i bambini alla scoperta del tema dell’equilibrio, declinato in sette installazioni-gioco che affrontano il tema da diversi punti di vista, con l’obiettivo di consentire a tutti i bambini di trovare nella mostra un canale privilegiato d’apprendimento.

La mostra è pensata per bambini dai 4 agli 11 anni ed è strutturata per adattarsi alle diverse età e competenze dei bambini, consentendo diversi livelli d’approfondimento. L’ingresso è consentito esclusivamente con percorsi guidati insieme agli educatori, che partono tutti i giorni (da martedì a venerdì) alle ore 17.00; mentre il sabato, la domenica e i festivi ci saranno cinque turni di “partenze di gruppo”: alle ore 10.30 – ore 12.00 – ore 14.30 – ore 16.00 – ore 17.30.

LE SETTE INSTALLAZIONI:

DISEQUILIBRIO in collaborazione con l’Accademia di Brera.
Installazione di accoglienza e di introduzione alla mostra. I bambini ricercano l’equilibrio attraverso il loro movimento giocando con una videoproiezione.

EQUILIBRIO DEGLI ALIMENTI
Una grande tavola in disequilibrio da imbandire e rimettere in equilibrio con gli alimenti che i bambini scelgono facendo la spesa in un mercato. Il costo degli alimenti è un po’ di attività motoria.

SEDUZIONE DEL CIBO
Vere e proprie tane del gusto dove sono amplificate la forma, la consistenza, le caratteristiche sonore ed i profumi degli alimenti. Un’esperienza fortemente emozionale e sinestetica.

GIOCHI DI EQUILIBRIO in collaborazione con la Piccola Scuola di Circo
Con gli strumenti circensi e gli attrezzi tipici della scuola di circo, i bambini sperimentano il concetto di Equilibrio con il proprio corpo.

DOMINO in collaborazione con la Fondazione Umberto Veronesi.
Un grande domino oversize per approfondire in modo ludico i temi dell’alimentazione e del benessere. Un gioco d’associazione d’immagini che consente di approfondire i temi della nutrizione secondo l’età dei bambini.

EQUILIBRIO DELLE STAGIONI
I bambini giocano con labirinti basculanti che rappresentano le quattro stagioni. La pallina del percorso segue una traiettoria contrassegnata dai pittogrammi della frutta e della verdura di una determinata stagione e non deve cadere nei buchi di un’altra stagione.

REGINA DELL’EQUILIBRIO in collaborazione con Daniele Papuli
Momento conclusivo e collettivo della mostra dove i bambini possono rielaborare il proprio concetto di Equilibrio attraverso un’attività di laboratorio. Un grande “mobile” collettivo che cresce durante la mostra con il contributo di tutti i partecipanti.

EQUILIBRIO | Mostra gioco per bambini
dal 10 ottobre 2012 al 28 febbraio 2013 | Rotonda della Besana

Età consigliata: dai 4 agli 11 anni | Durata del percorso: 90 minuti

ORARI PER LE SCUOLE:
da lunedì a venerdì inizio percorsi alle ore: 9.30-11.00-14.00
€ 7 a bambino (Ingresso gratuito per le due insegnanti accompagnatrici)
Prenotazioni e informazioni: 02.43980402 - www.muba.it

ORARI PER SINGOLI VISITATORI:
da martedì a venerdì, inizio percorso alle ore 17.00
sabato, domenica e festivi, inizio percorsi alle ore 10.30-12.00-14.30-16.00-17.30
€ 8 euro a bambino - € 6 euro adulto
Prenotazioni e prevendita: Mida Ticket 02.92800821

www.muba.it | www.comune.milano.it/palazzoreale

Presidenziali americane
Poco keynesismo è sempre meglio di tanta austerità

Per molti esponenti della destra Obama è un estremista di sinistra che ha approfittato della crisi per realizzare il sogno di un Big Government, ovvero di un gigantesco apparato burocratico capace di insinuarsi in tutti i gangli vitali dell’economia e soffocare, così, lo spirito di intrapresa individuale che ha plasmato la nazione americana.
Per molti liberal ed esponenti della sinistra, invece, Obama è un presidente troppo centrista, troppo moderato, troppo accondiscendente nei confronti dei poteri forti dell’economia e della finanza; fin dal principio, infatti, il nuovo presidente ha cercato l’appoggio del mondo del Big Business, delle élites tradizionali e dei circoli della burocrazia politica da sempre al potere a Washington.
Lo proverebbero, innanzitutto, le biografie della squadra scelta per la nuova amministrazione: persone come l’attuale segretario al Tesoro Timothy Geithner, già sottosegretario del Tesoro ai tempi dei Bill Clinton, direttore del Dipartimento delle politiche di sviluppo del Fondo Monetario Internazionale (2001-2003) e presidente della Federal Reserve Bank di New York (dal 2003). Oppure come Larry Summers: anch’egli con un passato nell’amministrazione Clinton (segretario al Tesoro dal 1999 al 2001), Summers era già stato consigliere economico di Reagan (dal 1982 al 1983) e capo economista della Banca Mondiale. Di quella stagione molti ricordano il “memo” in cui definiva «impeccabile» la logica economica in base alla quale i rifiuti tossici vengono scaricati nei paesi a più basso reddito. Divenne poi presidente dell’Università di Harvard, carica dalla quale si è dimesso nel 2006 anche a seguito delle violente polemiche scoppiate per delle sue affermazioni sulla minore predisposizione delle donne allo studio delle materie scientifiche e ingegneristiche.
Entrambi, Geithner e Summers, erano i “pupilli” di Robert Rubin, già co-presidente di Goldman Sachs prima di entrare nell’amministrazione Clinton. Rubin è stato il principale sponsor sulla sponda democratica del Gramm-Leach-Bliley Act, la legge che nel 1999 ha di fatto abrogato il Glass-Stegall Act, cioè la normativa approvata all’epoca di Roosevelt per separare attività bancaria tradizionale e attività bancaria di investimento. Il Gramm-Leach-Bliley Act fu la punta di diamante delle misure di deregolamentazione finanziaria varate nel corso degli anni Novanta: permise, fra le altre cose, la legalizzazione retroattiva della fusione fra Citicorp (la holding della banca commerciale Citibank) e Travelers Group (compagnia di assicurazioni che aveva acquisito due banche di investimento, Smith Barney e Shearson Lehman). Ne nacque il colosso Citigroup, per il quale andrà a lavorare, pagato a peso d’oro, lo stesso Rubin.
Perché, allora, Obama ha scelto proprio queste figure per il suo staff? Essenzialmente per tre ragioni: prossimità politica (quello era il “cervello economico” del Partito Democratico), voglia di rassicurare l’establishment e l’opposizione, e urgenza di avere a disposizione un personale rodato, capace di mettere le mani subito sulla macchina amministrativa, visto l’incalzare della crisi e il suo devastante potenziale. Alla luce di scelte simili, per qualcuno l’amministrazione Obama può addirittura essere giudicata in sostanziale continuità con quella di George W. Bush: tanto nella politica estera, dove è intervenuta una semplice, e ipocrita, “cosmesi retorica”, quanto nella politica interna.
La distanza fra i due ritratti – quello dell’estremista di sinistra e quello del politicante ostaggio delle lobby – è enorme. Per colmarla, e per avvicinarsi ad una immagine più veritiera ma anche più complessa, è necessario passare all’esame dei fatti.
L’analisi non può che partire dall’economia.
Che cosa ha fatto Obama per far fronte alla grande crisi deflagrata poco prima della sua elezione?
Innanzitutto non ha fatto cose radicalmente opposte a quelle che andavano fatte. Proprio le risposte sbagliate attuate dal presidente Herbert Hoover nel 1929 hanno condotto alla Grande Depressione degli anni Trenta.
Ottant’anni dopo le stesse ricette fallimentari sembravano tornate a godere di largo consenso. Nel gennaio del 2009 oltre duecento economisti delle università statunitensi hanno pubblicato un appello a pagamento sul New York Times e sul Washington Post per prendere posizione contro lo stimolo fiscale annunciato dal neoeletto presidente (le pagine sono state acquistate dal think thank ultraliberista Cato Institute). Fra loro anche tre premi Nobel per l’economia come James Buchanan, Vernon L. Smith, Edward Prescott, oltre agli italiani Michele Boldrin (docente alla Washington University di St. Louis ed editorialista del Fatto Quotidiano) e Alberto Bisin (docente alla New York University ed editorialista della Repubblica). «Non crediamo che più spesa pubblica sia la via per migliorare la situazione economica», si leggeva nel testo. «Più spesa pubblica non ha tirato fuori gli Usa dalla Grande Depressione negli Anni ‘30 e non ha salvato il Giappone dal decennio perduto negli Anni ‘90. Perciò, è un trionfo della speranza sull’esperienza [il riferimento sarcastico allude ovviamente al libro di Obama “L’audacia della speranza”, ndr] il credere che più spesa governativa aiuterà gli Stati Uniti oggi. Per migliorare l’economia la politica dovrebbe concentrarsi sulle riforme che rimuovono gli ostacoli a lavorare, risparmiare, investire, produrre». L’appello si concludeva con l’esortazione ad abbassare le tasse e ridurre la spesa governativa.
Secondo John Cochrane dell’Università di Chicago, anch’egli firmatario del documento, lo stimolo pubblico «non faceva più parte di ciò che è stato insegnato agli studenti universitari fin dagli anni Sessanta. [Le idee keynesiane] sono favole che si sono dimostrate false. Nei momenti di crisi è molto consolante rileggere le favole che ci raccontavano da bambini, ma questo non le rende meno false».
Barack Obama non ha dato retta a tutti costoro e ha attuato la più classica delle politiche keynesiane, con uno stimolo fiscale da circa 800 miliardi di dollari, il più grande nella storia degli Stati Uniti. Il piano (American Recovery and Reconstruction Act) è consistito in spese per infrastrutture, educazione, sanità, energie rinnovabili, espansione delle tutele ai disoccupati e sgravi fiscali diretti al ceto medio. È stata una misura approvata immediatamente, tre settimane dopo l’insediamento alla Casa Bianca. Ma, oltre ai prevedibili anatemi da parte dell’opposizione repubblicana, non sono mancati giudizi critici provenienti anche dalla sinistra liberal. L’economista e premio Nobel Paul Krugan, ad esempio, giudicò il piano «utile ma inadeguato» per le dimensioni della crisi. Lo stesso parere fu espresso da un altro premio Nobel orientato a sinistra come Joseph Stiglitz: lo stimolo «dovrebbe compensare il calo della domanda di beni e servizi formulata da un sistema economico nel suo complesso, ma è troppo limitato per riuscirci».
Occorre tuttavia ricordare che Obama è riuscito a conquistare i 60 voti necessari al Senato per approvare il pacchetto, superando così l’ostruzionismo dell’opposizione, solo portando dalla sua parte tre senatori repubblicani “moderati”. In cambio questi ultimi hanno chiesto un taglio dell’entità dello stimolo pari a 100 miliardi di dollari, in gran parte destinati al sostegno delle amministrazioni statali e locali.
C’era un altro modo per far passare quel provvedimento, magari di portata ancora maggiore degli 800/900 miliardi preventivati? Sì.
Obama poteva ricorrere alla procedura di riconciliazione (reconciliation), uno strumento legislativo che permette di sottrarre all’ostruzionismo dell’opposizione le modifiche di bilancio, limitando il dibattito e la possibilità di emendare il testo della legge. Tramite quella via sarebbe stata sufficiente una maggioranza semplice. Era per altro lo stesso dispositivo utilizzato da George W. Bush per i tagli fiscali approvati nel 2001 e nel 2003.
Perché non lo ha fatto? Certamente, almeno in parte, per un errore di valutazione politica intorno alla possibilità di coinvolgere l’agguerrita opposizione repubblicana nelle iniziative di sostegno all’economia. Ma anche per la scelta deliberata di non inaugurare la sua presidenza con uno strappo, con una misura “unilaterale”. Lui, il presidente che si proponeva di unire una «terra di fazioni in guerra e odi tribali», non voleva dare l’impressione di aver messo da parte così presto il suo profilo “post-ideologico” e moderato per ingaggiare un violento scontro parlamentare in un momento di massima emergenza nazionale. Ai suoi elettori aveva promesso una «Casa Bianca diversa» da quella dei tempi di Bush, «una Casa Bianca che avesse considerato una vittoria 51 a 48 come un richiamo all’umiltà e al compromesso piuttosto che come un mandato inconfutabile».
La strategia allora adottata è stata chiarita anche grazie alla pubblicazione del memorandum di politica economica preparato da Lerry Summers per il nuovo presidente nel dicembre del 2008. Nel documento di 57 pagine – reso pubblico nel gennaio del 2012 dal giornalista del New Yorker Ryan Lizza – si spiegava che era più facile intervenire in un secondo momento con ulteriori stimoli – nel caso in cui quello originario si fosse rivelato insufficiente – che ridurre un pacchetto eccessivo. Da qui la scelta di non “forzare troppo la mano” all’inizio del 2009.
Il problema è che dopo la tregua dettata dall’emergenza non si sarebbero più ripresentate occasioni così favorevoli all’intervento. Alla fine del 2009, dopo che la discesa dell’economia era stata arrestata, il dibattito pubblico si spostò bruscamente sull’eccessivo deficit del bilancio federale e cominciarono a montare prepotentemente le invocazioni di tagli e di smobilitazione delle misure di stimolo.
Nella primavera del 2010, ad esempio, l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) pubblicò un rapporto sulle prospettive dell’economia mondiale in cui si invitava con forza il governo americano a ridurre drasticamente la spesa pubblica e suggeriva alla Federal Reserve di alzare i tassi di interesse. Nessuno di questi due consigli sono stati seguiti, ma il mutato clima politico, favorito dal dispiegarsi del Tea Party, portò al trionfo repubblicano alle elezioni di midterm nel novembre del 2010. Da lì in poi l’iniziativa di governo sarebbe stata irrimediabilmente compromessa. Nel settembre del 2011 il Congresso ha bocciato – come da previsioni – il piano per l’occupazione da 447 miliardi di dollari presentato dal presidente. Ha inoltre vincolato la propria autorizzazione all’aumento del tetto legale del debito pubblico, scongiurando il default tecnico che in caso contrario sarebbe scattato nell’estate del 2011, ad una manovra di tagli e aumenti fiscali automatici finalizzata a riportare il rapporto deficit/Pil al 4%. In assenza di accordi bipartisan per evitarla – tutti i tentativi si sono rivelati fino ad ora fallimentari – l’“austerity automatica” dovrebbe diventare operativa dal 2013. Ma molto dipenderà dall’esito delle elezioni di novembre e dagli equilibri politici che si determineranno tanto alla Casa Bianca quanto al Congresso.
Nonostante gli errori compiuti con l’American Recovery and Reconstruction Act, Obama è stato l’unico leader Occidentale a mettere in campo una vera politica espansiva. E negli Usa la situazione non è precipitata proprio grazie allo stimolo dell’inizio del 2009, per poi mostrare i segni di una (lenta) ripresa.
Il livello della disoccupazione, però, è rimasto sempre elevato, arrivando a lambire il 10%: ma qui subentrano anche fattori legati alla struttura del mercato del lavoro Usa. Lo si evince con un esempio molto concreto, collegato al periodo immediatamente successivo allo scoppio della crisi: nel 2009 nella zona euro si è registrato un calo del Pil del 4,4%, per poi avere un piccola risalita del 2% nel 2010. Il Pil degli Usa è invece sceso del 3,5% nel 2009 ed è cresciuto del 3% nel 2010. A fronte di questi dati – più positivi per gli Stati Uniti che per l’Europa – la disoccupazione è passata nella zona euro dal 7,5% (nel 2007, prima della crisi) al 10% (nel 2010) mentre negli Usa l’incremento è stato assai maggiore: dal 4,6% (2007) al 9,6% (2010). Negli Stati Uniti il mercato del lavoro molto più “flessibile” – di fatto si possono assumere e licenziare liberamente i lavoratori – ha permesso alle aziende di approfittare della crisi per compiere robuste riorganizzazioni interne, con un ridimensionamento degli organici assai più accentuato di quello verificatosi nello stesso periodo in Europa.
Obama, inoltre, si è ripetutamente speso per convincere Angela Merkel ad ammorbidire la linea del rigore imposta dal governo tedesco a tutti gli Stati del Vecchio Continente dopo lo scoppio della crisi dei debiti sovrani.
Mentre negli Usa la politica riscopriva, pur fra molte contraddizioni, il pensiero di John Maynard Keynes, in Europa imperversava la tesi dell’”austerità espansionistica”, mutuata da uno studio originario del 1998 di Alberto Alesina e Silvia Ardagna. Secondo quella ricerca – intitolata Tales of fiscal adjustment e successivamente aggiornata (Large Changes in Fiscal Policy: Taxes versus Spending, 2010) – i tagli al deficit statale provocherebbero un effetto fiducia così potente da poter favorire l’espansione dell’economia nonostante la riduzione della spesa governativa. Un pensiero ben esemplificato dall’allora presidente della Banca centrale europea Jean-Claude Trichet in una intervista rilasciata alla Repubblica (giugno 2010): «L’idea che le misure di austerità possano innescare la stagnazione è sbagliata». «Sbagliata?», domandò dubbioso il giornalista. «Sì. In queste circostanze, tutto ciò che aiuta ad aumentare la fiducia delle famiglie, delle imprese e degli investitori nella sostenibilità delle finanze pubbliche giova al consolidamento della crescita e alla creazione di posti di lavoro».
Il modello è stato però confutato da uno studio pubblicato nel 2011 dal Fondo monetario internazionale, che prende in esame 173 casi di austerità fiscale in 17 paesi avanzati fra il 1978 e il 2009: le politiche di austerità provocano infatti la contrazione del prodotto interno lordo e l’incremento della disoccupazione. Ed è proprio ciò che sta avvenendo in Europa: dopo una timida ripresa nel 2012 è tornata la recessione.
Sempre secondo il Fmi, alla fine dell’anno il prodotto interno lordo nel Vecchio Continente dovrebbe contrarsi dello 0,3%; dietro questo numero ci sono, tuttavia, i cali ben più pronunciati di grandi Paesi come l’Italia (-1,9%) o la Spagna (-1,5%), per non parlare della situazione drammatica di Grecia (-4,7%) e Portogallo (-3,2%). Tutti questi Paesi saranno probabilmente in recessione anche nel 2013. Per gli Stati Uniti le stime sono di +2,0% per il 2012 e +2,3% per il 2013.
Tutto resta appeso, comunque, all’incognita di come evolverà la crisi finanziaria in corso nella zona euro: molti analisti ormai non escludono scenari ben peggiori di quelli appena tratteggiati, legati ad esempio ad una eventuale deflagrazione della moneta unica.
La stessa corsa di Obama per un secondo mandato dovrà fare i conti con un quadro economico assai problematico, dato dal rallentamento del ritmo di crescita del Pil Usa dall’inizio dell’anno e da una disoccupazione ancora inchiodata sopra l’8%.
La sua rielezione è tuttavia caldeggiata anche da molti di coloro che non gli hanno risparmiato critiche assai severe. «Il trionfo elettorale di Obama», ha scritto Paul Krugman nel suo libro “Fuori da questa crisi, adesso!” (2012), «rende naturalmente più probabile che l’America faccia ciò che è necessario per tornare alla piena occupazione».

di Emilio Carnevali. Tratto da “In difesa di Barack Obama” e-book edito da MicroMega online

La lettera della nipote Giulia al cardinal Martini
Una straordinaria testimonianza sulle ultime ore di vita di un grande uomo
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Caro zio,
zietto come mi piaceva chiamarti negli ultimi anni quando la malattia ha fugato il tuo naturale pudore verso la manifestazione dei sentimenti questo è il mio ultimo, intimo saluto.
Quando venerdì il tuo feretro è arrivato in Duomo la prima persona, tra i fedeli presenti, che ti è venuta incontro era un giovane in carrozzina, mi è parso affetto da Sla.
D'improvviso sono stata colta da una profondissima commozione, un'onda che saliva dal più profondo e mi diceva: «Lo devi fare per lui» e per tutti quei tantissimi uomini e donne che avevano iniziato a sfilare per darti l'estremo saluto, visibilmente carichi dei loro dolori e protesi verso la speranza.
Lo sento, Tu vorresti che parlassimo dell'agonia, della fatica di andare incontro alla morte, dell'importanza della buona morte.
Morire è certo per noi tutti un passaggio ineludibile, come d'altro canto il nascere e, come la gravidanza dà, ogni giorno, piccoli nuovi segni della formazione di una vita, anche la morte si annuncia spesso da lontano. Anche tu la sentivi avvicinare e ce lo ripetevi, tanto che per questo, a volte, ti prendevamo affettuosamente in giro.

Poi le difficoltà fisiche sono aumentate, deglutivi con fatica e quindi mangiavi sempre meno e spesso catarro e muchi, che non riuscivi più a espellere per la tua malattia, ti rendevano impegnativa la respirazione. Avevi paura, non della morte in sé, ma dell'atto del morire, del trapasso e di tutto ciò che lo precede.

Ne avevamo parlato insieme a marzo e io, che come avvocato mi occupo anche della protezione dei soggetti deboli, ti avevo invitato a esprimere in modo chiaro ed esplicito i tuoi desideri sulle cure che avresti voluto ricevere. E così è stato. Avevi paura, paura soprattutto di perdere il controllo del tuo corpo, di morire soffocato. Se tu potessi usare oggi parole umane, credo ci diresti di parlare con il malato della sua morte, di condividere i suoi timori, di ascoltare i suoi desideri senza paura o ipocrisia.

Con la consapevolezza condivisa che il momento si avvicinava, quando non ce l'hai fatta più, hai chiesto di essere addormentato. Così una dottoressa con due occhi chiari e limpidi, una esperta di cure che accompagnano alla morte, ti ha sedato.

Seppure fisicamente non cosciente - ma il tuo spirito l'ho percepito ben presente e recettivo - l'agonia non è stata né facile, né breve. Ciò nonostante, è stato un tempo che io ho sentito necessario, per te e per noi che ti stavamo accanto, proprio come è ineludibile il tempo del travaglio per una nuova vita.
È di questo tempo dell'agonia che tanto ci spaventa, che sono certa tu vorresti dire e provo umilmente a dire per te. La chiave di volta - sia per te che per noi - è stata l'abbandono della pretesa di guarigione o di prosecuzione della vita nonostante tutto. Tu diresti «la resa alla volontà di Dio».
A parte le cure palliative di cui non ho competenza per dire è l'atmosfera intorno al moribondo che, come avevo già avuto modo di sperimentare, è fondamentale.

Chi era con te ha sentito nel profondo che era necessaria una presenza affettuosa e siamo stati insieme, nelle ultime ventiquattro ore, tenendoti a turno la mano, come tu stesso avevi chiesto. Ognuno, mentalmente, credo ti abbia chiesto perdono per eventuali manchevolezze e a sua volta ti abbia perdonato, sciogliendo così tutte le emozioni negative.

In alcuni momenti, mentre il tuo respiro si faceva, con il passare delle ore, più corto e difficile e la pressione sanguigna scendeva vertiginosamente, ho sperato per te che te ne andassi; ma nella notte, alzando gli occhi sopra il tuo letto, ho incontrato il crocefisso che mi ha ricordato come neppure il Gesù uomo ha avuto lo sconto sulla sua agonia.
Eppure quelle ore trascorse insieme tra silenzi e sussurri, la recita di rosari o letture dalla Bibbia che stava ai piedi del tuo letto, sono state per me e per noi tutti un momento di ricchezza e di pace profonda.

Si stava compiendo qualcosa di tanto naturale edineludibile quanto solenne e misterioso a cui non solo tu, ma nessuno di coloro che ti erano più vicini, poteva sottrarsi. Il silenzio interiore ed esteriore i movimenti misurati l'assenza di rumori ed emozioni gridate - ma soprattutto l'accettazione e l'attesa vigile - sono stati la cifra delle ore trascorse con te.
Quando è arrivato l'ultimo respiro ho percepito, e non è la prima volta che mi accade assistendo un moribondo, che qualcosa si staccava dal corpo, che lì sul letto rimaneva soltanto l'involucro fisico. Lo spirito, la vera essenza, rimaneva forte, presente seppure non visibile agli occhi. Grazie Zio per averci permesso di essere con te nel momento finale. Una richiesta: intercedi perché venga permesso a tutti coloro che lo desiderano di essere vicini ai loro cari nel momento del trapasso e di provare la dolce pienezza dell'accompagnamento.

Giulia Facchini Martini

Un'iniziativa del Movimento Milani Civica
incontro con Franco D'Alfonso
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MILANO - Una nuova iniziativa del Movimento Milano Civica che, per promuovere la partecipazione dei cittadini, ha organizzato nell'ambito di "Assessori in piazza" un incontro con l'assessore a Commercio, Attività produttive, Turismo e Marketing territoriale Franco D'Alfonso per venerdì 20 luglio nel Giardino del Museo del Fumetto in viale Campania 4.

All'incontro parteciperanno le consigliere comunali per la Lista Civica x Pisapia Sindaco Anna Scavuzzo e Elisabetta Strada e la presidente del consiglio di zona 4 Loredana Bigatti.

Milano che cambia e scambia.
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Il 30 giugno lo Smeraldo chiuderà i battenti. Il secondo teatro privato italiano abbasserà la saracinesca. Un congedo con una notte bianca, sei ore di musica e danze per salutare i milanesi. Poi l’addio. Dal primo luglio partiranno i lavori per trasformare il teatro in un centro commerciale della catena enogastronomica Eataly . Ai partecipanti sarà regalato un piccolo lembo del sipario. Se si riaprirà Il teatro, in altro luogo ed in altro spazio , questo ritaglio di stoffa sarà considerato un biglietto valido per assistere alla prima serata del nuovo Smeraldo.
Un cantiere lungo ed infinito in piazza XXV aprile, proprio davanti allo Smeraldo, ha rovinato un attività con più di sessant’anni di successi. Dall’estate del 2006 si scava per il parcheggio interrato, che doveva consegnare alla città 322 box privati e 360 posti auto a rotazione 42 mesi fa. Un secolo . Senza contributi pubblici ( mai chiesti), abbandonato da sponsor e clienti , il patron Gianmario Longoni, deve mollare.
Suona un po’ beffardo pensare che il primo luglio sarà consegnata la piazza finalmente ai milanesi, riqualificata ed abbellita da quattro spazi pieni di alberelli . Senza lo Smeraldo e con un supermarket del cibo di qualità. Con un sacco di box non ancora venduti.
David Bowie , Nureyev , Vecchioni , Mina ,Celentano,Charles,Davis, Vecchioni ,Piazzolla , De Andrè, Fo ed altri ancora, hanno calcato quel palco. Troppi per ricordarli tutti. C’è stato anche il nostro sindaco Pisapia che incontrò i milanesi in una serata indimenticabile il 19.5.11 durante il ballottaggio.
Quel luogo di spettacolo e di cultura non ci sarà più. Cambiata la destinazione d’uso . Ci sarà un supermercato di qualità. Che sarà il centro di un distretto del cibo, di un ‘food district ‘ come ha auspicato in intervista a febbraio ad Affari Italiani l’Assessore al commercio , Attività produttive , Turismo , Marketing territoriale Franco D’Alfonso.
Su Arcipelago Milano, settimanale di politica e cultura, in una rubrica denominata Carneade si scherza sulla chiusura del teatro e si scrive che si passerà dallo spettacolo dei Fichi d’india ( che erano in cartellone qualche settimana fa) alle conserve di fichi. Per il simpatico e pungente commentatore della rivista, la città ci guadagnerà .
Non so se la città ne avrà beneficio, non so nemmeno se il food district favorirà lo sviluppo commerciale e turistico della zona , so soltanto che lo Smeraldo, dopo tanti anni non ci sarà più.
Magari un giorno lo Smeraldo riaprirà in un altro luogo. Magari ritornerà nello stesso luogo . In piazza XXV aprile . Grazie ad un cambio di destinazione d’uso. Ci vorrà un po’ di tempo ma secondo alcune indiscrezioni tornerà. Me la assicurato Ian Anderson, il leggendario leader dei Jethro Tull. Maestro sublime di flauto e pifferaio magico. Lui ha suonato e calcato il palco dello Smeraldo nel 1971 e dopo 41 anni si è riproposto con la sua band sullo stesso palco. Il primo giugno , pochi giorni fa. La notizia che lo Smeraldo chiudesse lo ha un poco scosso. Ma lui crede che fra esattamente 41 anni lui ritornerà con la stessa band , sullo stesso legno con la stessa meravigliosa musica. Lo raccontava mentre degustavamo vino e mangiavamo del pesce squisito. E non eravamo in un ‘food district’. Un altro miracolo del pifferaio magico.
Marco Fumagalli.

Lettera aperta a Giuliano Pisapia
Lo chiedono al Sindaco Claudio Conti e Donatella Fiocchi soci di MMC

Gentile Sig. Sindaco, di ritorno da un viaggio all’estero leggo sulla stampa nazionale voci relative ad un imminente “rimpasto” nella Sua squadra di governo della città.
Premetto che sono un Suo elettore: non solo ho votato per Lei alle ultime elezioni comunali; ma ho anche grandemente apprezzato il modo in cui ha agito sino ad ora la Sua Giunta – da Lei ovviamente ispirata e guidata con mano ferma. Nonostante la mia non giovanissima età (ho 73 anni), questa amministrazione mi ha restituito interesse per i problemi di Milano, ed orgoglio di sentirmi un cittadino, e non semplicemente un abitante, come mi accadeva durante la precedente amministrazione.
A maggiore ragione comprenderà quindi il mio disorientamento, che provo a spiegare con una metafora banale. Se il CEO – o amministratore delegato – di un grande gruppo industriale o finanziario si presenta all’assemblea degli azionisti annunciando di dovere procedere alla sostituzione di una parte significativa (quanto meno numericamente …) del top management, con tutta probabilità gli azionisti voteranno invece per la sua rimozione. Queste le eventualità che prenderanno in considerazione:
• A: ai vertici del gruppo regna una situazione di tensione o caos ormai fuori controllo;
• B: oppure la scelta di quegli amministratori si è rivelata radicalmente sbagliata.
La seconda alternativa ammette a sua volta due possibilità:
• B1: gli amministratori “inadeguati” sono stati scelti liberamente dal CEO;
• B2: oppure in parte – o tutti – sono stati imposti, o nominati al di fuori della volontà del CEO.
In ciascun caso gli azionisti vedrebbero una responsabilità diretta dell’amministratore delegato, e si regolerebbero di conseguenza.

La metafora in questo caso è particolarmente rozza, e di ciò mi scuso con Lei. Sta comunque che, votando per Lei, come tanti altri cittadini ho sinceramente creduto – e credo tuttora – nella Sua promessa di un nuovo modo di fare politica, più aperto e rispettoso del bene comune. Come ho appena detto, ho anche iniziato a vedere frutti tangibili dovuti a questo diverso approccio. Tra i temi che Lei ha ripetutamente sottolineato, vi è quello del lavoro di squadra, e della necessità di coesione: e poiché continuo ad avere la massima fiducia in Lei, sono portato ad escludere l’alternativa A di cui sopra. Resta l’alternativa B, nelle sue due versioni: ed anche in questo caso sono piuttosto imbarazzato. Possibile che un uomo della sua esperienza e saggezza abbia commesso un errore di valutazione tanto vistoso? Non lo credo. Possibile che lo stesso, che mi ha conquistato per la sua fierezza ed il suo spirito di indipendenza si sia assoggettato a scelte altrui, specie se sbagliate? Lo escludo.

Come vede, mi trovo in serie difficoltà … condivise – ritengo – da una non piccola schiera di cittadini. Anche perché – se mi permette – la Sua Giunta non opera sotto una campana di vetro, o in un sistema perfettamente isolato; bensì a Milano, che è anche il capoluogo della Regione Lombardia. A riguardo di quest’ultima ci siamo recentemente abituati a sconquassi nel team direzionale dovuti non ad errori tecnici o di valutazione nell’ambito della gestione professionale dei propri incarichi; bensì a vere e proprie malversazioni o escroqueries che dir si voglia.

Le confesso che, quando ho letto i titoli apparsi su taluni giornali, ho provato una profonda frustrazione, pensando che questo fosse il motivo dell’eventuale “rimpasto” in questa circostanza; poi – fortunatamente – ho appreso che si tratterebbe di errori di valutazione, ritardi o inadempienze, gaffes ecc. Non che tutto ciò debba essere giustificato, per carità; tuttavia, avendo dedicato una parte non trascurabile della mia vita alla didattica, ritengo che molto si possa insegnare, e che gli errori siano il prezzo inevitabile che si paga quando si affrontano con spirito nuovo problemi di complessità analoga a quella con la quale la Sua Giunta deve confrontarsi.

C’è però molto di più. Le sostituzioni delle quali parlano i giornali verrebbero a colpire, tra gli assessori, proprio quelli che hanno maggiormente impersonato il cambiamento auspicato dal “popolo arancione”. Togliere in un momento tanto difficile, come quello che stiamo vivendo, la fiducia a coloro che si sono sin qui impegnati “mettendoci la faccia”, come se fossero colpevoli di errori imperdonabili, sarebbe un gesto che i cittadini sicuramente non capirebbero, soprattutto guardando al diverso esempio offerto dall’amministrazione regionale, dove vi è chi dichiara che neppure un avviso di garanzia basterebbe per indurlo alle dimissioni: dopo tutto quello che si è visto …

Le accludo il mio indirizzo email nel caso voglia rispondermi. Tutto quanto ho scritto è condiviso da un altro elettore, o più esattamente: da una elettrice: mia moglie, che ha partecipato attivamente alla Sua campagna e quindi si firma con me.

Cordialmente

Claudio Conti Donatella Fiocchi
conticlaud@gmail.com donatellafiocchi@hotmail.com

Milano, 4 giugno 2012

Un articolo di Cheikh Tidiane Gaye
La cultura appartiene ad ogni popolo

Era il 1789 quando, per la prima volta, si materializzò la volontà di riconoscere i diritti agli individui, ma quante carte sono state emanate nella storia dell’umanità? Parecchie.

È passato molto tempo e si continua ancora a parlare e a riflettere sulla filosofia dei diritti umani. Non si può affermare che lo sforzo non sia approdato a nulla, ma evidentemente la situazione dell’umanità e i risultati delle politiche sin qui ottenuti non fanno mancare innumerevoli dubbi.  Le stragi atroci che hanno afflitto l’umanità sono tante: la schiavitù, il colonialismo, la decolonizzazione, il genocidio ruandese, le dittature nel Terzo Mondo, il terrorismo in Medio Oriente, la guerra storica tra Israele e la Palestina, i colpi di stati orchestrati in Africa, il Terrorismo religioso … senza ovviamente dimenticare i diritti calpestati dei Migranti. Non dimentico, ovviamente, la nuova forma di schiavitù che arricchisce l’occidente. La manodopera migrante, ad esempio, è, agli occhi di tutti, la nuova forma di schiavitù. I paesi sviluppati e  industrializzati che comandano il mondo hanno un tasso di clandestinità molto elevato, per citarne alcuni, gli Stati Uniti, la Francia … I diritti dei profughi e clandestini sono negati: in alcuni stati la clandestinità è considerata un reato.

Non mi soffermo solo sul tema dell’immigrazione. Le donne soffrono, torturate e umiliate nei paesi dove governa l’estremismo islamico. Non solo, in altri paesi del mondo anche l’omofobia cresce.

Ora non possiamo più rimanere nel quadro disegnato da alcuni umanisti del passato e dai politici capitalisti odierni e continuare a consumare  teorie fiabesche. Il mondo va avanti e i legami economici, socio culturali ed etnici crescono in  modo esponenziale e sorprendente. Davanti a tale fenomeno considero ormai inefficiente l’attuale carta dei diritti umani.  L’intreccio tra le culture e l’accrescimento dei fenomeni migratori (per le persone), lo scambio economico e le meritate scoperte informatiche (internet), ci spingono a credere che l’umanità si unifica, si collettivizza per diventare un solo mondo con le sue ricchezze, sia materiali che spirituali e intellettuali, destinate ai suoi cittadini. L’andamento attuale descrive una nuova letteratura del concetto di diritti umani. Le grandi democrazie devono risvegliarsi e frenare l’onda mortale. Gli oceani e i deserti sono diventati cimiteri; nelle città metropolitane crescono i ghetti e in tanti paesi assistiamo a ribellioni, guerre, manifestazioni popolari.

Il coraggio vuole che si affermi senza paura che i diritti sono negati, calpestati e derisi. L’Africa fa fatica a rialzarsi davanti ad una mondializzazione iniqua, l’Europa vive una crisi di identità, l’Uomo non ritrova più la pace sociale tanta desiderata.

Il paradosso oscura la politica occidentale con il populismo, che non fa che accrescere discriminazione, divisione e disuguaglianza. A tale proposito il nuovo millennio segna il fallimento dei politici. L’umanità soffre di politici inadeguati. Non vi è la possibilità di percepire la vera realtà e creare una condotta per il bene dell’umanità intera. In questo momento si dovrebbe ragionare sul riconoscimento dei diritti di ciascuno di noi e non dell’emancipazione di coloro che storicamente sono oppressi e dominati. Le distorsioni sono parecchie, discorrere sempre sul tema davanti ai massacri, al sangue che inonda i nostri salotti tramite i reportage televisivi, alimenta solo l’indignazione. La Nuova Carta dei Diritti dell’Uomo avrà il compito di capitalizzare i nuovi fenomeni sociali, culturali ed economici e di non fermarsi solo sull’ “autonomia” degli individui, ma celebrare la vera essenza dell’Uomo: la sua singolarità e la sua dignità. L’ultima parola non deve essere solo la cultura e l’ origine, ma la dignità di vivere, studiare, curarsi, crescere, invecchiare insomma vivere.

Non indigniamoci quando i migranti chiedono parità di trattamento e alcuni autoctoni deridono e criticano pesantemente le nostre posizioni. Il preambolo dei diritti dell’Uomo non è stato ben ricordato ai nostri “oppressori”. Ognuno è cittadino dalla terra che lo ospita. Sembra  retorica ma è la giusta realtà. Il mondo come concepito appartiene a tutti e la rivendicazione di appartenenza ad una cultura piuttosto che ad un’altra sembra follia e inesistente. L’Uomo deve accettare la pluralità culturale come ricchezza, l’appartenenza alla propria cultura come identità e poi coniugare nello stesso tempo i due elementi per vivere nel mondo. Finché il politico, l’umanista, l’uomo in generale farà fatica ad accettare che il suo avvenire è il meticciato, sarà ovviamente difficile disegnare la vera Carta dei Diritti Umani.  Dobbiamo credere molto di più a noi stessi, all’Altro che s’identifica in noi stessi. Dobbiamo prendere coscienza che i nostri valori avranno senso solo quando gli altri daranno loro qualità. Dobbiamo infine cancellare dalle nostre mentalità che le nostre culture siano migliori e più importanti delle altre. Le società occidentali che ospitano i migranti non devono pensare solo all’aiuto, ma lavorare per far nascere un ambiente idoneo per lo sviluppo delle libertà individuali. Non chiamo questo fenomeno integrazione. Come non accetto gli aiuti umanitari dopo che mi sono state vendute le armi e acceso il fuoco.  Abbiamo il dovere di espandere la parola “libertà” in tutte le stanze della vita per vivere degnamente. Libertà vuol dire decidere, scegliere. È solo quando la libertà individuale è garantita che si può parlare di collettività, di riconoscimento e di veri Diritti. Ricordo solo che dalla nostra legittimità parte la nostra Libertà. Il non riconoscimento dei nostri diritti traduce il vero fallimento della Carta dei Diritti Umani. Questa libertà  che cerchiamo si trova, penso, nella carta Manden proclamata nel 1222 per l’incoronazione del sovrano re dell’impero del Mali, Sundjiata, che racchiude le  seguenti affermazioni:

« ogni vita è una vita »

« il torto richiede una riparazione »

« aiutatevi reciprocamente »

« veglia sulla patria »

« combatti la servitù e la fame »

« che cessino i tormenti della guerra »

« chiunque è libero di dire, di fare e di vedere »

La mia domanda è: non sarebbe meglio tornare negli anni 1222 per vivere  dignitosamente? Rivisitare la Carta dei diritti è il nostro dovere.

di Cheikh Tidiane Gaye

 

 

 

 

 

 

Disagio
Occorre istituire un osservatorio all'interno dell'Assessorato ai Servizi Sociali

MILANO - Ciclicamente, a distanza di qualche mese, a Milano, la cronaca ci riporta all’attenzione una problematica di estrema attualità, vissuta con timore dai cittadini: la presenza di bande cittadine, costituite perlopiù da minori o da giovani adulti, che si fronteggiano in alcune zone della città e costituiscono un grave problema di sicurezza sociale. I nomi di questi gruppi (Latin Kings, Nietas, Comando, per citarne alcuni) ci riportano alla mente esperienze storiche antagoniste prevalentemente di origine sudamericana. Questa, infatti, la matrice culturale, con istanze di egualitarismo sociale e di solidarietà giovanile e sono di origine hispanica anche la maggioranza dei componenti di questi gruppi giovanili che spesso creano disagio in alcuni quartieri cittadini.
Nel 2007, l’allora presidente della provincia di Milano, Filippo Penati, riuscì ad abbozzare una sorta di “accordo programmatico” con alcune di queste realtà, con l’impegno, da parte loro, di una totale astensione da qualsiasi forma di violenza e, da parte del potere politico, un “riconoscimento di fatto” e un impiego delle risorse umane di queste “bande” in alcuni progetti di integrazione interrazziale (gestione spazi ricreativi, ad esempio).
Non sempre le finalità di integrazione culturale sono riuscite: ricordiamoci, ad esempio, gli scontri etnici di via Padova del 2010, scoppiati a seguito della morte di un ventenne egiziano accoltellato da un giovane dominicano dopo una banale lite sull’autobus. O anche il recente arresto di una trentina di ragazzi sudamericani, autori di rapine sulle linee metropolitane, che spesso filmavano le loro “prodezze” e caricavano in rete quanto filmato. Anziché aderire a gang esistenti, molti giovani, negli ultimi mesi, si sono inventati le proprie (con nomi altrettanto evocativi, Latin Dangerz e Los Brothers), ispirandosi alle note band hispaniche, ma non condividendo con le stesse alcun principio ideale, esprimendosi solo con atti violenti.
Diamo qualche dato numerico. Secondo i recenti dati del Comune (fine 2011), a Milano gli immigrati sudamericani regolari sono oltre 42.000. Arrivano soprattutto da Perù ed Ecuador e sono una comunità molto giovane: i minorenni sono quasi 1 su 4. Molti di loro vivono in Italia con un solo genitore – in genere la madre – ma sono cresciuti in patria affidati ad altri parenti e si tratta di giovani senza alcun rapporto con l’autorità familiare e che spesso hanno abbandonato la scuola. È facile riconoscere i giovani affiliati dai comportamenti: le passeggiate a ranghi serrati, l’abuso di alcol, l’onnipresente coltello che tutti portano con sé.
Le risse tra bande rivali, che finiscono ciclicamente sulle pagine di cronaca, sono il reato più frequente, oltre a risse, furti e rapine: insomma, si tratta di un grave problema sociale che non va affrontato solo da un punto di vista repressivo. Si citava l’esperienza di tentativo di “accordo programmatico”, allora elaborato dalla presidenza della provincia, perché si ritiene che l’unico modo per isolare la violenza all’interno di queste bande e, allo stesso tempo, favorire l’integrazione di soggetti spesso ad alto rischio desocializzazione, ancorché molto giovani, sia proprio quello di un “riconoscimento virtuoso” delle stesse da parte delle istituzioni.
Come avvenuto per la comunità rom, un’idea potrebbe essere quella di istituire, all’interno dell’assessorato ai servizi sociali, un vero e proprio osservatorio relativo a questo fenomeno che ne indaghi a fondo le cause e cerchi un contatto positivo con i componenti. Solo così si potrà controllare un importante problema sociale, eventualmente cercare di allontanare dalle esperienze di microcriminalità soggetti molto giovani e valorizzare coloro che intendono seriamente impegnarsi in piccole iniziative di integrazione.
Insomma, occorre trasformare un grave problema di sicurezza in risorsa di integrazione della nostra città, pena, in caso contrario, una doppia sconfitta: sia da un punto di vista repressivo, con l’aumento della tensione e di condotte criminose di vario tipo, sia da un punto di vista dell’inserimento sociale di giovanissimi che, pur provenendo da paesi lontani, sono e saranno nostri concittadini.

Ilaria Li Vigni





 

Oltre la Torre Galfa
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MILANO - Milano ha bisogno di spazi da usare, ma al momento ci sono ben 115 luoghi abbandonati. Per avere un’idea delle dimensioni, basta immaginare uno spazio grande circa otto volte il Duomo di Milano. Otto volte. Sono uffici pubblici e privati non più utilizzati, ex fabbriche e scali ferroviari, cascine immerse nel verde dei parchi, con grandezze che vanno da una singola stanza di 20 metri quadri a interi edifici a più piani.

Alcuni sono inutilizzati da tempo immemore e fanno ormai parte dello skyline della quotidianità dei milanesi. Come l’edificio in via della Palla, bombardato durante la seconda Guerra Mondiale e mai sistemato. Altri esteriormente non saltano all’occhio per il loro degrado, ma si notano quando vengono occupati perché compaiono scritte, disegni e striscioni sui muri. L’ultimo, in ordine di tempo, è la torre Galfa, l’ex sede della Banca Popolare di Milano tra via Galvani e via Fara, 31 piani vuoti da 15 anni. Lo scorso week il primo piano dell’edificio è diventato la sede di Macao, il nuovo centro per le arti di Milano nato da un gruppo di lavoratori del mondo dello spettacolo e delle arti proveniente da tutta Italia che punta alla sperimentazione dal basso di nuove forme e linguaggi culturali.

E ancora: l’ex deposito delle Poste in piazzale Lugano, l’ex sede del Pci in via Volturno, l’ex cinema De Amicis in via Caminadella, la palazzina liberty di via Molise 68. E centinaia di spazi commerciali sfitti, sia di proprietà privata sia pubblica. Persino nella moderna stazione Centrale ci sono negozi ancora vuoti.

Luoghi pubblici e privati che compongono un immenso patrimonio inattivo. E una città alla costante ricerca di spazi di aggregazione che vuole fare sentire la propria vivacità, messa a dura prova dalla crisi economica. Milano rivuole i suoi spazi. Ma come restituirli alla collettività? Ci sta provando l’amministrazione comunale con un protocollo d’intesa che punta a promuovere progetti di riuso temporaneo di spazi inutilizzati destinati a realtà associative, imprenditoriali e giovanili.

Il protocollo d’intesa coinvolge gli assessorati all’Urbanistica, al Decentramento, al Demanio, al Tempo Libero e alla Cultura, il DiAP – Dipartimento di Architettura e Pianificazione del Politecnico di Milano – e l’associazione Temporiuso.net, che dal 2009 collabora attivamente con il DiAP e i ricercatori e i tirocinanti del laboratorio multiplicity.lab e con diverse realtà a livello internazionale su progetti di riuso temporaneo di spazi in abbandono. «Questo protocollo ci permetterà di avere un quadro il più preciso possibile della situazione, sia per quanto riguarda gli immobili comunali sia privati», afferma Daniela Benelli, assessore all’Area metropolitana, Decentramento e municipalità, Servizi civici. «Vogliamo individuare delle linee guida per l’assegnazione temporanea degli spazi abbandonati semplificando le procedure di assegnazione, anche per gli immobili di proprietà privata, e privilegiando le destinazioni d’uso per il mondo dei giovani: spazi di aggregazione per le associazioni, luoghi di sperimentazione per i gruppi creativi, attività in co-working per gli imprenditori, studenti fuori sede».

Il primo passo è mappare i luoghi abbandonati e sottoutilizzati della città. Lavoro tutt’altro che semplice. Temporiuso.net ha messo a punto due tipologie di mappature per gli edifici. «La “mappa dei vuoti” è in costante aggiornamento grazie alle segnalazioni quotidiane dei cittadini e, ad oggi, contiene 115 luoghi non utilizzati. La “mappa dei luoghi”, invece, è più stabile e viene aggiornata periodicamente. Alla fine del 2011, i volumi abbandonati mappati ammontavano a oltre 3 milioni e mezzo di metri cubi», spiega Isabella Inti, docente del DiAP e coordinatrice di Temporiuso.net.

Il secondo passo è studiare le popolazioni destinatarie di questi spazi e le loro esigenze. La domanda è molto ampia e articolata e le necessità di utilizzo di spazi vanno da un minimo di una settimana/dieci giorni a un massimo di cinque anni. «Ci sono, ad esempio, gli artisti che hanno bisogno di luoghi anche solo per una sera o qualche mese per esporre le loro opere – continua Inti – Le associazioni locali di genitori, anziani, stranieri, che possono volere una sede temporanea per promuovere le loro attività; artigiani, imprese start up, gruppi di creativi, che necessitano di spazi per un periodo più lungo; i giovani turisti che cercano strutture a costi accessibili; gli studenti fuori sede che arrivano a Milano per frequentare l’università».

Terzo: mettere a punto le “buone pratiche del riuso” per affidare gli spazi. La formula adottata da Temporiuso.net, già attiva in città come Amsterdam, Berlino, Bruxelles, prevede l’assegnazione degli immobili attraverso un bando pubblico con “invito alla creatività”: «Significa – spiega la docente – che chi si aggiudica gli spazi si impegna a restituire alla collettività locale un servizio, un “baratto creativo” di tempo e attività che gli usufruttuari dedicheranno una volta al mese al quartiere. Gli spazi vengono assegnati alle varie realtà in comodato d’uso temporaneo o in concessione d’uso temporaneo e, a seconda dello stato di abbandono o sottoutilizzo dell’immobile, si realizza un piano economico che definisce quali siano gli oneri e le spese a carico del locatario».

Temporiuso.net l’ha già sperimentata con successo a Sesto San Giovanni. Nel 2009 con il progetto ex-Breda Greenhouse, dove l’edificio della portineria della ex fabbrica è stato trasformato in una serra vivaio per ospitare attività creative legate all’arte, ai temi del verde e del territorio. E dal 2011 con “Made in MaGe”, dove negli ex magazzini generali della Falck hanno trovato casa una quindicina tra realtà artigianali e creative legate ai temi della moda e del design sostenibile che una volta al mese organizzano incontri e attività sul territorio.

«Oltre agli incontri, il 22 aprile abbiamo iniziato in zona 4 il “Temporiuso Bike Tour”: un giro che coinvolgerà le nove zone di Milano alla scoperta dei luoghi in abbandono e dei progetti di riqualificazione già iniziati, realizzato insieme ai consigli di zona e alle associazioni cittadine. Il 16 maggio esploriamo la zona 3, per poi proseguire il 20 in zona 2, il 27 in zona 8, il 30 in zona 6, il 13 giugno in zona 9, il 17 in 7, il 20 in zona 5 e si conclude il 23 o 24 giugno nella zona centrale della città». E a fine settembre è in programma una tre giorni del riuso temporaneo: nove spazi da restituire alla collettività, uno per zona, attraverso progetti creati dall’incontro tra pubblico e privato.


 

Considerazioni sul dramma di questi giorni: l'aumento dei suicidi
L'idea di "giustizia verso il cittadino" deve rientrare nel patrimonio della collettività

MILANO - Leggo i giornali e la prima associazione che mi viene in mente è quella di trovarmi sotto un vulcano. Nel suo libro straordinario Malcolm Lowry assisteva alla propria disgregazione e a quella dei propri affetti sotto l’effetto devastante dell’alcol, in un paesaggio apocalittico dominato da un sonnacchioso e inquietante vulcano.
A me viceversa sembra oggi di poter cogliere i sintomi, altrettanto inquietanti, dell’inizio di una incrinatura nella coscienza collettiva. Il numero dei suicidi è quotidianamente alimentato da nuove tragedie, sulle quali la stampa si getta nel modo consueto, trasformando un dramma privato e personale in uno spettacolo, compiacendosi con i dettagli sul modo in cui questi sventurati hanno scelto di darsi la morte: dettagli non solo inutili, come è ovvio; ma addirittura offensivi: un ultimo torto a chi è stato sopraffatto dalla disperazione. Al contrario, in queste circostanze si richiederebbe soltanto rispetto, pietà e silenzio; ma tant’è, e naturalmente questa pratica finirà per trasformarsi nella profezia che si autoavvera, nella misura in cui finirà per sollecitare quella componente esibizionistica che non di rado accompagna simili gesti estremi.
Cosa dobbiamo invece cogliere in questi eventi tristissimi? Togliersi la vita è un gesto che esprime certamente un livello straordinario di disperazione; ma rappresenta altresì un atto di violenza, seppure contro sé stessi.
Accanto a questi possiamo porre gli episodi, ormai pressoché quotidiani, di esasperazione diffusa nei confronti delle istituzioni demandate all’esazione delle imposte, e di violenza verso gli addetti a questo ingrato compito. Anche in questo caso il compiacimento della cronaca non fa che soffiare sul fuoco; sicché è facile attendersi che tali episodi, anziché diradarsi, diventino sempre più frequenti.
A questo punto mi si potrebbe obiettare che la causa principale di tutto ciò sta sotto gli occhi di tutti, ed è la crisi: cosmica, globale, europea, italiana a seconda dei casi, dei punti di vista, o peggio, degli interessi privati o di parte. Non c’è dubbio, ovviamente; ma tutti noi, in quanto cittadini consapevoli, non possiamo permetterci di sottovalutare, o peggio, di ignorare questo terribile intreccio di disperazione e violenza: per lo stesso motivo per cui i vulcanologi tengono sotto stretto controllo le caldere dei vulcani più micidiali, e non vi è bisogno di richiamare l’esempio della Bastiglia e del 14 luglio 1789.
Quali sono le implicazioni per noi e per il nostro Movimento, che intende fare della salvaguardia del bene comune la propria bandiera? Se questa combinazione di disperazione / violenza assumerà la connotazione di un magma effusivo, una delle conseguenza sarà ovviamente quella di travolgere con sé ogni riflessione sul tema del bene comune. Di qui segue una raccomandazione: che i nostri sforzi teorici e la nostra proposta politica riescano a fare rientrare nella definizione di “patrimonio collettivo” una idea di “giustizia verso il cittadino”, che a mio modo di vedere non è completamente assimilabile né al diritto pubblico, né al diritto privato: una idea siffatta dovrebbe – a mio sommesso avviso – costituire una parte fondante del concetto di bene comune. Non esistono meccanismi per spegnere la violenza distruttiva dei vulcani; per secoli i filosofi si sono affaticati ad escogitare meccanismi regolativi della violenza dell’uomo. Impresa difficilissima, forse impossibile … e proprio per questo meritevole d’essere tentata.

di Claudio Conti

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Comunicati stampa
25/03/2015 23:31 - LAVORO AGILE. UNA GIORNATA SPECIALE IN 300 UFFICI DA MILANO A CATANIA
25/03/2015 23:30 - SALUTE. FARMACIE COMUNALI APERTE PER ESAMI GRATUITI AI MILANESI
25/03/2015 23:30 - AMBIENTE. IL COMUNE ADERISCE ALL’INIZIATIVA “EARTH HOUR”
23/03/2015 21:30 - CONSIGLIO COMUNALE. DIMEZZATO IL NUMERO DELLE BENEMERENZE CIVICHE
23/03/2015 21:29 - MILANO. PISAPIA: "GRAZIE A CHI MI HA ESPRESSO STIMA E APPREZZAMENTO"
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