Macroregioni e Europa
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MILANO - Domenica 6 aprile 2014 nella Sala B del Consiglio regionale della Lombardia si è svolto un Seminario sull'Europa della Rete del Civismo Lombardo. Vi hanno partecipato: Michele Busi – Consigliere regionale della Lombardia del Patto Civico, Nanni Anselmi – Vice Presidente della Rete del Civismo Lombardo, Gianni Pittella – Vice Presidente Parlamento europeo, Vittorio Da Rold – giornalista de “Il Sole 24 ore”

Inizia Michele Busi sottolineando due aspetti importanti del rapporto della Regione Lombardia con l’Europa che pongono non pochi problemi.
 La prima è quella della macroregione alpina, o EusAlp. La maggioranza ha fatto di tutto per confondere i cittadini, passando dalla proposta di una fantomatica macroregione del nord Italia, ottenuta per via devolutiva, fino ad affermare, vista la mala parata, che in realtà si sono sempre riferiti al progetto europeo, che, come sappiamo, vede coinvolti ben sette stati (e non tutti membri). Il secondo tema è quello, forse abusato, dei fondi indiretti ma soprattutto di quelli diretti. Si percepisce la difficoltà strutturale della nostra regione ad accedere a forme di finanziamento europeo. Contrariamente alla vulgata non sono, infatti, solo le regioni del sud a fare fatica.
 La Lombardia non fa differenza. E’ incapace di fare regia regionale, e tantomeno macroregionale o interregionale. E c'è una incapacità di coordinamento con Bruxelles e quindi con gli stessi europarlamentari di riferimento. Come si può invertire questa tendenza, essendo utili in un coordinamento delle attività fra chi operiamo in regione e chi opera (e opererà) a Bruxelles”.

Gianni Pittella interviene e si complimenta per l'esperienza in Consiglio regionale del gruppo Patto Civico e per la costituzione della Rete del Civismo Lombardo. Il Vice Presidente del Parlamento europeo fa un’analisi dell’Europa e della missione originaria di civilizzazione per cui è nata. Europa come generatrice di pace, come garante e culla dei diritti umani, del mercato unico. Pone l’accento su alcuni aspetti positivi come l’ERASMUS, la libera circolazione... Negli ultimi anni, però, la missione originaria è stata soppiantata dall’idea che oggi siamo sotto il controllo dei banchieri delle lobbies, della BCE e da esecutivi. Si è arrivati al punto che il Consiglio europeo alla fine decide a dispetto dei poteri acquisiti dal Parlamento con il Trattato di Lisbona.
Allo stato attuale ritiene di fondamentale importanza:
1. Ridare senso di civilizzazione all'interno e all’esterno dell’Europa 
2. Sviluppare politiche economico sociali. 
Pittella prosegue affrontando il problema del debito.
L’aumento della disoccupazione, il declino del modello europeo, l’emarginazione del ceto medio, ha generato un 5/10 % di ricchissimi a fronte del 90% di persone che vertono in uno stato di povertà. La conseguenza è anche una crisi democratica. Reazione all'austerità a scelte politiche non aperte. Si è arrivati alla deflazione.
Per far fronte a questa situazione si dovrebbero cambiare le politiche economiche. Come? Negoziando una neutralizzazione del patto di stabilità per 3/5 anni, concentrandosi, in particolare, su alcuni indicatori come la difesa di suolo, la disoccupazione. Sarebbe importante un completamento dell’unione bancaria, attraverso un Fondo di risoluzione bancaria e una Garanzia su depositi.
Delinea poi il profilo politico dell'Unione Europea. Afferma che viviamo una situazione ibrida: non siamo solo una confederazione di stati ma neanche una federazione. E’ necessario, quindi, un passo deciso in avanti che porti ad uno Stato d'Europa, ossia alla federalizzazione. Dobbiamo avere un Governo europeo. Il problema non è uscire dall'euro, ma accompagnare uno stato all'euro. Ciò significa che è fondamentale creare un Ministero degli esteri europeo, che faccia politiche estere comuni; un Ministero del Tesoro e ad una rinnovata Banca Centrale Europea, che possano pensare ad un bilancio federale. A questo proposito si augura che il prossimo Parlamento sia un Parlamento costituente.
Per quanto riguarda i fondi europei pensa che debbano essere spesi a livello multi - regionale. La macroregione consentirebbe un’unità dimensionale più ampia. Per troppo tempo, si è pensato che i finanziamenti dovessero essere utilizzati per creare consenso e non per risolvere i problemi. (es. durante le campagne elettorali, molti candidati strumentalizzano i fondi europei per un proprio tornaconto elettorale). Sottolinea che l’utilizzo deve essere finalizzato alla creazione di grandi opere infrastrutturali, anche immateriali come educazione e ricerca.
I fondi europei vengono aggiudicati per bandi. I programmi prevedono delle azioni finanziate attraverso bandi. L’accesso ai fondi implica un progetto ben strutturato che consta di capacità progettuale, rendicontazione... Ai più, tutto questo manca.
 Al sud Pittella ha promosso 3 scuole di europrogettazione, dove le persone vengono formate per accedere ai fondi europei. Queste iniziative hanno avuto un grande consenso e hanno partecipato molti giovani.
 Inoltre, critica l’attuale sistema per cui i co-finanziamenti europei rientrano nel Patto di stabilità, limitando il loro utilizzo.

Da Rold esamina l’aspetto tecnico della crisi economica. L’Europa non era preparata alla crisi, peraltro effettivamente inaspettata per dimensioni (es. La Grecia che aveva bisogno di aiuto non l’ha ricevuto per tempo, perché tecnicamente, non si sapeva come intervenire. Mancava il fondo di sostegno.)
In seguito, alla Grecia sono stati erogati prestiti bilaterali: ogni paese ha dato un aiuto economico. Gli aiuti sono arrivati in ritardo perché il trattato di Maastricht era stato fatto in visione di crescita, e non era previsto un fondo di aiuto. Uno degli errori è stato quello di non prevedere un Ministero del Tesoro. La Germania ha imposto una serie di limitazioni, che non hanno agevolato gli aiuti alla Grecia. Negli Stati Uniti se uno dei 50 paesi è in crisi, il governo centrale ha la possibilità di intervenire. Nel gennaio 2010, quando è scoppiato il caso “Grecia” alcuni paesi come la Germania non volevano elargire fondi a sostegno dell’economia greca. 
La Polonia sta dimostrando di saper utilizzare i fondi europei, grazie ai quali ha sviluppato infrastrutture, strade, ferrovie che stanno contribuendo allo sviluppo del paese e alla sua integrazione con l’Europa.
In Italia, invece, il problema è che i fondi sono distribuiti a pioggia e quindi dispersi. Un esempio emblematico è la situazione degli aeroporti in Lombardia: scali di Linate, Malpensa, Bergamo. E’ necessaria una visione più ampia. Anziché disperdere i fondi si potrebbe pensare di differenziarli per tratte: Orio al Serio aeroporto dedicato alle tratte low cost, Malpensa per tratte internazionali, Linate per tratte nazionali. Pensare all'Europa, essere europei significa conoscere di più cosa pensano gli altri.

Patrizia Toia interviene supportando le affermazioni di Pittella sulla questione istituzionale. Dobbiamo essere in grado di comprendere che cosa vuole l’Europa per poter operare di conseguenza, anche semplificando la burocrazia. Che Europa vogliamo essere?
Le soluzioni realistiche ci sono. Tra le prime sicuramente la creazione di un Ministero del Tesoro che governi. Fare ed essere Europa significa collaborare. In Lombardia si sta lavorando alla programmazione dei POR. Uno di questi riguarderà l’agenda urbana. La novità è che si potranno utilizzare contemporaneamente più contributi: i regionali e gli europei (Horizon 2020). Bisognerà accentrare maggiormente i fondi affinché l’utilizzo sia più efficace.

Nanni Anselmi espone il suo pensiero riguardo la necessità di coniugare sviluppo ed occupazione secondo nuovi modelli. Lo sviluppo deve andare di pari passo con l’aumento dell'occupazione e deve basarsi sul concetto di democrazia dignitaria, ovvero le persone al centro.

Il dibattito che è seguito ha visto:
Enrico Dioli riaffermare con forza la necessità di guardare all’Europa: non si può parlare della Montagna Lombarda escludendo un legame intrinseco con l’Europa. Occorre partire dall’idea di una necessaria cessione di parti di sovranità nazionale all’Europa.
Claudio Conti evidenziare l’importanza dell’educazione, perché l’innovazione passa attraverso la scuola e la cultura. Ricorda che il petrolio sul quale siamo seduti è la ricchezza storico culturale che può rappresentare un volano di sviluppo se inteso come implementazione di un turismo dolce.
Cristina Vannini ricordare che in Lombardia vi è la presenza del maggior numero di siti UNESCO in I

Il vincolo della Soprintendenza è stato rimosso, ultima arma la petizione
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MILANO - All’inizio del 2012 si è costituito un comitato di cittadini milanesi per sottrarre il cinema Manzoni, una delle più belle sale storiche di Milano, a quello che sembra essere il suo destino: diventare l’ennesimo negozio di moda. Il cinema Manzoni, situato nell’omonima galleria che collega via Manzoni con via Borgospesso, è stato realizzato alla fine degli anni ’40 insieme alla galleria e al teatro sotterraneo. Si tratta di un complesso di grande valore artistico e architettonico, ideato dall’architetto Alziro Bergonzo (autore della Torre dei Venti che segna l’uscita dell’autostrada a Bergamo) e dall’ingegnere Mario Cavallè, autore di vari cinema teatri in area milanese tra anni ’30 e anni ’50.
All’effetto finale di quest’architettura, sospesa tra gusto neoclassico e arditezze moderne, contribuiscono le numerose opere d’arte che costellano galleria, cinema e teatro: innanzitutto la statua bronzea di Apollo, opera di Leone Lodi che campeggia nel grande atrio di ingresso. E poi i bassorilievi dell’atrio, anch’essi di Lodi, le sculture della galleria e le maniglie delle porte di Gino Oliva, le sculture di Francesco Messina e Pericle Fazzini, gli affreschi di Ghino Baragatti, Nicolò Segota e Achille Funi. Un’opera d’arte totale che costituisce un eccezionale documento del gusto architettonico e artistico a Milano della fine degli anni ’40, dove elementi del classicismo e della metafisica si sposano con soluzioni strutturali ed espressive tipiche dell’architettura moderna più avanzata, come la grande trave che permette di sospendere il cinema sopra l’atrio, senza pilastri intermedi, o la vetrata continua senza telaio che separa l’atrio dalla galleria.
Questa straordinaria testimonianza dell’architettura milanese dello spettacolo, legata a particolari innovazioni come quella del cinerama (il Manzoni fu il primo cinema in Italia a dotarsi di questa tecnologia) e immortalata in celebri film di Antonioni (Cronaca di un amore e La signora senza camelie, entrambi con Lucia Bosè), rischia ora di essere snaturato da un progetto di natura smaccatamente commerciale. La proprietà originale è passata nel 2008 dell’ENPAM alla società Pirelli RE Spa, oggi Prelios Sgr, che ha l’obiettivo di trarne il massimo beneficio economico.
Oggi il teatro sotterraneo ospita spettacoli di prosa e i prestigiosi spettacoli jazz dell’”Aperitivo in Concerto”, mentre il cinema è chiuso dal 2006. La grande sala del cinema, che poteva contenere fino a 1600 spettatori e vanta uno spettacolare soffitto a lacunari dorati con un cupolino affrescato, oltre a raffinate boiserie sulle pareti, è stata riaperta occasionalmente negli ultimi anni per mostre ed eventi cinematografici di grande successo: dalla mostra della video artista svizzera Pipilotti Rist (2011), a quella sul rapporto tra Fendi e il cinema (settembre 2013) alla serata inaugurale del festival Filmmaker, con la proiezione del film Alberi di Michelangelo Frammartino (novembre 2013). Eppure la proprietà è intenzionata a eliminare la funzione cinematografica della sala e intende trasformarla in spazio commerciale, destinato presumibilmente a un grande marchio dell’alta moda, in accordo con il contesto del Quadrilatero: a due passi ci sono via della Spiga e via Montenapoleone, oltre alla faraonica sede di Armani in via Manzoni. Anche Armani è subentrato a uno storico cinema di Milano, il Capitol, che negli anni ’60 ospitò le prime dei film di Fellini e Visconti, da La Dolce Vita a Rocco e i suoi Fratelli.
Fortunatamente esiste un vincolo monumentale della Soprintendenza, ma il vincolo a destinazioni d’uso culturali, compreso nel testo originale del 2007, è stato rimosso nel 2008 con una procedura poco chiara, in seguito a ricorso della proprietà. Per salvaguardare il ruolo del cinema Manzoni come spazio per proiezioni di qualità e per eventi culturali e per la formazione nel settore degli audiovisivi, anche con l’adozione di attrezzature tecnologiche all’avanguardia (sulla scia del cinerama installato negli anni ’50) si è formato il Comitato Cinema Manzoni. Il primo passo è stato la creazione di un sito web http://www.cinemamanzonibenecomune.com/sul quale è possibile aderire a una petizione che a oggi è stata firmata da circa 1200 persone, tra cui eminenti personalità della cultura e dello spettacolo.
Il comitato ha tentato di intessere contatti e collaborazioni con il Comune e con la proprietà, ma senza successo: il Comune è fermo nel sostenere che riproporre la funzione cinematografica sia oggi insostenibile sul piano economico, mentre la proprietà procede con il suo progetto, affidato allo studio One Works e recentemente presentato in Soprintendenza. Progetto abbastanza rispettoso delle parti comuni ma impietoso verso la sala del cinema, destinata a negozio con gli elementi tipici dello spazio di vendita: balconate perimetrali e scale mobili nel vuoto centrale. In questo modo vengono eliminati gli elementi tipici della sala attuale ed è negata la possibilità di fare proiezioni.
Il comitato guarda a esempi stranieri (il cinema Louxor a Parigi) ma anche italiani, come l’ex cinema Gambrinus di Firenze, che pur trasformato recentemente in Hard Rock Café ha però mantenuto platea, galleria e soprattutto sala di proiezione e schermo, usato per video musicali. Intelligente principio di reversibilità che è stato invece ignorato nel progetto del Manzoni dove, tranne alcuni gradoni superstiti, nulla rimane del boccascena e dello schermo, sostituiti da spazi di servizio e magazzini. L’ultima versione del progetto è ora visibile nell’atrio di ingresso, dove Prelios ha allestito una piccola mostra con modello in legno e simulazioni fotorealistiche.
Il destino del Manzoni sembra dunque quello della maggioranza dei cinema storici milanesi: oltre al Capitol, già citato, si pensi all’Astra, diventato negozio Zara, al cinema Corso o all’Excelsior, il cui successo commerciale è tra l’altro nettamente inferiore a quello previsto. Se il progetto di Prelios ha il merito di salvare il teatro e di mantenere l’architettura originaria di galleria e atrio, viene da chiedersi se non esistano altre soluzioni per il cinema, anche considerando la scarsità di spazi a Milano per proiezioni importanti e festival di cinema (spesso allestiti nei teatri), anziché ricadere nel solito cliché del negozio di moda, che oltretutto, con la crisi attuale, non garantisce neppure i sospirati guadagni.

di Pierfrancesco Sacerdoti

http://www.cinemamanzonibenecomune.com/    

Occorre una vera e propria forma di nuova politica post-ideologica
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MILANO - I due anni trascorsi sono stati durissimi – e purtroppo ancora lo sono – per tutti gli italiani – o quasi – alle prese con la crisi di sistema economicosociale più grave del dopoguerra.
 
Sicuramente di carattere internazionale, ma certamente nel nostro Paese aggravata dalla complessiva, cronica arretratezza/inadeguatezza del sistema Italia: fisco, impresa, lavoro, giustizia, le infrastrutture telematiche, i trasporti. Pubblica amministrazione ottocentesca, ma più di tutto, al primo posto nella top ten dei disastri nazionali, la partitocrazia, dunque i politici… non la politica.

Ripetuti comportamenti da codice penale profondamente indegni del mandato parlamentare, totale mancanza di serietà nell’approccio ai progetti di modernizzazione - sempre infilatiimbucati in provvedimenti dell’ultimo momento in affanno tra mille emergenze -, volgarità mediatiche oltre ogni limite, burocrati presuntuosi e perdenti, furbi impresari televisivi hanno portato il sistema dei partiti – anche quelli personali di nuovo conio – al collasso che è sotto gli occhi di tutti, non soltanto di noi italiani.

Ciò che si intende per ‘’fare politica’’- la partecipazione e la ricerca di una sintesi tra gli interessi particolari dei singoli in nome del bene comune – ha perso ogni senso compiuto per tantissimi cittadini, soprattutto giovani, non per loro mancanza di sensibilità nei confronti della cosa pubblica, ma per l’inadeguatezza palese dello strumento organizzativo – il partito – previsto dal Costituente per l’esercizio democratico del diritto di voto.

Una ottusa burocrazia trasversale agli schieramenti, sorda e impermeabile a qualunque richiamo/protesta proveniente dall’esterno gestisce oggi, grazie a una allucinante legge elettorale, in modo incontrollabile il nostro consenso, che diminuisce - anzi si sgretola – a vista d’occhio.

I due principali partiti perdono alle ultime elezioni complessivamente 9 mln. di voti, i non votanti superano stabilmente il 30xcento e oltre 10 mln. di elettori hanno premiato due formazioni non partitiche, M5S e SCELTA CIVICA.

L’ultimo dato sulla fiducia degli italiani nei partiti crolla al 3xcento dal 20xcento nel 2005…

In questo totale marasma – culminato con la sconcertante vicenda della elezione alla Presidenza della Repubblica – tuttavia già dal 2011 con il successo di Giuliano Pisapia era partito da milano un segnale forte di novità, di reale cambiamento vincente e coinvolgente che – guidato dalla leadership del sindaco di Miilano – avrebbe agevolmente potuto diffondersi nel resto del paese.

Sarebbe bastato un po’ di coraggio politico, pochi grammi di rischio di ‘’intrapresa politica’’ nel seguire, incoraggiare e dare sostanza alla felicissima intuizione – quella di coinvolgere la cittadinanza attiva e il voto di opinione – anche liberal-moderato – in un progetto di sinistra ‘’con-vincente’’ oltre i partiti.

Sappiamo bene invece come è andata e ne prendiamo laicamente atto, tuttavia altrettanto oggettivamente rimarchiamo con forza il fatto che quell’errore di visione e di lungimiranza politica ha provocato a milano l’arresto nel processo di avvicinamento coordinamento delle vari attori civici presenti in città: comitati, movimento civico, consiglieri comunali, assessori indipendenti.

Ciascuno con la propria ristretta strategia, tutti a subire le scelte di un alleato spesso prepotente e ottuso.

Ora si aprono nuovi spazi e sfide politiche stimolanti, situate in primis nei territori delle città metropolitane di ormai prossima costituzione, nelle dimensioni regionali,nelle elezioni europee.

Ora i numeri raccolti complessivamente dal civismo a milano alle ultime comunali – 24 mila - e regionali – 170 mila compresa tutta la provincia - devono renderci consapevoli di poter capitalizzare questo consenso al momento ancora episodico, fluido, indistinto e ambire al ruolo di autentica forza politica civica democratica, che sta nel territorio, che ascolta, ricca di competenze e di cuore.

In concreto, che cosa si intende per ‘’civismo democratico’, come si agisce affinché l’eletto rimanga fedele al proprio impegno di sostenere il servizio per il bene comune……

Innanzitutto il civismo democratico deve essere inteso come una vera e propria forma di nuova politica post-ideologica, laica, non pregiudizialmente di parte, orientata alla soluzione di singole questioni, portatrice di istanze locali provenienti dai territori,

In secondo luogo annoverarlo tra le forme di “partecipazione non convenzionale’’ alla vita pubblica, che si moltiplicano proprio mentre diminuisce inesorabilmente la frequenza alle urne.
La partecipazione a manifestazioni di piazza, la firma di petizioni, l’espressione di forme collettive di solidarietà in presenza di calamità naturali, nuove forme spontanee di economie di cooperazione provano che non siamo entrati in una nuova epoca di apatia politica e che l’idea di un crescente ripiegamento nella sfera privata è priva di fondamento.

Si sviluppa al contrario una politica simbolica, di mobilitazione su singole questioni non strettamente politiche (cause umanitarie, ambientali, di tutela del territorio e delle minoranze).
Il Civismo democratico organizzato in reti, in network mobili, capaci di trattare le differenze, può dare vita a formazioni politiche non ideologiche, creando un “CAMPO POLITICO FLESSIBILE E ADATTABILE”

Rivisitando e attualizzando l’idea olivettiana di ‘’comunità’’, attivando nuovi luoghi di costruzione del consenso - laddove i partiti non arrivano più -, ponendo al centro quale filo conduttore l’individuo che sperimenta e si espone in prima persona – il civismo democratico e organizzato può fornire al contempo un linguaggio e una coerenza intellettuale a questi differenti universi, proponendo un quadro sistematico per la descrizione di queste molteplici trasformazioni della democrazia contemporanea.

di Nanni Anselmi

Il direttore di Arcipelago Milano interpella il nostro Sindaco
Una domanda che sembra stravagante ma vuol essere di sprone a una maggiore condivisione
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MILANO - Perché? Perché a metà mandato non è una domanda stravagante. Siamo felici? Forse sì, forse no. Dipende. Tanto per cominciare cos’è la felicità? Ognuno la pensa come vuole ma io parlo di una felicità particolare che battezzo ”felicità civica”: essere contenti della propria cittadinanza. È una parente stretta della qualità della vita ma c’è di più.
Se una buona qualità della vita, come la intendono quelli che fanno le classifiche, fosse sufficiente a dare la felicità avrei chiuso il mio discorso e rimandato a una delle tante classifiche che in genere non ci fanno molto onore ma, a mio modo di vedere, si può essere civicamente felici anche se la qualità della vita non è ai vertici della classifica.
La felicità civica, come tutte le felicità, è un’emozione legata in particolare alle attese suscitate da chi ci governa e ai nostri rapporti con lui. Le attese sono le promesse elettorali da mantenere e i rapporti sono la cosiddetta partecipazione. Le promesse sono state tante, alcune più importanti altre meno: la più importante diceva pressappoco: “saremo più uguali”. Di strada ne è stata fatta, o meglio si è fatto quel che si è potuto ma una maggior mobilitazione ad esempio sulla vicenda IMU non avrebbe guastato. La vicenda degli abbonamenti ATM per gli anziani non è stata il meglio, le incertezze sull’Area C e sulle Domeniche a Spasso sono state troppe. Tanto per citare qualche episodio.
Certo non è facile governare con i fondi tagliati e con un’opposizione che si muove prima di tutto seguendo la logica del “muoia Sansone” con quel che segue e insieme cercando di tutelare gli interessi delle corporazioni che pensa la votino. Forse una discussione sul bilancio si poteva cominciare prima, dando ai cittadini la possibilità di condividere le scelte, partecipare e dunque di mobilitarsi per sostenerle. E proprio dicendo quest’ultima cosa siamo arrivati al nodo della partecipazione. Chiariamo subito i termini del problema: la partecipazione non è certo sinonimo di condivisione perché la condivisione è uno dei risultati della partecipazione.
La partecipazione è un flusso d’informazioni e d’idee che si muove con un ininterrotto movimento dal basso verso l’alto e viceversa, meglio sarebbe dire ora di qua ora di là per evitare gerarchie, alla ricerca di un equilibrio delle decisioni. È un esercizio difficile per il quale è necessaria una grande adattabilità e un’infinita pazienza da entrambe le parti. Sino a oggi ha prevalso il movimento dall’alto verso il basso e questo non deve destare stupore perché le vecchie abitudini sono le più difficili da sradicare: sono le stesse vecchie abitudini della politica. Siamo felici? Non ancora. Il pendolo deve dondolare meglio. Sempre.
Spesso si dice che la richiesta, magari dura, di partecipazione viene solo da piccoli gruppi di cittadini e qualche volta si trasforma in aperta contestazione. È vero. Dare ascolto solo a loro? Starei per dire sì: perché sono la sola voce udibile. Sono troppo pochi rispetto alla totalità dei cittadini? Allora il problema è quello di educarli alla partecipazione istituzionalizzandola con mano leggera e praticandola senza arroganza: governare è, prima di tutto, ruolo di servizio. In Svizzera, dove si va a votare a ogni piè sospinto, quando li critichi per la scarsa affluenza alle urne, gli svizzeri ti rispondono che bisogna avere prima di tutto rispetto per i cittadini che votano, perché probabilmente gli altri hanno minor interesse al bene comune. La stessa cosa è per la partecipazione.
Possiamo, per finire, essere più felici? Sì. Possiamo esserlo se finalmente riusciremo a conoscere qual è la “visione” di città che accomuna i membri della Giunta. C’è? Li accomuna?
La felicità sta anche nel conoscere la “visione”, della quale tanto si parla per la sua temuta mancanza, e possibilmente condividerla. L’infelicità civica? Niente visione, niente condivisione. Galleggiare.
Luca Beltrami Gadola

Da Repubblica un articolo di Carlo Verdelli: viaggio tra i nuovi poveri che affollano mense e dormitori
La fortuna di Milano è che, di gente che aiuta, ce n’è parecchia.
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MILANO - Rotolato grande e grosso com’era dal posto fisso alla strada, ci ha lasciato 30 chili, la dignità e anche il portafoglio, rubato una notte nella stazione centrale di Milano, binario laterale. Dentro ci teneva la foto del figlio. «È uguale a me, sputato, peccato non poterglielo far vedere». In compenso, ha conservato il biglietto da visita: Davide Prestifilippo, agente di commercio, salumi e formaggi (in piccolo, anche il numero di partita Iva e cellulare). Va in giro in scarpe da tennis, come il “barbun” di Jannacci cinquant’anni prima (“barbun” da barba lunga, ultimo gradino del vivere civile). Scarp de tennis come tanti e tante italiane che la crisi sta sbalzando fuori in massa dal treno della vita normale.
La porta del vagone di Davide si è spalancata di schianto il 26 settembre 2011, ore 7.30, via sms: la ditta per cui andava in giro a vendere mozzarelle per la pizza gli annunciava la chiusura. Da allora, infiniti tentativi di risalire, zero risultati. Perito industriale, 44 anni, dopo essere finito nel tritacarne Parmalat («Sono anch’io una vittima di Tanzi») e incappato nel fallimento di un paio di cooperative, Davide ha lasciato Vercelli per Milano, fuori di casa, niente più famiglia, uno scivolo rapido e stordente in fondo al quale c’è il marciapiede. «Non vado nei dormitori perché ho vergogna, non chiedo l’elemosina per lo stesso motivo. Da un po’ frequento una mensa dei frati, ho accettato di farmi fare il tesserino. Si passa uno a uno dai tornelli, sembrano quelli dello stadio. Sa che ero a Madrid a vedere l’Inter del triplete? E adesso qui a sgrinare, a sbattersi per trovare due lire, scusi, cinque euro, e un lavoro, sì, ciao».
«L’altro giorno, al tavolo con me, c’era un tizio distinto, pettinato. Giacca e cravatta. A un certo punto, prende l’Iphone 4 dalla tasca e se lo mette accanto al piatto. Allora gli ho detto: amico, non so cosa ti è capitato per essere qui, ma l’Iphone 4 mettilo via. È uno schiaffo per noi e un rischio per te».
Povera Italia che improvvisamente si scopre povera. Ai 4,8 milioni di persone che secondo l’Istat non ce la fanno più (8 per cento della popolazione, il doppio rispetto a 5 anni fa), vanno aggiunti altri 9 milioni e mezzo che tirano a campare con meno di 506 euro al mese. Il totale fa spavento, 14 milioni e rotti. E lo spavento cresce con i 6 milioni di analfabeti e un tasso di abbandono scolastico tra i più alti dell’Unione europea.
Come mai una simile bomba atomica sociale non occupa il centro del dibattito politico? Dice da tempo, inascoltato, Luigi Ciotti, prete e profeta degli ultimi, un’esistenza spesa a riscattarli, rincuorarli: «Dobbiamo rendere illegale la povertà». Basterebbe anche cominciare a riconoscerla, guardarla in faccia. Guardare oltre lo spread, indicatore nobile ma parziale. Guardare dietro la classifica, pubblicata proprio da Repubblica, che da quinta potenza industriale del mondo (anni Ottanta) ci ha visti scivolare al nono posto, e molto presto ancora più giù, fuoridai primi dieci, anche dodici. Milano, la città col più alto reddito d’Italia,è un buon punto di osservazione per misurare la nostra febbre da miseria. Al Centro Aiuto di via Ferrante Aporti, la prima boa per chi sta per affondare, bussano ormai in 13mila, 3mila in più di due anni fa. Il 30 per cento sono italiani, spiega Silvia Fiore che lo coordina. E la curva è destinata a crescere. L’inverno renderà ancora peggiori le cose, e la vita di gente come il signor Davide, ex agente per salumi e formaggi, uno dei 13mila.
La povertà si misura (anche) in metri. E si sta allungando. Due file mute e ordinate compaiono ogni mattino, domenica esclusa, di fronte e alle spalle del centro di Milano. Una sta in via Concordia, ma chi la frequenta dice “Piazza Tricolore” perché è la fermata annunciata dalla voce registrata dei tram 9 e 23 che passano di lì: piazza san Babila è a due passi. L’altra, via Canova, è la porta d’ingresso opposta, appena dietro Cadorna eil Castello. Il cuore ricco e famoso di Milano ha le arterie che si stanno vistosamente ingrossando di miseria: 6mila pasti al giorno nelle mense con la fila. E si concentrano non a caso qui i figli inattesi della grande depressione, come sulla poppa del Titanic dopo l’iceberg:il tentativo estremo di salvarsi, di ritrovare uno stipendio, un alloggio, la speranza. Persone dai 30 ai 60 anni in attesa di un pasto caldo gratis, una doccia, una camicia da lavare, un sacco a pelo o una coperta per dormire. La maggior parte sono stranieri, ma gli italiani stanno scalando in fretta posizioni. In pochi mesi, in molti dei centri comunali o cattolici che offrono aiuto, sono già diventati la seconda comunità dopo i rumeni e prima dei marocchini.
Sono poveri del terzo tipo: non hanno il barbone, anzi sono puliti e quasi sempre ben rasati, non mendicano, preferiscono sistemazioni di fortuna ai dormitori perché ancora non ci vogliono credere di essere arrivati a quel punto, perché non era previsto né prevedibile. Accanto a loro, vagano per la città,in cerca di un rifugio, cibo o alcol, i poveri del primo e secondo tipo, cioè gli emarginati che si sono definitivamente arresi alla strada e le migliaia di nuovi migranti, molti dei quali ormai vivono l’Italia come una stazione di passaggio verso altri Paesi. Dei 150 siriani ospitati dal Comune in via Aldini, nessuno pensa di restare qui: per tutti, il sogno sono Germaniao Svezia.

Proprio accanto a via Aldini, periferia nord ovest, quartiere Quarto Oggiaro, c’è uno dei nuovi dormitori della Milano invisibile, quello di via Mambretti, nato due anni fa sulla scorta dell’emergenza recessione. È l’unico gratuito, gestito dalla cooperativa Arca, l’altro grande dormitorio pubblico, quello storico di via Ortles, arriva a 600 presenze ma costa un euro e mezzo per dormire e lo stesso per la cena: tutto esaurito, comunque,con un 40 per cento di italiani, moltissimi dei quali esodati di fresco nel vecchio casermone dallo tsunami della crisi). In via Mambretti, dove prima c’era una scuola, i posti sono 170, i letti (da 8 a 20 per stanza) hanno sostituito i banchi, valigie e borsoni gli zaini degli studenti. Al primo piano le donne, in qualche caso con bimbi piccoli, al secondo gli uomini. Si sta il tempo di dormire, dalle 19 (cena compresa) alle 8 (prima colazione). Il resto del giorno, aria. Tra gli inquilini, regole comprensibilmente severe: due assenze ingiustificate e si perde il posto, niente risse, niente urla. Un riparo dignitoso.

Che però a Carau Antonio, camionista fino al fatidico 2011, sta diventando insopportabile. «Ho la patente C, 40 anni di esperienza, l’ultima nel trasporto di carta igienica ai supermercati. Licenziato, sbam, e nessuno che mi riprende perché a 60 anni, dicono, sono vecchio. Durante il giorno giro,come tutti noi fregati dal Duemila, spesso vado alla libreria Sormani dove danno dei film, faccio le code alle mense, mi ammazzo di colloqui per un lavoro. Ma il vero tormento è la notte. Dormo tra due marocchini. Ruttano, scoreggiano, non hanno rispetto, si lavano i piedi dove io devo lavarmi la faccia. Fortuna che ho un amico imbianchino. Gli ho chiesto di lasciarmi la sua macchina per la notte. Farà più freddo ma almeno non sentirò la puzza dei cameroni».
Anche Dario Colucci è un inquilino di Mambretti, anche lui ha conosciuto il salto in basso repentino, da rompersi le ossa. Odontotecnico diplomato, 30 anni da artigiano di dentiere e ponti fino alla specializzazione in modellazioni tridimensionali, ha perso tutto in un colpo, come al casinò: lavoro, casa, famiglia, tre figli. «I clienti non pagavano, il laboratorio è soffocato, ci hanno uccisi di tasse. Avevo il mutuo della casa da pagare, ho consegnato le chiavi alla banca e mi sono trasferito nella mia Ford Fiesta». Licenziato, poi sfrattato: un classico. A Milano e provincia “saltano” 18mila appartamenti l’anno per morosità (va peggio solo a Roma). Nel 2007 c’era uno sfratto ogni 841 appartamenti, adesso uno ogni 358.
E dopo la Fiesta, signor Dario? «Non resistevo più, ghiacciava anche dentro. Mi sono trovato un localino segreto all’ospedale di Niguarda, vicino alla sala prelievi. In cambio di non venir denunciato, aiutavo gratis quello che caricava le macchinette di bibite e merende alle 5 di mattina. Anche quando sono venuto in Mambretti, ho dato una mano. Pitturare i muri, pulizie. Adesso quelli dell’Arca mi hanno affidato l’incarico di operatore notturno. Lo dico sottovoce ma sto ritrovando fiducia». Quella fiducia che perdi per strada e che, se qualcuno non ti aiuta prima che sia dissolta l’ultima traccia di resistenza, non ritrovi mai più.

La fortuna di Milano è che, di gente che aiuta, ce n’è parecchia. Il centro dell’Opera di San Francesco di via Concordia è un prodigio di carità organizzata, con 700 volontari di cui 200 medici. Lo coordina, non a caso, un ingegnere civile, padre Maurizio: 2.700 pasti al giorno (niente dolce, che però offrono i carmelitani scalzi di via Canova), 25mila docce in un anno, di cui 1.328 per le donne, 8.421 cambi di vestiti, 10.219 barbe, 37mila visite mediche nell’ambulatorio, 63mila farmaci prescritti e regalati. Tutti numeri, va da sé, in crescita, con i nuovi italiani in fuorigioco a ingrossare le fila.

Ci trovi di tutto, tra questi italiani maltrattati dalla recessione e trascurati dalle istituzioni romane. Per esempio, una signora sulla cinquantina, golfino verde, capelli lunghi biondi e occhi azzurri, che mangia da sola, molto composta, mentre il figlio trentenne fa lo stesso in tavolo riservato ai maschi. Vengono dal Piemonte, avevano una ditta di import-export finita in tribunale. Storia complicata, lei ha le lacrime trattenute, sembra cedere al pianto, poi s’accende: «Sono cresciuta nel mito di Almirante. Ora più che mai il mio motto è boia chi molla». Il figlio sembra più mesto ma ugualmente elegante. Mentre se ne vanno dopo il pranzo delle 11 sotto la pioggia e un ombrello grande per due, lui si volta con un sorriso e dice: «Da imprenditore a questo posto qua. Bella carriera, non trova?».
Già, la pioggia. E presto anche il gelo. Il Comune ha appena avviato il “piano freddo” per i senza dimora: da novembre a fine marzo, 3.672 interventi nel 2012, molti di più nel 2013. Verrà a costare più di un milione di euro, a cui vanno aggiunti i soldi per il fondo anti crisi, quelli per il sostegno al reddito (domande aumentate del 300 per cento). In tutto, 25 milioni di euro, e solo per Milano.
Alla presentazione della legge di Stabilità, l’ineffabile ministro per le Politiche agricole, alimentari e forestali, Nunzia De Girolamo, ha comunicato al Paese: «Sono molto soddisfatta di poter dire che il governo ha destinato 5 milioni di euro agli indigenti». Cinque. Molto soddisfatta.
Pierfrancesco Majorino è l’assessore per le Politiche sociali di Milano, e non l’ha presa bene. «Che vergogna. Miliardi di euro ci vorrebbero. Tutto il peso della miseria delle persone ricade sulle nostre spalle di amministratori locali e sulla disperata voglia di fare qualcosa dei volontari, della Curia. Ma manca lo Stato, mancano misure nazionali di sostegno al reddito. Ci sono ovunque, tranne che in Grecia e da noi. Vorrei veder cadere un governo su una tragedia come questa della povertà, e invece se ne fa un tema di compassione».
Caterina Disi ha 48 anni, dei lunghi capelli neri senza neanche uno bianco e non cerca compassione. Nata in Sardegna, diploma di educatrice professionale alla Sapienza di Roma, un curriculum di dieci pagine, ultimo lavoro riconosciuto alla Asl di Ravenna che però la licenzia, da due anni e mezzo è in giro con le sue valigie. Single, dorme in un convento di suore, aspetta gli esiti della causa che ha intentato alla Asl («Mi daranno dei soldi ma non mi ridaranno il posto»), non va alle mense per la vergogna («Mangio biscotti, piuttosto »), entra ed esce dagli uffici di collocamento come dalle librerie, senza mai niente in mano. «Ma la fede non mi fa perdere la speranza. Avrei potuto schiantarmi nella depressione, invece non ho mai preso un farmaco. Il mio unico sonnifero è il rosario. Ma non accetto tutto, non accetto più. Ho studiato tanto, lavorato tanto, non ho commesso reati e mi ritrovo nella povertà assoluta. Pretendo rispetto dal mio Paese. Pretendo autonomia e ruolo sociale. Voglio giustizia, perché la merito».

di Carlo Verdelli

La comunicazione politica
Riflessioni di Paola Colombini in seguito alla presentazione del saggio "Consenso" di Mario Rodriguez
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MILANO - La comunicazione politica è l’attività di costruzione di significati. Attorno a questa proposizione si svolge la narrazione di «Consenso» (editore Guerini e Associati, euro 16.50), il saggio di Mario Rodriguez presentato lunedì 14 ottobre all’Umanitaria per iniziativa del Movimento Milano Civica.
Ne hanno parlato con l’autore Umberto Ambrosoli, la sociologa Francesca Zajczyk e Massimo Gorla, dirigente Rai; moderatore, il giornalista Fabio Pizzul.
Gli argomenti si sono sviluppati in un dialogo serrato, tanto più stimolante in quanto affrontato da differenti punti di vista: politico, sociologico, dell’esperto di comunicazione televisiva... E qui non poteva mancare un riferimento al ruolo delle televisioni nella costruzione delle opinioni e nell’orientamento del voto. 

Per Gorla la TV è diventata, a partire dagli anni Ottanta, il palcoscenico della visibilità e il trionfo del mito del piacere e del desiderio. E non per nulla oggi – aggiungo io – in una crisi lunga e lacerante il buon senso comune ha rigettato quell’immagine gaudente, finalmente disvelata, determinando il crollo elettorale del Pdl.
Per Zajczyk, Berlusconi altro non ha fatto che abilmente radicare valori e aspettative valoriali che già esistevano nella società. E su questo – suggerisco ancora io – dovremmo riflettere noi donne alle quali, in questo deprimente ultimo ventennio, non è stato a quanto pare “imposto” dall’esterno un modello, bensì siamo rimaste intrappolate in frammenti della nostra realtà e dei nostri tradizionali (e forse mai rielaborati) desideri, trasformati in sogno.
E, ancora, Ilvo Diamanti nella prefazione del libro sostiene che il successo di Berlusconi è dipeso dalla sua capacità di dare “immagine” e dunque “rappresentazione” alle domande e alle attese di una società cambiata profondamente. Per dirla terra terra, abbiamo inseguito una chimera.

Tornando alla comunicazione politica, Umberto Ambrosoli ha introdotto con vigore il tema portando un esempio concreto: il concetto di legalità, punto qualificante e identificativo della campagna elettorale del centro-sinistra alle elezioni regionali lombarde.
Quale significato è stato attribuito dai cittadini a questa parola? Che percezione ne hanno avuta gli elettori? Perché il principio di legalità, che in democrazia dovrebbe essere semplicemente irrinunciabile in ogni agire politico, non è stato compreso come valore vitale per il bene collettivo?
Un’esemplificazione ci ha fatto comprendere quanto distanti possano essere i significati attribuiti alle parole. Per alcuni la legalità è stata intesa come “onestà”, il non appropriarsi di denaro pubblico e non approfittare per il proprio interesse del potere conferito dal voto. [E qui, aggiungo io, l’antipolitica ha fatto il suo lavoro sporco: “Arrivati al potere, siete tutti uguali!”]. Per altri, banalmente (ma neanche troppo nel Nord Italia), la legalità è stata intesa come “ordine pubblico” preferibilmente declinato nella repressione dell’“altro”, percepito come un pericolo personale e sociale.

Vorrei aggiungere, a proposito dei messaggi “forti” della campagna elettorale del Patto civico per Ambrosoli, un’altra considerazione.
Forti perché liberi è stata l’icona della nostra campagna elettorale: il nostro biglietto da visita che, con orgoglio, abbiamo proposto ai cittadini riconoscendoci in quel messaggio, quasi una sintesi delle nostre vite professionali, sociali e individuali.
Ma che cos’è la libertà? Quale significato ognuno di noi ha dato e ha trasmesso di quella parola? Di quali valori ognuno di noi ha caricato quel messaggio? E quale significato è stato dato a quella parola dai cittadini nelle strade, nei convegni, nei gazebo? In relazione a quali vissuti generazionali, culturali, esistenziali e anche politici di ogni elettore è stata “tradotta” quella parola?

La parola “libertà” compare per ben 3 volte nei Principi fondamentali della nostra Costituzione, e anche lì con accezioni e sensibilità diverse.
Se volessimo definire una volta per tutte cos’è per noi la libertà, ci accapiglieremmo. E non dico con i nostri competitor politici, ma anche all’interno di una qualunque riunione della nostra coalizione o del movimento nel quale siamo impegnati.
Ed è un bene, poiché la diversità di opinioni, e di provenienze culturali e ideali, crea ricchezza quando costruisce una tessitura proficua e sinergica all’interno di una visione condivisa e di grande respiro.
È anche questa la forza del civismo organizzato.

Per tornare a «Consensi», e alla costruzione del “con-senso” attraverso la leadership, Rodriguez spiega di che si tratta: «un partito o un leader non sono quello che credono o dicono di essere, ma assumono il significato che attribuiscono loro quelli che li scelgono».
Ossia: è chi riceve il messaggio che ne determina il significato, non chi comunica il messaggio.

Questa rivelazione, che può apparire sconvolgente, mi ha fatto venire in mente una citazione di August Wilhelm von Schlegel, scrittore e critico tedesco vissuto tra Sette e Ottocento, che si occupò anche di estetica: «Il paesaggio non esiste se non nell’occhio dello spettatore».
A pensarci, effettivamente è così. Tuttavia paesaggio e spettatore sono il frutto della stessa cultura: chi “abita” un paesaggio lo “riconosce” come proprio, e tale appartenenza genera “senso” e “identità”. E, con essi, la spinta a conservare il “proprio” paesaggio come un bene che appartiene a sé stessi e alla comunità.
Quando lo spazio geografico perde di significato (di senso) dentro grandi mutamenti sociali e valoriali non è più “bene” ma “merce”, da consumare in nome di altri miti e di altri bisogni sociali e individuali (il consumo di suolo è fra le tragedie della contemporaneità). Il paesaggio si può allora addirittura distruggere nell’indifferenza della collettività che pur lo possiede: perché, nell’immaginario, non appartiene più a nessuno, non è più fattore identitario.
Nella nostra storia, la civitas romana e poi l’orgoglio dei Comuni, e facendo un salto di secoli per non darvi tedio, nell’Ottocento la “magnificenza civile” di Carlo Cattaneo, hanno custodito le nostre identità e il nostro bene comune.

Nell’evoluzione del concetto di “cittadinanza” si può ancora tirar fuori quel nocciolo identitario attorno al quale dare vita all’universo valoriale di cui parlano gli esperti comunicatori?
Costruire significato, stimolare feeling.

La costruzione di “senso” e di “identità” appare dunque, e in qualunque campo, una necessità vitale in una fase storica nella quale entrambi questi valori si sono smarriti assieme alla memoria storica.
C’è un vuoto da riempire.

Infine, non potendo dar conto di tutte le sollecitazioni che sono state gettate in quella serata, propongo due ultimi temi.

Chi è il leader? Uno specialista della rappresentanza supportato dalla competenza.
Scrive Rodriguez: «Chi è impegnato in politica deve diventare uno specialista della capacità di rappresentare valori, identità e interessi dei cittadini... ma deve conoscere anche cosa non può necessariamente risolvere da solo, cosa chiedere ad altri specialisti».
In parole povere: deve sapere di non sapere.
E deve però anche essere conscio che la decisione spetta a lui: al leader.
Deve recitare al meglio la sua parte.

L’altro tema intrigante per noi civici è il seguente.
Siamo in una fase storica nella quale ci sono due aspettative: da una parte la richiesta forte di coinvolgimento dei cittadini e delle associazioni di base, dall’altra la necessità di prassi decisionali rapide.
Tema importante: basta pensare al fatto che scelte prese in sede regionale, nazionale o addirittura europea condizioneranno le nostre le vite. Come conciliare?

La faccenda non è da poco, se la questione della “democrazia partecipata” è stata recentemente al centro anche del dialogo tra Eugenio Scalfari e Massimo Cacciari nell’iniziativa «La Repubblica delle idee» di Venezia.
Ha detto Scalfari: «il massimo di democrazia si realizza al livello più basso, quello dei Comuni. Man mano che si sale è sempre più una democrazia indiretta, attraverso la delega, e questo produce sempre democrazie che vivono nelle oligarchie».
Se questo è vero (non lo so, parliamone), ecco l’importanza di una democrazia partecipata “dentro un progetto politico civico”, che può dare forza, visibilità e orientamento condiviso alle nostre voci.

Rodriguez ha chiuso la serata con un appello: non separate razionalità dai sentimenti.
Subito ho pensato a noi donne. Siamo ancora mortificate dall’inadeguata rappresentanza nei luoghi elettivi pur a fronte di liste costruite nella parità di genere (perché i partiti candidano le donne e poi non le sostengono? e perché elettrici/elettori non votano le donne?).
La capacità di dare vigore sinergico all’una e all’altra delle opzioni – ragione/emozione, razionalità/sentimento – è qualità delle donne. Non so se è vocazione biologica, intelligenza di genere, specificità culturale positiva per tutti, evoluzione della nostra specie per costruire nuovi modi di governare le complessità. Forse è un mix di tutto questo.
Di certo, le donne sono una risorsa indispensabile alla democrazia.

di Paola Colombini
 

La tragedia di Lampedusa
Un appello ai politici e amministratori lombardi
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MILANO - La tragedia di Lampedusa è forse finalmente riuscita a coinvolgerci tutti, nessuno con un minimo di sensibilità riesce a rimanere indifferente. Tra le tante iniziative, i tanti appelli, uno coinvolge in particolare noi della "grande" Milano. E' l'appello di Alvise Braga di "noi di milano" che scrive:

Cari 'politici' e amministratori lombardi,
vedere ieri sera (La7) i sopravvissuti a Lampedusa sotto la pioggia, senza tetti, senza materassi, mi ha molto colpito: è questo lo Stato di cui sono cittadino?
Scrivo ai pochi 'politici' e amministratori milanesi e lombardi, gli unici con i quali 'noidimilano' è, in qualche modo, in rapporto (Pisapia, Ambrosoli, Scavuzzo, Castellano e voi tutti...): possiamo noi contribuire a dare letti e tetti in questa situazione? So bene che questi sono fuori dal nostro territorio, MA...
Se vi muoverete voi 'politici' e amministratori, molti Cittadini Attivi vi seguiranno
Umberto, Lucia, Nanni: non potrebbe 'questo' essere il 'primo atto' della neonata 'rete del civismo' lombardo ? Fuori territorio, fuori statuto (per favore, non ditemelo!), ma (forse) dentro all'anima ?
Invio questa anche ai più attivi di 'noidimilano'.
Nella speranza di tempi migliori e di concrete, semplici azioni
BUONA MILANO 

La prima risposta è arrivata da Franco D'Alfonso assessore al Commercio di Milano

Io penso che 19.215 persone morte negli ultimi cinque anni nel Mediterraneo siano una chiamata a correo per tutti nel 2013 !!
Credo che la colpa maggiore che abbiamo noi tutti sia stata quella di pensare anche solo per un istante che fosse normale sentire affermazioni sui respingimenti, sui bagni chimici negati ai profughi, che avessero in qualche modo a che fare anche alla lontana con la politica, facendone anche noi oggetto di scambi polemici. Non credo che Enzo o Dario nutrano sentimenti diversi da quelli di Angelo o Sandro : se così non fosse vorrebbe dire che abbiamo cercato di far dialogare uomini e donne con animali e nemmeno ce ne siamo accorti, in tanti anni !

Sul che fare, la penso come Formica che nel lontano 1982 propose (essendo ovviamente coperto da gentili ma fermi dissensi) di allestire una flotta europea di barconi che si occupasse del traghettamento dei profughi per sottrarli al mercato degli schiavi, che era già allora fiorente . Ovvio che i tempi sono mutati, i migranti non trovano più posto nemmeno nel gradino più basso del mercato del lavoro ( ed infatti diminuiscono vertiginosamente come numero) e le soluzioni sono altre , ma il messaggio è chiarissimo e validissimo : noi dobbiamo affrontare questo problema in maniera civile e "legale" , non è affatto vero che si tratta di una migrazione di mongoli o degli Hiksos inarrestabili, ci sono tutti i mezzi ed i metodi per intervenire sulla "quarta sponda" del Mediterraneo senza delegare un mestiere sporco ai dittatori tipo Gheddafi. E per quelle migliaia che arrivano, una goccia sia del mare di partenza che di quello di arrivo, non mi convincerete mai che l'ottava potenza economica del mondo, per quanto in crisi possa essere, non è in grado di accogliere e sistemare in maniera civile fosse anche per un anno qualche migliaio di disperati che arrivano a volte senza nemmeno la propria vita !

Infine, anche se non c'entra molto, vorrei dire che personalmente ho cessato di dare qualsiasi tipo di credibilità morale e politica a Berlusconi quando per compiacere il Vaticano entrò nel caso Englaro nel modo che ricordiamo affermando: "mi dicono che la ragazza potrebbe anche generare un figlio".
E con il suo entourage, segnatamente con i suoi avvocati, ogni contatto/scontro politico per me è cessato da quando ho letto in una richiesta di ricusazione della giudice Galli, figlia del magistrato ucciso nel corridoio d'aula dove ho sostenuto tanti di giurisprudenza, la seguente motivazione (letterale) : "Una persona che ha subito in giovane età un trauma come quello legato all'assassinio del padre non ha l'equilibrio necessario per svolgere il ruolo di giudice imparziale " .
Io sono pronto a discutere con tutti di tutto , litigando o meno, sono perfino pronto a "larghe intese" o "Grosse Koalition" dovunque, quando ne fossi convinto.
Ma le "larghe intese" sul piano morale ed etico no, proprio no.

Sono altresì d'accordo perchè si prenda una iniziativa. Il nostro amico Otto Bitjoka è stato chiamato da Emma Bonino a far parte di una commissione sul tema migrantes ed ha una posizione interessante ( soprattutto perchè ...coincide con la mia, che penso vada "legalizzato" il flusso ). Nanni, Lucia, potremmo organizzare una serata chiedendo la sua partecipazione, quella di qualche altro relatore politico e nell'occasione sottoscrivere la richiesta di abrogazione della legge Bossi- Fini come pars destruens, cercando di mettere una pars costruens concreta (proposte Bitjoka o altre).

Insomma si chiede a Nanni Anselmi, a Lucia Castellano, a Umberto Ambrosoli e a tutti i rappresentanti della politica in senso CIVICO di farsi promotori di iniziative di aiuto vero, costruttivo, di passare finalmente dalle parole, sempre al vento, ai fatti concreti, potendo stare certi che i cittadini lombardi saranno a disposizione.

Qui di di seguito vi riporto un articolo di Umberto Mazzantini comparso su Greenreport.it il 7 ottobre

La Bossi-Fini e respingimenti sono politiche sbagliate
L’Onu e i migranti dopo la tragedia di Lampedusa

Mentre prosegue la triste conta dei morti, giovani uomini e donne, bambini, neri tonni incolpevoli che mani pietose estraggono dalla mattanza eritrea di Lampedusa, il deputato del Partito democratico Khalid Chaouki ci ricorda con le immagini rubate al centro di (in)accoglienza dell’isola che fine inumana, indecente ed impietosa hanno fatto gli scampati; e la sindaca Giusi Nicolini ci spiega che in quel centro ci sono «Molte famiglie siriane con bambini» e che «Vanno trasferite subito in centri adatti». Si tratta delle stesse famiglie per le quali eravamo pronti a bombardare la Siria, ma che non valgono un po’ di umanità in Italia. Il mondo cerca di farci capire che la migrazione è una sfida planetaria e che quel che noi crediamo un’invasione è invece una goccia di un sommovimento che sta cambiando o la faccia di interi Paesi, che gli schizzi di sangue e di morte che arrivano sulle nostre isole e sulle nostre coste sono solo gocce della disperazione e della speranza di chi fugge da dittature inumane come quella eritrea o da guerre civili insensate come quella siriana. Il mondo (e l’Italia) spenderebbero molto meno a favorire la caduta di Isaias Aferwerki in Eritrea o a lavorare davvero ad una transizione democratica in Siria che a cercare di fermare la disperazione con le cannoniere o le ributtanti trovate xenofobe para-leghiste.

Mente quel barcone carico di miseria, speranza e paura affondava a Lampedusa la Comunità internazionale stava organizzando due incontri per capire come affrontare l’eterno problema della migrazione che ha consentito all’Homo sapiens di diventare umano e che rischia di farlo diventare disumano. Il 5 ottobre Guy Ryder, il direttore dell’ International Labour Organization (Ilo) dell’Onu, ha detto che «La tragedia di Lampedusa è un forte monito alla comunità internazionale che deve agire con urgenza insieme per rendere la migrazione sicura e pienamente rispettosa dei diritti umani. La ricerca di migliori e più sicure condizioni di vita e di posti di lavoro decenti sta assumendo proporzioni sempre più disperate, C’è bisogno di nuovi modi per creare canali di migrazione più regolari, in collaborazione con i veri protagonisti del mondo del lavoro: i ministeri del lavoro, i datori di lavoro delle organizzazioni dei lavoratori. Questo richiederà un cambiamento profondo delle politiche in molti Paesi» e tra questa c’è sicuramente la Bossi-Fini, considerata una vera e propria ingiustizia da tutti i Paesi civili.

Ryder ha sottolineato la necessità di un maggior equilibrio tra le politiche di frontiera e le politiche migratorie del lavoro: «Politiche più inclusive in materia di migrazione, che coinvolgano una vasta gamma di ministeri e le parti interessate, e un enorme sforzo da parte dei governi, delle parti sociali e della società civile per cambiare la percezione pubblica negativa».

Tornando a Lampedusa Ryder ha detto che «E’ un’amara ironia che l’incidente si sia verificato mentre l’Assemblea generale dell’Onu stava tenendo il suo dibattito ad alto livello sulla migrazione internazionale e lo sviluppo, su come ottimizzare al meglio i vantaggi per lo sviluppo della migrazione internazionale, anche per gli stessi migranti».

Il secondo ed ultimo giorno del dibattito all’Onu ha commemorato le vittime sconosciute di Lampedusa con un minuto di silenzio e il vice segretario generale Jan Eliasson, si è detto a nome di tutti addolorato e scioccato.

Rupert Colville, portavoce dell’UN Office of the High Commissioner for Human Rights (Ohchr) ha detto: «Vorremmo chiedere alle autorità italiane ed alla comunità internazionale, in particolare l’Unione europea, di rafforzare i loro sforzi per prevenire il ripetersi di situazioni come questa. Gli stati membri dovrebbero inoltre garantire che stanno onorando gli impegni assunti ai sensi del diritto internazionale dei rifugiati». Colville ha preso atto che le autorità italiane dicono di «Voler affrontare la questione in linea con le norme internazionali sui diritti umani ed il rispetto della dignità di tutti i passeggeri» ed ha apprezzato il giorno di lutto dichiarato dal Governo e il minuto di silenzio in tutte le scuole italiane: «E’ significativo. Segna un grande e gradito cambiamento di atteggiamento da parte delle autorità italiane». Ma l’Ohchr anche espresso una crescente preoccupazione per l’aumento del traffico illegale di migranti e rifugiati nel Mediterraneo ed ha sottolineato l’importanza dell’impegno della comunità internazionale su questo tema. Per Colville il naufragio di Lampedusa «E’ indice della disperazione delle persone che vivono in aree di Eritrea e anche in altri Paesi, tra cui la Somalia, colpiti da insicurezza e conflitti, così come la mancanza di godimento dei diritti economici, sociali e culturali di base. E’ inoltre fondamentale che la comunità internazionale si impegni a migliorare la situazione dei diritti umani sul terreno, per affrontare le cause alla radice, in modo che ci sia un sufficiente miglioramento e che la gente non senta la necessità di mettere a rischio la vita intraprendendo questi viaggi pericolosi. L’Onu è pronta a collaborare con le autorità nazionali per porre fine l traffico ed alla tratta di persone provenienti dall’Eritrea e della Somalia. Esprimo le mie condoglianze alle famiglie di coloro che sono annegati nel tragico incidente».

Mentre l’Assemblea generale dell’Onu discuteva di migrazione e gli eritrei ed i somali annegavano nel buio mare davanti alla spiaggia dei Conigli un gruppo di esperti indipendenti della stessa Onu ricordava che «I migranti non sono solo agenti dello sviluppo economico, ma degli esseri umani dotati di diritti». In una lettera aperta indirizzata agli Stati membri dell’Onu, il gruppo esorta «I governi di tutto il mondo e le organizzazioni internazionali ad adottare un approccio che metta i migranti stessi al centro delle discussioni».

Il relatore speciale sui diritti delle persone sfollate, Chaloka Beyani, a nome del gruppo di 72 esperti incaricati dal Consiglio dei diritti dell’uomo dell’Onu per indagare su situazioni specifiche nei diversi Paesi ed a presentare rapporti su questioni tematiche, ha ricordato che «L’emigrazione è un fenomeno proprio della natura umana, è quindi molto importante che i dibattiti che la riguardano siano basati sui diritti umani». Per questo ha chiesto che i governi guardino a questo fenomeno inarrestabile pensando a quello di cui il centro-destra italiano non vuol sentir parlare: «La depenalizzazione delle situazioni irregolari, l’abbandono dei centri di detenzione, la lotta contro la xenofobia della quale sono vittime numerosi migranti e la difesa dei diritti dei bambini migranti, sia nei Paesi di accoglienza che di transito». Esattamente il contrario della Bossi-Fini e dei vergognosi accordi Italia-Libia-

François Crépeau, inviato speciale dell’Onu per i diritti umani dei migranti, ha sottolineato che «I migranti continuano a subire abusi, violazioni dei loro diritti, violenze e forme di sfruttamento, nonostante il quadro giuridico in atto dovrebbe proteggerli, quale che sia il loro status o la loro situazione amministrativa. I diritti dell’uomo devono quindi essere nessi al centro delle discussioni. Se tutti noi accogliamo con favore l’iniziativa di organizzare una tavola rotonda dedicata alle misure adottate per garantire il rispetto e la tutela dei diritti dei migranti, dobbiamo esortare le parti interessate ad integrare i diritti umani in tutte le discussioni di dialogo di alto livello». Gli esperti hanno inoltre esortato gli Stati membri dell’Onu a «Cogliere l’occasione per ratificare la Convenzione internazionale sulla protezione dei diritti di tutti i lavoratori migranti e delle loro famiglie, uno strumento fondamentale per la tutela dei diritti dei migranti», uno strumento di cui non c’è traccia nella disperazione del Centro di accoglienza di Lampedusa i nei Cie/lager italiani.

Il summit di New York, così pesantemente segnato dalla tragedia di Lampedusa, si era aperto con un appello del segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, a «Prendere delle misure per proteggere i diritti di milioni di migranti in tutto il mondo ed a riconoscere i loro contributi ai loro Paesi di origine come a quelli di accoglienza. Aver successo nella migrazione è una nostra responsabilità collettiva, così come per i migranti e per gli stessi Paesi. Lo dobbiamo ai milioni di migranti, per il loro coraggio, la loro energia ed i loro sogni che rendono le nostre società più prospere, più resilienti e diverse».

Ban ha presentato il rapporto International migration and development che contiene 8 raccomandazioni perché la migrazione si utile per tutti: migranti e Paesi dove emigrano. Un programma di azione che parte proprio dalla protezione dei diritti umani di tutti i migranti e poi punta a: ridurre i costi della de la migrazione dei lavoratori; eliminare il loro sfruttamento, compresa la tratta; migliorare la sorte dei migranti in difficoltà, migliorare la percezione dell’opinione pubblica; integrare la migrazione nell’agenda dello sviluppo; rafforzare la banca dati sulla migrazione; migliorare le partnership si migrazione e cooperazione.

Secondo L’Onu nel mondo ci sono 232 milioni di migranti. Il 2 ottobre la Banca mondiale ha pubblicato le ultime cifre relative all’invio di fondi nei Paesi di origine dei migranti che nei soli Paesi in via di sviluppo nel 2013 dovrebbero raggiungere i 414 miliardi di dollari, il 6,3 % in più del 2012. Una cifra che nel 2016 dovrebbe arrivare a 540 miliardi di dollari, il più potente incentive alla sviluppo ed alla riduzione della povertà e quindi alla crescita della democrazia e dei diritti umani nei Paesi di origine dei migranti, il che vuol dire, come sappiamo ben noi italiani, che le rimesse dei migranti fanno diminuire la necessità di emigrare.

Ban Ki-moon non si nasconde che siamo di fronte ad una realtà complessa ma è convinto che sia essenziale «Operare di concerto, con coraggio e visione, sapendo che le nostre azioni avranno un impatto su milioni di donne, uomini e bambini. Il Dialogo di alto livello punta a deliberare un ordine del giorno basato sull’azione per creare un sistema di mobilità internazionale più sicuro e più trasparente che protegga i diritti dei migranti, serva gli interessi economici comuni, favorisca la coesione di società multiculturali, risponda alle inquietudini dell’opinione pubblica rispetto all’immigrazione e tenga conto dei punti di vista dei migranti in quanto membri vitali delle nostre collettività».

- See more at: http://www.greenreport.it/news/comunicazione/onu-migranti-lampedusa/#sthash.w2tugyJS.dpuf


Il "voto da annullare"
Il Tar della Lombardia ha accolto il ricorso presentato dall'avv. Felice Besostri e sostenuto anche da MMC

MILANO - Il tribunale amministrativo ha dichiarato che sono da considerarsi le eccezioni di costituzionalità sollevate in merito al sistema elettorale adottato dalla Lombardia (il cosiddetto Lombardellum). In pratica il primo grado della giustizia amministrativa ha dato ragione ai ricorrenti rimandando però la decisione finale alla Corte Costituzionale. Per Roberto Maroni e per la sua maggioranza la sentenza potrebbe costituire una grana non di poco conto. Tra i punti sollevati dai ricorrenti, il fatto che la nuova legge elettorale regionale, emanata nel 2012, avrebbe favorito i consiglieri uscenti, consentendo ai gruppi costituitisi anche dopo lo scioglimento del Consiglio, di non raccogliere le firme per presentarsi alle elezioni e il premio di maggioranza definito «abnorme» senza il quale «Maroni avrebbe avuto 37 seggi e non 49». 
Secondo i giuristi che si sono rivolti al Tar, in un sistema che prevede la possibilità di voto disgiunto, e cioè il voto per una lista e contemporaneamente il sostegno a un candidato presidente non sostenuto da quella lista, della ripartizione dei seggi attribuiti attraverso il premio di maggioranza (dodici, appunto) non possono beneficiare in automatico le forze politiche che hanno sostenuto il candidato vincente. «Il meccanismo del voto disgiunto mette in conto che ci siano degli elettori che abbiano votato una lista di sinistra assegnando però la preferenza al candidato presidente Maroni. Nel momento in cui quest'ultimo vince, il premio di maggioranza non può essere allora assegnato a Pdl e Lega, perché molti degli elettori di Maroni potrebbero non essere stati elettori dei partiti che lo hanno sostenuto».
Non solo. Besostri contesta la stessa legittimità elettorale di alcune liste. Il riferimento è all'escamotage adottato da alcune sigle politiche nella scorsa legislatura, a Consiglio regionale però già dimissionario: la costituzione di gruppi consiliari con l'evidente obiettivo di dribblare la raccolta firme. Felice Besostri, ex docente di Diritto pubblico comparato ed ex parlamentare dell'Ulivo tra il '96 e il 2001, commenta: «Una grande vittoria dei cittadini e dei giuristi democrati». Ambienti vicini al governatore fanno sapere che da parte della Regione c'è assoluta serenità e tranquillità: «Il lavoro va avanti senza nessuna preoccupazione. Si tratta di un cavillo burocratico».

di Andrea Senesi

vedi articolo: http://movimentomilanocivica.it/index.asp?art=593&arg=6&red=2

Considerazioni dopo la "convention" alla Leopolda
Franco D'Alfonso: il ragazzaccio di Firenze è l’unico che crede seriamente di potercela fare.
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MILANO - “Considero Crozza il miglior analista politico italiano,  il suo sketch sui “pensierini renzini” conferma questa tesi perché è la migliore critica fatta al sindaco di Firenze senza scadere nei soliti stereotipi della “asinistra”. Però, però … alla “leopolda” ho sentito dire da Matteo Renzi, al termine di un ragionamento e non di un “focus group”, che “la sinistra che non cambia è destra”: musica per chi come me si sente dare del “destro infiltrato” … Se aggiungiamo le parole su Silvio Scaglia e sulla sinistra che non può non indignarsi se un innocente sta dodici mesi agli arresti (3 più 9, le precisazioni non servono..) qualche credito politico in più da oggi glielo do.”

 

 

 

Ho scritto questo post domenica dopo aver ascoltato il discorso finale di Matteo Renzi alla “sua” convention che, per la prima volta (ma forse sono io che sono stato più attento questa volta) è andata oltre il giovanilismo elevato a ideologia. La mia scelta per Renzi alle primarie per premier dello scorso anno era basata sull’ opposizione alla “ditta” che invece di trasformarsi in bottega storica ha preteso di ripetere il vecchio schema “sconfitta sia, basta che sia mia “come da venti anni a questa parte. Questa volta non devo scegliere con un voto, perché non ho titolo per dire la mia sul segretario di un partito politicamente in “trance” come lo è stato il PSI ante Midas del 1976 o di Tangentopoli nel 1992, ma non sono indifferente al fatto che la tanta brava gente, spesso anche in gamba, che ha ancora nel PD un punto di riferimento e un luogo politico di lavoro e dibattito riesca a ridare un senso politico e una speranza, come avvenne per i socialisti nel 1976, piuttosto che rinchiudersi in un declino “triste, solitario y final”, come è avvenuto agli stessi nel 1992.

La legittimazione di Renzi quale leader politico della sinistra passa necessariamente per la definizione di un progetto di respiro, la esplicitazione di scelte chiare, la proposizione di principi. Non è per lui ancora il tempo del pragmatismo, della ricerca del compromesso di governo, pratica inevitabile anche per chi giunge al potere attraverso una vittoria elettorale chiara e netta. Non ha ancora vinto nulla ed è nella fase di costruzione del consenso e del gruppo dirigente di riferimento, elementi necessari per proporre una novità reale e non un brillante galleggiamento sulla più volte evocata “palude”. L’impressione è che la qualità delle presenze e del dibattito sia notevolmente migliorata e non solo per la sparizione rispetto alle edizioni precedenti dell’ex socio in rottamazione, il brianzolo Civati, che è tornato alla ditta individuale restando su argomenti più leggeri e popolari che piacciono sempre ai titolisti dei quotidiani.

I primi titoli del programma di rinnovamento e lavoro sono ben centrati, così come l’impostazione e le prime righe declamate a Firenze: la riforma della giustizia, la centralità del lavoro e la distinzione fra conservatori e progressisti che si misura in aumento dei posti di lavoro e del benessere, il rinnovamento di tutta la classe dirigente e non solo di quella politica, la semplicità come motore della semplificazione e anche della riforma istituzionale. Molti lamentano la presenza già in questo incipit di veri e propri svarioni oltre che delle necessarie approssimazioni di partenza: certo, riportare in auge Rawls e la mai realizzata politica dei “meriti e bisogni ” trenta anni dopo il Labour di Blair e la versione italiana di Claudio Martelli richiede un minimo di valutazione dei risultati e delle situazioni mutate e sapere che i pensionati che godono del sistema retributivo non sono dei mangiapane a tradimento ma solo gente che vive più a lungo e fortunatamente anche in miglior salute rispetto a quando il sistema fu progettato e sono al massimo parte del problema, non sono il problema.

Certo, sarà il caso che in tempi brevi Renzi ci dica in che direzione intende lavorare per riformare la giustizia, se intende rompere quelli che sono diventati dei tabù che bloccano tutto da oltre venti anni, anche la semplice discussione intorno alla magistratura giudicante e inquirente o in che altro modo. Ma la nota critica vera, che rischia di non essere affatto un dettaglio, è l’abbozzo di proposta di legge elettorale per il “sindaco d’Italia” che Renzi propone, ponendosi come difensore del bipolarismo e dell’alternanza. Qualsiasi proposta ha un senso se è inserita in un coerente disegno di riforma istituzionale, se invece resta fine a se stessa vorrebbe dire che purtroppo ancora una volta si è imboccato al contrario l’autostrada – tale è, visto che nessuno dice di non volerle – delle riforme istituzionali, confondendo strumenti e obiettivi, ripetendo l’ormai solito errore di voler affidare alla legge elettorale la scelta sugli assetti istituzionali: per non dichiarare la scelta fra semipresidenzialismo alla francese e premierato parlamentare, più o meno forte che sia, come in Germania o in UK, sponsorizza un presidenzialismo maggioritario, dove l’assemblea non è un contrappeso ma un … peso gettato sulla bilancia di Brenno a favore del vincitore e tiene in vita una assemblea rappresentativa che non può decidere nulla in contrasto con chi è stato eletto dal voto popolare a meno di non premere il pulsante dell’autodistruzione.

In realtà la mia impressione è che l’indicazione e la suggestione di un approccio e indirizzo politico di rottura e apertura faccia in questa fase premio su dettagli che diventeranno presto questioni dirimenti, ma è già molto, molto di più di quanto abbiano fatto i suoi predecessori nel ruolo di leader della sinistra nazionale.

Il ragazzaccio di Firenze è l’unico che dimostri energia e coraggio nel lanciare una sfida e la follia necessaria per credere seriamente di potercela fare. A noi, a Milano, piacciono quelli che non hanno un “piano B “.

 di Franco D’Alfonso




Adesso è la città dei miracoli al contrario
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MILANO - In questi giorni, la città sembra la solita grande capitale europea. Moda, modelle e party per la settimana del made in Italy. Cartelloni ovunque per l’Expo 2015. Politici locali di un certo rango che già battagliano con Roma in vista di una candidatura italiana per l’Olimpiade 2024. Tutto vero e insieme tutto ingannevole. Sotto il tappeto rosso delle passerelle e degli eventi planetari, c’è la decadenza di Milano. Dopo 16 trofei, 18 anni di fede incrollabile e 5 mesi di trattative lancinanti per il suo cuore, Massimo Moratti ha affidato (come un figlio) l’Inter a un giovane indonesiano, Erik Thohir, per una cifra che oscilla tra i 250 e i 300 milioni, ingenti debiti della società compresi.
Non perché si era stancato del gioiello sentimentale di famiglia (fu il padre Angelo il primo a issare la bandiera nerazzurra sul mondo): il problema per Moratti è che, per la sua pazza Inter, ha speso quasi un miliardo e mezzo di euro, e sa di non avere più fondi sufficienti per competere con i top club internazionali. È quindi per amore e solo per amore che il rappresentante di una delle famiglia che contano a Milano rinuncia al suo sogno, e anche a una ragione di vita, imponendo al successore una clausola “per il bene dell’Inter e dei suoi tifosi” che ha un enorme valore romantico ma impatto zero sulle scelte cheThohir vorrà fare: il miliardario di Giacarta ha comprato il giocattolo, ne farà l’uso che crede.
In dialetto milanese si dice “ghe ne pù”, e generalmente si parla di soldi. Che certo mancano, persino nei quartieri alti, ma manca anche il “quid”, direbbe Berlusconi, che ha fatto grande Milano e che ora, svanito, la vede rimpicciolire su tanti fronti. Sarà un caso ma la città che ha dato il via alle avventure variamente tragiche e trionfali di Mussolini, Craxi e, l’altro ieri, proprio di Berlusconi e Bossi, nel governo di Enrico Letta (che è pisano), conta un solo ministro (Maurizio Lupi ai Trasporti) su 21. Né è forse un accidente che l’ “ideologia milanese” egemone, fotografata da Ernesto Galli della Loggia a fine luglio 1994, sia stata cancellata dalla geografia politica dalla Toscana di Renzi e Letta o dalla Liguria ribelle di Grillo. Certo non ha giovato alla causa di un ritorno alla supremazia meneghina l’ascesa a premier del milanesissimo bocconiano Mario Monti (anche se è di Varese) o la discesa a Roma di Angelo Scola, entrato papa in conclave e uscito com’era arrivato: cardinale in piazza Duomo. Anche l’insegna di “capitale morale” fatica a stare incisa sul gonfalone: gli scandali del San Raffaele, della giunta Formigoni (destra) e di quella Penati (sinistra), le olgettine del Cavaliere e via sputtanando hanno inferto colpi devastanti anche a questa presunta primazìa. Persino Mediobanca, ubicata in piazzetta Cuccia, in omaggio al suo mentore e a una lunga egemonia sul capitalismo italiano, ha chiuso un brutto bilancio (meno 180 milioni, contro un utile di 81 l’anno precedente) e sta cambiando strategia e missione: uscita dalle partecipazioni in banche e aziende, con conseguente e rilevante riduzione del peso strategico.
Milano perde spazi d’influenza, e insieme è costretta a privarsi anche di pezzi storici dell’argenteria di casa, come l’Inter inquesti giorni o la sede del Corriere della sera e della Gazzetta dello Sport, via Solferino 28 e dintorni, prossima a passare al fondo americano Blackstone (ma pare che le redazioni resteranno dove sono, in affitto decennale, dopo aspra battaglia sindacale, in sintonia col nome della strada). A giugno è toccato alla pasticceria Cova, bottega storica nata vicino alla Scala nel 1817 e finita al colosso del lusso francese Lvmh (Louis Vuitton, Moet, Hennessy) per 33 milioni di euro. Dall’alto del suo trono, Giorgio Armani ha liquidato le polemiche seguite alla cessione (c’era in corsa anche Prada) con una battuta: «Evia, stiamo parlando di cioccolatini, non di moda».
Non per contraddire il re, ma anche la moda, che al di là delle dislocazioni non solo meneghine dei marchi, ha avuto proprio Milano come culla e laboratorio del made in Italy, è sempre meno Italy: per chi la disegna (i direttori creativi delle varie linee), per dove si vendono le collezioni (sempre più global, sempre meno local), per il passaggio in mani straniere di tanti gioielli della corona: da Bulgari, terzo gioielliere al mondo, che ora batte bandiera francese (come Gucci, Loro Piana e Fendi), al classicissimo Valentino (Qatar), che pure è transitato per Milano ai tempi dell’Hdp di Maurizio Romiti. La lista è molto più lunga e, particolare non trascurabile, la regina Miuccia Prada è quotata sì ma ad Hong Kong. Made ex Italy. Dove ex, volendo, può stare anche per exit.
Milano fa gola, l’Italia buona fa gola. Negli ultimi anni ci siamo giocati Star e Parmalat, Gancia e Galbani, Peroni e San Pellegrino, Buitoni, Perugina e persino l’Orzo Bimbo. Più la Standa, “la casadei milanesi” più che degli italiani, diventata Billa (Austria) e Fastweb, il nuovo che ha cominciato ad avanzare proprio sotto le strade di Milano ed è sbucato a Swisscom.
L’Italia del fare è stato uno slogan politico restato mestamente sulla carta. La Milano del fare era invece una realtà, ma sembra svuotata di energia: negli ultimi due anni, secondo la Camera di Commercio, hanno chiuso 2.615 ditte locali ma sono nate 2.356 attività aperte da stranieri. Per la prima volta sotto la Madonnina, il nome di battesimo più diffuso tra i titolari di piccole imprese è Mohamed (1.600), che scalza Giuseppe (1.383) e Marco (1.131). Non è affatto un male, ci mancherebbe, ma è chiaramente un segno, un altro.
Qualche giorno fa, sono stati denunciati cinque ragazzini che fuori dalla discoteca Just CavalliCafè hanno massacrato di botte un avvocato di 38 anni, colpevole di aver reagito a uno spintone. Tutti figli di famiglie più che bene, si vantano di essere dei “Sanka”, dal liceo privato San Carlo, e mirano a raccogliere l’eredità dei “sanbabilini” anni Ottanta. Quando c’è un vuoto, qualcosa lo riempie. Sta tornando la Milano da bere, le apparenze invece della sostanza. E non è un bel vedere.
L’Italia aveva tre capitali: Roma per Costituzione, Torino perché sede della più grande industria, la Fiat, e Milano, la città faro, il ponte con l’Europa. Ce ne sta rimanendo una sola di capitale, e solo perché è scritto così.

di Carlo Verdelli

Ricorso al TAR
Anche Nanni Anselmi, presidente di MMC, a sostegno dell'iniziativa

MILANO - Il giorno 8 ottobre il TAR Lombardia sede di Milano sezione Terza esaminerà il ricorso presentato da cittadini elettori, tra i ricorrenti Felice Besostri del Gruppo di Volpedo e membro della Direzione Nazionale del PSI e Andrea Giovanni di Stefano, capolista di Etico a Sinistra e direttore di Valori e con l’intervento a sostegno di Santo Consonni, Segretario Regionale del PSI, Giovanna Capelli segretaria di PRC e Nanni Anselmi presidente del Movimento Milano Civica. 
Gli avvocati dei ricorrenti sono Felice Besostri, Claudio Tani e Emilio Zecca, dello stesso gruppo che ha ottenuto il rinvio della legge elettorale nazionale, il famigerato Porcellum, alla Corte Costituzionale, che giudicherà il prossimo 3 dicembre. 
In questo caso si sostiene l’illegittimità costituzionale della legge elettorale regionale n. 17 del 2012, adottata in tutta fretta per mettersi al riparo dalle elezioni regionali anticipate a causa degli scandali avvenuti in Regione e delle inchieste sul presidente Formigoni. 
Due le censure principali: 
1) aver favorito i consiglieri uscenti, le cui liste sono state esentate dalla raccolta delle firme anche per quelle riferite a gruppi Consiliari costituiti dopo lo scioglimento del Consiglio e l’ultima seduta del 19 dicembre 
2) aver attribuito un premio di maggioranza abnorme, pari al 60% dei seggi più quello del Presidente, calcolato sui voti di quest’ultimo e non delle liste collegate. 
Come si sa per il presidente vi è il voto disgiunto e infatti ha preso il 5,60% dei voti in più delle liste collegate. Senza i suoi voti il premio di maggioranza scende al 55% dei seggi, ma in tal caso il premio diventa illegittimo, perché non è prevista una soglia minima per beneficiarne, cioè per gli stessi motivi dell’ordinanza del rinvio alla Consulta del Porcellum, e scenderebbe comunque senza i voti delle liste collegate che non hanno raccolto firme. 
La Corte Costituzionale dovrebbe pronunciare l’illegittimità della legge elettorale lombarda, il lombardellum
La deputata del PSI Pia Locatelli ha inoltre interrogato il Presidente del Consiglio Letta per conoscere le ragioni per le quali l’Avvocatura dello Stato sia intervenuta in giudizio per difendere una legge incostituzionale e un Presidente, che come leader della Lega non ha posto fine agli attacchi ad un Ministro del Governo italiano solo perché di origine africana. 
Una speranza di recuperare la Lega per un Letta bis? Il PSI insieme alle altre forze politiche di opposizione organizzerà una conferenza stampa, perché i cittadini lombardi siano informati.

L'intervento sul Piano Regionale di Sviluppo
Dichiarazione di Umberto Ambrosoli, coordinatore del centrosinistra in Consiglio regionale  
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Gentile Presidente, il documento che siamo chiamati a valutare oggi, il Piano di Sviluppo Regionale, è un documento fondamentale per la prospettiva politica di una legislatura. La sua discussione arriva in aula allo scadere ormai compiuto dei primi cento giorni di governo, il periodo canonico in cui si ritiene che un esecutivo metta in cantiere le fondamenta dell’edificio politico che poi costruirà nel corso dei cinque anni.

Il documento è quindi fondamentale per comprendere appieno cosa si vuole fare nei prossimi anni per cambiare e migliorare la Lombardia.

In pochi minuti di discorso vorrei quindi tratteggiare perché questo documento pianificatorio vedrà il nostro voto contrario.

Non già perché in esso sia contenuta una visione diversa della gestione della cosa pubblica, ma perché in queste sessanta pagine NON è contenuta alcuna visione politico-strategica.

Se infatti si spolvera il documento da alcuni passaggi che alle nostre orecchie suonano ideologici, resta sul tavolo la collazione di una serie di report prodotti dalle varie direzioni generali, una sorta di diario di bordo di quanto gli uffici stanno facendo da tempo e, presumibilmente, continueranno a fare, soprattutto in assenza di un chiaro indirizzo politico che ne muti il corso.

Questa ASSENZA DI VISIONE POLITICA è infatti tangibile in tutto il documento ed è la prima accusa che rivolgiamo all’operato della sua giunta.

Lei, presidente, che ha fatto della discontinuità uno slogan nella sua campagna elettorale, ci mostra, nel documento fondamentale di Legislatura, come la continuità, nei fatti, sia ormai pianificata. Sarebbe gioco facile, giocando sulle iniziali, dire che questo, più che di strategie per il futuro è il Piano di una Realtà Svanita, che non c’è più.

E potrei dilungarmi in una comparazione con il PRS della IX legislatura (che pure ho qui) per segnalarle i punti sostanzialmente identici fra i due documenti. Sarebbe sicuramente un esercizio interessante - e a tratti divertente - ma credo esuli dal compito che ci siamo dati oggi. Quello cioè di dirle che questa continuità, questa assenza di qualsiasi cambiamento di rotta politica sia ormai da tutti tangibile e ci restituisca un finto formigonismo in assenza di Formigoni.

(Credo che almeno su questo, a quanto leggo, il presidente Cattaneo sia d’accordo con me (se non addirittura più severo)).

A noi pareva, e credo anche agli elettori che l’hanno votata, che la necessità di una discontinuità, di un cambio di rotta fosse auspicato e necessario. Ma, ad oggi, non ve n’è traccia alcuna. Per cui ci troviamo a vivere la fine di una lunga era politica senza vederne sorgere una nuova. Che forse parimenti criticheremmo, ma che comunque oggi non mostra alcun tratto della sua fisionomia.

Questa purtroppo è la storia dei primi giorni della sua attività legislativa, all’insegna di una serie di atti di pura manutenzione dell’esistente senza alcun guizzo significativo che faccia intravedere quale strada si voglia intraprendere da qui al 2018.

E questa, caro Presidente, non è solo un’impressione delle minoranze consiliari, ma appare sempre più manifestamente un tema anche dei vari attori sociali che, uno alla volta, dai sindacati dei lavoratori alle associazioni imprenditoriali, chi sommessamente e chi con più veemenza, fanno sentire il loro stupore per questa inerzia che sta caratterizzando l’inizio di legislatura.

Quello che è ora un mormorio imbarazzato, spesso in cerca di conferme, presto diventerà una domanda chiara e forte.

Ma cosa sta facendo la Giunta Maroni?

Qualche atto, qualche obolo elettorale non andato a buon fine e la prima caduta, grave e rovinosa, su nomine non certo di primo livello.

Tutto qui, verrebbe da dire.

Ed è proprio questo Suo immobilismo, questa Sua assenza di azione che fa sembrare il suo predecessore, del quale condividevamo poco o nulla, un campione di attivismo e dinamismo.

All’esterno c’è una situazione drammatica. Questi cinque anni di grande crisi lasciano macerie dappertutto, ma direi soprattutto in lombardia. Non voglio mettermi a citare le situazioni economiche e sociali che le cronache ci mettono ogni giorno sotto gli occhi.  La disoccupazione giovanile, e la nostra lombardia non fa eccezione, viaggia con velocità doppia (!!!) della media nazionale dei disoccupati; la mortalità delle imprese  ha superato per la prima volta nella nostra regione la natalità di nuove iniziative imprenditoriali; il crollo degli ordini interni alla regione è impressionante: da noi più che nel resto d’italia, una botta che va oltre il 7 per cento!

Per non citare il grido di dolore e di collera che appena ieri ci è giunto dall’industria edilizia, una delle filiere più importanti della nostra economia, la quale, fatto 100 il 2006,  lamenta un crollo delle compravendite immobiliari superiore al 40 per cento!

Cosa fa la Giunta? Di fronte a questa situazione può restare a guardare?

          Ed è questo il punto fondamentale. La Lombardia, come terzo ente di Governo per cittadini amministrati, può permettersi di trasformarsi in una sorta di “spettatore imbarazzato”, perdendo ogni ruolo di attore consapevole di quanto accade all’interno dei propri confini?

Purtroppo, però, è proprio il ruolo di “spettatore imbarazzato”, quello che si sta giocando su molte partite: assistiamo infatti a un esecutivo che abdica ad un ruolo di guida politica che invece, a nostro avviso, andrebbe esercitato con forza.

Lo vediamo ogni giorno nelle commissioni, dove ogni giorno si concentrano le lamentele di comuni, province, di associazioni di categoria, di sindacati. In cento giorni avremo fatto decine di audizioni in tutte le commissioni, e centinaia ne faremo ancora. E’ normale, in un tempo complesso come questo, che le lamentele siano molte e di diverso tipo. Ma quello che più stupisce sono le risposte interlocutorie, imbarazzate, dei suoi assessori, spesso senza una bussola precisa per indicare una strada, giusta o sbagliata che sia. Non c’è visione! Non siamo proprio riusciti a percepirla. E non per pregiudizio,  per partito preso!

Ci deve infatti dare atto, signor Presidente, che dalla minoranza ci siamo comunque sforzati di interpretare i primi cento giorni in modo molto corretto, con una apertura di credito che ha sempre distinto la propaganda dalla necessità di essere buoni legislatori.

Proprio per questo abbiamo lavorato insieme su alcuni progetti, senza steccati ideologici, ma cercando di migliorare, ad uso dei cittadini, quei testi proposti a diventare leggi. E questo impegno non verrà meno certo ora.

Ma, parliamoci chiaro, fino ad oggi abbiamo fatto interventi di mera manutenzione legislativa. Una proroga, una moratoria (che poi è la stessa cosa detta in altri termini), una di nomine commissariali , e una legge dettataci dal livello nazionale, quella sui costi della politica.

Altro, sinceramente, non si è visto.

E questa inerzia parte proprio dalla sua giunta, inerzia per la quale anche qui in Consiglio la sua stessa maggioranza resta spesso in attesa interlocutoria.

Come se le comunicazioni fra legislativo ed esecutivo, dalla stessa parte politica, non funzionassero poi così bene. Lo abbiamo visto, e cito solo un esempio, nel progetto di riforma dell’Aler, che Lei vorrebbe rinominate in Alpe, accolto in questo palazzo con un certo straniamento, a pochi giorni dalla presentazione da parte della Lega Nord, forza di cui lei continua ad essere segretario generale, di un progetto di Legge sullo stesso tema ma di contenuti ben diversi.

Come possiamo approvare quindi un documento così freddo, privo di anima, in cui comunque non ci ritroviamo?

E come possiamo renderlo vivo, laddove siete proprio voi ad ucciderlo? E i primi a non crederci?

Non possiamo perciò partecipare al gioco emendativo, laddove siamo convinti di dover rigettare in toto l’atto politico. D’altronde come possiamo sperare di migliorare una cosa del cui impianto non vediamo i lineamenti precisi e riconoscibili?

Ovviamente voglio essere chiaro, questo PRS contiene molte cose che prese singolarmente sono buone e lodevoli. Così come in molti emendamenti sono presentati miglioramenti condivisibili. Ma è proprio l’insieme di queste singole cose che non riesce a trasformarsi in un documento politico accettabile.

Non è un insieme di note che fa una sinfonia.

E bocciando il documento non bocciamo i singoli progetti ma l’insieme. Anche uno spartito, che esprime una pessima musica, contiene tante note che, suonate singolarmente, sono perfette; ciononostante nell’insieme possono spesso dare risultati stridenti.

 

 

Il PRS 2013 – 2018
 

Veniamo alla sessantina di pagine che costituiscono il Piano regionale di sviluppo, che già dal titolo contiene due termini fondamentali: il concetto di pianificazione e la necessità di farla per uno sviluppo.

Ho cercato nelle “Premesse” le parole chiave di una certa ispirazione. E’ l’unica occasione che il documento presenta – per come è costruito - per fissare qualche parametro generale rispetto all’annuncio di politiche fatte su segmenti separati.

Lei, presidente Maroni, provi a rileggere queste due pagine di approccio generale. Magari quando è politicamente più ispirato. Vedrà se non le viene un certo magone, come diciamo noi dalle nostre parti.

Sono sicuro che – se glielo faccio notare – anche lei conviene che quelle due paginette così scarne sono un’occasione persa. Persa per dare una cornice davvero strategica all’azione di governo.

La quale azione – finita la campagna elettorale e messi da parte gli arnesi della comunicazione - doveva significare escogitare un’equazione originale ed innovativa tra idee nuove, discontinuità necessarie e intelligente fronteggiamento della crisi delle risorse.

Poteva essere l’occasione per spiegare e far condividere ai cittadini lombardi il senso della sfida presente, cosa vuol dire, a terzo millennio cominciato, governare non il tran tran, ma l’uscita da una crisi tra le più terribili mai verificatesi..

Invece la prima mezza paginetta se ne va a ripetere i quattro arnesi della propaganda elettorale. La seconda e la terza se ne vanno a sciorinare i titoli delle quattordici competenze regionali dove al posto dei contenuti c’è, di solito, la parola “nuovo” (nuove forme, nuove modalità, nuova programmazione, eccetera); insieme alla parola “più” (più trasparenti, più competitivi, più rilevanti, eccetera).

Non vogliamo certo fare le pulci agli uffici che hanno steso i documenti, ma vederne il senso più complessivo. Tema per tema, i miei colleghi, illustrando gli ordini del giorno, aggrediranno più in profondità tutte le tematiche.

Qui invece vorrei proporre una lettura politica più generale, proprio partendo dalle considerazioni istituzionali del documento.

E qui viene spontanea una domanda diretta:

Caro Presidente, ci vuole spiegare, una volta per tutte, cosa è questa MACROREGIONE?

Qui siamo in una sede istituzionale, non abbiamo i tempi di una campagna elettorale o di un’intervista in televisione, per cui credo ci sia tutto il tempo e la possibilità di affrontare il tema in profondità.

Vorremmo infatti capire dal punto di vista istituzionale, ma anche sotto molti altri profili, che contenuto ha questa parola. E non parlo solo in termini di dialettica politica, ma le ricordo che la Macroregione è considerata nel PRS un risultato atteso, precisamente (Ist. 18.1) “l’Attuazione della Macroregione del Nord”. Un punto come un altro, alla stregua cioè della “Certificazione dei bilanci di tutte le aziende sanitarie” (Soc. 13.1) o del “Rinnovo parco autobus” (Ter. 10.2).

Per cui teniamoci al di fuori della polemica politica e, desiderando prendere con la massima serietà questo Piano – come il Presidente Cattaneo ci ha ripetutamente invitato a fare -, vorremmo sapere come pensa di attuare la Macroregione.

Quali sono gli strumenti con cui vuole attuarla? Vorremmo, in sintesi, capire, se lei ritiene che, nel 2018, vivremo tutti in una nuova entità costituzionalmente riconosciuta che si chiamerà “Macroregione del Nord”.

Come ho avuto modo più volte di sottolineare in campagna elettorale ciò ci vede pesantemente scettici, e perciò anche molto contrari. Noi pensiamo che questo sia solo uno slogan, ma ora ce lo troviamo fra i risultati attesi: perciò dovremmo aspettarci che si realizzi?

O dobbiamo pensare che anche tutti gli altri risultati attesi siano stati concepiti con lo stesso grado di fattibilità? Che quindi questo Prs sia un “libro dei sogni” – badi che l’espressione non è mia ma è tratta dalle osservazioni depositate dal Sindacato Padano, non un’autorità indipendente, si direbbe…

Perché se dobbiamo discutere di un documento la cui serietà è messa in discussione dalla stessa parte politica che lo ha presentato, allora forse è meglio fermarsi subito. Anche perché negli allegati al PRS, nel Rapporto sulla situazione economica, sociale e territoriale della regione, a pagina 7, punto 1.1.6, vengono tracciati, pur non esplicitamente, i confini della macroregione: “ipotetico aggregato dei territori regionali di Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli, Liguria, Emilia Romagna che danno evidenza del ruolo economico, sociale e territoriale di questa area del Paese”.

Ecco, che queste regioni abbiano numeri importanti ci vede assolutamente d’accordo, ma quello che non capiamo è come si realizzerebbe un soggetto istituzionale che le racchiuda? Come questo possa partire da questa regione? E soprattutto come possa mai verificarsi, visto che neppure i suoi alleati sembrano tanto convinti della bontà dell’idea?

Ad ora, infatti, la Macroregione viene usata per ironizzare, come quando un reggimento si sposta da Milano a Vercelli o un’industria da Milano a Verona. E’ tutta macroregione, viene ripetuto.

Ma oltre non si è andati.

Per cui le chiedo se gentilmente può spiegarci se esiste una road map per questo progetto, in modo che si possa aprire una riflessione politica sul tema o se invece dobbiamo prendere ogni affermazione sulla macroregione per come ci appare. Cioè uno slogan, forse privo di contenuto geopolitico; forse semplicemente il titolo del vostro libro dei sogni; un modo per ritornare, caduto l’impero romano, al 476, quando il re degli Eruli governava più o meno la stessa regione. Ma, se non sbaglio, si chiamava Odoacre, non Maroni!

 

Che fare degli enti locali?
Esiste poi anche un altro punto su cui il Prs non fornisce alcun chiarimento mentre noi crediamo sia un’urgenza in un’Italia in cui gli Enti Locali soffrono oltre ogni livello di guardia: come pensate di affrontare l’attività pianificatoria rispetto ai conflitti di una governance multilivello ‘irrisolta’?

Questo è uno dei temi sui quali una regione che ha la pretesa di avere una leadership sul territorio lombardo deve dare risposte convincenti.

Il suo predecessore, gentile Presidente, risolveva questo problema alla base, cioè non affrontandolo. Il neocentralismo regionale vigeva come sistema definitivo di governance, tutto il possibile veniva accentrato e riportato al 31esimo (al tempo) piano.

Lei, correttamente nella nostra ottica, ha sempre rifiutato un modello neo centralista, ma non si sta comportando di conseguenza.

Alla prima proposta di legge, quella su Aler, si è affrettato ad accentrare tutto a Milano, compresi i patrimoni storici delle comunità locali, tutto sotto un unico cappello.

Ora, anche grazie alle audizioni, capiamo che il conflitto fra i livelli sta esplodendo. Dai piccoli comuni alle province, dalle comunità montane alla città metropolitana, vediamo che gli enti lombardi cercano, un attore, un interlocutore forte nella regione Lombardia. Ma non lo trovano. Anzi in realtà trovano quello spettatore imbarazzato che non ha un indirizzo preciso e che se la cava rimarcando una terzietà che non è certo governo dei processi.

 

Expo
Infine, per rimanere a questa area fondamentale della pianificazione, vorremmo capire con chiarezza, con linee ben definite, il ruolo dell’Ente regione su tutta la partita dell’Expo 2015. Sappiamo che il suo predecessore ci teneva particolarmente a giocare un ruolo in prima persona su questa partita internazionale. Ora invece pare proprio che la Regione si limiti a fare da raccordo tra il commissario e gli altri livelli istituzionali.

Ci vorrebbe forse maggior coraggio. Anche approfittando della disponibilità appena dimostrata dalla presenza diretta del Governo e della Presidenza della Repubblica, questa domenica a Monza, chiaramente intenzionati a fare dell’Expo una scommessa di sviluppo per tutto il  Paese. 

Sarebbe da dedicarci in una visione integrata certamente UNA BUONA PARTE se non addirittura TUTTO il PRS, tra preparazione dell’evento e programmazione del DOPO Expo.

Fino ad ora invece ci siamo occupati delle infrastrutture per Expo ma, alle prime avvisaglie di quello che sarà il programma culturale che verrà presentato, mi consenta di sottolineare una certa delusione. Perché se la proposta finale dovesse essere quella illustrata nell’incontro con le regioni, ciò vorrebbe dire che non c’è nemmeno uno spunto identitario sulla Lombardia che meriti di diventare “racconto internazionale”, “narrazione” della nostra ambizione di leadershep in Europa e nel mondo.

 

Area Economica
Passiamo ora alla visione economica contenuta nel Prs. Molte singole azioni sono, come ripetuto, lodevoli ma ci consenta di dire che, in un periodo di grave crisi, non è solo questo di cui c’è bisogno.

Sembra infatti che la programmazione quinquennale sia semplicemente impostata su un criterio di mera difesa dell’esistente, una lettura quasi di cura di un sistema malato senza nessuno spunto per un rilancio. E noi abbiamo bisogno, oggi in Lombardia, di una visione di politica economica, di un indirizzo. E’ quello che chiedono ripetutamente i sistemi imprenditoriali, ed è un compito che il pubblico, soprattutto in un momento di crisi, deve prendersi.

Noi riteniamo che sia necessario un cambio di passo delle istituzioni sotto questo profilo. E crediamo che la nostra bussola debba essere quella della CREAZIONE DI VALORE.

Per troppi anni la politica italiana è stata incentrata su politiche di riduzione dei costi e sul taglio delle spese. L’accesso più diretto a nuove risorse è stato implementato con l’utilizzo massiccio della leva fiscale.

E questo sistema, purtroppo, non e’ diverso in lombardia. In tutti questi anni al potere non siete stati capaci di cambiare: e così la nostra regione si trova ad avere l’87 per cento delle entrate coperte dal GETTITO FISCALE, tra le regioni italiane unica insieme al Lazio ad avere una quota così alta.

Ma c’è di più. BEN IL 91 per cento di questa quota totale VA IN SPESA CORRENTE, dove la parte del leone (l’85%) va in spesa sanitaria. Ecco il MODELLO LOMBARDO, riproposto in questo PIANO. MI CHIEDO E CHIEDO A VOI: E’ UN MODELLO SANO?  SIAMO SICURI CHE NON SI POSSA MIGLIORARE?

La semplificazione è divenuta il centro di ogni nostro discorso, ed è un impegno che noi ci prendiamo.  

Ma temiamo che tutto ciò non sia più sufficiente per la ripresa economica.

A GIOCARE IN DIFESA NON SI VINCE MAI.

C’è la necessità di politiche vere per la creazione di valore. E’ questo il motore che ci deve spingere. E una pianificazione che si rispetti deve avere questo obiettivo come stella polare.

Oggi, pare chiaro a tutti, in queste condizioni, il valore è IL LAVORO, l’OCCUPAZIONE. 

E dovremo finalizzare le nostre risorse, le nostre idee, i nostri sforzi verso questa domanda che ci viene da tutti i settori della nostra società, da quelli più fragili a quelli imprenditoriali, a quelli istituzionali (dalla Chiesa ai Comuni…).

E’ un criterio di priorità assoluta, dovrebbe essere un’ossessione del legislatore, se mi si passa il termine.

E purtroppo quello che non vediamo in questo Prs è proprio una gerarchia, un criterio di priorità. 

Vengono invece proposti 346 obiettivi, senza alcuna priorità tra di essi. Senza alcuna visione di politica economica integrata tra i vari comparti industriali. 

Manca una indicazione di politica energetica. Manca addirittura una politica per l’agricoltura,  la quale fatica a trovare un suo spazio tra industria, artigianato e terziario. Ecco perché in questo piano,  il quale, sottolineo, dovrebbe accompagnarci fino al 2018, non si riesce a percepire una VISIONE. Al meglio può essere definito un piano tecnico, non politico: perché la scelta politica avviene proprio sulla gerarchia delle domande. E questa scelta purtroppo non c’è.

Sappiamo che in politica l’operazione più difficile è proprio passare dallo slogan al progetto. Ma quando ci sarà un progetto credibile e serio in questa direzione non faremo mancare certo il nostro impegno. Ad oggi, sinceramente, giudichiamo questo strumento pianificatorio altamente insufficiente per fronteggiare quel convitato sgradevole che è la crisi.

Occorre infatti una terapia d’urto che qui non si ravvede neppure lessicalmente. E non credo che prendersela con Roma, con il governo nazionale o centrale – che dir si voglia -  sia sufficiente. Come non basta nascondersi dietro al ritornello del 75% che abbiamo già più volte sbugiardato.

Le parole infatti più usate in questo documento sono SUPPORTO e SOSTEGNO, misure che, nella loro nobiltà, danno già l’idea di staticità e non di propulsione.

Un’idea ancillare, non protagonista.

Non c’è una seria politica per l’innovazione (verrebbe da chiedere se per voi l’innovazione è un valore), pochissimo sulla ricerca, sul commercio solo misure placebo, una delle quali l’abbiamo votata qui in Aula congiuntamente.

 

Green Economy come volano
Esiste poi una riflessione sulla Green Economy che appare al momento assolutamente insufficiente, quasi di maniera.

Le politiche per la sostenibilità non sono una concessione di maniera all’ambientalismo ma un’occasione concreta per rilanciare la ricerca, lo sviluppo tecnologico, la produzione artigianale, industriale, e particolarmente importante per noi, la produzione agricola nella nostra Regione, all’avanguardia delle coltivazioni biologiche. Sono un’occasione irrinunciabile per riposizionare la Lombardia sulla frontiera dell’innovazione e della green economy, agganciandola a un futuro che è già realtà nelle regioni più moderne e competitive d’Europa, con le quali vorremmo finalmente confrontarci.

Qualità dell’ambiente significa qualità dell’aria, dell’acqua e dei suoli, tutela del paesaggio, della biodiversità, dell’identità locale. Significa tutela della salute e qualità della vita: un nuovo welfare per i cittadini di oggi e un modo concreto per sostenere e promuovere i comportamenti virtuosi, a vantaggio delle attuali e delle future generazioni.

La strategia per la sostenibilità si deve fondare su pochi obiettivi: chiari, praticabili, graduati nel tempo. Comprensibili dai cittadini, dalle imprese, dalle istituzioni, affinché tutti si sentano partecipi e beneficiari del nuovo corso.

Esiste poi il grande tema del CONSUMO DI SUOLO, di cui altri oggi parleranno e che credo diventi un’urgenza da non rimandare oltre, anche nel quadro di una revisione complessiva della legge 12 sul territorio.

Restituire integrità al territorio lombardo, devastato da costruzioni inutilizzate, da discariche e cave, è una priorità per il futuro dei nostri giovani. Così come ridare al Po la sua dignità di Grande Fiume e all’importantissimo reticolo idrico lombardo una salvaguardia degna di questo nome. Acqua, aria e terra sono il nostro patrimonio più grande, il futuro dei nostri figli, e su queste occorre un’attenzione che va ben oltre quanto è stato messo in cantiere.

 

Area sociale
Parlando della qualità dell’ambiente in cui viviamo, parliamo anche direttamente della nostra salute.

Vorrei ricordare alcuni punti qualificanti del nostro modo di intendere la sanità, di cui non abbiamo mai disconosciuto l’eccellenza medica ma sulla quale abbiamo una visione diversa dal punto di vista organizzativo, di risparmi ottenibili e di differenza di investimento rispetto alla prevenzione.

I cittadini lombardi infatti – e purtroppo – vivono meno di quelli toscani ed emiliani, muoiono più spesso di tumore e infarto e sono più a rischio per alcool e fumo. Se a tutto questo aggiungiamo che, paradossalmente, pagano di più di tasca propria in sanità capiamo che c’è qualcosa che non va.

Facciamo un esempio su ciò che intendiamo per prevenzione. L’aria della pianura padana è tra le più inquinate d’Europa. E’ necessario quindi fare qualcosa non solo sul versante della cura, ma anche sulla prevenzione. Con una politica per il controllo dell’inquinamento atmosferico e del traffico urbano si può fare molto. Molto anche con la promozione di stili di vita più salutari ma soprattutto con campagne più intense di diagnosi precoce di alcune malattie e tumori.

Questo deve essere un impegno prioritario, perché se i cittadini sono messi in condizioni di seria prevenzione si spenderà di meno per la cura. Serve una stagione che rilanci la prevenzione, si occupi di cosa e come si produce e non solo di quanto e a che costi.

Le eccellenze cliniche che esistono nella nostra Regione possono e devono trovare valorizzazione e espressione in una rete di presidi e servizi che collaborano operativamente tra di loro, in cui l’accoglienza e l’attenzione ai bisogni essenziali dei pazienti sia il criterio di azione.

In sanità poi solo un certo livello di competizione è potenzialmente fruttuosa.

Se la competizione diventa eccessiva, mirata al profitto e alle rendite di posizione, allora produce inefficienze, duplicazioni, frammentazione dei servizi per gli utenti. La Lombardia,   e tanto più il resto del Paese, ha bisogno di più efficienza nel pubblico e meno opportunismo nel privato accreditato. 

Ha bisogno di solidarietà di sistema, di sviluppare forme di collaborazioni tra aziende e enti non profit e profit, tra reti professionali, tra sociale e sanitario, evitando duplicazioni e frammentazioni dei servizi.

La scarsa collaborazione tra pubblico e privato sfocia in situazioni evidenti di antagonismo tra i produttori, in una logica dove l’importante non è che si facciano le cose bene, ma di conquista di quote di mercato, potenzialmente a scapito della prevenzione e della “produzione” di salute.

Le quote necessarie di competizione debbono quindi essere regolate, affinché siano virtuose. Siamo invece in un contesto dove, a fronte di un pubblico troppo spesso burocratizzato, il privato ha potuto svilupparsi anche a causa dell’assente funzione di regolazione e programmazione regionale che, ad esempio, permette differenziali retributivi tra gli operatori di base fino al 50% per le identiche mansioni e livelli di produttività.

La Lombardia, così come il Paese, ha bisogno di una rivoluzione nelle logiche di selezione e promozione dei professionisti e dei manager del servizio pubblico, questo lo diciamo perché per sostenere il sistema nella sua complessità sono richieste persone preparate e competenti, scelte per merito e non per i percorsi di carriera nella loro affiliazione politica.

Ripeto queste cose perché erano analisi che in campagna elettorale condividevamo anche se, a ben vedere, alla prima occasione siete ricaduti immediatamente nell’antico errore. Quando con le nomine si affronterà il turn over dei direttori generali vi aspetteremo al varco, non senza un certo scetticismo di fondo.

La nostra convinzione è quindi che in questa regione con 10 milioni di abitanti, in profondo e costante cambiamento, è necessario innovare la geografia e tipologia dei servizi sociali e sanitari disponibili, rendendoli coerenti ai quadri dei bisogni emergenti, valorizzando le autonomie e le differenze locali, che richiedono una riorganizzazione delle Aziende Sanitarie e Ospedaliere e soluzioni differenti tra metropoli e zone lacustri o montane.

E questo, purtroppo, non emerge con chiarezza dal vostro Piano di Sviluppo.

 

Conclusioni
Per concludere, caro Presidente, quello che emerge da questi primi cento giorni e dal suo documento programmatico è una sostanziale assenza di visione. Politica e strategica. Forse i problemi nella gestione di un partito come il suo, che sta attraversando una crisi complessa e importante, forse una struttura organizzativa che non sente ancora la mano del nuovo guidatore e che tende a rifare quello che faceva con il vecchio nocchiero, non le hanno consentito di imprimere a questa legislatura un nuovo corso, come forse è tuttora nelle sue intenzioni.

In questo documento, che di seguito sarà analizzato con metodo, io trovo più filosofia della competenza che filosofia del rendimento.

Trovo molta autogiustificazione del percorso amministrativo fin qui intrapreso, che certo avrà anche avuto i suoi buoni momenti, ma che oggi deve rispondere ai cittadini di un macigno caduto addosso alla Regione, per cui un governo si è dimesso per crac politico e ha chiuso con largo anticipo una legislatura.

 

Dov’è il senso di riorganizzazione delle politiche pubbliche?

In questo documento non lo vediamo.

Una ampia e radicale riorganizzazione sarebbe invece necessaria:  

• a un nuovo discorso con i soggetti produttivi;
• ad una diversa proposta in ordine alle potenzialità di investimento;
• ad un nuovo ed etico presidio pubblico a fronte dell’infinita cattiva amministrazione e varia corruttela che hanno rovinato la reputazione di questa regione tra i lombardi e, quel che è più grave, anche al di fuori della Lombardia.
Se si pensa che ciò sia un problema inesistente di cui imputare i media e l’opposizione rancorosa, beh, avete cominciato con il piede sbagliato a fare la vostra rivoluzione verde.

Nessuna “rivoluzione” esce dalle pagine di questo documento. Tutto il blocco di potere che si è costruito in venti anni è qui a dire: grazie Maroni; certo abbiamo dovuto fare qualche concessione per le impresentabilità, siamo ancora tutti al nostro posto.

Eppure, le confesso, qualche attesa c’era, con il Suo arrivo avevamo anche noi qualche speranza di cambiamento…

Negli anni passati la componente liberale della destra (l’etichetta sarebbe europea) aveva caratterizzato la linea progettuale -  in generale e in un territorio come la Lombardia in particolare - con una visione di rinuncia alla progettualità istituzionale; dentro cui poi, come si è visto, i piani di sussidiarietà  di quelle realtà a voi più vicine, costruivano un loro sistema di opportunità più che una visione generale dello sviluppo.

Con questa regia, la componente della Lega si limitava a presidiare una sorta di protezione a testa bassa, rispetto al processo di globalizzazione.

La nostra attesa era di vedere se, spostata la regia sulla Lega, gli indirizzi progettuali per lo sviluppo del centrodestra sarebbero evoluti e in quale chiave.

Fermo restando il sostanziale “copia&incolla” sui dossier settoriali – che è un dato di trascuratezza più che di cultura politica – quello che si ricava dalla lettura del documento è il tentativo di far planare tutti sul terreno delle soluzioni fiscali e non su quello della rigenerazione di processi pubblico-privati per la creazione di nuova attrattività e quindi di nuova cultura imprenditoriale dello sviluppo.

Insomma una risposta che assomiglia a quelle di certi paesi asiatici e molto poco a quelle dei paesi dell’Europa continentale ai quali si dice che la Lombardia vuole assomigliare.

 

La controprova sta nella parte finale del documento in cui sono tracciate indicazioni che dovrebbero permettere di comprendere l’analisi dell’andamento attuativo della precedente progettazione.

La prego di mettere in mano a qualunque scuola di valutazione delle politiche pubbliche questa parte del documento (e le università della Lombardia pullulano di esperti in questo campo) per farsi dire se c’è la configurazione di qualche serio parametro che permetta davvero alla società civile ed economica di andare al di là delle aggettivazioni per farsi due conti veri sui processi in atto e per capire sul serio se le cose vanno meglio o peggio.

La seconda parte del documento dovrebbe essere una sorta di “controprova”. Essa è invece la “controprova” di questa nostra percezione di vuoto strategico che dipende – per l’appunto – dalla pochezza (e quindi dalla mancanza di severità gestita nell’interesse dei cittadini e delle imprese) di approccio valutativo.

 

Ecco, sono queste le considerazioni che l’opposizione esprime sui profili generali in ordine a un documento su cui la politica:

• non ha fissato i piani di discontinuità nelle chiavi generali di analisi,
• non ha tenuto a freno il protagonismo burocratico della gestione tecnica delle competenze,
• non ha imposto a sé (dando anche un’esemplare indicazione alle amministrazioni locali) una severa valutazione dell’anno di crisi facendo credere – come fossimo un sistema tribale – che è il destino a voltarci le spalle o è la fortuna che ancora non ci sorride.
 

Le auguro, presidente Maroni, di trovare la grinta necessaria per cambiare spartito musicale su questa materia. La Lombardia subirà la perdita di tempo, ma lei troverà un ruolo per concentrarsi meglio su quella che dovrebbe essere la sua competenza ultra-prioritaria.

Per ora quindi il nostro parere resta negativo, visto che quel poco che si cerca di fare o pianificare ha poco o nulla di nuovo rispetto a una lunga deriva che ormai dura da diciotto anni e che non è in grado di modificare le sue abitudini.

Noi crediamo che i Lombardi abbiano bisogno di qualcosa di diverso di una non rassicurante routine. La crisi morde e voi non vi muovete a sufficienza.

Occorre quindi un cambio di passo e forse una riformulazione del Piano Regionale di Sviluppo in chiave più aderente alle reali necessità di cambiamento.

Questo darebbe un valore diverso, meno compilativo e stanco, al documento, e consentirebbe alla discussione politica di dispiegarsi su profili più alti.

Altrimenti prendiamo atto che il Prs è un esercizio retorico, un ritratto dell’esistente e come tale assomiglia ancora troppo al Suo predecessore per avere da noi una pur minima apertura di credito.

Per questo le confermo

con dispiacere per un documento di questo tipo,

il nostro voto contrario.


 
 

Ambrosoli attacca Maroni
In Consiglio cerchiamo di lavorare ma la sua giunta è bloccata
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MILANO - «Nulla di quello che vediamo accadere mi colpisce: era tutto perfettamente prevedibile, e previsto, durante la campagna elettorale. Del resto, parliamo delle forze politiche che già governavano assieme prima che una facesse cadere l’altra: cosa aspettarsi di diverso? Bisognerebbe avere coraggio, invece vedo solo furbizia e vecchischemi di equilibri politici».
Umberto Ambrosoli, dall’insediamento di Roberto Maroni sono passati cento giorni. È tempo di primi bilanci?
«Nessuno può pensare che in cento giorni si possano fare miracoli, ma questi sono stati letteralmente buttati al vento. E ora, con il sole di luglio, le mille bolle blu delle promesse elettorali dell’inverno si sono dissolte. Lo dico non solo io, ma anche quei sindacati che, all’inizio, avevano aperto il credito a questa giunta: Petteni, il segretario della Cisl, l’altro giorno ha parlato di un bilancio fallimentare ».
Dovuto a cosa, secondo lei?
«Qui c’è l’assenza di qualsiasi proposta strategica generale. Nelsuo discorso di insediamento Maroni si era mantenuto in un precario equilibrio tra continuità e innovazione: un equilibrio già caduto, ora, con la vicenda delle nomine, che a quanto sembra vengono fatte seguendo il criterio del “c’è posto per tutti”, che regge solo finché la maggioranza tiene».
Il Pdl ha già chiesto la prima verifica: basta questo per dire che la maggioranza non terrà?
«Io credo che nel vuoto assoluto di prospettiva di questa giunta il vero collagene sia il mantenimento degli equilibri interni. Anche a costo di stravolgere il buonsenso, come dimostrano la vicenda Abelli, quella Magnano...».
Sulla nomina di Magnano il Patto civico presenta un’interrogazione. Quali sono i motivi del vostro dissenso?
«Con le nomine delle partecipate si va a incidere su contesti delicati: servono soggetti su cui non ci sia il minimo dubbio.
Francesco Magnano ha appena ricevuto un avviso di conclusione in-dagini per falso ideologico. La presunzione di innocenza regna sovrana, però... In più c’è anche la questione dei requisiti professionali necessari: c’è una norma che vieta il passaggio da ruoli di carattere politico a ruoli amministrativi nella stessa istituzione, ma Magnano è stato sottosegretario di Formigoni. La sensazione è che le nomine siano una forma di ringraziamento elettorale, un premio remunerativo ».
Non sarà imbarazzante per Maroni, questa storia delle nomine?
«Da uno che prometteva di portare al Nord il 75 per cento di tasse, che aveva detto che avrebbe lasciato la segreteria della Lega e non l’ha fatto, che non ha neanche mantenuto la promessa di“scendere” dall’ultimo piano del Pirellone non mi aspetto imbarazzo. Del resto credo che, tranne una piccolissima parte, chi l’ha votato non si aspettasse da lui nulla di diverso».
In questi cento giorni si è parlato di sanità e di lavoro. Parole a parte, vede qualche risultato?
«Come dicevo, il bilancio fallimentare è già fatto dai sindacati. Ogni settimana sotto il Pirellone c’è un nuovo presidio di lavoratori in difficoltà. I sindacati chiedono la revisione della cassa integrazione: invece la giunta rifinanzia e basta, senza progetti, come se le famiglie dovessero continuare a vivere di questa assistenza. Manca una politica industriale, manca la visione. Allo stesso modo, manca qualsiasi progetto al di là dell’oggi sulla sanità. In Consiglio lavoriamo senza steccati ideologici sui costi della politica, sui ticket. Al nuovo Pirellone, invece, si vive di immagine».
Quale pronostico fa sull’esito della verifica di maggioranza chiesta dal Pdl?
«Sarà al ribasso, perché non parte da proposte ma da lamentele, e porterà all’ennesima pezza. Ma è come con i vecchi gommoni:se la tela è marcia non puoi ripararli di continuo. E in questa situazione ci sarà chi gongola — penso all’ex presidente Formigoni — e di sicuro chi ne approfitterà per regolare vecchi conti, quelli che hanno portato alla fine anticipata dello scorso mandato».
 

Sul civismo un intervento di Titta Magnoli
Il voto in Lombardia conferma il successo delle liste dei cittadini. Anche nel centrodestra

MILANO - Diminuzione dei votanti e considerevole aumento delle esperienze civiche sono i due dati fondamentali di questa tornata amministrativa. Da una parte non stupisce affatto che il primo esito venga giustamente considerato e enfatizzato dagli analisti. Dall’altra stupisce come l’avanzata del civismo venga derubricata, soprattutto al Nord, dove è stata elemento fondamentale del cambiamento del quadro politico. Ovviamente il civismo paga un difetto di reputazione, perché spesso si è abusato dello strumento, come fosse un semplice atto di cosmesi sotto il quale il ceto politico nascondeva i propri difetti e si riciclava sperando in una nuova vita. Spesso il civismo in passato è stato questo, refugium peccatorum, occorre darne atto: una foglia di fico sotto la quale venivano raggruppati i rimasugli di un sistema politico in mutazione.

Ma quello che sta avvenendo oggi è qualcosa di realmente diverso, il rischio vero è di non coglierlo appieno. Infatti, se la politica tradizionalmente organizzata perde consenso, non tutto va necessariamente nel contenitore del non voto. Molto va, in primo luogo, nel movimento Cinque stelle che avrebbe tutte le carte in regola per interpretare un approccio realmente civico alla politica. Purtroppo i grillini stanno vanificando questa possibilità chiudendosi in una struttura leninista, più rigida di quella partitica, che è proprio ciò da cui i cittadini (quelli veri) cercano di fuggire. Si può dire che lo spirito rivoluzionario del Movimento, con corollario di lessico incentrato sullo spirito di cittadinanza, stia arrivando alla fase del Terrore con una parabola dalla velocità inaspettata.

Altra cosa è il civismo diffuso che si muove liberamente sui territori, qualcosa che non ha forma precisa, ma che ha perso il suo aspetto di seconda gamba, costruita ad hoc dai partiti, e vive di vita propria. Basta scorrere le coalizioni dei sindaci che hanno vinto al nord per trovarne tracce significative che vanno ben oltre la fisiologia. Il civismo cresce molto, soprattutto con il centrosinistra, perché si sente più tutelato nella sua indipendenza. Ma cresce anche a destra, e sarebbe un errore non cogliere questo dato. Se l’esperienza guidata da Umberto Ambrosoli sta continuando a incrementarsi, nonostante l’esito negativo di elezioni regionali schiacciate sulla partita delle politiche, il civismo che si è coalizzato intorno a Maroni, guidato da Stefano Bruno Galli, dimostra che anche in Lombardia il tessuto politico post-leghista sta già prendendo forma. Non dovremo stupirci, infatti, se nei prossimi mesi succederà qualcosa di concreto che cambierà l’orizzonte della storia leghista.

Il Pd in Lombardia, come altrove, ha favorito la crescita di questo fenomeno, cogliendone l’essenza vera, quella di un’autenticità che non va contaminata. Ora occorre che il civismo inizi a camminare con le sue gambe, ad affrontare la sua vera sfida, quella di farsi e pluribus unum, da movimento frastagliato e multiforme a soggetto politico. Finora il grande salto non è riuscito, ma sembra proprio che il terreno sia pronto a recepire un cambio strutturale del quadro politico.

Finalmente il civismo può diventare soggetto politico. Questo sembra l’orizzonte più concreto, dopo anni di lavoro al Nord, che vedono in Pisapia l’esperimento più riuscito. La sfida è aperta. E se è vero che la Lombardia è il laboratorio dei grandi cambiamenti politici dell’Italia, quello che sta accadendo a queste latitudini è un fenomeno che va seguito con attenzione.

di Titta Magnoli
 

L'analisi del (non) voto di Mimmo Merlo
Occorre avviare e rendere effettivi i processi d’inclusione per frenare l'assenteismo

MILANO - Le elezioni amministrative del 2013, tenutesi solo a pochi mesi di distanza dalle politiche ed indipendentemente dal risultato positivo per i sindaci eletti in Lombardia (Sondrio, Lodi e Brescia) non che quelli di Roma e Treviso tra gli altri, denotano una diffusa presenza di liste civiche, che intercettano una percentuale di consenso che va oltre la messe che raccolgono i partiti identitari nati nel novecento o da loro derivati. L’università di Perugia che confronta i dati elettorali e ne analizza i flussi, rileva alcune tendenze che meritano un’accurata riflessione..

A queste elezioni amministrative, è andato a votare il 14% in meno rispetto alle precedenti amministrative (ai ballottaggi un ulteriore meno 15%), e con un calo altrettanto significativo (maggiore del 15%) rispetto alle elezioni politiche di Febbraio 2013. L’analisi dei comportamenti elettorali ha rilevato che solo il 50% degli elettori, (circa il 25% degli aventi diritto), avrebbe fatto la propria scelta secondo un principio di fidelizzazione, mentre l’altro 50% l’avrebbe maturata in modo progressivo nell’ultimo mese.

I numeri hanno il merito di essere inequivocabili, e solo la strumentalità politologica può ostinarsi a declinarli in modo strumentale o capzioso: la “Governance” del Paese si trova in una pericolosa situazione una credibilità ridotta ai minimi termini, e con i suoi “intrepreti costituzionali”, i partiti, con più accentuato tasso di sfiducia che supera il 90%.

Le amministrative, con l’elezione diretta del sindaco, avevano sin qui rappresentato, nell’articolato sistema di manifestazione della democrazia nel nostro Paese, il punto più alto di manifestazione della sovranità elettorale da parte dei cittadini, i quali davano più facilmente la fiducia al “loro sindaco”, perché, per la vicinanza, ne potevano controllare e misurarne l’operato; un’antica e consolidata tradizione della vocazione municipalista del Paese, che i dati relativi alla desistenza elettorale mettono in discussione con il rischio che un consolidato “baluardo” possa venir meno.
Analizzando lo scenario da una prospettiva di tipo cartesiano, ci porterebbe a dedurre che sul piano complessivo di sistema Paese, ci veniamo a trovare in “una situazione limite”, aggravata dalla drammaticità della crisi economica che diffonde angoscia e con essa con l’endemico rischio minacce alla democrazia a partire dai suoi valori.

L’Europa, che per decenni ha rappresentato per la maggioranza degli italiani, la speranza di una “Sovranità Sovranazionale” che potesse indurre quella nazionale a imitarne i modelli virtuosi di Governance, rifuggendo da una pratica tanto autoreferenziale quanto provincialmente autarchica contribuisce a rendere lo scenario prospettico ancor più fosco.
Infatti l’Europa è in crisi, non ha saputo maturare un’autonoma e integrata visione del proprio ruolo nel sistema globale, rifuggendo troppo spesso nella condizionata difesa delle singole identità nazionali, costringendosi così a cedere sovranità al proprio esterno, e a farla cedere al proprio interno, in ossequio al principio di “virtuosità” politico-economico-finanziaria, ai suoi membri più deboli. Ciò comporta che nella U.E. incominciano a farsi sempre più sentire le forze dello scetticismo, che intercettano il diffuso spavento dei cittadini, premendo sulle istituzioni per creare condizioni differenziali all’interno e minacciando così il valore strategico del progetto di Unione Europea.

Tutto ciò sta pericolosamente accadendo mentre le democrazie, se non lo sono già, rischiano di involvere in una fase di tipo “post democratico”; dove per post democrazia definisce lo scenario nel quale i sistemi politici continuano ad essere regolati da norme democratiche, la cui applicazione, però è progressivamente svuotata dalla prassi politica e di “governance”; il nostro Paese da parecchi anni si trova in una situazione di Post Democrazia, per buona pace dei cultori della forma della nostra Costituzione.

Domandarsi quale ruolo possono o debbano svolgere le “Liste Civiche”, che non possono che essere che quelle che hanno innanzitutto la visione di come deve essere configurato sia il modello di Governance e sia il funzionamento dei suoi processi decisionali.

Un modello di Governance, che per dirla anche con il neo PD Barca, non può che essere basata sulla “necessità democratica” di fare uscire i partiti dalla “Governance” stessa, prerequisito questo che richiede però un ulteriore passo evolutivo, il riconoscimento della sovranità dei cittadini che non si esaurisce nella delega elettorale, ma che impone modelli di governo orientati all’inclusione, processati nella logica della condivisione per ricostruire un rapporto di senso di appartenenza civica fondamentale per difendere la democrazia.

La seconda repubblica è fallita per l’assoluta assenza di un progetto politico; per lungo tempo si è assegnato il compito di surrogare la politica con l’evocazione moralistica in nome di un’etica diversamente declinata più personalizzata che strutturata, il risultato è che dopo quattro lustri ci si ritrova senza una politica, senza un’etica di governo di tipo europeo, e con un elettorato spaventato che vede minacciato il suo presente ed un futuro diverso da quello immaginato, piuttosto angosciante.
L’Italia non è un’isola, dovrebbe capirlo anche il PD, espressione politica più sintesi del passato che partito visionario di una prospettiva d’integrazione politica in Europa, e caratterizzato da una forte propensione al confronto con il sistema complesso di relazioni economiche, sociali e civili nel complesso sistema globale.
A tracciare i binari della politica che serve, almeno da noi, non possono essere i partiti novecenteschi, perché sommersi da una concezione autarchica della politica e perché per molti di essi, per l’impossibilitati nel trovare riscontri positivi alla vocazione ideologica di tipo internazionalista.
Ma non lo riuscirà a fare nemmeno il PD, se continua a considerarsi “ircocervo innovativo” atipico in Europa, anziché, a pieno titolo, parte attiva della sinistra democratica europea e globale, e ancora dibattuto sul ruolo egemone dell’istituzione partito sia nella politica che nella “Governance”.

Partendo da queste considerazioni, le liste civiche, quelle nate sul modello milanese, sono chiamate a compiere delle scelte distintive di qualità, sia nello stimolare una visione meno isolata della politica nazionale, sia nel provocare a livello territoriale un diverso modello di visione della governabilità.
Se le liste civiche si limitano a essere un veicolo, per trasporti elettorali che si possono meglio valorizzare che non in altre liste, o per promuovere la competenza o la moralità fine a se stessa, la loro prospettiva non potrà che essere condizionata dalla maggiore o minore capacità di rinnovarsi dei partiti, o dal disimpegno elettorale, che esaurito il bonus novità, finirà per coinvolgere anche le liste civiche .
Essendo movimenti e non partiti, dovranno caratterizzare le loro iniziative per la difesa vera della democrazia, partendo da una laicità di approccio, pronti al confronto senza tabù e “pregiudizi sacerdotali”, qualificando la propria scelta di campo, non tanto su una presunta diversità etica o tecnocratica, bensì sulla distintiva concezione della qualità della democrazia nelle Governance territoriali del terzo millennio e nella riaffermazione della centralità delle comunità territoriali in una visione unitaria del sistema Paese. Una forte e consolidata democrazia locale, fondata sulla condivisione civica per andare oltre una limitata concezione “giuridicizzata” dell’amministrare, finalizzandola al coinvolgimento di un volontariato civico a sostegno del perseguimento sia di innovazione e sia alla ricostruzione di quel tessuto civico che in passato costituiva il collante della solidarietà e responsabilità civica che caratterizzava i rapporti tra le comunità e chi le governava.
 

La ricostruzione di una forte credibilità tra istituzioni e cittadini a livello territoriale non può che rappresentare l’antidoto per un’involuzione pericolosa della democrazia sostanziale, ancor più in uno scenario di rafforzamento delle autonomie (federalismo e municipalismo) declinati in uno scenario di responsabilità e solidarietà. Proprio a partire dalle realtà dove i Movimenti Civici sono parte attiva della maggioranza, dovrebbero caratterizzarsi le iniziative per avviare e rendere effettivi i processi d’inclusione, ovvero che le città diventino Smart soprattutto perché i processi decisionali hanno il conforto del consenso nel durante del processo e non ideologicamente ex ante né tanto meno, propagandisticamente, ex post.


Per queste ragioni il Movimento e i Movimenti Civici non necessitano pregiudizialmente di un leader, bensì di facilitatori e di interpreti delle iniziative coerenti del movimento.
Ritengo che l’iniziativa del convegno " PARTITI POLITICI E I MOVIMENTI CIVICI' " del PD e dei compagni e amici di Lecco, meriti la massima riflessione, e che possa rappresentare l’incipit di un processo di riflessione sul ruolo sia delle Liste Civiche, e sia del PD nell’attuale congiuntura politica non che in prospettiva.

di Mimmo Merlo 

Proposte civiche per far ripartire Milano
Verso la prima Conferenza Generale del Civismo Metropolitano e Regionale.
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Milano - ''You’ll never walk alone!'' : il famoso (per chi segue il calcio) coro dei tifosi del Liverpool accompagna da sempre le partite della squadra. In casa, in trasferta, all'estero, migliaia di voci a incitare e sostenere i 'reds'' dal primo all'ultimo minuto, quando stanno vincendo, ma soprattutto nei momenti in cui sono in difficoltà, in cui soffrono non riuscendo a uscire dall'area di rigore.
 

Viene quindi spontaneo, dal cuore fare sentire - ora più che mai - alla squadra ''rosso-arancione'' di Palazzo Marino, il sostegno forte e chiaro di chi come noi forse proprio tifoso non lo è mai stato, ma dichiarato e appassionato attivista civico - mettendoci faccia, energie, lavoro - sicuramente si!
 

''Ma ....noi...chi? Chi siete? Di chi stai parlando?''domanda incredulo e sornione l'amico che mi sta davanti e prosegue '' vedi ancora facce allegre, motivate e piene di speranza di cambiamento in giro? Io no! Smarrimento e Sogni infranti tra gli elettori, Solitudine e Sbandate continue in Giunta.....parenti molto prossimi di Sconfitta in arrivo!!'' .
 

''Sei tu che sbagli '' replico convinto ad alta voce '' il lavoro fin qui fatto è stato enorme, in mezzo alla crisi più dura del dopoguerra e con il Governo che taglia risorse economiche agli enti locali per centinaia di milioni di euro.
PGT, area C, derivati, parcheggi e Pisapia con l'indice di gradimento sempre alto..... Proprio in questi giorni stiamo lavorando alla seconda edizione di un opuscolo che racconta le attività e i progetti realizzati dalla Giunta nel suo secondo anno di lavoro......più di 20 pagine!'' concludo soddisfatto.
 

''Bene! buona iniziativa, ma la città dovrebbe essere coinvolta, non solamente informata ex post, nelle decisioni, almeno in quelle più rilevanti. Per davvero però! Il Sindaco ritrovi il tempo per il dialogo continuo e diretto con i cittadini. Affronti con noi le questioni più spinose e ci faccia partecipi delle difficoltà che incontra. La partecipazione è il comandamento civico per eccellenza oppure un effimero slogan elettorale?? Il Sindaco dimostri di essere il responsabile di una Comunità e non il comandante di un fortino assediato!''
 

L'amico ora è un fiume in piena. Provo a interromperlo ''… ma… i partiti.... la coalizione....le maggioranze....la realpolitik....''.
 

'' Finiti per sempre. Guarda i dati dei votanti delle ultime comunali: i numeri parlano chiaro, così come l'indicazione politica : vincono i candidati sostenutiapparentati con le Liste Civiche.
 

Anche Maroni lo ha capito e in tutta fretta ha dato vita a una lista civetta risultata decisiva (con l'election day) per la sua sofferta vittoria in Regione a febbraio''.
 

Fin qui il breve dialogo immaginario tra i due ''sè'' presenti oggi - molto probabilmente - dentro ogni milanese festante in Piazza Duomo appena due anni fa.
 

Ma la partita è ancora apertissima....siamo soltanto alla fine del primo tempo, in cui - dopo un inizio promettente - la squadra è andata progressivamente smarrendosi tra poco comprensibili sostituzioni di giocatori (i rimpasti) e clamorosi autogol mediatici (i gelati).
 

Uscendo anche dalla metafora calcistica - lontani dall'universo dei critici di professione e nulla pretendendo di insegnare - intendiamo unicamente di nuovo porre in evidenza alcuni elementi di riflessione politica, frutto dell'esperienza di tre recenti campagne elettorali vissute - con ruoli differenti- sempre in prima linea:
 

 

  1. il progetto vincente del 2011 prefigurava una visione complessiva di Milano proiettata nel futuro, dinamica, attrattiva, multietnica, inclusiva, attenta a non lasciare indietro nessuno. Se ne sono - purtroppo - perse le tracce, travolti dalle urgenze - pur importantissime e a volte terribili - dell’amministrare quotidiano
     
  2. ritorni il coraggio  di ''pensare in grande''. Per il ruolo di Milano in Italia e nel mondo, ma anche per i tantissimi cittadini che si sono messi in gioco, molti per la prima volta, in nome di una credibile promessa politica di cambiamento a portata di mano
     
  3. la città venga coinvolta sul serio sulle questioni strategiche, di lungo periodo. Ad esempio su EXPO 2015 e Città Metropolitana 2014, il reale livello di informazione/conoscenza è ancora vicino allo zero
     
  4. vengano ricercate e poste in essere modalità concrete di dialogopermanente/coordinamento tra i vari attori del civismo (Assessori indipendenti, Consiglieri Comunali, Movimenti e Comitati).Verrà così rafforzato il sostegno politico al Sindaco ed evidenziato il ruolo di “facilitatore laico” della componente civica nella comunicazione verso i cittadini
     
  5. più in generale, venga data forza organizzativa e maggiore visibilità politica al civismo metropolitano e regionale. Lo si faccia crescere, investendo sulla costruzione di ''un pensiero forte e unificante'' e di reti territoriali di competenze diffuse, connesse e collegate. Il tempo del dialogo alla pari con i partiti è arrivato. I voti sempre più verranno ‘’pesati’’ e non soltanto contati per misurare rapporti di forza e stabilire alleanze durature nel tempo
     
  6. La formula del Patto Civico venga non solo mantenuta ma rafforzata

 

Per tutte queste ragioni, proponiamo a tutte le sopramenzionate espressioni  del civismo lombardo di condividere l’organizzazione della Prima Conferenza Generale del Civismo Metropolitano e Regionale.
 

Noi del Movimento Milano Civica ci saremo.
 

di Nanni Anselmi presidente MMC

Dalla Regione
Quando premia non fare una sterile opposizione
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MILANO - “Quella sul taglio ai costi della politica licenziata oggi dalle Commissioni Bilancio e Affari Istituzionali è una legge positiva e seria. Fin dall’inizio abbiamo deciso di stare al tavolo di lavoro, anziché rifugiarci in un’opposizione sterile. E questa scelta è stata premiante dal punto di vista del risultato finale, considerato che molti dei nostri emendamenti migliorativi sono stati accolti.

Nel complesso ci sembra significativo che si rimanga al di sotto del tetto massimo previsto dal governo Monti, con la Lombardia che sarà così una delle regioni più virtuose d’Italia sia per quanto riguarda le indennità dei consiglieri che le dotazioni dei Gruppi.

Si è anche definita positivamente la questione più delicata, quella legata ai residui della precedente amministrazione: dovranno essere restituiti, salvo un loro utilizzo interno di salvaguardia occupazionale, per poi confluire in un fondo destinato a scopi sociali.

Non da ultimo, abbiamo ottenuto che il tema improrogabile di un riequilibrio dei tagli rispetto alla Giunta fosse stralciato da questo provvedimento, dove si profilava nel merito un esito insoddisfacente, per essere invece affrontato a sé con tutta la dovuta attenzione”.

 

di Roberto Bruniconsigliere regionale Patto Civico con Ambrosoli Presidente

Sperimentazione biomedica: la parola a chi è a favore
La Presidente di Pro-Test Italia, Daria Giovannoni, ha dichiarato: “Difendere la sperimentazione su animali a fini di ricerca, significa schierarsi al fianco dei malati in attesa di cura"
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MILANO - L’irruzione di un gruppo di animalisti nel Dipartimento di Farmacologia dell’Università statale di Milano e la conseguente distruzione dei risultati di anni di ricerche su malattie neurodegenerative, ha avuto un’immediata risposta dal mondo della ricerca, soprattutto grazie all’iniziativa di giovani ricercatori e studenti. 
La loro mobilitazione ha fatto sì che anche nell’opinione pubblica si aprisse un dibattito se sia utile e giusto utilizzare gli animali nella ricerca di nuovi farmaci o di nuove terapie.
Secondo gli animalisti non è giusto, spesso però con motivazioni diverse. C’è chi vi si oppone per motivi etici ritenendo che gli animali, tutti gli animali, abbiano gli stessi diritti degli umani. Diritti che andrebbero particolarmente tutelati stante la loro impossibilità di autodifendersi legalmente. Si tratta tuttavia di una posizione minoritaria, stante anche le abitudini alimentari della popolazione mondiale.
Le più importanti organizzazioni animaliste, per sostenere che non sia né giusto, né utile, ricorrono ad argomentazioni apparentemente razionali. La prima è che gli animali non sono uguali all’uomo e di conseguenza una determinata sostanza chimica può avere effetti diversi su organismi differenti. Si tratta di un’argomentazione, peraltro, del tutto condivisa dal mondo della ricerca, che è ben consapevole che gli animali sono dei modelli non completamente sovrapponibili all’uomo, ma rappresentano delle approssimazioni necessarie.
E’ noto, ad esempio, che un topo o un ratto (che rappresentano circa il 95% degli animali utilizzati in Italia nella sperimentazione) ha un patrimonio genetico pari al 95% di quello degli umani. La sperimentazione sugli animali non offre certezze assolute, ma sicuramente concorre a ridurre di gran lunga i possibili effetti negativi di un nuovo farmaco sull’uomo, su cui comunque deve essere sperimentato nella fase finale della ricerca, prima di essere messo in commercio.
La sperimentazione clinica sull’uomo è, infatti, la tappa successiva agli studi sulle cellule e negli animali per stabilire gli effetti benefici e tossici non solo dei farmaci ma anche dei dispositivi medici (pace-maker, defibrillatori, organi artificiali, stent, ecc.) e dei componenti nutrizionali. Questo è il percorso che garantisce al paziente di ricevere un trattamento il più possibile sicuro che non sia causa di ulteriore peggioramento delle sue condizioni.
La seconda argomentazione degli animalisti si basa sulla presunta esistenza di metodologie alternative in vitro e in silico, ovvero effettuate in laboratorio su gruppi di cellule, oppure con simulazioni al computer. Entrambe le metodologie sono ampiamente utilizzate nei laboratori di ricerca di tutto il mondo, ma sono considerate complementari e non alternative rispetto ai percorsi della ricerca.
Il buon senso, prima ancora che delle competenze tecniche, ci dice che la distanza tra un modello basato su cellule e l’uomo è anni luce più grande rispetto alla distanza che separa un uomo da un topo, I topi hanno organi simili all’uomo (cervello, cuore, fegato, ecc.) regolati da sistemi complessi comuni come quello cardiocircolatorio, immunitario, nervoso, ormonale e tante altre similitudini come il DNA. Se, come sostengono gli animalisti i topi non sono ritenuti utili a rappresentare l’uomo, come può esserlo una cellula o un gruppo di cellule? Sul computer, inoltre, ad oggi non si è ancora riusciti a costruire dei modelli capaci di rappresentare la complessità del funzionamento e l’interazione dei diversi organi e dei sistemi che li regolano.
Per la comunità scientifica internazionale, il ricorso agli animali nella sperimentazione scientifica rimane a tutt’oggi una necessità. Nel corso degli ultimi cento anni, su 98 premi Nobel assegnati per la Medicina e Fisiologia, 75 erano basati su ricerche che coinvolgevano animali. Basti pensare a quello assegnato nel 2008 per le ricerche sull’HIV e l’HPV o a quello del 2005 sull’Helicobacter o a quello del 2010 per le ricerche sulla fecondazione in vitro e il trasferimento di embrioni.
Tutto ciò non porta a dimenticare la tutela del benessere degli animali. L'Italia è uno dei Paesi più avanzati da questo punto di vista. La legislazione italiana, tra le più severe del mondo (più severa della stessa Direttiva europea in corso di approvazione), prevede che debbano essere adottate tutte le precauzioni affinché sia evitata sofferenza agli animali che entrano in sperimentazione.
Va detto inoltre che un animale che soffre è fonte di risultati non attendibili: quindi è nell'interesse del ricercatore stesso studiare animali nelle migliori condizioni possibili. Impedire l’allevamento in Italia di animali (cani, gatti e scimmie) destinati alla sperimentazione scientifica, significa solo spostare il problema altrove, diminuendo le capacità di controllo sulle condizioni di vita degli animali assicurate dalla legge italiana e, soprattutto, dagli organi ispettivi che esercitano controlli frequenti e rigorosi. 
Da ultimo, ma non meno importante, va sottolineata l’importanza che ha e ha avuto lo sviluppo delle tecnologie, in particolare di quelle diagnostiche, nella riduzione del numero di animali da utilizzare nella ricerca. All’Istituto di Ricerche Farmacologiche ‘Mario Negri’, ad esempio, 15 anni fa si utilizzavano circa 120.000 topi o ratti ogni anno, oggi circa 15.000, molti dei quali al termine vengono offerti in adozione.
L’utilizzo degli animali nella sperimentazione biomedica è obbligatorio in tutto il mondo non a seguito del potere delle lobby farmaceutiche e neppure per il ‘conservatorismo’ dei ricercatori, entrambi, dati i costi, ne farebbero volentieri a meno, ma non possono perché allo stato attuale delle conoscenze si tratta ancora di un passaggio irrinunciabile.
Chi avrebbe il coraggio di utilizzare un farmaco su un bambino o su un qualsiasi ammalato senza prima averne osservato il funzionamento su un organismo vivente complesso dotato di sistemi funzionali analoghi a quelli presenti negli umani? E’ a partire da questa domanda che si dovrebbe impostare un confronto serrato e documentato basato su evidenze scientifiche e non su contrapposizioni ideologiche.

di Sergio Vicario

 

Qui di seguito la locandina della manifestazione di sabato 1 giugno in difesa della ricerca che salva la vita

 

Sabato, 1° Giugno 2013 – Ore 15.00/19.00

Via Mercanti

Milano

 

Pro-Test Italia a raccolta

in difesa della ricerca che salva la vita

Ricercatori e studenti in piazza 

a sostegno delle ragioni della ricerca scientifica

Una manifestazione organizzata da Pro-Test Italia per rispondere alle azioni estremiste degli animalisti in Italia, in sostegno della ricerca su animali, adempiendo allo scopo che la guida fin dalla sua nascita: dare una voce alle Istituzioni e agli scienziati intimiditi e messi a tacere dall'estremismo crescente degli animalisti, tramite volontariato e attività no profit.

L'evento ha tre obiettivi principali:

1. La difesa del diritto dei ricercatori a lavorare in un clima sereno e senza minacce;

2. Il riconoscimento del ruolo che ha svolto e svolge la sperimentazione animale nella ricerca di base e nello sviluppo delle terapie

3. La promozione di un'informazione alla portata di tutti su queste tematiche.

Interverranno tra gli altri:

Dott.ssa Nadia Malavasi

Presidente onorario della TAI Onlus (Thalidomidici Italiani);

Dr.ssa Nicole De Rosbo

ricercatrice dell’Università di Genova

Dr. Joshua Levy

ricercatore che ha lavorato per anni nei centri di ricerca per le metodiche alternative;

Dr. Dario Padovan

coordinatore del comitato scientifico di Pro-Test Italia

 

Alle ore 17:00, il Dr. Giuliano Grignaschi, in rappresentanza della Basel Declaration Society, consegnerà le 5.000 firme di solidarietà raccolte nel mondo della ricerca internazionale ad una delle vittime dell’irruzione del 20 Aprile  degli animalisti nei laboratori del Dipartimento di Farmacologia dell’Università di Milano, la Dr.ssa Bice Chini. La Basel Declaration Society è un’associazione internazionale nata per diffondere le conoscenze sulla sperimentazione animale nell’opinione pubblica.

La Presidente di Pro-Test Italia, Daria Giovannoni, ha dichiarato: “Scendere in piazza in difesa della sperimentazione su animali a fini di ricerca biomedica non significa solo schierarsi al fianco dei ricercatori, significa anche schierarsi al fianco dei malati che ancora aspettano una cura per le loro patologie. Senza ricerca su animali non avremmo, ad esempio, avuto le terapie per il cancro al seno che oggi salvano la vita a centinaia di migliaia di donne ogni anno, né l'insulina che ha salvato, e tuttora salva la vita, a milioni di diabetici”.

 

Per ulteriori informazioni contattare: 

Claudia Soi, Ufficio Stampa Pro-Test Italia,  HYPERLINK "mailto:redattori@pro-test.it" redattori@pro-test.it 

Daria Giovannoni, Presidente di Pro-Test Italia, info@protest.it, +39 329 4470184

 

Ulteriori informazioni riguardo Pro-Test Italia: http://protestitalia.wordpress.com/

Pro-Test Italia è stato ispirato dal movimento inglese “Pro-Test” che con successo ha

contrastato gli estremismi degli attivisti animalisti (www.pro-test.org.uk)

 

Questo il comunicato stampa della manifestazione a cui ha anche aderito MMC 

Alle 15 di sabato 1 Giugno 2013, centinaia di scienziati hanno manifestato per difendere il ruolo importante degli animali nella ricerca. La manifestazione,  Pro-Test Italia ha organizzato la manifestazione in seguito all’irruzione degli animalisti negli stabulari dell’Università di Milano, dove hanno rubato centinaia di animali il 20 Aprile 2013. Erano presenti durante la manifestazione anche una trentina di animalisti estremisti che hanno urlato minacce e insulti verso i manifestanti ma erano comunque una minoranza. La folla ha risposto con un grido unanime “Lottiamo per la ricerca, lottiamo per la vita”. Tra i relatori che hanno parlato ci sono stati Dr. Papale dell’Università di Milano; Dr.ssa Nicole Kerlero De Rosbo dell’Università di Genova che studia la Sclerosi Multipla sul modello murino; Nadia Malavasi, presidente dell’associazione thalidomidici italiani (TAI Onlus); Tom Holder, uno dei co-fondatori di Pro-Test in Inghilterra. L’evento e’ stato presentato dal Dr. Padovan, che ha introdotto i relatori e motivato il pubblico. Durante la manifestazione i partecipanti hanno consegnato volantini ai passanti e spiegato il ruolo importante degli animali nella ricerca. La ricerca sugli animali ha conseguito risultati importanti, come la sintesi dell’insulina, lo sviluppo di vaccini e anti-retrovirali che hanno salvato milioni di vite. Daria Giovannoni presidente di Pro-Test Italia ha dichiarato “La ricerca sugli animali ha giocato un ruolo vitale praticamente in tutte le scoperte mediche dello scorso secolo. Ha salvato milioni di vite. E` fantastico vedere i ricercatori manifestare per difendere la ricerca che salva la vita”.Alle 17:00 Giuliano Grignaschi, ambasciatore della Basel Declaration Society, ha consegnato le oltre 5000 firme di solidarietà raccolte in tutto il mondo ai ricercatori dell’Università di Milano che lo scorso Aprile hanno visto andare in fumo il loro lavoro. La polizia ha impedito alcuni tentativi degli animalisti di ostacolare la manifestazione. Gli scienziati sono invece rimasti pacifici durante l`intero evento.







 

Elezioni amministrative
Così Lucia Castellano sui risultati delle elezioni

MILANO - Lucia Castellano, capogruppo in Consiglio Regionale per la  Lista Ambrosoli, commenta cosi' il successo delle Liste Civiche nelle elezioni amministrative.

"In Lombardia il centrosinistra ha vinto a Sondrio con Alcide Molteni; si e' ben piazzato a Brescia e Lodi; ha dimostrato grande vitalita' in tanti Comuni da Cinisello, ad Arese, a Gorgonzola, e in altri piu' piccoli. Dappertutto le liste civiche rappresentano il fattore prezioso per vincere tra 15 giorni ai ballottaggi.

Questo succede perche'  il Civismo ha portato sul territorio una politica piu' attenta alle esigenze dei cittadini ed ora si cominciano a vedere i primi frutti. E' un risultato incoraggiante che stimola ancora di piu' il nostro Gruppo, nato proprio da un sostanziale impegno civico, a continuare nella quotidiana interlocuzione sul territorio con tutti i rappresentanti delle associazioni civiche e della cittadinanza attiva. Lavoreremo insieme alle nuove amministrazioni locali che vinceranno questa competizione elettorale e saremo pervasivi sul territorio. Nel milanese, poi, la coesione politica appare strategica per dare vita, finalmente, alla città metropolitana. Su questo tema siamo e saremo, come Gruppo Consiliare, molto presenti.

MILANO - I componenti del Governo della Repubblica Italiana sono tenuti, in primo luogo, a impiegare ogni energia e tempo a loro disposizone per mantenere e sviluppare il Bene Comune della Nazione. Cosi esige la Costituzione della Repubblica e a ciò richiama ogni giorno il Capo dello Stato. Assistere a manifestazioni di partito contro la magistratura come accaduto ieri a Brescia, con la calorosa partecipazione di ben tre ministri dell'attuale Governo, è inaccettbile e fuori da ogni dimensione istituzionale. Se a ciò si aggiunge l'imbarazzante silenzio del Capo del Governo, ancora una volta viene purtroppo facile dubitare del'efficacia politica di questa compagine governativa".

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