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Quale modo migliore per ricordare Nanni Anselmi, a un anno dalla sua scomparsa, se non guardando a quella che è stata la chiave di volta del suo pensiero e la “bussola” dell’azione politica: il concetto di Bene comune. Tanto importante da farne un indimenticabile convegno, nel novembre 2012, che, come disse Nanni, “ha rappresentato la tesi di laurea del Movimento Milano Civica”.

Ed è sempre con le parole di Nanni, condivise dai compagni di percorso di allora, che vogliamo ricordare e sottolineare il progetto politico che da qui discende: trasformare il Bene comune da principio filosofico ad azione politica.

 

Per decenni si è affermata una visione della società come somma di individui, ciascuno teso a perseguire i propri obiettivi personali, senza tener conto di quelli generali dei cittadini.

 

Ora è il momento di promuovere e attuare una visione radicalmente diversa, riconoscendo che per soddisfare esigenze fondamentali di convivenza civile, quali la giustizia sociale, la diffusione della cultura, l’affermazione dell’uguaglianza delle opportunità, la diffusione del benessere a chi ne è escluso, il riconoscimento del merito e la salvaguardia del territorio è necessario porre di nuovo al centro della riflessione culturale e dell’azione politica la società nel suo insieme.

 

Il Bene comune rappresenta il patrimonio comune di una società, costituito dai suoi valori fondanti, dalle risorse fisiche, economiche, culturali, professionali di cui dispone, dalla spinta ideale che anima i cittadini, dalla loro capacità e volontà di condividere ideali, obiettivi, scelte politiche, risorse.

 

Su questi terreni possiamo costruire forti identità comunitarie, territoriali e politiche che, partendo dal basso, dai quartieri, dalle zone, dalle città, tessano insieme il filo di un impegno pubblico davvero rinnovato.

 

Il bene comune si afferma e si consolida se si diffonde il senso di responsabilità di ciascun cittadino, verso se stesso e verso la comunità. La responsabilità è l’elemento fondante che consente di creare valori e realizzazioni condivise, di cui tutti possano essere portatori e fruitori, ed è fondante anche della democrazia, come assunzione personale e reciproca di impegno a costruire il bene comune. Responsabilità significa inoltre il dovere di rendere conto delle proprie azioni in ogni ambito che non sia puramente individuale, in particolar modo di quelle che hanno ricadute sulla comunità, soprattutto dei pubblici amministratori.

 

Il Movimento Milano Civica intende tradurre questa visione della convivenza civile e dei principi che ne sono alla base in iniziative politiche che vadano oltre i confini entro i quali si è finora realizzata la sua attività, la città di Milano, riconoscendo che l’affermazione dell’idea di bene comune e la sua attuazione pratica devono applicarsi a un ambito più vasto, a partire dall’Area Metropolitana, per estendersi alla Regione Lombardia, in quanto intrinsecamente vantaggiosi per tutti i cittadini.

 

Occorre cioè creare una discontinuità rispetto alla gestione politica degli ultimi decenni, una vera alternanza.

 

Per raggiungere questi obiettivi occorre creare una nuova rappresentanza politica che li condivida e se ne faccia portatrice. (25 novembre 2012)


Ricordo di Nanni Anselmi

La forza dell'anima civica non si è spenta
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... le risposte non si fanno attendere!!!

 

da "Arcipelago Milano" la risposta di Elisabetta Strada:Ritorno volentieri sul dibattito “dove sono finiti i civici milanesi” sollevato da Luca Beltrami Gadola nell’editoriale di ArcipelagoMilano del 10 maggio 2017 in qualità di civica non desparecida

 

È vero, oggi la lista civica che è stata eletta nel Comune di Milano si chiama “Lista Noi Milano Beppe Sala Sindaco” non riporta l’aggettivo “civico”. Noi Milano è la rappresentanza di più mondi della società civile che insieme condividono il progetto e programma del Sindaco Beppe Sala e del governo di centrosinistra. Questa non presenza dell’aggettivo “civico” all’interno del nome della lista, non fa però di questa una lista con un’anima non civica.

 

Anzi.

 

La lista Noi Milano in questo mandato elettorale ha ottenuto un successo molto superiore al risultato ottenuto dalla “Lista Milano Civica x Pisapia”, nel 2011, che ottenne solo due eletti in Consiglio Comunale. Noi Milano Beppe Sala Sindaco, grazie all’enorme sforzo e lavoro fatto e alla forza del sindaco, ha potuto eleggere nel 2016 ben 5 Consiglieri comunali di cui Marco Fumagalli e la sottoscritta di Movimento Milano Civica MMC, Franco D’Alfonso e Emmanuel Conte con il loro movimenti civici, e Enrico Marcora, oltre a 16 Consiglieri di Municipio.

 

A differenza del 2011 si è scelto l’anno scorso infatti di presentare anche nei 9 Municipi la lista Noi Milano ottenendo un successo incredibile, eleggendo professionisti che si sono messi con vero spirito civico al servizio dei loro Municipi.

 

I 16 eletti nei Municipi sono vera espressione civica, per la maggior parte neofiti della politica, che si sono candidati e sono stati scelti con unico scopo di portare all’interno delle istituzioni il loro impegno di cittadini attivi. Un altro grande successo si è registrato con l’elezione anche di 3 Consiglieri Metropolitani. Un’elezione nata da un percorso dal basso tipico di una rappresentanza civica. La Città Metropolitana è stata suddivisa in quattro aree di riferimento. Ogni area ha scelto autonomamente, senza spinte dall’alto, il suo rappresentante da candidare, uno per Milano (Franco D’Alfonso), uno per area est (Roberto Maviglia) uno per area nord (Michela Palestra) e uno per area sud (Roberto Masiero – il primo dei non eletti, se non sbaglio). Questa modalità di gestione e individuazione dei candidati è stata una dimostrazione di spirito civico,

 

Oggi quindi, a differenza di sei anni fa, la forza civica al servizio delle istituzioni, vicina ai cittadini è molto più ampia, e il servizio che viene effettuato quotidianamente di ascolto è molto più incisivo. Una forza civica che sta sempre più formando una rete di interscambio di esperienze, idee, opportunità, stimoli e processi costruttivi. Dai Municipi, alla Città Metropolitana, alla Regione che chiude il cerchio, con una folta rappresentanza civica, milanese e no.

 

Tornando a Milano i “Civici” non esistono allora più, sono veramente desparecidos? Mi fa sorridere questa affermazione. Credo fortemente che la forza civica nei Municipi e in Consiglio Comunale sia molto ben presente e sia molto attiva. Alcuni quotidiani nazionali ci hanno addirittura accusato di troppo attivismo e troppa autonomia politica.

 

Siamo un Gruppo Consigliare e dei Gruppi di Municipio che sostengono lealmente il Sindaco e la sua Giunta, che desiderano portare un altro punto di vista nella soluzione dei problemi per raggiungere l’obiettivo comune, ma che nasce dall’ascolto quotidiano della città. Un Gruppo che fa proposte costruttive per il bene della città e cerca di lavorare in linea con il programma elettorale e le forze di maggioranza ma con una visione e risposte creative per il superamento di problematiche e processi burocratici difficili.

 

Una forza civica che non solo ha proposto progetti nel passato quali il bilancio trasparente e semplificato per i cittadini fatto da MMC, ma che anche oggi pone un forte punto politico. Lo ha fatto ad esempio portando per prima a Milano il dibattito sul tema dell’obbligatorietà dei vaccini, e che vuole farlo ora anche con la delibera sugli scali ferroviari. Dopo il grande lavoro di ascolto e partecipazione fatto dalle Commissioni Consiliari per arrivare a definire la delibera sulle funzioni del prossimo Accordo di Programma, la vera svolta che suggeriamo è di creare un modello Milano di consultazione sui piani attuativi al débat public.

 

Una sfida difficile ne siamo consapevoli, in attesa di una norma nazionale, per dare voce al débat public, che possa identificare i passaggi fondamentali di consultazione, condivisione e partecipazione con gli stakeholder e i cittadini dei progetti definitivi che verranno sviluppati nei vari scali prima di renderli esecutivi. Questo passaggio di partecipazione alla débat public, sarà necessario per accogliere e conoscere eventuali istanze e migliorie da parte della città prima che i progetti di sviluppo vengano attuati, con auspicio che possa diventare la base di un metodo di lavoro esportabile in tutte le città italiane.

 

L’esempio del cantiere M4 insegna. Se si fosse affrontato, anni fa, fin dall’inizio il progetto, con questo metodo di lavoro si sarebbero evitati ricorsi e ritardi e soprattutto spese economiche a carico dei cittadini e dei privati per far sentire la propria voce.

 

Elisabetta Strada

Presidente Gruppo Consiliare “Noi Milano” Beppe Sala, sindaco e presidente MMC

La forza dell'anima civica non si è spenta

... le risposte non si fanno attendere!!!

 

da "Arcipelago Milano" la risposta di Elisabetta Strada:Ritorno volentieri sul dibattito “dove sono finiti i civici milanesi” sollevato da Luca Beltrami Gadola nell’editoriale di ArcipelagoMilano del 10 maggio 2017 in qualità di civica non desparecida

È vero, oggi la lista civica che è stata eletta nel Comune di Milano si chiama “Lista Noi Milano Beppe Sala Sindaco” non riporta l’aggettivo “civico”. Noi Milano è la rappresentanza di più mondi della società civile che insieme condividono il progetto e programma del Sindaco Beppe Sala e del governo di centrosinistra. Questa non presenza dell’aggettivo “civico” all’interno del nome della lista, non fa però di questa una lista con un’anima non civica. Anzi.

La lista Noi Milano in questo mandato elettorale ha ottenuto un successo molto superiore al risultato ottenuto dalla “Lista Milano Civica x Pisapia”, nel 2011, che ottenne solo due eletti in Consiglio Comunale. Noi Milano Beppe Sala Sindaco, grazie all’enorme sforzo e lavoro fatto e alla forza del sindaco, ha potuto eleggere nel 2016 ben 5 Consiglieri comunali di cui Marco Fumagalli e la sottoscritta di Movimento Milano Civica MMC, Franco D’Alfonso e Emmanuel Conte con il loro movimenti civici, e Enrico Marcora, oltre a 16 Consiglieri di Municipio.

A differenza del 2011 si è scelto l’anno scorso infatti di presentare anche nei 9 Municipi la lista Noi Milano ottenendo un successo incredibile, eleggendo professionisti che si sono messi con vero spirito civico al servizio dei loro Municipi;

I 16 eletti nei Municipi sono vera espressione civica, per la maggior parte neofiti della politica, che si sono candidati e sono stati scelti con unico scopo di portare all’interno delle istituzioni il loro impegno di cittadini attivi. Un altro grande successo si è registrato con l’elezione anche di 3 Consiglieri Metropolitani. Un’elezione nata da un percorso dal basso tipico di una rappresentanza civica. La Città Metropolitana è stata suddivisa in quattro aree di riferimento. Ogni area ha scelto autonomamente, senza spinte dall’alto, il suo rappresentante da candidare, uno per Milano (Franco D’Alfonso), uno per area est (Roberto Maviglia) uno per area nord (Michela Palestra) e uno per area sud (Roberto Masiero – il primo dei non eletti, se non sbaglio). Questa modalità di gestione e individuazione dei candidati è stata una dimostrazione di spirito civico,

Oggi quindi, a differenza di sei anni fa, la forza civica al servizio delle istituzioni, vicina ai cittadini è molto più ampia, e il servizio che viene effettuato quotidianamente di ascolto è molto più incisivo. Una forza civica che sta sempre più formando una rete di interscambio di esperienze, idee, opportunità, stimoli e processi costruttivi. Dai Municipi, alla Città Metropolitana, alla Regione che chiude il cerchio, con una folta rappresentanza civica, milanese e no.

Tornando a Milano i “Civici” non esistono allora più, sono veramente desparecidos? Mi fa sorridere questa affermazione. Credo fortemente che la forza civica nei Municipi e in Consiglio Comunale sia molto ben presente e sia molto attiva. Alcuni quotidiani nazionali ci hanno addirittura accusato di troppo attivismo e troppa autonomia politica.

Siamo un Gruppo Consigliare e dei Gruppi di Municipio che sostengono lealmente il Sindaco e la sua Giunta, che desiderano portare un altro punto di vista nella soluzione dei problemi per raggiungere l’obiettivo comune, ma che nasce dall’ascolto quotidiano della città. Un Gruppo che fa proposte costruttive per il bene della città e cerca di lavorare in linea con il programma elettorale e le forze di maggioranza ma con una visione e risposte creative per il superamento di problematiche e processi burocratici difficili.

Una forza civica che non solo ha proposto progetti nel passato quali il bilancio trasparente e semplificato per i cittadini fatto da MMC, ma che anche oggi pone un forte punto politico. Lo ha fatto ad esempio portando per prima a Milano il dibattito sul tema dell’obbligatorietà dei vaccini, e che vuole farlo ora anche con la delibera sugli scali ferroviari. Dopo il grande lavoro di ascolto e partecipazione fatto dalle Commissioni Consiliari per arrivare a definire la delibera sulle funzioni del prossimo Accordo di Programma, la vera svolta che suggeriamo è di creare un modello Milano di consultazione sui piani attuativi al débat public.

Una sfida difficile ne siamo consapevoli, in attesa di una norma nazionale, per dare voce al débat public, che possa identificare i passaggi fondamentali di consultazione, condivisione e partecipazione con gli stakeholder e i cittadini dei progetti definitivi che verranno sviluppati nei vari scali prima di renderli esecutivi. Questo passaggio di partecipazione alla débat public, sarà necessario per accogliere e conoscere eventuali istanze e migliorie da parte della città prima che i progetti di sviluppo vengano attuati, con auspicio che possa diventare la base di un metodo di lavoro esportabile in tutte le città italiane.

L’esempio del cantiere M4 insegna. Se si fosse affrontato, anni fa, fin dall’inizio il progetto, con questo metodo di lavoro si sarebbero evitati ricorsi e ritardi e soprattutto spese economiche a carico dei cittadini e dei privati per far sentire la propria voce.

Elisabetta Strada

Presidente Gruppo Consiliare “Noi Milano” Beppe Sala, sindaco e presidente MMC

Milano è ancora laboratorio politico

... le risposte non si fanno attendere!!!

 

da "Arcipelago Milano" l'analisi di Stefano Rolando: limiti, congiunture, sforzi e considerazioni che coinvolgono Milano.

 

Accolgo il lapidario giudizio di Luca Beltrami sul fatto di essere ormai “poco ascoltato” nelle vicende del civismo milanese (supposto che il civismo milanese sia “in ascolto”). E capisco l’inventario che lo stesso Luca Beltrami Gadola fa di un quadro stimato come “desaparecido”. Lo capisco perché quell’esperienza si è rarefatta, in alcuni casi ha raffreddato slanci, in altri ha condotto a fare, congiunturalmente o stabilmente, scelte diverse. Per molti è continuato impegno e fervore, non lo nego. Ma non c’è salto di qualità, non sono in campo figure nuove significative.

08rolando18FBQuesta testata che ha ospitato buona parte dell’animazione tematica promossa dal nuovo civismo tra la campagna Pisapia e la campagna Ambrosoli ha il diritto e il dovere – proprio in un momento di evidente richiamata in causa, regionale, nazionale ed europea, di questo “soggetto” – di porre domande.

Per riepilogare quella intensa esperienza (dal 2010 al 2013), avevo scritto un libro (Civismo politico. Percorsi, conquiste, limiti. Un diario, Milano: Rubbettino 2015), che nel sottotitolo ricordava conquiste e limiti della vicenda. Tra gli aspetti inascoltati annovero anche quello di una modesta interlocuzione, soprattutto a Milano, proprio nella fase in cui si trattava di capire meglio perché grazie a quei limiti le conquiste si sarebbero fatte più difficoltose.

Limiti e congiunture – Provo a ricordare qui i limiti (milanesi e non milanesi) apparsi evidenti negli ultimi anni: (1) localismo (e quindi tema dell’insufficiente raccordo locale/nazionale); (2) post-partitismo (e quindi tema, da trattare in modo non superficiale, del “modello di far politica”); (3) fragilità organizzativa (e quindi tema di una alternativa funzionale al “leaderismo”) e la qualità del coordinamento (come rapporto tra funzioni organizzative e competenze, che deve restare tema importante perché la politica senza competenza è pura agitazione); (4) professionismo (delicato crinale tra l’importanza del “non professionismo politico” e l’importanza del “capire cos’è e come si fa politica”); (5) radici (nel senso del “civismo stesso” e della sua grande, importante storia, come espressione della formazione della cultura della civitas).

Dal punto di vista delle congiunture che hanno sopito l’esperienza ambrosiana ricordo qui i punti principali: (1) la crisi di progetto del “Patto civico” lombardo (che non è riuscito a varare il suo coordinamento reale, dopo la formazione a Lecco di un coordinamento formale nel 2013); (2) la crisi della “domanda” da parte del centrosinistra milanese dopo Pisapia; in una sostanziale staticità del dibattito pubblico e politico nella città; (3) la conflittualità interna di varie componenti di quel movimento (con una componente riassorbita dal renzismo e altre in frammentazione per ragioni che non sono apparse evidenti); (4) il mancato sviluppo politico di una lista civica a Palazzo Marino che non ha avuto, nella sostanza, intenti diversi rispetto a quello elettorale; (5) la moderata voglia di molti di studiare, approfondire, capire e proporre.

Lo sforzo – fatto insieme ad Andrea Boitani – di costituire una rete di esponenti qualificati, anche civilmente, di tutti gli atenei della Lombardia per dare seguito al Programma 2013-2018 (mi riferisco ad Aspel con autorevole presidenza di Valerio Onida) non ha avuto nessuna interlocuzione interessata, dopo la scomparsa di Nanni Anselmi, unico a comprenderne l’importanza e a sollecitarne la funzione; ciò che avrebbe portato a ragionare meglio sulla riforma del regionalismo, sui caratteri reali della crisi dei partiti tradizionali, sulle opportunità partecipative dei sistemi urbani, etc.

Non tanto desaparecido – Mi limito a questo quadro schematico. Che completo con qualche informazione personale e spunti di indirizzo. Il mio legame con Milano non è deperibile. Soprattutto perché in tempi diversi della vita qui ho esercitato spesso un prezioso “diritto di parola”.

Dalle battaglie studentesche per il diritto all’informazione e contro la censura, alle prime esperienze nella gioventù repubblicana post-azionista, al giornalismo riformista perché non si esaurisse la spinta alle riforme sui bisogni sociali primari. Poi, al ritorno, dopo molti anni a Roma al servizio dello Stato (che dal 1985 ha obbligato ad accantonare l’appartenenza socialista avvenuta in anni diciamo così “di riscossa”), con impegni a Milano ancora istituzionali e poi universitari.

E qui la ripresa in anni recenti di quel diritto di parola, alla scoperta del cittadino che si fa “offerta politica” e non solo “domanda”. E anche alla ricerca delle trasformazioni identitarie della città e della sua comunità. In questa esperienza – con attenzione al sud, all’Europa e con un certo patimento per il declino nazionale – c’è stata nel 2010 una candidatura di capolista indipendente con i radicali in Lombardia e poi l’impegno civico nelle campagne di Pisapia e Ambrosoli. Un’idea bassettianamente fissa: Milano senza entropie.

Tre convincimenti – Per i limiti accennati ho considerato esaurita una stagione a Milano, ma con qualche riattivazione che mi scagionerebbe dalla condizione di “desaparecido”:

1 – se Milano è considerata “motore dell’Italia” (Mattarella dopo Expo), anche nel campo del civismo politico sarebbe ora di connettere esperienze di municipalismi competitivi e non assecondare municipalismi incartati; questo lo spirito di un’esperienza tra il 2016 e oggi dedicata al civismo professionale e di impresa che, in tanti luoghi da nord a sud, ha ascoltato esperienze di critica alla politica dei partiti che scappano dal dialogo con l’innovazione sociale (l’esperienza si chiama “Il cantiere delle ragioni” e tra poco sarà in emersione come proposta politica generale);

2 – se Milano viene considerata laboratorio politico (lo diciamo da sempre), adesso – Macron o non Macron – la revisione delle categorie di sinistra e destra non deve avvenire per opportunismo tattico, ma mirata a capire come entrare nella pancia dell’astensione riportando a casa elettorati sganciati e comunque critici dell’offerta dei partiti radicati, con chiarezza di posizionamento e novità nell’offerta di competenza politica e amministrativa (un articolo non sviluppa il concetto, ma garantisco che c’è materia);

3 – se Milano vuole stare al centro non solo geografico ma con nuova governance della famosa fotografia dal satellite della maggiore concentrazione urbana d’Europa (insieme a quella attorno ad Amsterdam) non può trattare la costruzione della città metropolitana come progetto burocratico ma nemmeno accreditare rischi di fughe con l’illusione della città-stato (salvo capire meglio il disegno); qui Franco D’Alfonso, consigliere delegato al bilancio per la Città Metropolitana, ha fatto un buon lavoro progettuale, credo a sua volta (e per ora) poco ascoltato.

I sindaci hanno il compito di creare relazioni stabili e di rete con città che si scelgono per confrontarsi; i “cittadini organizzati” hanno il compito di costruire relazioni sociali e civili orientate a sprovincializzare l’esperienza; in questa direzione ho utilizzato parte del mio lavoro da anni dedicato all’Europa per costruire premesse che entro questo 2017 potranno maturare.

Milano sta rigenerando solitudini. Anche se mitigate dall’energia del fare che sprona chi ha voglia e competenza. Ma la comparazione con città in sviluppo ci dice che è urgente ricomporre una socialità creativa, inclusiva, progettuale che dipende ora da analisi non compiaciute della realtà e da nuovi obiettivi almeno a medio termine per coinvolgere nuovamente la comunità nel miglioramento di una qualità sociale sempre insidiata.

 

Stefano Rolando

Anche il “civismo” non se la passa bene
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Da "ArcipelagoMilano", settimanale milanese di politica e cultura, un provocante editoriale di Luca Beltrami Gadola.

 

Il 30 maggio 2011, prima davanti ai suoi fan al teatro Elfo Puccini e poi in Piazza del Duomo, Pisapia disse: «Non lasciatemi solo perché abbiamo scoperto che insieme siamo fortissimi. Sarò il vostro sindaco, sarò il nostro sindaco». Era finita una campagna elettorale carica di entusiasmo e di attese, aveva vinto un candidato sostenuto da una coalizione con una fortissima componente “civica”, un sentimento trasversale che non si limitava alla lista civica Milano civica, gli arancioni, ma che connotava un po’ tutte le liste.

01editoriale17FBI cittadini milanesi non lo lasciarono solo, almeno per molti mesi, poi cominciarono le perplessità: la “partecipazione” balbettava, la Giunta non era quella squadra compatta che aveva promesso. La convivenza con il suo antagonista interno, Stefano Boeri, diventa impossibile e Boeri deve lasciare; più avanti, in occasione delle elezioni regionali del 2013, Lucia Castellano, assessore ai Lavori pubblici e alla casa, lascia insalutato ospite e la Giunta perde un civico della prima ora.

Ada Lucia De Cesaris assessore all’Urbanistica, diventa vicesindaco e alla fine, nel luglio del 2015, si dimette ed è l’ultimo episodio di rotazione di assessori e di “uscite”: siamo al “liberi tutti” perché in marzo, qualche mese prima, Pisapia aveva annunciato di non volersi ricandidare. Aveva chiesto ai milanesi di non lasciarlo, loro forse l’hanno deluso ma alla fine è lui che lascia i milanesi e, nonostante le dichiarazioni contrarie, affossa e smentisce il cosiddetto “modello Milano”. Dal Pd nessun tentativo di dissuaderlo, era scomodo. Gli “arancioni” restano a piedi. I milanesi un po’ traditi.

Pisapia è stato il primo, in buona sostanza, a prendere la strada per Roma, la grande fascinatrice del potere centrale: oggi il drappello milanese dei migranti della politica si ingrossa e Milano prende amaramente coscienza di essere alla fine una sorta di sgabello per il potere.

La storia si ripeterà? Che cosa farà Beppe Sala? Per certi versi è un uomo imperscrutabile: alla presentazione dei progetti sugli scali ferroviari nel tendone allo scalo di Porta Genova ha accennato a un suo secondo.

Comunque Sala non ha certo detto “non lasciatemi solo”, anzi, a giudicare dalle ultime uscite, è piuttosto del genere “non parlare al manovratore”. Prende le distanze dal Pd? Da tutti? Sembrerebbe. Se lo farà, l’amaro in bocca lo avranno gli arancioni che lo hanno sostenuto nella sua campagna elettorale e molti della sinistra che pure lo hanno sostenuto e che oggi sono in uscita o che corrono sotto l’ombrello del Pd, magari solo per uno strapuntino in assemblea o in direzione. Partendo da Milano. Allora cosa farà Sala a fine mandato? Si ricandiderà? Quale sarà la maggioranza in grado di sostenerlo a quel momento? Accetterà una maggioranza qualunque?

Il civismo milanese è morto e sepolto? Probabilmente sì nella dissennatezza politica che non ha saputo coglierne i valori, valori che avrebbero intercettato molti dei voti che oggi finiranno a Grillo, il nemico pubblico n°1.

Il civismo non è un partito, il civismo è altro rispetto alle liste civiche, quelle che Cacciari in una sua intervista del giugno del 2012 definisce una “cretinata” ma anche lui equivocando tra civismo e liste civiche. Per chi è attento alle parole e al loro significato civismo non è sinonimo di “cittadino”. Molte liste cosiddette civiche meglio sarebbe meglio chiamarle cittadine.

Il civismo è un insieme di valori che portano ad un “modo “ di fare politica, è un tipo di educazione alla politica, tanto importante da esserne oggetto anche nel Pon Scuola che lo definisce tra l’altro come “rispetto delle diversità e cittadinanza attiva”: ne parla con chiarezza in un suo intervento su Linkiesta Stefano Rolando, uno dei supporter della campagna di Pisapia, poco ascoltato allora e poi per nulla.

Forse una ragione di tanta ostilità nei confronti del civismo c’è: è nella definizione che ne danno i dizionari della lingua italiana: ”Nobiltà di sentimenti civili, alto senso dei proprî doveri di cittadino e di concittadino, che spinge a trascurare o sacrificare il benessere proprio per l’utilità comune” (Dizionario Treccani). È il trascurare o sacrificare il benessere proprio ciò che lo rende ostico perché il “benessere” per molti è anche l’appagamento del proprio istinto al potere e all’ansia di comparire.

Milano sta facendo un passo indietro, abbagliata e distratta da Expo, post Expo, saloni e fuori salone e la politica, quella buona, quella che non si ferma in superficie, resta al palo: come per la moneta, la politica cattiva scaccia la buona.

Luca Beltrami Gadola

Cari soci e socie,

è indetta l'assemblea straordinaria e ordinaria per Lunedì 6 Marzo 2017  in seconda convocazione alle ore 20.30 all’Umanitaria,Via S.Barnaba 48, Sala Bauer con il seguente ordine del giorno:

Parte straordinaria:

1. Proposta del Consiglio Direttivo di revisione delle Statuto Sociale e approvazione dello Statuto Sociale modificato.

 

Parte ordinaria:

1. Relazione della Presidente: primi 6 mesi insieme al Sindaco Beppe Sala; considerazioni e confronto con i Soci;

2. Approvazione bilancio con presentazione rendiconto economico e finanziario anno 2016;

3. Condivisione e aggiornamento situazione politica città Milano vs panorama regionale e nazionale;

4. Preparazione convegno MMC sulla mobilità;

5. Varie ed eventuali.

In allegato la lettera di convocazione dell’Assemblea, con la parte da utilizzare per un'eventuale delega.

Possono partecipare i Soci iscritti in regola con il versamento della quota associativa 2017 (€ 30,00 o più e € 10 per under 30).

Si ricorda che i Soci presenti possono versare la quota 2017 all’atto della registrazione; i Soci che danno delega devono aver versato la quota 2016 prima dell’assemblea oppure aver inviato una mail dal proprio indirizzo di posta a movimentomilanocivica@gmail.com indicando il delegato che verserà la quota alla registrazione e l’importo.

Votanti: Soci presenti + Soci per delega (max 1 delega per Socio presente).

 

 E' gradito un cenno di conferma sulla partecipazione a movimentomilanocivica@gmail.com

LE RAGIONI DEL SI – LE RAGIONI DEL NO
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Il 4 dicembre é la data fissata per il referendum sulla modifiche della costituzione.
Una scelta importante che ci vedrà tutti direttamente coinvolti e che, qualunque sia il risultato, influenzerà in maniera significativa il futuro del paese.

Come Movimento Civico ci sembra importante organizzare un dibattito civico ed aperto di approfondimento sulla riforma proposta: saranno proposte le ragioni del SI e le ragioni del NO per una migliore conoscenza ed un voto più consapevole.

Vi aspettiamo il 7 Ottobre (ore 18, sala del Grechetto Palazzo Sormani Via F.Sforza, 7) a discuterne insieme a 2 rappresentanti del SI e 2 del NO.


Intervengono:

  • Luciano Belli Paci esponente del Circolo Rosselli, promotore Comitati del NO,
  • Felice Besostri già Senatore e docente universitario, promotore Comitati del NO
  • Roberto Cociancich Senatore, Coordinatore nazionale dei Comitati del SI
  • Giulio Enea Vigevani Professore di Diritto Costituzionale Milano Bicocca, ha sottoscritto appello dei costituzionalisti favorevoli alla riforma

Modera:
Elisabetta Strada Presidente del Movimento Milano Civica, Consigliera comunale

 

Link al testo comparato: http://documenti.camera.it/Leg17/Dossier/Pdf/AC0500N.Pdf

Verso le elezioni
Per ottenere l'appoggio del civismo l'ex A.D. di Expo deve costruire un’idea forte e condivisa di città metropolitana
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MILANO - Finora non è che la (possibile) candidatura di Giuseppe Sala a sindaco di Milano abbia suscitato consensi unanimi tra i milanesi. Lasciamo stare le reazioni di coloro che da tempo avevano annunciato di volersi candidare: è chiaro come aver a che fare con un avversario in più (e dotato di appoggi pesanti) non faccia piacere. Ma quei candidati erano (per un verso o per l’altro) deboli e dovevano comunque aspettarsi che il PD e la coalizione di centro-sinistra si sarebbero dati da fare per trovare un candidato (meglio ancora una candidata) più “sostanzioso/a”. Il problema è se Giuseppe Sala possa essere, effettivamente, tale.
Aver condotto in porto sul filo del rasoio l’operazione Expo (avviata sotto i peggiori auspici da Letizia Moratti e Roberto Formigoni) è certamente un merito politico-manageriale. I conti definitivi ancora non ci sono (e chissà se mai ci saranno) a certificare l’effettivo o mancato successo economico. Ma essere stato un manager accorto non basta a fare di Sala un buon candidato sindaco. Lasciamo stare gli elementi di rischio “giudiziario” (e quindi politico) che un gestore di qualche miliardo di appalti pubblici si porta inevitabilmente dietro in misura assai maggiore di altri potenziali candidati. Un rischio che potrebbe azzopparlo in qualsiasi momento da qui al giorno delle elezioni.
Il primo problema è come sta nascendo la candidatura: con un atto di imperio del Presidente del Consiglio nonché segretario del PD. Imperio nato, come spesso accade, da feeling personale più che da meditata valutazione politica. Una candidatura, dunque, che non emerge dalla partecipazione dei cittadini milanesi e forse neanche dalla convinta scelta del PD milanese. In più, le prime dichiarazioni attribuite a Sala sembrano o sciocche cantonate («Milano è meglio di Roma. Noi ci confrontiamo col mondo») o così anti-politiche da far pensare a un candidato grillino e non di centro-sinistra («Se sono di destra, di sinistra, di centro o di altro? Io dico: me ne frego»). Qualcuno gli ha attribuito anche un «Non sono Pisapia. Io guardo a destra» che colpisce per il mancato rispetto dovuto alla fruttifera e positiva esperienza amministrativa in corso. Per carità: non saremo certo noi a predicare una assoluta continuità che avrebbe potuto garantire soltanto lo stesso Pisapia, ricandidandosi. Ma non è invertendo la rotta rispetto alla più apprezzata (in Italia e all’estero) amministrazione degli ultimi vent’anni che si costruisce una candidatura di successo e una coalizione che veda convergere partiti di centro-sinistra e civismo politico. Pisapia ha governato grazie a una brillante invenzione politica, di cui gli va riconosciuto il merito. Ora ci vuole il genio di migliorare quell’invenzione, non quello di voltare pagina e disegnare un perimetro politico nuovo per Milano, assai simile all’alleanza PD più NCD, attualmente (precaria) maggioranza di governo a Roma.
Non sembra che una candidatura così caratterizzata possa trovare l’appoggio del civismo politico milanese, che ha fatto la differenza, consentendo a Pisapia di vincere nel 2011 e ad Ambrosoli di vincere a Milano nel 2013 (perdendo in Regione solo per l’improvvida candidatura di Albertini, apaticamente sostenuta da Mario Monti). Quell’appoggio Giuseppe Sala se lo deve guadagnare se vorrà veramente candidarsi e, dopo l’avvio malaccorto, la strada è in salita. Se lo deve guadagnare, con idee, programmi, gesti politici concreti e convincenti. Un’idea forte e condivisa di città metropolitana da costruire, a partire dalle istituzioni e dal bilancio, con attenzione al disagio sociale e alla creazione di «capacità», non solo alle magnifiche e progressive sorti della Milano globale. Se lo deve guadagnare garantendo un metodo di decisione politica partecipata e inclusiva (per esempio impegnandosi al débat public per tutte le nuove opere pubbliche): l’opposto dell'uomo solo al comando. Se lo deve guadagnare con una chiara presa di distanza dal mondo dei «palazzinari» (che ci sono a Milano come a Roma e non sono agnellini) e dai traffici ciellini nella sanità lombarda e milanese. Il tempo che Sala si è giustamente preso per decidere lo usi bene. Altrimenti non sarà lui il candidato per cui il civismo milanese vorrà unanimemente spendersi.

di Nanni Anselmi e Andrea Boitani

Un contributo di Paola Colombini

MILANO - Sono fondamentali gli interventi giudiziari, il coinvolgimento mediatico e il finanziamento (sempre troppo poco: un dramma sacrificato sull’altare del contenimento della spesa e dell’inadeguata legislazione) della politica statale e locale sulla violenza verso le donne.
Le violenze fisiche sono oggi illuminate – per fortuna – dai fari dell’informazione che raccontano le tragedie delle donne che subiscono violenza.
«Secondo una ricerca del Dipartimento Pari Opportunità e dell'Istituto nazionale di Statistica, diramata il 5 giugno e relativa al quinquennio 2009/2014, il 31,5 per cento delle donne italiane fra i 16 e i 70 anni ha subìto violenza fisica o sessuale almeno una volta nel corso della vita. Si tratta di circa 6 milioni e 788mila persone, una donna su tre: un dato impressionante...» (la Repubblica).
Poi ci sono le donne discriminate familiarmente, socialmente, politicamente ed economicamente, e che non si possono difendere dagli abusi esercitati contro le loro capacità e competenze.
Infine c’è la pratica quotidiana della silenziazione, che dopo giorni o anni nei quali la donna è semplicemente annullata come un fantasma, ella accetta come qualcosa di ineluttabile l’essere messa da parte. Si china la testa, si tace, si fanno passi indietro. La tua parola vale poco, donna, e comunque meno della parola di un maschio.
Avete mai provato, care amiche, a essere le uniche interlocutrici in un gruppo di maschi? Per esempio in un gruppo decisionale importante.
Se non rivesti ruoli dirigenziali, e allora ti devono ascoltare per forza per lo meno i tuoi sottoposti, tra pari avviene questo: cominci a parlare, dici cose interessanti, poi vieni interrotta – come se nemmeno tu esistessi – da un maschio e gli occhi di tutti si fissano su di lui. Che probabilmente sta dicendo una banalità già sentita mille volte. Tu, donna, sei tagliata fuori e alla fine sei messa all’angolo perché l’attenzione a quel che stavi dicendo è svanita, gli occhi di tutti si sono allontanati da te, sei diventata invisibile. E allora te ne vai. Per dignità. Nulla più conta di quel che hai detto e hai fatto. Semplicemente non esisti più. Il maschio che parla è diventato il centro dell’attenzione.
«Quando si tratta di nomine vince sempre il Pmi: Partito maschilista italiano», scrive l’Espresso. Ma vale anche per molto meno.
Come si diceva un tempo: il personale è politico.
Ho letto in gioventù un libro che ci ha fatto pensare al nostro destino di donne nella storia: Il secondo sesso di Simone de Beauvoir (1949; la mia edizione italiana è del 1977). Vi riporto un piccolo estratto «Quel che è certo è che finora le capacità della donna sono state soffocate e disperse per l’umanità e che è veramente tempo, nel suo interesse e in quello di tutti, che le sia concesso finalmente di sfruttare tutte le sue possibilità».
Potremo mai consegnare alle nostre figlie e ai nostri figli una pratica di uguaglianza?
Questo deve essere un progetto di impegno politico e culturale di donne e di maschi che ci credono. Non a parole, ma nella pratica quotidiana: nella famiglia, nella società, nel lavoro e nella politica.

Paola Colombini
MMC - Movimento Milano Civica
Coordinamento dei Civici Metropolitani







 

Elezioni
Parità di ruoli tra esponenti dei partiti e civici per un civismo politico

MILANO - Cominciano a convergere alcune opinioni di metodo. Il che significa che c'è voglia di discutere sul percorso di avvicinamento alle elezioni amministrative non dando per scontato ciò che alcuni "addetti ai lavori" fanno (sempre più) intendere che sia scontato. Sabato 24 ottobre è stata una giornata articolata al riguardo. Al mattino alle Stelline affollata assemblea, promossa dall'assessore Franco D'Alfonso, attorno a come evolve il sentimento sul cosiddetto partito della città. Alla sera, nel quadro di BookCity, per parlare - pretesto il mio libro Civismo politico (edito in questi giorni da Rubbettino) - dell'aggiornamento di una alleanza complessa tra partiti (PD in testa) e civici con il sindaco Giuliano Pisapia e due esponenti di primo piano della "società civile". Per parlare cioè di un interesse per gli affari generali della città espresso da punti di vista fuori dai partiti, Ferruccio De Bortoli, il rettore della Statale Gianluca Vago e lo stesso Pisapia.

Il metodo delle affinità

"Partito della città", comincia ad essere tema inteso non solo come il contrapposto politico al "partito della nazione" (che a Milano suonerebbe in discontinuità con l’esperienza incarnata dalla giunta Pisapia). Quindi come la conferma di una ampia alleanza di centrosinistra con parità di ruoli per esponenti di partiti ed esponenti civici. Un modello che Franco D'Alfonso ha indicato come "metodo delle affinità non delle egemonie". "Partito della città" è anche e soprattutto un modo di intendere la responsabilità a gestire il cambiamento in atto sui tempi medio-lunghi. Non immaginando dunque, questo cambiamento solo in capo a una persona, come poteva essere nel 2011. Ma in capo al consolidamento di quella che si chiama "classe dirigente". Una volta la scuola sociologica italiana (Mosca, Pareto, Michels, eccetera) usava l'espressione "élite", che poi è stata osteggiata come anti-democratica. In realtà quell'espressione significava la declinazione meritocratica (valutabile) e non di filiera politico-fiduciaristica della costruzione della classe dirigente.

Perché questo fattore sia forte nella prospettiva, esso va ancorato a tre temi della città: essere consapevole del proprio ruolo trainante la dimensione nazionale; formare una identità metropolitana e non di borgo; esprimere una vocazione globale e non provincialistica. Ma perché esso sia forte vi è chi dice che si devono rimettere in carreggiata argomenti irrisolti (tema toccato da Ada Lucia De Cesaris, che ha ripreso la parola in pubblico dopo un certo silenzio): la qualità dell'apparto amministrativo e dell’organizzazione; la capacità di raccontare e comunicare processi (tema su cui sono ancora deboli i luoghi del dibattito pubblico e insufficiente il ruolo dei media di opinione). Aggiungo io: anche agire su una leva abbandonata, cioè la ricerca interpretativa dei fenomeni e delle tendenze e avviare legami più importanti con il sistema universitario e di impresa.

Smarrimenti e decisioni

Questi rafforzamenti presuppongono che la città non torni alle culture egemoniche espresse da partiti politici (che a volte non percepiscono che il dato di reputazione, nel paese, che li riguarda resta inchiodato al 3%) - argomento su cui Pietro Bussolati e Lia Quartapelle all'assemblea della mattina hanno dato qualche assenso - ma dando appunto prospettiva alle alleanze attorno alle affinità. Ecco quindi annunciato il rilancio di un "civismo politico", che non si limita a valorizzare le buone maniere, l'educazione e il rispetto degli altri. Civismo oggi è altro. E' responsabilità non solo di chiedere ma anche di assumere - dimostrando le competenze - una parte importante del processo di indirizzo e gestione. E' stata vista (anch'io ne ho scritto) una certa titubanza nell'avvio della campagna elettorale, una sorta di smarrimento del tessuto partecipativo cittadino attorno all'improvvisa necessità di sostituire la guida della città per indisponibilità di Pisapia di dare un "tempo 2" al suo mandato. La titubanza sembra superata, nel senso di affermare ora la necessità di discutere del progetto politico per la città e quindi di disegnare meglio il profilo che deve avere il più adeguato prossimo interprete di quel processo.

Programmi e profili

La giornata di sabato 24 ottobre ha fatto capire che una certa Milano apprezza poco il processo opposto: inventare candidati funzionali a certi interessi e poi tentare di far coincidere quelle candidature con una lettura approssimativa del sentimento collettivo. Ma si è anche posto il tema (Piero Bassetti in apertura) che l’esito delle elezioni non è scontato e che l’ipotesi di “perdere” va presa in considerazione. La domanda risorge come qualche tempo fa. I diversi segmenti del “civismo politico milanese” (che non stanno tutti nella lista civica che si è manifestata nel 2011) riescono allora a scegliere punti programmatici comuni e a disegnare il profilo di un candidato idoneo ad incarnare quei punti? Le cose sentite nell’assemblea (e altrove) porterebbero lì.

Nel corso della serata, poi, Giuliano Pisapia ha ricordato che l’esperienza civica milanese si è posta criticamente rispetto ai partiti ma accettando un’alleanza a scopo migliorativo della politica. Ferruccio De Bortoli ha colto nel libro accenti di delusione circa l’evoluzione politica del civismo. Gianluca Vago ha inteso un punto di forza nel civismo come ambito di formazione di nuova classe dirigente (il tema del “merito” nei processi gestionali resta un nodo della crisi della politica). Ho replicato attorno al ruolo di Milano di servizio ad un paese debole di civismo (come dimostrarono anni fa le ricerche in Italia di Robert Putnam), ma a condizione che il rifiuto della verticalizzazione di associazioni e movimenti (altrimenti diventati “grillini” o “leghisti”) non può ora nemmeno diventare pura orizzontalità. E in questo lo stesso Pisapia – che lasciando un “potere” indossa culturalmente una casacca civica - ha la responsabilità di sollecitare una riflessione collettiva e quindi anche una proposta nelle diverse anime del civismo milanese.

di Stefano Rolando

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