La forza dell'anima civica non si è spenta

... le risposte non si fanno attendere!!!

 

da "Arcipelago Milano" la risposta di Elisabetta Strada:Ritorno volentieri sul dibattito “dove sono finiti i civici milanesi” sollevato da Luca Beltrami Gadola nell’editoriale di ArcipelagoMilano del 10 maggio 2017 in qualità di civica non desparecida

È vero, oggi la lista civica che è stata eletta nel Comune di Milano si chiama “Lista Noi Milano Beppe Sala Sindaco” non riporta l’aggettivo “civico”. Noi Milano è la rappresentanza di più mondi della società civile che insieme condividono il progetto e programma del Sindaco Beppe Sala e del governo di centrosinistra. Questa non presenza dell’aggettivo “civico” all’interno del nome della lista, non fa però di questa una lista con un’anima non civica. Anzi.

La lista Noi Milano in questo mandato elettorale ha ottenuto un successo molto superiore al risultato ottenuto dalla “Lista Milano Civica x Pisapia”, nel 2011, che ottenne solo due eletti in Consiglio Comunale. Noi Milano Beppe Sala Sindaco, grazie all’enorme sforzo e lavoro fatto e alla forza del sindaco, ha potuto eleggere nel 2016 ben 5 Consiglieri comunali di cui Marco Fumagalli e la sottoscritta di Movimento Milano Civica MMC, Franco D’Alfonso e Emmanuel Conte con il loro movimenti civici, e Enrico Marcora, oltre a 16 Consiglieri di Municipio.

A differenza del 2011 si è scelto l’anno scorso infatti di presentare anche nei 9 Municipi la lista Noi Milano ottenendo un successo incredibile, eleggendo professionisti che si sono messi con vero spirito civico al servizio dei loro Municipi;

I 16 eletti nei Municipi sono vera espressione civica, per la maggior parte neofiti della politica, che si sono candidati e sono stati scelti con unico scopo di portare all’interno delle istituzioni il loro impegno di cittadini attivi. Un altro grande successo si è registrato con l’elezione anche di 3 Consiglieri Metropolitani. Un’elezione nata da un percorso dal basso tipico di una rappresentanza civica. La Città Metropolitana è stata suddivisa in quattro aree di riferimento. Ogni area ha scelto autonomamente, senza spinte dall’alto, il suo rappresentante da candidare, uno per Milano (Franco D’Alfonso), uno per area est (Roberto Maviglia) uno per area nord (Michela Palestra) e uno per area sud (Roberto Masiero – il primo dei non eletti, se non sbaglio). Questa modalità di gestione e individuazione dei candidati è stata una dimostrazione di spirito civico,

Oggi quindi, a differenza di sei anni fa, la forza civica al servizio delle istituzioni, vicina ai cittadini è molto più ampia, e il servizio che viene effettuato quotidianamente di ascolto è molto più incisivo. Una forza civica che sta sempre più formando una rete di interscambio di esperienze, idee, opportunità, stimoli e processi costruttivi. Dai Municipi, alla Città Metropolitana, alla Regione che chiude il cerchio, con una folta rappresentanza civica, milanese e no.

Tornando a Milano i “Civici” non esistono allora più, sono veramente desparecidos? Mi fa sorridere questa affermazione. Credo fortemente che la forza civica nei Municipi e in Consiglio Comunale sia molto ben presente e sia molto attiva. Alcuni quotidiani nazionali ci hanno addirittura accusato di troppo attivismo e troppa autonomia politica.

Siamo un Gruppo Consigliare e dei Gruppi di Municipio che sostengono lealmente il Sindaco e la sua Giunta, che desiderano portare un altro punto di vista nella soluzione dei problemi per raggiungere l’obiettivo comune, ma che nasce dall’ascolto quotidiano della città. Un Gruppo che fa proposte costruttive per il bene della città e cerca di lavorare in linea con il programma elettorale e le forze di maggioranza ma con una visione e risposte creative per il superamento di problematiche e processi burocratici difficili.

Una forza civica che non solo ha proposto progetti nel passato quali il bilancio trasparente e semplificato per i cittadini fatto da MMC, ma che anche oggi pone un forte punto politico. Lo ha fatto ad esempio portando per prima a Milano il dibattito sul tema dell’obbligatorietà dei vaccini, e che vuole farlo ora anche con la delibera sugli scali ferroviari. Dopo il grande lavoro di ascolto e partecipazione fatto dalle Commissioni Consiliari per arrivare a definire la delibera sulle funzioni del prossimo Accordo di Programma, la vera svolta che suggeriamo è di creare un modello Milano di consultazione sui piani attuativi al débat public.

Una sfida difficile ne siamo consapevoli, in attesa di una norma nazionale, per dare voce al débat public, che possa identificare i passaggi fondamentali di consultazione, condivisione e partecipazione con gli stakeholder e i cittadini dei progetti definitivi che verranno sviluppati nei vari scali prima di renderli esecutivi. Questo passaggio di partecipazione alla débat public, sarà necessario per accogliere e conoscere eventuali istanze e migliorie da parte della città prima che i progetti di sviluppo vengano attuati, con auspicio che possa diventare la base di un metodo di lavoro esportabile in tutte le città italiane.

L’esempio del cantiere M4 insegna. Se si fosse affrontato, anni fa, fin dall’inizio il progetto, con questo metodo di lavoro si sarebbero evitati ricorsi e ritardi e soprattutto spese economiche a carico dei cittadini e dei privati per far sentire la propria voce.

Elisabetta Strada

Presidente Gruppo Consiliare “Noi Milano” Beppe Sala, sindaco e presidente MMC

Cari soci e socie,

è indetta l'assemblea straordinaria e ordinaria per Lunedì 6 Marzo 2017  in seconda convocazione alle ore 20.30 all’Umanitaria,Via S.Barnaba 48, Sala Bauer con il seguente ordine del giorno:

Parte straordinaria:

1. Proposta del Consiglio Direttivo di revisione delle Statuto Sociale e approvazione dello Statuto Sociale modificato.

 

Parte ordinaria:

1. Relazione della Presidente: primi 6 mesi insieme al Sindaco Beppe Sala; considerazioni e confronto con i Soci;

2. Approvazione bilancio con presentazione rendiconto economico e finanziario anno 2016;

3. Condivisione e aggiornamento situazione politica città Milano vs panorama regionale e nazionale;

4. Preparazione convegno MMC sulla mobilità;

5. Varie ed eventuali.

In allegato la lettera di convocazione dell’Assemblea, con la parte da utilizzare per un'eventuale delega.

Possono partecipare i Soci iscritti in regola con il versamento della quota associativa 2017 (€ 30,00 o più e € 10 per under 30).

Si ricorda che i Soci presenti possono versare la quota 2017 all’atto della registrazione; i Soci che danno delega devono aver versato la quota 2016 prima dell’assemblea oppure aver inviato una mail dal proprio indirizzo di posta a movimentomilanocivica@gmail.com indicando il delegato che verserà la quota alla registrazione e l’importo.

Votanti: Soci presenti + Soci per delega (max 1 delega per Socio presente).

 

 E' gradito un cenno di conferma sulla partecipazione a movimentomilanocivica@gmail.com

Verso le elezioni
Per ottenere l'appoggio del civismo l'ex A.D. di Expo deve costruire un’idea forte e condivisa di città metropolitana
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MILANO - Finora non è che la (possibile) candidatura di Giuseppe Sala a sindaco di Milano abbia suscitato consensi unanimi tra i milanesi. Lasciamo stare le reazioni di coloro che da tempo avevano annunciato di volersi candidare: è chiaro come aver a che fare con un avversario in più (e dotato di appoggi pesanti) non faccia piacere. Ma quei candidati erano (per un verso o per l’altro) deboli e dovevano comunque aspettarsi che il PD e la coalizione di centro-sinistra si sarebbero dati da fare per trovare un candidato (meglio ancora una candidata) più “sostanzioso/a”. Il problema è se Giuseppe Sala possa essere, effettivamente, tale.
Aver condotto in porto sul filo del rasoio l’operazione Expo (avviata sotto i peggiori auspici da Letizia Moratti e Roberto Formigoni) è certamente un merito politico-manageriale. I conti definitivi ancora non ci sono (e chissà se mai ci saranno) a certificare l’effettivo o mancato successo economico. Ma essere stato un manager accorto non basta a fare di Sala un buon candidato sindaco. Lasciamo stare gli elementi di rischio “giudiziario” (e quindi politico) che un gestore di qualche miliardo di appalti pubblici si porta inevitabilmente dietro in misura assai maggiore di altri potenziali candidati. Un rischio che potrebbe azzopparlo in qualsiasi momento da qui al giorno delle elezioni.
Il primo problema è come sta nascendo la candidatura: con un atto di imperio del Presidente del Consiglio nonché segretario del PD. Imperio nato, come spesso accade, da feeling personale più che da meditata valutazione politica. Una candidatura, dunque, che non emerge dalla partecipazione dei cittadini milanesi e forse neanche dalla convinta scelta del PD milanese. In più, le prime dichiarazioni attribuite a Sala sembrano o sciocche cantonate («Milano è meglio di Roma. Noi ci confrontiamo col mondo») o così anti-politiche da far pensare a un candidato grillino e non di centro-sinistra («Se sono di destra, di sinistra, di centro o di altro? Io dico: me ne frego»). Qualcuno gli ha attribuito anche un «Non sono Pisapia. Io guardo a destra» che colpisce per il mancato rispetto dovuto alla fruttifera e positiva esperienza amministrativa in corso. Per carità: non saremo certo noi a predicare una assoluta continuità che avrebbe potuto garantire soltanto lo stesso Pisapia, ricandidandosi. Ma non è invertendo la rotta rispetto alla più apprezzata (in Italia e all’estero) amministrazione degli ultimi vent’anni che si costruisce una candidatura di successo e una coalizione che veda convergere partiti di centro-sinistra e civismo politico. Pisapia ha governato grazie a una brillante invenzione politica, di cui gli va riconosciuto il merito. Ora ci vuole il genio di migliorare quell’invenzione, non quello di voltare pagina e disegnare un perimetro politico nuovo per Milano, assai simile all’alleanza PD più NCD, attualmente (precaria) maggioranza di governo a Roma.
Non sembra che una candidatura così caratterizzata possa trovare l’appoggio del civismo politico milanese, che ha fatto la differenza, consentendo a Pisapia di vincere nel 2011 e ad Ambrosoli di vincere a Milano nel 2013 (perdendo in Regione solo per l’improvvida candidatura di Albertini, apaticamente sostenuta da Mario Monti). Quell’appoggio Giuseppe Sala se lo deve guadagnare se vorrà veramente candidarsi e, dopo l’avvio malaccorto, la strada è in salita. Se lo deve guadagnare, con idee, programmi, gesti politici concreti e convincenti. Un’idea forte e condivisa di città metropolitana da costruire, a partire dalle istituzioni e dal bilancio, con attenzione al disagio sociale e alla creazione di «capacità», non solo alle magnifiche e progressive sorti della Milano globale. Se lo deve guadagnare garantendo un metodo di decisione politica partecipata e inclusiva (per esempio impegnandosi al débat public per tutte le nuove opere pubbliche): l’opposto dell'uomo solo al comando. Se lo deve guadagnare con una chiara presa di distanza dal mondo dei «palazzinari» (che ci sono a Milano come a Roma e non sono agnellini) e dai traffici ciellini nella sanità lombarda e milanese. Il tempo che Sala si è giustamente preso per decidere lo usi bene. Altrimenti non sarà lui il candidato per cui il civismo milanese vorrà unanimemente spendersi.

di Nanni Anselmi e Andrea Boitani

Un contributo di Paola Colombini

MILANO - Sono fondamentali gli interventi giudiziari, il coinvolgimento mediatico e il finanziamento (sempre troppo poco: un dramma sacrificato sull’altare del contenimento della spesa e dell’inadeguata legislazione) della politica statale e locale sulla violenza verso le donne.
Le violenze fisiche sono oggi illuminate – per fortuna – dai fari dell’informazione che raccontano le tragedie delle donne che subiscono violenza.
«Secondo una ricerca del Dipartimento Pari Opportunità e dell'Istituto nazionale di Statistica, diramata il 5 giugno e relativa al quinquennio 2009/2014, il 31,5 per cento delle donne italiane fra i 16 e i 70 anni ha subìto violenza fisica o sessuale almeno una volta nel corso della vita. Si tratta di circa 6 milioni e 788mila persone, una donna su tre: un dato impressionante...» (la Repubblica).
Poi ci sono le donne discriminate familiarmente, socialmente, politicamente ed economicamente, e che non si possono difendere dagli abusi esercitati contro le loro capacità e competenze.
Infine c’è la pratica quotidiana della silenziazione, che dopo giorni o anni nei quali la donna è semplicemente annullata come un fantasma, ella accetta come qualcosa di ineluttabile l’essere messa da parte. Si china la testa, si tace, si fanno passi indietro. La tua parola vale poco, donna, e comunque meno della parola di un maschio.
Avete mai provato, care amiche, a essere le uniche interlocutrici in un gruppo di maschi? Per esempio in un gruppo decisionale importante.
Se non rivesti ruoli dirigenziali, e allora ti devono ascoltare per forza per lo meno i tuoi sottoposti, tra pari avviene questo: cominci a parlare, dici cose interessanti, poi vieni interrotta – come se nemmeno tu esistessi – da un maschio e gli occhi di tutti si fissano su di lui. Che probabilmente sta dicendo una banalità già sentita mille volte. Tu, donna, sei tagliata fuori e alla fine sei messa all’angolo perché l’attenzione a quel che stavi dicendo è svanita, gli occhi di tutti si sono allontanati da te, sei diventata invisibile. E allora te ne vai. Per dignità. Nulla più conta di quel che hai detto e hai fatto. Semplicemente non esisti più. Il maschio che parla è diventato il centro dell’attenzione.
«Quando si tratta di nomine vince sempre il Pmi: Partito maschilista italiano», scrive l’Espresso. Ma vale anche per molto meno.
Come si diceva un tempo: il personale è politico.
Ho letto in gioventù un libro che ci ha fatto pensare al nostro destino di donne nella storia: Il secondo sesso di Simone de Beauvoir (1949; la mia edizione italiana è del 1977). Vi riporto un piccolo estratto «Quel che è certo è che finora le capacità della donna sono state soffocate e disperse per l’umanità e che è veramente tempo, nel suo interesse e in quello di tutti, che le sia concesso finalmente di sfruttare tutte le sue possibilità».
Potremo mai consegnare alle nostre figlie e ai nostri figli una pratica di uguaglianza?
Questo deve essere un progetto di impegno politico e culturale di donne e di maschi che ci credono. Non a parole, ma nella pratica quotidiana: nella famiglia, nella società, nel lavoro e nella politica.

Paola Colombini
MMC - Movimento Milano Civica
Coordinamento dei Civici Metropolitani







 

Consiglio degli 11 esperti
11 esperti riuniti per stabilire la scala di valori sulla quale costruire il progetto Milano

Lunedì 13 luglio il “Consiglio degli 11 esperti” della coalizione di centrosinistra, incaricato di elaborare il sistema valoriale attorno al quale costruire un progetto per il futuro governo di Milano e della Città Metropolitana, ha presentato ai cittadini, presso la Casa della Cultura, le prime considerazioni per aree tematiche. Hanno dato il proprio contributo di idee tutte le forze politiche del centrosinistra: questa è la riflessione di Nanni Anselmi, Presidente del Movimento Milano Civica.
L’occasione di questa sera riveste particolare importanza nel percorso di avvicinamento alla scadenza elettorale del 2016. Bene ha fatto il Partito Democratico, insieme agli altri soggetti politici della coalizione, a organizzare questo appuntamento molto significativo.
Grati sicuramente dobbiamo essere a Giuliano Pisapia per l’ottimo lavoro svolto e che svolgerà fino all’ultimo giorno del suo mandato di sindaco, ma altrettanto decisi vogliamo essere nel continuare e – laddove possibile – portare a termine il progetto che lo ha visto leader vincente nel 2011.
Non si cambia una città in soli 5 anni, ma giorno dopo giorno la si migliora come è avvenuto per Milano grazie a un’Amministrazione innanzi tutto onesta, e poi capace di lavorare duramente e con una grande forza innovativa.
Ora dobbiamo tutti insieme raccogliere – partiti e forze civiche di governo – il testimone consegnatoci idealmente da Pisapia.
L’idea di unire forze politiche di partito con movimenti civici di cittadini mai coinvolti prima nella gestione diretta della Cosa pubblica deve continuare il proprio percorso vincente, in quanto unica vera novità politica di questi ultimi anni.
La fase “sperimentale” è stata ampiamente superata con un risultato netto positivo, nonostante alcuni inevitabili ritardi di chi ha dovuto prendersi sulle spalle 20 anni di malgoverno delle destre.
La Nuova Darsena, la soluzione di un buon numero di parcheggi mai terminati o ambientalmente devastanti, l’AreaC, la presa in carico da parte di MM della gestione delle case popolari di proprietà del Comune, interventi importanti di riqualificazione delle periferie (mai sufficienti, ma le risorse sappiamo essere poche) sono alcuni esempi del lavoro fatto.
E infine, propongo alla vostra riflessione il rilancio della cultura dei diritti, del rispetto e della solidarietà: eravamo una città spaventata, oscurantista, rannicchiata su sé stessa: ora siamo in una Milano Liberata e oggi libera dalla paura.
E questo è merito della Giunta che ci ha governati, e di tutti noi cittadini che abbiamo accolto e interpretato nei nostri quartieri questo nuovo modo di vivere e praticare il Buon Governo e il senso politico della comunità.
Occorre lucidità e coesione da subito nel campo del centrosinistra.
La cronaca “benaltrista” propria di certe testate cosiddette amiche va depotenziata da una solida base di pensiero politico coraggioso e capace di guardare lontano, e in grado di portare di nuovo il centrosinistra a una vittoria che è alla propria portata se le forze partitiche e civiche dell’attuale coalizione si presenteranno agli elettori unite sugli obiettivi e sui basilari valori etici che ci guidano.
Il Civismo democratico e di governo, rappresentato dal Movimento Milano Civica, farà la sua parte accanto ai partiti della coalizione perché siamo ormai riconosciuti quale forza leale e propositiva.
Quanto ai candidati sindaci, accoglieremo – e volentieri ci batteremo – per coloro che sentiremo vicini ai nostri ideali e alla nostra visione comunitaria e ambrosiana della città di Milano e della Città Metropolitana.

Nanni Anselmi - Presidente di MMC

Documento politico
Principi, valori e visione civica del Movimento Milano Civica

MILANO -  Da oggi coloro che consultano questo sito, accanto allo Statuto e all'Atto Costitutivo, tra i documenti fondamentali di MMC, troveranno anche il Documento Politico Generale del movimento. Al termine di un lavoro durato oltre sei mesi e che ha visto coinvolti il Consiglio Direttivo e via via i soci in assemblea, e' stato elaborato un Manifesto politico in cui si trovano i principi, i valori e la visione civica che noi abbiamo della societa' in cui viviamo. Accanto a principi di carattere generale, lungo le pagine del Documento, chi legge trovera' anche proposte e indirizzi rispetto ai principali argomenti del dibattito attuale sia nazionale che regionale che metropolitano. La nostra idea di partecipazione dei cittadini alla vita democratica del Paese, la nostra visione di economia solidale e condivisa, l'idea di Europa e di Citta' Metropolitana.

Una forza poitica deve riconoscersi in linee guida e programmi di medio periodo. E questo il risultato che abbiamo ottenuto".

 

Il Paese che vogliamo

Nelle società così dette più evolute,  sia sul piano del reddito pro capite e sia parallelamente su quello del consolidamento dei valori democratici che regolano la vita delle comunità, sta emergendo una profonda crisi di speranza nei confronti del futuro e conseguentemente anche una crescente sfiducia nella democrazia, nelle sue istituzioni e nella CAPACITA’ della politica di  SALVAGUARDARE L’INTERESSE GENERALE E IL BENE COMUNE DEI CITTADINI

In Italia, in particolare, la recessione causata dall’esplosione della crisi finanziaria nel 2008 si è innestata e sommata a un declino ormai ventennale, che non è solo economico, ma che è divenuto anche sociale, politico ed istituzionale.

Nel nostro Paese, la sfiducia e la preoccupazione per l’oggi e il domani hanno raggiunto livelli impensabili a causa della pericolosa persistenza di un vuoto politico, provocato dalla inadeguatezza di proposta sia da parte dei partiti così detti novecenteschi, sia da parte delle nuove espressioni organizzate, caratterizzate da personalizzazione, da affarismo ed infine da dirigismo unico e plagiante che trasforma in digitale quello che una volta era l’espressione di consenso e dissenso interno, scambiandolo per democrazia diretta.

Un vuoto politico che a sua volta è la causa prima della perdita di credibilità delle istituzioni, e dei loro modelli di governance sia transnazionali che locali, la cui conseguenza sono la provocazione e il diffondersi di un populismo negazionista delle regole democratiche, l’empatia ricorrente per l’uomo solo al comando, la semplificazione distruttiva delle regole e dei processi da contrapporre agli arroccamenti conservativi. 

Nell’Italia che vogliamo, non può che esserci – al contrario -  il rispetto  quasi sacrale dello Stato di diritto, della democrazia quale valore in sé, intesa come principio basilare, ‘’formale, ma non formalistico’’ - come Bobbio ci ha insegnato - e che occorre tenere ben fermo in un’epoca di continuato e più o meno dichiarato attacco da parte proprio dei sedicenti nuovi “liberali” e “democratici”.

 

La democrazia che vogliamo

Siamo per una democrazia deliberativa e dignitaria;  siamo più che mai convinti della necessità del costante accrescimento - all’interno del delicato equilibrio fra libertà e uguaglianza - del secondo elemento rispetto al primo, poiché vediamo nella democrazia un sistema di valori che deve tendere a una progressiva riduzione delle disuguaglianze nei tre ambiti fondamentali economico, politico-sociale, culturale.

La libertà individuale - infatti - identifica solo uno dei valori che stanno alla base di una società giusta e non può essere considerata un valore assoluto, in quanto oltre a un certo limite essa limita necessariamente l’esercizio di quella altrui. 

Un valore da molti anni trascurato è quello della comunità. L’ideologia politica da tempo prevalente ha dato per scontato che “gli individui precedono la società” (qualche volta arrivando addirittura a negare che la società sia un concetto dotato di senso) e che la politica debba limitarsi a massimizzare la somma totale dei redditi (e/o delle ricchezze) individuali, trascurando la loro distribuzione, nonché la promozione di esperienze, istituzioni e attività economiche e culturali che promanano dalle comunità.

Riconoscere tale verità significa percorrere il primo passo verso quella comunità di valori condivisi e quella coscienza associativa, base del vivere civile a cui noi aspiriamo. 

Crediamo che l’ideologia della competizione senza limiti, delle disuguaglianze “naturali” e perciò inevitabili e ineliminabili, della ricchezza di pochi che avvantaggia tutti, sia stata smentita dai tristi fatti della crisi in cui il mondo e l’Europa in particolare si dibattono da più di sei anni.

Il nostro impegno è quindi  per una società inclusiva, che non lasci indietro nessuno, che dia a tutti pari opportunità impegnandosi ad allargare le possibilità di vita dignitosa per la maggior parte degli individui.

 

Cittadini attivi nel territorio

La democrazia, in tutte le sue forme di espressione e rappresentazione  non dovrebbe mai privarsi della dimensione dell’esperienza concreta, in particolare di quella associativa e della possibilità per i cittadini di praticare una effettiva azione di partecipazione politica, così come previsto dalla Costituzione e dalla profonda condivisione che l’avvento delle nuove tecnologie ciò meglio consente e facilita; 

Tocqueville,  quasi due secoli fa, nel descrivere la qualità della democrazia in America, rimase impressionato dalla serietà del processo deliberativo e del dibattito pubblico. Egli aveva intuito che questa era la sostanza della democrazia, attribuendone il merito al livello delle associazioni (di volontariato, economiche, politiche, sociali) pubbliche in cui il cittadino imparava a discutere, progettare e responsabilizzarsi.

In altri termini, egli aveva attribuito la causa della qualità della democrazia al “capitale sociale” prodotto anche fuori dal sistema politico tradizionale.

A maggior ragione l’analisi è valida oggi, momento storico in cui sono i movimenti – a volte anche quelli pregiudizialmente o strumentalmente antagonisti – e non più i partiti novecenteschi o personali a esprimere nuove idee, a individuare i nuovi bisogni sociali e in cui il territorio insieme con le tematiche della democrazia locale è diventato protagonista  nel dibattito politico a tutti i livelli. 

Non più dialogo unilaterale di governo tra Centro e Periferie, ma nuova interazione in cui viene riconosciuta l’importanza del “locale” come ambito socio-politico rilevante  da coinvolgere nella definizione delle strategie politiche nazionali, nonché in quelle costituzionali.

Una concezione della politica che al centro pone il recupero delle capacità e delle competenze/conoscenze dei cittadini nelle forme della cittadinanza attiva, patrimonio altrimenti perduto/sottratto alla politica.

 

La politica che vogliamo: la partecip-azione

I singoli cittadini diventano attivi proprio in quanto sono autori di azioni. Ma a causa del processo di autorizzazione/delega ai rappresentati, essi “NON LE COMPIONO MAI ”( Sartori ).

Infatti, se da una parte si dà forma e rappresentazione al diritto alla politica attraverso le elezioni, dall’altra si prevede la partecipazione della cittadinanza limitatamente all’esercizio del diritto/dovere di voto, prescindendo dalla condivisione progressiva.

L’elettorato – nella migliore delle ipotesi – “decide chi deciderà senza possibilità di entrare sia nel merito dei contenuti delle decisioni che nei successivi processi di scelte pubbliche’’ (Sartori)

Pertanto di fronte alla manifesta crisi di credibilità dei partiti tradizionali, sempre più gusci vuoti di idee e progetti , di fronte al crescente distacco tra popolazione ed istituzioni, la difesa ed il rilancio dei valori della democrazia non può che ripartire dalla dimensione territoriale e da quella comunale in particolare, come indica una fondamentale raccomandazione dell’ Unione Europea: 

“i processi di produzione delle politiche pubbliche dovrebbero avere per attori quelle autorità che sono più vicine ai cittadini” (Consiglio d’Europa, 1985, art.4.3.).

Il Movimento Milano Civica è pertanto più che mai impegnato a sviluppare, INSIEME/oltre i partiti, attività anche non convenzionali e “intermittenti” di politica simbolica, attraverso la mobilitazione su singole questioni concrete e non ideologiche (cause umanitarie/solidali, ambientali, di tutela del territorio e delle minoranze).

Farsi “imprenditori di policy”, mobilitando risorse altrimenti non disponibili e individuando nuove reti di relazioni informali (network associativi).

La partecipazione dei cittadini è decisiva, in particolare, per porre su basi condivise e sostenibili le decisioni riguardanti le opere pubbliche che impattano sul territorio e – soprattutto nelle fasi di realizzazione - sullo svolgimento delle normali attività dei cittadini. 

Non è possibile andare avanti con delibere (nazionali e locali) e affidamenti fondati su progetti di larga massima, solo a valle seguiti da una progettazione completata nel chiuso di uffici tecnici, senza confronto con la cittadinanza e senza valutazioni preventive dei costi e dei benefici delle diverse alternative. Il che porta a una fase di mera difesa del progetto di fronte a una cittadinanza che tende, in questo modo, a prendere inevitabilmente l’atteggiamento conflittuale di tipo NIMBY.

Bisogna invece partire dalla progettazione di un ristretto ventaglio di soluzioni alternative al problema infrastrutturale individuato, sottoporle a un’accurata e indipendente valutazione dei costi e dei benefici e procedere a un “dibattito pubblico”, regolamentato e di durata prefissata, nel corso del quale le istanze e le idee positive dei cittadini interessati vengono discusse e incorporate nel progetto. 

La decisione potrà così avvenire scegliendo il progetto che ha il miglior saldo tra benefici sociali e costi sociali (inclusi quelli ambientali) e che risulta essere condiviso dalla cittadinanza che ha partecipato alla discussione.

 

L’economia che vogliamo: la democrazia economica

È indispensabile che, nella complessità della globalizzazione e di fronte ai soprassalti di autarchia e nazionalismi più o meno velati, il sistema economico, finanziario, produttivo e degli scambi sia percepito come fondamentalmente “giusto”, principio chiave per la sua sostenibilità politica. 

Questa percezione non può più essere data per scontata, visto che l'interazione di tecnologia, globalizzazione e deregolamentazione dei mercati finanziari ha esacerbato la disuguaglianza di reddito e ricchezza all’interno dei Paesi, anche se il divario medio fra Paesi è diminuito, soprattutto grazie alla tumultuosa crescita di alcuni paesi molto popolosi, come l’India e la Cina, al cui interno, peraltro, le disuguaglianze sono andate acuendosi. 

La disuguaglianza di reddito e ricchezza è “buona”, se moderata e premia il merito acquisito con lo studio e il lavoro (a cui tutti siano effettivamente in grado di accedere, come detta la nostra Costituzione) e se fornisce gli incentivi giusti allo sforzo creativo e innovativo, mentre è “cattiva” se eccessiva e nasce dalla rendite patrimoniali familiari, dagli eccessi della finanza e dal culto delle “superstars”. 

Una disuguaglianza che non solo è dannosa per la crescita di lungo periodo ma genera anche instabilità economica e sociale, eccesso di indebitamento, espansione della povertà relativa (quando non assoluta), aumento dell’esclusione sociale e di altre correlate “illibertà” (Sen).

La disuguaglianza può paralizzare il sistema politico e la crescita di un Paese. Per combatterla non basta un sistema di imposizione fiscale progressivo su redditi e patrimoni, capace di minimizzare continuamente l’evasione e l’elusione. Occorre anche una politica che attivamente garantisca l’accesso equo a beni e servizi  che costruiscono “capacità” (come l’istruzione, l’accesso alle risorse idriche e l’assistenza sanitaria) di uguale qualità per tutti, indipendentemente dal reddito familiare, dal quartiere o dalla località in cui si abita. 

È improbabile che il mercato, lasciato a se stesso (e al codice civile), fornisca garanzie sufficienti. Proprio perciò è imprescindibile l’efficienza della produzione pubblica e l’efficacia della regolazione pubblica, quando non si possa prescindere dall’efficienza della produzione privata.

In alcuni casi la soluzione più adeguata può rivelarsi la produzione basata sulla gestione comune, senza fine di lucro, da parte della società civile auto-organizzata.

Per questi motivi, come ha indicato  Elinor Ostrom nel suo discorso di accettazione del premio Nobel per l'economia, proponiamo lo sviluppo di una economia policentrica basata su tre pilastri: quello non profit dei beni comuni, quello fondato sul mercato competitivo e quello dell'economia pubblica (da declinarsi in produzione pubblica o in regolazione pubblica della produzione privata) per i beni e i servizi che più economicamente vengano prodotti in regime di monopolio. 

Per quanto riguarda i beni comuni – cioè le risorse tendenzialmente non esclusive e non rivali condivise dalle comunità a tutti i livelli, come l'ambiente, Internet, l'acqua, le conoscenze e l'informazione, le reti, la cultura, le risorse naturali – la Ostrom ha dimostrato che i commons possono essere gestiti in maniera più efficiente e sostenibile dalle comunità rispetto alle corporations o allo Stato: infatti questi ultimi sfruttano in maniera forsennata i beni comuni ma sono quasi sempre inefficienti e non equi, sprecando le risorse con strategie di breve termine e privilegiando ristrette elites economiche. 

La proprietà e la gestione privata e statale dei commons non sono sostenibili nel medio-lungo termine senza la condivisione per il controllo dal basso dei cittadini direttamente interessati. È importante che per i servizi a forte intensità di infrastrutture e di tecnologia (come quello idrico integrato, di cui la fornitura del bene comune acqua alle famiglie è solo una parte) le comunità siano in grado di provvedere e remunerare in modo equo e certo il capitale necessario a mantenere e migliorare la qualità del servizio.

A questo fine, purtroppo, l'attività rivendicativa e negoziale e i conflitti sindacali si sono dimostrati largamente inefficaci in questa crisi: la realtà è che i cittadini stanno sopportando il peso delle politiche recessive di austerità e non riescono a incidere sulle strategie aziendali e, più in generale, sulle politiche economiche del Paese. 

Pensare di difendere il lavoro solo con le lotte e le contrattazioni sindacali o ricorrendo alla concertazione nazionale, è retorica di un obsoleto modello di relazioni industriali; è illusorio anche il solo supporre che basti un cambio di governo per cambiare i rapporti di forza sul terreno decisivo dell'economia e per uscire dalla crisi. 

Occorre quindi procedere per soluzioni più efficaci e innovative, prevedere nuove regole per valorizzare il capitale umano nell’impresa, soprattutto in quella post fordista per rafforzare la capacità propositiva e decisionale dei lavoratori nell'impresa stessa, in modo che il loro potere decisionale possa equilibrarsi a quello del capitale, troppo spesso condizionato dal prevalere di strategie più finanziarie che industriali, dal venir meno della propensione al rischio imprenditoriale, dall’assenza di volontà e capacità di innovazione; dall’impossibilità competitiva.

Occorre anche e forse soprattutto costruire una nuova cultura diffusa della “co-decisionalità attiva”

Esistono infatti  profonde ragioni morali, sociali, politiche, economiche per pretendere la democrazia nelle aziende, negli enti pubblici, nella gestione dei beni comuni e in generale nell'economia:

  • sul piano morale,  il lavoro costituisce la principale attività umana ed è impossibile mantenere la dignità della persona senza minimi livelli di democrazia sul posto di lavoro,
  • sul piano sociale, la gravissima crisi occupazionale europea alimentata dalla finanza speculativa e dalle politiche di austerità forzata può essere contrastata efficacemente con l'introduzione della democrazia anche nella sfera economica, dove è tuttora del tutto assente.

Un sussidio di disoccupazione universale, dignitoso e di durata adeguata, accompagnato da politiche attive per la riqualificazione e il reinserimento al lavoro, è la premessa indispensabile per qualsiasi riforma del mercato del lavoro che non si traduca semplicemente in un aumento della flessibilità in uscita. 

Una ridotta protezione del “posto di lavoro” (a parte i casi di licenziamento discriminatorio, che devono rimanere difficili e fortemente penalizzati) richiede una ben più solida protezione sul “mercato del lavoro”. Sotto questo profilo, il recente “Jobs Act” varato dal governo italiano appare purtroppo assai carente.

Ma l’esigenza di democrazia economica impone di contrastare il modello di governance delle imprese secondo cui esse creano valore solo in quanto sono  valorizzabili sul mercato finanziario in base ai risultati di breve periodo a discapito di quelli a medio e lungo termine. Proprio per contrastare questa impostazione assume rilevanza un modello di relazioni industriali/aziendali che veda in primo piano sia la tutela del capitale umano e sia la promozione della competitività di lungo periodo.

La dimensione delle aziende italiane (sia industriali che di servizi) è mediamente troppo piccola, con svariate conseguenze negative: 

1) la capacità innovativa e la produttività del lavoro sono basse; 

2) la competitività sui mercati internazionali è affidata alla compressione dei salari reali; 

3) la governance aziendale è per lo più fondata su un vecchio modello padronale/paternalistico; 

4) la specializzazione produttiva è concentrata su settori a bassa intensità di capitale umano e di tecnologia; 

5) le imprese (medie e piccole) sono finanziariamente arretrate, molto più dipendenti che altrove dal credito bancario e quindi più esposte alle restrizioni creditizie che seguono le crisi finanziarie e alla (in)capacità delle banche di valutare i progetti di investimento e le idee.

Attualmente la proprietà delle aziende di maggiori dimensioni ha natura quasi sempre finanziaria attraverso società che hanno obiettivi speculativi: banche d'affari, hedge fund, fondi d'investimento, fondi sovrani, in certa misura anche i fondi pensione.

Senza la rappresentanza del capitale umano aziendale nel board delle grandi e medie imprese è molto difficile, se non impossibile, garantire continuità produttiva, occupazione, sviluppo sostenibile, innovazione e flessibilità nell’uso del lavoro.

Come indicano le analisi dello European Trade Union Institute, ETUI, il centro studi europeo dei sindacati, nell'Unione Europea 12 paesi su 27, soprattutto nell'area renana (Germania, Austria, Olanda, Lussemburgo) e scandinava (Svezia, Norvegia, Danimarca e Finlandia), hanno introdotto forme avanzate di partecipazione co-decisionale dei lavoratori nei board delle aziende pubbliche e private.

In questi Paesi le imprese sono mediamente di maggiori dimensioni; si registra più bassa disoccupazione, più elevati redditi per i lavoratori, maggiore competitività delle aziende, maggiore innovazione, migliore sostenibilità ambientale e maggiore potere sindacale. 

 

Comuni, Città Metropolitane, Regioni : le istituzioni che vogliamo

Tra lo Stato che doveva fare le norme e i Comuni che dovevano erogare i servizi e non solo quelli, sono state costituite le Regioni per realizzare, forse, la innovazione istituzionalmente più complessa, ovvero l’integrazione, la programmazione ed il coordinamento legislativo degli enti territoriali. 

Questo processo di articolazione istituzionale si è via via involuto in una doppia visione centralista esercitata sia dalle Regioni che dallo Stato centrale.

A causare questa involuzione sono state sia l’adozione di politiche di bilancio sempre più centralizzate, con l’INTENTO NON RAGGIUNTO di ottimizzare risorse e ottenere risparmi. Politiche adottate senza discrimine tra buone e cattive amministrazioni, e per alcuni versi per la carenza di esplicitazione nel dettato costituzionale a causa di un eccesso di visione centralistica da parte dei costituenti.

Ad aggravare il quadro vi è stata l’esondazione delle attività delle Regioni, che oltre alla gestione sanitaria hanno indirizzato la loro potestà su molteplici ed onerose attività venendo meno ad impegni indispensabili sull’assistenza e sulla conservazione dell’ambiente.

La Riforma del titolo V della Costituzione ha trasferito poteri alle Regioni senza responsabilizzarle fiscalmente di fronte ai propri cittadini, mentre è invece diventato di tutta evidenza che il motore e il traino dello sviluppo è oggi rappresentato dalle grandi città del mondo con le loro aree metropolitane. 

A livello mondiale, in queste aree metropolitane si vanno a concentrare, anche se non in modo esclusivo, le risorse umane e finanziarie, ricorrendo in primo luogo alla fiscalità derivata da attività prodotte in loco. Non è pensabile che analoghe modalità non siano adottabili anche in Italia ed in particolare per l’area metropolitana milanese, l’unica in grado di competere con le altre aree europee e globali nonché fondamentale fucina di imprenditorialità per poter rimettere in movimento tutti i vagoni del lungo treno italiano. Non è un caso che a Milano sia concentrato un maggior numero di imprese multinazionali rispetto alle città sue concorrenti in Europa. 

Va dunque progressivamente ripensato il potere di imposizione fiscale dal centro (nazionale) alla periferia, a partire dalle nuove città metropolitane, allo stesso tempo in cui si comincia a spostare potere di imposizione fiscale (e competenze di spesa) a livello europeo. 

La fiscalità di competenza della città metropolitana deve essere sussidiaria: le imposte devono essere riscosse, a parità di pressione fiscale, dalle città metropolitane e poi devolute, per la parte di competenza, alle regioni e allo Stato. 

Questo è possibile da subito per la tassazione sul patrimonio immobiliare e sui servizi che non devono comportare trasferimenti allo Stato. 

Occorre progressivamente giungere a un sistema di prelievo fiscale semplificato e diretto, che realizzi la corrispondenza tra imposizione fiscale e competenze di spesa e che riduca i trasferimenti da Stato e Regioni ai Comuni alla necessaria perequazione  legata alla diversa capacità fiscale dei territori. 

Solo così è realizzabile una piena responsabilità fiscale e di spesa dei diversi livelli di governo ed  eliminare le partite di giro sui fondi pubblici e restituire il rapporto tassazione-rappresentazione politica a livello di comunità locale. 

La Città Metropolitana milanese potrà rappresentare un volano fondamentale per lo sviluppo economico, culturale e sociale del Paese in quanto è area storicamente vocata all’innovazione, alla sperimentazione e all’apertura internazionale. Sapremo cogliere questa straordinaria opportunità a condizione di costruire un nuovo ente di vasta area policentrico che metta i territori in primo piano con le loro vocazioni, identità e progettualità, dotato di adeguate risorse, di autonomie e di funzioni all’altezza del ruolo strategico assegnato alle Città anche in sede europea. 

Per quanto riguarda l’elaborazione dello Statuto della Città Metropolitana di Milano, il contributo del civismo si è incardinato sui seguenti obiettivi: elezione a suffragio universale del Consiglio e del Sindaco metropolitani; articolazione del Comune di Milano in Municipalità dotate di risorse e di autonomia; organizzazione della partecipazione dei cittadini e dei gruppi sociali, creazione di istituti di democrazia partecipativa; coinvolgimento dei cittadini alla governance attraverso il bilancio trasparente e il bilancio partecipativo, già in fase di sperimentazione in Comuni governati da sindaci e giunte civiche; pareggio di bilancio di suolo e riuso del suolo edificato nell’ambito di una pianificazione territoriale basata su tutela, riqualificazione e valorizzazione del paesaggio, dello spazio agricolo e del sistema dei parchi.

Obiettivi concreti e al tempo stesso di stimolo per tutta l’attuale coalizione progressista di maggioranza

Nell’ambito dell’elaborazione del piano strategico metropolitano il civismo punterà sulla realizzazione di sistemi integrati e coordinati di infrastrutture e di servizi, semplificazione, costruzione di reti, azioni per la promozione delle energie sociali, economiche,  imprenditoriali e culturali dei territori.

 

Da dove ricominciare? 

Concorrendo a promuovere una necessaria riforma istituzionale sia su scala europea, da dove proviene ormai il 50% circa dei nuovi impianti legislativi nonché sul nostro ordinamento istituzionale.

Ma ora, già da subito, con tre stimoli che possono funzionare a condizione di viaggiare su una moderna comunicazione pubblica saldata con gli interessi sociali: 

  1. uno Stato votato alla “spiegazione”, ovvero in grado di creare partecipazione e condivisione propedeutici al perseguimento dell’Articolo 1 della Costituzione per l’appartenenza della Sovranità. 
  2. un sistema regionale votato allo “sviluppo” e ricondotto alla sua missione originale; 
  3. un quadro delle autonomie locali a presidio dell’ascolto e della partecipazione del cittadino e delle imprese. 

Una de-burocratizzazione delle amministrazioni, frenandone la bulimia legislativa, minaccia ed alibi alla responsabilizzazione degli amministratori.

Trasformare a termine, con possibilità di rinnovo in funzione dei risultati perseguiti, l’assegnazione delle dirigenze pubbliche nazionali e territoriali.

Definire dei tetti retributivi fissi per la dirigenza sia delle amministrazioni pubbliche e che delle aziende/enti controllati o partecipati, assegnando una correzione variabile in funzione del raggiungimento dei risultati loro precedentemente assegnati come obiettivi. 

Proseguire la battaglia per dare piena legittimità democratica alla neonata Città Metropolitana di Milano e per innervarla con una attiva e consapevole partecipazione dei cittadini ai processi decisionali,  a partire dal Bilancio, fondamentale strumento di condivisione conoscitiva e di trasparenza, oltre che di capacità d’azione politica. 

In questo senso rimarrà alta nell’agenda la proposta civica di anticipare quanto più possibile l’elezione diretta, a suffragio universale, del Sindaco e del Consiglio della Città Metropolitana, senza la quale la Città Metropolitana rischia l’indifferenza della cittadinanza e quindi di vedere compromessa la sua portata politica innovativa. 

 

L’Europa che vogliamo

Come riportano numerosi documenti civici regionali: “la ripresa dell’economia e il superamento della crisi necessitano di più Europa”. Le speranze di una rinascita del vecchio continente sono legate allo sviluppo innovativo dei suoi centri metropolitani. Le città metropolitane, potranno d’altro canto prosperare solo in una Europa dinamica e rinnovata. Lo sguardo di un movimento civico deve dunque allargarsi a comprendere l’orizzonte europeo.

Se vogliamo che il lavoro di cinquanta anni di storia europea sopravviva, è necessario che le istituzioni comunitarie cambino. Il tempo e la congiuntura, da soli, non convinceranno i mercati che le strutture dell'Unione non hanno bisogno di essere riformate in senso federale. Tanto meno è utile la minaccia di un’uscita unilaterale dall’euro da parte di uno o più paesi in difficoltà. Un’uscita difficilmente realizzabile e dai costi altissimi per chi dovesse scegliere di andare in questa direzione. D’altra parte, è ormai evidente come proseguire con politiche di austerità simultanee in tutti i paesi dell’Eurozona non fa che aggravare la crisi e ridurre la fiducia dei cittadini nell’Unione, senza peraltro contribuire ai desiderati miglioramenti della finanza pubblica.

È invece urgente convincere i paesi del “Nord” (con minori problemi di debito pubblico) che devono da subito mettere in atto politiche fiscali più espansive, facendo così crescere la domanda aggregata nell’intera area euro e quindi diminuire il tasso di disoccupazione. A tale scopo, un attento coordinamento delle politiche fiscali tra i governi nazionali è assolutamente necessario.

È necessario che l’Europa si trasformi dal luogo delle elites al luogo dei cittadini. Bisogna cominciare a disegnare la Federazione Europea come l'avevano pensata i “padri fondatori”. 

Contemporaneamente all’avvio del coordinamento delle politiche fiscali è perciò indispensabile cominciare a riscrivere i trattati, accrescendo i poteri del Parlamento Europeo. Per superare l’anacronistica Europa delle Patrie, bisogna ridurre i poteri del Consiglio Europeo (dove si concentra il potere dei governi nazionali) e aumentare quelli della Commissione, a condizione che questa non venga “nominata” dalla contrattazione tra i governi nazionali ma si formi con la fiducia del Parlamento Europeo, su incarico conferito da un Presidente Europeo da eleggere direttamente a suffragio universale federale.

Fin da subito l’Unione Europea può provare di essere un’entità viva e utile per i territori e i cittadini’’, cominciando a:

1) Mettere ordine nel settore finanziario attraverso:

  • lotta ai paradisi fiscali; 
  • creazione di una agenzia di rating europea che si affianchi alle tre grandi americane oggi dominanti; 
  • divieto del proprietary trading (l’acquisto di titoli delle banche per conto delle banche stesse e non per i clienti); 
  • separazione delle banche commerciali (degne di speciale tutele)  da quelle di investimento che devono usare capitali di rischio e non quelli dei depositanti; 

2) Individuare nei sussidi di disoccupazione il nucleo di un bilancio federale europeo, da finanziarsi con un’imposizione europea (sostitutiva di una parte di quella nazionale). Un bilancio federale è, tra l’altro, condizione essenziale perché l’Unione Bancaria sia dotata di un credibile e potente meccanismo di risoluzione delle crisi.

3) Dare alla BCE un mandato di politica monetaria pieno, sulla falsariga di quello che ha la FED negli Stati Uniti, compreso il ruolo di prestatore di ultima istanza alla nascente Federazione Europea. 

4) Rivedere gli indirizzi relativi alle risorse trasferite dal bilancio europeo - a partire dalla PAC (che, in prospettiva, dovrebbe essere depurata dal carico di sussidi distorsivi che ancora oggi porta con sé) - per ampliare il supporto alle attività innovative e competitive indispensabili per un futuro competitivo dell’Europa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Solidarietà
La musica in aiuto della ricerca, a tempo di rock
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MILANO - L'Associazione non-profit Slanciamoci (www.slanciamoci.it) è entrata a far parte di Fondazione Serena Onlus, ente gestore del Centro Clinico Nemo, in qualità di socio partecipante. La collaborazione tra il Nemo e Slanciamoci è cominciata nel 2010 con una serata all’Atlantique di Milano per continuare con l’annuale Festa Rock all’Alcatraz, sempre a Milano.

Il presidente di Fondazione Serena Onlus, Alberto Fontana, è «particolarmente contento di questa alleanza, perché Nanni Anselmi, presidente di Slanciamoci, e tutta l’Associazione rappresentano al meglio lo spirito del Nemo, in quanto antepongono l’interesse della collettività e delle persone affette da patologie neuromuscolari al proprio».

L’Associazione, infatti, intende aiutare e sostenere, attraverso la musica e la cultura rock, i centri scientifici di eccellenza nazionali e internazionali che si occupano di ricerca e cura delle malattie neuromuscolari, in particolare della Sclerosi Laterale Amiotrofica. L'interazione tra il Centro Clinico Nemo e Slanciamoci nel corso di questi anni ha consentito la conduzione di progettualità mirate a comprendere uno degli aspetti più dibattuti sulla SLA, quali la comprensione del ruolo dei fattori genetici nello scatenare o modificare la patologia, in particolare attraverso la collaborazione con la S.S. di Genetica Medica dell'AO Niguarda Ca’ Granda.

«Fin dal primo momento in cui sono stato preso in cura dal Nemo ho condiviso un’empatia con le persone che vi lavorano, a tutti i livelli, e che mi hanno sempre trasmesso un’energia positiva», così Nanni Anselmi spiega il motivo per cui Slanciamoci associazione non-profit, di cui è il presidente, è entrata a far parte di Fondazione Serena Onlus in qualità di socio partecipante. «Credo, infatti, che il successo del progetto Nemo stia proprio nella umanità delle persone che lo hanno fatto nascere e che lo fanno vivere tutti i giorni. Un luogo dove mi sento compreso in tutte le specificità, a volte dolorose, che si devono sopportare per una patologia come la mia, la SLA. Un modo laico di interpretare la cura solidale. Un’esplosione di energia trasversale che unisce i giovani, i loro genitori e persino i loro nonni! Un contagio di passione. Una sfida ai nostri limiti e ai nostri mostri».

Nanni Anselmi di anno in anno ha saputo coinvolgere un numero crescente di amici in serate danzanti, fino alle 3.000 persone dell’ultima Festa Rock nel marzo 2014, durante la quale sono stati raccolti 45.000 euro. Un esempio di come tutti insieme - soci, amici, operatori sanitari e sostenitori – si possa coltivare la passione per la musica con entusiasmo, in modo solidale, originale e vincente, in una parola: ROCK!

nella foto: Nanni Anselmi

Incontri
Le nuove forme della politica partono dal territorio
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MILANO - Interessante l'incontro di venerdì 6 giugno organizzato dal Movimento Milano Civica con Fabrizio Barca, uno dei rari politici che non insultano, non affermano in modo categorico le proprie ragioni, facendo un uso morigerato di twitter, ma che per natura, abitudine e convinzione ragionano e argomentano le proprie idee.

Idee che riguardano i nuovi luoghi di elaborazione della politica (partiti, ma anche movimenti come il nostro), il loro rapporto con l’amministrazione, il loro ruolo nell’organizzazione del consenso, ma anche il compito nuovo di lievito delle comunità e di mobilitazione delle conoscenze.

Fabrizio Barca, come dirigente dell’amministrazione centrale dello Stato e come Ministro si è sempre occupato di politiche territoriali, non solo sotto il profilo degli strumenti da attivare e dei fondi (anche europei) da utilizzare, ma anche sotto quello da lui ritenuto cruciale dei soggetti politici e civici che suscitano idee ed elaborano progetti, innervandoli con una ampia e libera discussione pubblica, senza la quale quelle idee e quei progetti sono destinati a rimanere inerti o a perdere efficacia, quando non a venire apertamente contrastati.

La sua attenzione ai soggetti civici ne fa quindi un interlocutore interessante per il nostro movimento, anche se si dichiara ancora piuttosto restio a vedere la valenza anche politica dei movimenti che vede piuttosto come raccoglitori delle istanze che arrivano dalle popolazione a cui i partiti fanno da ponte verso le istituzioni di Governo.

Considerazioni di Elisabetta Strada dopo la vittoria di Renzi
Fuori dai partiti ma lavorando insieme
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MILANO - Io sono contenta che abbia vinto il PD. Che ne esca rafforzato dal punto di vista nazionale e che possa finalmente fare le tanto desiderate riforme. Che Grillo sia arretrato e che la destra sia in questo momento con elettrocardiogramma piatto. Tutto perfetto. 
Anche se non sono d'accordo su tutto, ho sempre scelto Renzi, fin dalle prime primarie. In questo momento è l'unica speranza di sbloccare questo sistema marcio, vecchio, statico, fermo sui suoi vetusti principi e meccanismi. 
Non mi sono mai esposta ufficialmente su Renzi per pudore nei confronto dei civici. Personalmente non l'ho mai negato, anzi dichiarato. Istituzionalmente non mi è mai sembrato il caso.
Non credo però che se avessimo votato per l'Italia ci sarebbe stato lo stesso risultato. Probabilmente per la destra nulla sarebbe cambiato. Per Grillo non so: la campagna anti Europa non gli ha portato voti, anzi. La denuncia contro il sistema italiano invece sì. Ma il "grillismo" è distruttivo. Senza progetti realizzabili. Non ha prospettive né progettualità.
Renzi invece le ha. Possiamo dire tutto quello che vogliamo, ma gli 80€ in busta paga oggi ci sono. Certo non basta..ma è un primo passo, andiamo avanti.
E oggi è l'unica alternativa che abbiamo.

Detto questo il problema è l'estremo potere del PD, " PD piglia tutto". E nello stesso tempo le divisioni interne del PD, le cento correnti interne che cercano di distruggersi tra loro. Il vecchio sistema dentro e fuori. 

Non esiste più la vecchia sinistra. Chiediamoci perché.
L'Italia "del lavoro" non è più solo in maggioranza dipendenti pubblici o metalmeccanici.
Oggi la maggior parte dei giovani è senza lavoro, la crisi dei 40/50 enni è sotto gli occhi di tutti: la maggior parte sono stati lasciati a casa.
Non esistono il lavoro fisso e l'assunzione. 
La classe "media" la stiamo facendo sparire. Dobbiamo tutelare la classe più debole, e puntare a farla diventare "media", ma non per questo dobbiamo massacrare e rendere la media bassa.. tutto ciò mentre quella "alta" continua imperterrita a farsi i fatti suoi.
La riforma Fornero è allucinante: non si può pensare di allungare così tanto l'età pensionabile. Chi lascia il posto ai giovani ormai? Chi si prende cura di nipotini? Nelle grandi città i nonni sono una risorsa sociale!

Vi confesso, che se il referendum non fosse presentato dalla Lega, sarei tentata di firmarlo. Non penso non debba essere firmato perché é presentato dalla Lega - credo che il civismo sia anche questo, essere fuori dai giochi partitici - ma il problema é che anche questo referendum come ogni cosa, viene strumentalizzato dai giochi partitici.

E mi è piaciuto invece Renzi, quando, mentre a Milano stavamo morendo con la diatriba taxi-Uber, ha avuto il coraggio di dire "ho provato Uber a NY e funziona benissimo". Questo intendo per coraggio della sinistra, portare avanti i valori di sinistra, ma senza rimanerne imbrigliati.
Chi ha il coraggio a rivedere la cassa integrazione e cambiare il modo di gestirla "perché bisogna pagare una persona per farla stare a casa? mica é ammalata no?"

Ora il tema per noi "civici di sinistra" è di capire come possiamo continuare ad essere una forza politica fuori dal sistema dei partiti ma che riesca a lavorare coi partiti per condurre la città, la città metropolitana, la regione ad un nuovo modo di fare politica e governo. 

E qui si apra il dibattito.

di Elisabetta Strada

Un intervento di Nanni Anselmi
Interpretazione civica dello stato attuale delle cose

MILANO - Da alcuni mesi viviamo – politicamente – nell’era della fretta. Questo appare il principio dominante, l’unico paradigma a cui fare riferimento, l’unico metro di giudizio con cui valutare l’efficacia della attività politica quotidiana.
La fretta però – come bene sappiamo – è da sempre una cattiva consigliera.
Alla fretta vengono normalmente associate la superficialità, il nervosismo, la approssimazione, l’ansia.
Tradotto in azione politica, questo principio produce accordi contro natura, riforme e leggi malfatte, alleanze posticce e provvisorie, denigrazione immediata della critica, anche costruttiva.
La fretta non è un concetto caro al mondo democratico e progressista che storicamente ha sicuramente peccato per l’opposto eccesso di analisi, mai per operazioni e iniziative politiche frettolosamente concepite ed eseguite.
Invece la fretta è propria di visioni politico - sociali lontane dalla democrazia e aperte invece a forme più o meno velate di derive populiste e autoritarie.
La fretta che caratterizza oggi il modo di vivere quotidiano di tutti noi, scandito da tweet, sms, post e ogni altra diavoleria tecnologica, non può impadronirsi totalmente del pensiero politico, necessariamente contraddistinto da idee e argomentazioni per loro natura (vivaddio!) complesse, articolate e “lunghe”.
Se la politica è attività suprema di gestione e promozione del Bene Comune a favore della comunità dei cittadini, anche/soprattutto in una società assai complessa, complicata e frammentata, a maggior ragione vanno contrastate democraticamente ma con forza operazioni di potere, verticistiche e frettolose raggiunte senza il preventivo consenso popolare, democraticamente espresso.In alternativa alla democrazia della fretta, il civismo democratico e progressista preferisce e sostiene la democrazia della velocità. A questo concetto, vengono associati ascolto, coinvolgimento, capacità di sintesi e rapidità di decisione.Qualità che il civismo fa proprie ancorando a esse la propria attività e valutando – alla luce della loro presenza o meno – comportamenti e iniziative politiche dei partiti.

di Nanni Anselmi

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Comunicati stampa
25/03/2015 23:31 - LAVORO AGILE. UNA GIORNATA SPECIALE IN 300 UFFICI DA MILANO A CATANIA
25/03/2015 23:30 - SALUTE. FARMACIE COMUNALI APERTE PER ESAMI GRATUITI AI MILANESI
25/03/2015 23:30 - AMBIENTE. IL COMUNE ADERISCE ALL’INIZIATIVA “EARTH HOUR”
23/03/2015 21:30 - CONSIGLIO COMUNALE. DIMEZZATO IL NUMERO DELLE BENEMERENZE CIVICHE
23/03/2015 21:29 - MILANO. PISAPIA: "GRAZIE A CHI MI HA ESPRESSO STIMA E APPREZZAMENTO"
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