Un articolo di Anna Scavuzzo ed Elisabetta Strada
Il diario di riunioni consigliari di ordinaria foliia

MILANO - Nelle ultime settimane il Consiglio Comunale si è riunito quasi ogni giorno. Talvolta per le consuete sei ore, talvolta fino a mezzanotte e oltre. Giugno ci ha visti in notturna per tre volte: il 8, 13, e il 26. E poi, gran finale, la notte fra il 29 e il 30 per l’approvazione del bilancio. La stampa le chiama “maratone”. Noi abbiamo smesso di dargli un nome. Durante la prima settimana abbiamo approvato una sola delibera, quella con cui s’è introdotta la tassa di soggiorno. Accordo e votazioni dopo una nottata di dibattimento, all’alba. Durante le due sedute notturne successive abbiamo assistito al ritiro di 500 emendamenti in un sol colpo; e nella successiva seduta altri 700 caduti come foglie d’autunno; nel corso delle sedute notturne abbiamo potuto portare al voto solo qualche emendamento, il dibattito è stato appesantito da decine di subemendamenti. La settimana successiva non è iniziata meglio: la seduta del 18 giugno si è conclusa poco prima della mezzanotte, senza completare la votazione degli emendamenti, senza la chiusura della delibera.

Le sedute notturne sono un supplizio: dopo qualche ora – giustamente – la stampa si defila e rimaniamo noi consiglieri, stanchi e svogliati, a ripetere un teatrino consumato fatto di racconti sull’invasione delle cavallette nell’antico Egitto, sui vespasiani nei tempi degli antichi romani, sulla rotonda di Gambara. Interventi intervallati dalla lettura ripetuta di articoli di stampa con l’intervista a questo o quell’assessore. Tirare tardi. Impegnarsi per ritardare l’approvazione delle delibere, ostruzionismo: strategie che ormai sembrano consuetudine per dar voce all’opposizione. Immancabilmente, a ogni delibera importante, arriviamo in aula con centinaia e centinaia di emendamenti, che vengono prontamente sub emendati in un rituale potenzialmente senza fine. La parola fine viene messa solo quando si arriva a un accordo, ovviamente. Questa nota non vuole essere un gioco matematico, ma suggerisce qualche riflessione a partire da un rapido conto economico sul costo delle sedute del Consiglio, sic stantibus rebus.

Sacrosanti il dibattito democratico, il confronto che dà spazio a posizioni diverse, un regolamento che tuteli maggioranza e opposizione. Attenzione, però, perché quando si abusa del regolamento, della possibilità di emendare e sub emendare, di avere tempo e voce in Consiglio si arriva a un dispendio di energie, di tempo e di denaro che non ci fa onore. Il tempo, le energie e i denari potrebbero – e forse dovrebbero – essere impiegati meglio, soprattutto a vantaggio della città e dei nostri concittadini.
* Si aggiungano le spese della carta per la stampa di centinaia di emendamenti: ogni foglio contiene un emendamento, ogni emendamento va consegnato a ogni consigliere. Quindi: 48 consiglieri x circa 600 emendamenti, a cui si aggiungono centinaia di subemendamenti, per ogni consigliere… Difficile perfino fare una stima del numero di stampe effettuate (sta per essere depositato un ordine del giorno che chiede che venga consegnata una copia degli emendamenti ogni tre consiglieri – perlomeno di maggioranza – anziché a tutti, per ridurre la quantità di carta utilizzata);
* Da considerare anche le spese di elettricità per luce, strumentazione, condizionatori, … e quelle generali di gestione dell’aula e delle aule adiacenti;
* Aggiungiamo il costo delle cene che Milano Ristorazione trasporta per i consiglieri e il personale del Comune impegnato a lavorare: circa 1.250€ a cena, anche se da questa cifra va tolto il contributo che ogni consigliere paga (corrispondente al costo al vivo del pasto, cioè 4,40€) e il contributo che pagano tutti i dipendenti (pari a 1,06€). Il gettone per i consiglieri varia in base al numero dei Consiglieri presenti ed è da conteggiare solo per le sedute in prima convocazione: la seconda è considerata proseguimento della prima, quindi non porta gettone, (una seduta da quattro ore e una seduta fiume con prima e seconda convocazione come alcune di giugno portano al consigliere lo stesso gettone, tanto per essere chiari).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 
 
Alcune riflessioni dopo i dati:
* facciamo un gran parlare di spending review e di “efficientamento” dei costi della politica: possiamo chiederci quale sia il numero medio di sedute necessarie ad approvare ogni singola delibera? Se parlassimo in termini economici ci richiameremmo al concetto di profittabilità delle riunioni. Siamo consapevoli che i costi della politica comprendono i costi – chiamiamoli così – della democrazia e che la profittabilità non è determinabile come se fossimo in un’azienda: però in questo consiglio comunale l’elefante partorisce sempre un topolino, ma sfamare l’elefante costa molto!
* la durata delle sedute e i loro orari: è sostenibile affrontare in quindici giorni quattro sedute notturne? Sostenibilità in termini di resistenza fisica e di rispetto della salute e dei ritmi di sonno e veglia, che non sono un vezzo né tantomeno un privilegio. E poi sostenibilità economica, perché ogni seduta notturna ha un costo totale pari almeno a 17.000 (più spese generali) a carico dei cittadini.
L’arredo delle 28 nuove sezioni di scuola dell’infanzia richiedono investimenti per circa 100 mila euro. Francamente ci sembra un controsenso e un paradosso difficilmente comprensibile. Con spending review si intende il processo che contribuisce a migliorare efficienza ed efficacia della macchina amministrativa per la gestione della spesa pubblica, che permette di spendere soldi laddove è necessario, senza sprechi: serve quindi a questo punto, in una fase di pensiero su la spending review, serve una riflessione onesta che coinvolga anche il livello politico, che ha bisogno di (ri)dare qualità alla sua attività di confronto e ai suoi processi decisionali.
La questione che solleviamo non ha l’obiettivo di evitarci lavoro notturno o straordinario, infatti non si mettono in discussione le due sedute notturne fatte in un clima di confronto per la delibera sull’IMU e per l’approvazione del Bilancio, sedute necessarie per la mole di lavoro e per poter approvare il bilancio entro la data prefissata; quanto mettiamo in discussione sono gli sprechi inutili, il tempo sprecato e al denaro che conseguentemente viene usato senza una reale utilità per la collettività.
Democrazia e responsabilità politica di certo richiedono dialogo e confronto: ma siano di qualità, rispettosi del mandato politico che ci è stato dato, nella responsabilità di esercitare i nostri diritti democratici senza sprechi di denaro pubblico.
E questo ragionamento ci porta a una seconda considerazione. Serve oggi una riflessione sulla qualità del dibattito politico. I seniores della politica sostengono che noi novelli non siamo abituati alle modalità e ai tempi del dibattito e del lavoro d’aula. Di certo è vero, non siamo abituate a tutto questo: ma siamo novelle della politica dell’aula, non dell’impegno in contesti plurali, non dei processi decisionali, non del confronto e dell’assunzione di responsabilità.
Rivendichiamo la necessità del nostro stupore e della nostra indignazione di fronte a questo modo ammuffito e rituale di affrontare le decisioni sulla cosa pubblica. E ci impegneremo a mantenere il nostro spirito critico fino alla fine della consigliatura, senza stancarci o demoralizzarci. Il nostro regolamento permette un gioco senza fine di emendamenti, subemendamenti, ordini dei lavori, interventi di ogni tipo, senza riguardo per ciò che si dice o si commenta.
Crediamo fortemente nella democrazia. Crediamo fortemente nel diritto dell’opposizione di far sentire la propria voce e di controllo del lavoro della maggioranza. Crediamo fortemente nell’assunzione di responsabilità e civismo, anche in termini di attenzione alla lotta contro gli sprechi e al rendere efficiente la macchina pubblica. Sta cambiando il modo di fare politica, i risultati elettorali delle ultime amministrative lo dichiarano. Siamo convinte che anche in aula vada modificato il modo di far politica. Crediamo che oggi siamo giunti alla necessità di ripensare al regolamento del Consiglio Comunale di Milano per restituire all’aula dignità e far diventare i consigli comunali dei momenti costruttivi di vero confronto e dibattito politico, vero servizio della città. Ci impegneremo per un miglioramento del regolamento del Consiglio per renderlo più efficace e più efficiente, che non trasformi il dibattito politico in una gara di resistenza fisica a carico dei cittadini.

Elisabetta Strada* e Anna Scavuzzo*
*Consigliere Comunali della Milano Civica x Pisapia Sindaco
Parla Davide Corritore
Difficoltà e progetti per la Milano del futuro nelle parole del City Manager
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Davide Corritore, 51 anni, un passato da manager nella finanza e nei servizi, completo grigio e aria gentile ma decisa. Ci appare sereno, malgrado il difficile compito di portar Milano fuori dalle secche della crisi e della pesante eredità degli ultimi diciotto anni.. Si viene subito al dunque, affrontando problemi che fanno tremare un po’ i polsi.

D: Innanzitutto, qual è la situazione? Gran parte della preoccupazione di molti nasce da questa cifra, da poco circolata, di 580 milioni di disavanzo del Comune per il 2012. Dopo che abbiamo visto il buco da 300 milioni per il patto di stabilità dell’anno scorso, tamponata dalla vendita di una quota della Sea. E dopo anche un 2010 in cui solo la spremitura delle partecipate comunali ha consentito, all’amministrazione guidata da Letizia Moratti, di far quadrare i conti. Che cosa sta succedendo al bilancio comunale?.

R: Succede che il comune di Milano, al pari di molti altri comuni, ha ormai da cinque anni una crescita strutturale e progressiva del proprio deficit di parte corrente, ovvero della differenza negativa tra entrate e uscite correnti, e queste ultime sono i servizi che diamo alla città, da quelli anagrafici fino ai sociali. Questo sbilancio, che per una famiglia vorrebbe dire lo squilibrio tra il reddito e le spese necessarie, è in accelerazione.

I numeri sono clamorosi. Nel 2007 il deficit era di 147 milioni di euro, l’anno dopo passa a 190, nel 2009 siamo a 228, nel 2010 a 268, nel 2011 a 300. Questo per l’ultimo quinquennio. Si vede la strutturalità e l’accelerazione. Proiettato sul futuro il deficit va ancora peggio. Senza interventi, inerzialmente, nel 2012 stimiamo 580 milioni, che diventeranno quasi 600 nel 2013. E così via.

La ragione di questa crescita? Sta anche nell’effetto della crisi del debito pubblico e di uno stato centrale che ha drenato risorse dai comuni, talvolta con scelte anche improvvide. Tagliando i trasferimenti agli enti locali e insieme togliendo in passato alcune imposte, come l’Ici, che prima erano locali. Questo minor afflusso di risorse ha contribuito molto alla crescita del deficit. Un fatto nazionale, non milanese.

Però c’è da dire che Milano non ha mai affrontato davvero seriamente questo disavanzo. Ogni volta che si manifestava il deficit, scattava la ricerca degli strumenti per mettere in qualche modo  - omissis -  cotinuate a leggere l'intervista sul sito http://www.partecipami.it/infodiscs/view/7340

Cosa chiediamo al Governo
Occorre ottenere una revisione del Patto di Stabilità differenziato per importanza dei Comuni

La Giunta Pisapia ha rispettato il “Patto di stabilità” nel 2011 dovendo affrontare un “buco” di bilancio, maldestramente celato dalla gestione Moratti, di oltre 300 milioni con meno di cinque mesi per farlo. La necessità finanziaria per il semplice pareggio nel 2012 è di oltre 500 milioni di euro, inserendosi in una serie storica che ci dice senza possibilità di dubbio che le Giunte di centrodestra da almeno sei anni hanno generato un disavanzo annuale primario di 350 milioni che hanno coperto utilizzando dividendi e dismissioni non pianificate, praticamente vendendosi il garage di proprietà per comprare la benzina lasciando per di più un debito a livelli stellari (oltre 4 miliardi di euro, uno dei più alti pro capite di Italia ).
Ma la situazione non è rosea nemmeno a Torino se la Giunta Fassino non ha potuto rispettare il Patto a causa del debito lasciato dalle amministrazioni precedenti, politicamente omogenee peraltro, generato essenzialmente a causa dei costi delle Olimpiadi, pur con una situazione migliore sul terreno del disavanzo corrente.
È del tutto evidente che questo livello di disavanzo non è in alcun modo ripianabile agendo esclusivamente sul piano del taglio delle spese: tra spending review e incrementi tariffari già decisi o di fatto ineludibili, comunque effettuati con il massimo rigore anche perché avranno un effetto strutturale di risanamento di bilancio sugli esercizi successivi, è certamente impossibile l’operazione di risanamento di bilancio in un solo anno agendo essenzialmente sulla leva delle tasse e tariffe.
Si aggiunga che è indispensabile poter avviare investimenti per almeno euro 200 milioni: trasporti, ambiente e qualità della vita, cultura, assistenza “esclusi” e disagiati sono in prima approssimazione quattro ineludibili filoni di intervento.
Nello stesso tempo il governo Monti ha avviato – o meglio continuato – un’opera di drastica riduzione del deficit corrente con una forte operazione di accentramento delle entrate e riduzione delle uscite concentrate solo ed esclusivamente sulla riduzione dei trasferimenti agli enti locali. È esemplificativo l’esempio della reintroduzione dell’ex Ici prima casa, ora Imu: l’incremento di entrata è interamente incamerato dal Governo centrale perché all’apparente restituzione di “autonomia impositiva” ai Comuni corrisponde una riduzione ulteriore più che proporzionale dei trasferimenti centrali in maniera tale che a Milano, a fronte di un aumento degli esborsi dei cittadini per tasse sulla casa di circa 500 milioni di euro il gettito comunale netto diminuisce di circa 10 – 15 milioni di euro, costringendo di fatto il Comune stesso a ragionare sulle addizionali, vale a dire un ulteriore incremento della pressione fiscale.
Non molto diversamente da Tremonti il professor Monti assegna al Comune il ruolo di gabelliere per proprio conto, nel silenzio pressoché generale non solo dei “federalisti” che fino a qualche tempo si trovavano in ogni cantone politico, ma nell’acquiescenza totale silente delle Regioni, massime la famosa Regione più virtuosa d’Italia e d’Europa – ma che dico, del mondo! – la Lombardia di Formigoni, per la quale non posso che reiterare la mia richiesta di abolizione e abrogazione del grumo neocentralista e parassitario che si è addensato in questi lunghi anni di “regno” del Celeste Governatore.
Milano è tornata a essere un punto di riferimento nazionale sul piano politico, con la novità dell’elezione ancora non ben compresa in tutto il suo significato del sindaco Pisapia; sul piano amministrativo, avviando il risanamento gestionale e contabile; sul piano della capacità di governo, rimettendo in moto in poco tempo la macchina arenata dell’Expo 2015 e con l’esperimento dell’Area C, cui guarda tutta Italia e non solo.
Un altro nodo è ormai arrivato al pettine, perché necessità e circostanze spingono verso il prioritario rilancio dell’obiettivo della Grande Milano Area metropolitana. La soppressione delle Province, il gradimento bassissimo per tutte le istituzioni che non siano il Presidente della Repubblica e il Comune, la consapevolezza che i problemi di traffico e ambiente, per citare il più importante fra quelli fin qui affrontati in questi primi mesi, non possono essere risolti se non su scala metropolitana, la necessità di affrontare il tema trasporti “oltre” i limiti imposti dal confine comunale, la leadership indiscussa riconosciuta al sindaco Pisapia su tutto il territorio, tutto concorre a dire “se non ora, quando?”.
Esiste anche un termine, il mese di aprile, oltre il quale la competenza diventerà interamente regionale e le difficoltà di convivenza con la leadership formigoniana renderebbe tutto molto più complicato, a partire dalla destinazione del patrimonio della sopprimenda Provincia, sul quale già si allunga l’ombra neocentralista di Palazzo Lombardia.
Occorre richiedere subito al Governo una Legge per Milano che definisca un iter semplificato per la città metropolitana e ne fissi tempi e passaggi certi, anticipando il più possibile alcune realizzazioni. È necessario, per esempio, consolidare immediatamente i poteri in materia di trasporti pubblici in capo al sindaco di Milano – e questo non può che avvenire per legge, essendo il metodo dell’accordo fra enti fallito già troppe volte – introducendo misure per favorire l’integrazione societaria e tariffaria delle aziende di trasporto pubblico dell’Area.
Ma Milano deve mettersi alla testa del movimento delle autonomie locali, come sempre negli anni migliori, per ottenere la revisione del Patto di stabilità e la stipulazione di un nuovo patto per il federalismo fiscale differenziato per dimensione e importanza dei Comuni. Occorre avviare una negoziazione con il Governo centrale per ottenere un grado di autonomia finanziaria, impositiva e strategica sia attraverso l’attenuazione della pressione fiscale sui contribuenti milanesi, sia attraverso l’eliminazione di vincoli generali (possesso municipalizzate, patto di stabilità etc) che limitano le alternative di azione del Comune, sia infine attraverso il riconoscimento dell’importanza e della criticità della realizzazione dell’Area Metropolitana e dell’Expo 2015.
Milano può esprimere una capacità di governo e di rilancio a patto di non essere limitata da una visione burocratica e centralista che pretende di dettarle le stesse leggi valide per Castellammare di Stabia o per la Dronero che dette i natali a Giolitti. La “forza gentile” dell’amministrazione Pisapia dovrà necessariamente dispiegarsi anche in questa direzione

di Franco D'Alfonso

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