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MILANO - Fino ai primi mesi del 2008 una buona parte dei cittadini europei credeva nelle istituzioni europee e in particolare riteneva che l’euro fosse stato un discreto successo. La fiducia dei cittadini europei nell’Europa e nelle sue istituzioni ha cominciato a precipitare, guarda caso, nell’autunno del 2008 con le prime incertezze manifestatesi nella risposta alla crisi finanziaria. E ancora non è un caso se il tracollo si è avuto a partire dal 2010, quando le istituzioni europee sono riuscite a trasformare la (grave) crisi di un piccolo paese dell’Unione, la Grecia, in una fonte di contagio per l’intero continente, avvitandosi prima in una serie di incomprensibili balletti tattici sulle condizioni da imporre ai greci, ai portoghesi e agli irlandesi per fornire loro gli aiuti necessari a evitare il default e poi nella contrattazione di nuove, più complesse e cogenti regole di finanza pubblica che hanno delineato un quadro di inusitata austerity per i cittadini dei paesi sud-europei.

Dal 2002 al 2007: niente miracoli ma neppure disastri

Inflazione bassa e stabile
Se guardiamo alla performance economica dei paesi euro fino al 2007 possiamo dire che in quei primi 6 anni di circolazione, la moneta unica non ha fatto miracoli ma neppure disastri. È vero: qualcuno si era convinto che il passaggio dalla circolazione delle valute nazionali alla circolazione dell’euro, nel gennaio 2002, avesse provocato uno straordinario balzo in alto dei prezzi al consumo. C’è voluto un po’ di tempo perché tutti capissero che il cosiddetto change over aveva contribuito a un aumento dell’inflazione di pochi decimi di punto e non in tutti i paesi. Negli anni seguenti l’inflazione è restata sotto controllo in tutta l’Eurozona. Certo, l’inflazione è stata contenuta anche nei paesi europei non appartenenti all’area euro, negli Stati Uniti e (naturalmente) in Giappone. Ma il fatto che la BCE sia riuscita a frenare l’inflazione anche in paesi con una storica inclinazione inflazionistica, come l’Italia, non può essere trascurato.
Commercio internazionale in crescita
Anche sotto il profilo dell’integrazione internazionale dei mercati sembra proprio che l’euro abbia svolto il suo compito (del resto previsto) di permettere l’aumento dei flussi commerciali e dell’integrazione finanziaria tra i paesi aderenti, grazie alla riduzione dei costi di transazione e all’eliminazione del rischio di cambio che la moneta unica comporta. Nel complesso, la bilancia delle partite correnti dell’Eurozona si è mantenuta in leggero surplus fino al 2007. Certo, fino al 2008 si è aperto un sempre più ampio divario tra il saldo delle partite correnti dei paesi del “Nord” (sempre più in surplus) e quello dei paesi del “Sud” (sempre più in deficit). Ma la perfetta mobilità dei capitali all’interno dell’Eurozona ha permesso che l’eccesso di risparmio dei paesi del Nord servisse a finanziare l’eccesso di investimenti nei paesi del Sud. Almeno fino allo scoppio della crisi dei debiti sovrani, nel 2010, e con il suo acuirsi nel 2011 e 2012.
Tassi bassi e occasioni perdute
È opinione comune che il più importante “dividendo” dell’euro sia stata la sostanziale riduzione dei tassi di interesse sia a breve che a lunga nei paesi che venivano da una storia di inflazione alta e di elevato debito pubblico. E, a dire il vero, già la decisione di avviare l’euro (presa nel 1998) e l’ammissione dell’Italia tra i fondatori del “club” avevano fatto maturare buona parte del dividendo già prima che la moneta unica cominciasse a circolare materialmente. Per l’Italia sarebbe stato possibile ridurre la pressione fiscale e/o aumentare la qualità e la quantità dei servizi offerti ai cittadini tramite la spesa pubblica. Se ciò non è avvenuto o non è avvenuto a sufficienza tra il 2002 e il 2007 non è certo colpa dell’euro o di Bruxelles. Un altro beneficio atteso dalla riduzione dei tassi era il rilancio della spesa per investimenti privati, per l’innovazione e, quindi, l’ammodernamento dell’industria e dei servizi , soprattutto nei paesi del Sud Europa (Italia compresa). In effetti, un aumento della spesa per investimenti c’è stata fino al 2007, ma proprio nei paesi del Sud Europa ha preso principalmente la strada degli investimenti immobiliari, dove i tassi bassi alimentavano la domanda e questa faceva crescere i valori, il che attirava nuovi investimenti, in una spirale che si è avvicinata molto a una tipica “bolla” speculativa.
Bassa crescita
Tra il 2001 e il 2007 i paesi europei non-euro sono cresciuti un po’ più dei paesi euro. Emerge invece una sistematica peggior performance dell’Italia e del Portogallo in termini di crescita. Difficile, logicamente, attribuire questa peggior performance all’euro, visto che altri paesi, pur aderendo all’euro, hanno dato prove migliori. In Italia, anche nella seconda metà degli anni ’90 si era registrata una crescita inferiore rispetto agli altri paesi della (allora futura) area euro. Tra il 2001 e il 2007, sia il capitale che il lavoro sono cresciuti ma è l’efficienza con cui questi due fattori produttivi vengono utilizzati ad essere diminuita (è questa efficienza che viene misurata dalla TFP o produttività totale dei fattori). Si è avuta e perpetuata, insomma, una cattiva allocazione del capitale e del lavoro tra i diversi possibili usi. Non si tratta di una conseguenza di una scarsa flessibilità del mercato del lavoro (come pure alcuni hanno pensato e scritto), dal momento che tutti gli indicatori ci dicono che la flessibilità del lavoro è aumentata notevolmente nei primi anni 2000, proprio mentre la TFP cominciava a stagnare e a diminuire. Più realistico pensare che il declino della TFP sia legata alla limitata penetrazione delle tecnologie dell’informazione nel sistema industriale e dei servizi, a sua volta probabilmente da collegare al nanismo delle imprese italiane: piccolo non è affatto bello quando si tratta di innovare nella tecnologia e nell’organizzazione.
Meglio restare fuori dall’euro?
Si potrebbe obiettare che se avessimo potuto lasciar deprezzare il cambio sufficientemente e se non avessimo dovuto rispettare i rigidi vincoli di finanza pubblica imposti dall’appartenenza all’area euro, anche con una produttività in declino avremmo potuto recuperare competitività sui mercati internazionali (e anche su quelli europei) e quindi permettere che la domanda estera trainasse la nostra crescita, mentre avremmo potuto far crescere disavanzo e debito pubblico per sostenere la domanda interna. Sono gli argomenti più cari a coloro che oggi sostengono la necessità e anzi l’urgenza di uscire dall’euro. Ma sono argomenti sbagliati. Innanzitutto perché il deprezzamento del cambio offre sollievo solo temporaneo ai problemi di competitività delle merci. Solo se la produttività riprende a crescere il recupero di competitività può essere duraturo. In secondo luogo, il deprezzamento implica che le importazioni (pagate in valuta estera) costeranno di più e – data la forte dipendenza italiana dalle importazioni (soprattutto petrolio ed energia) – ciò significa un aumento dei costi di produzione e dei prezzi, con conseguente nuova perdita di competitività, a meno che non si riesca a far diminuire i salari reali, aumentando la povertà e mettendo in crisi la domanda interna. In terzo luogo, l’aumento del disavanzo e del debito pubblico, in un paese che aveva un rapporto debito/PIL pari al 108% nel 2001 e che oggi viaggia sopra il 130%, può creare seri problemi di fiducia sulla solvibilità del debitore “sovrano”, specie al di fuori di una solida cooperazione europea. Cooperazione inimmaginabile se fossimo rimasti fuori dall’euro o ne volessimo uscire ora.

L’eurozona reagisce male alla crisi

Dobbiamo concludere che l’esperienza dell’euro ci ha fatto e ci fa vivere nel migliore dei mondi possibili? La risposta è, ovviamente, no! Ma non perché tutti i nostri guai derivino dall’essere entrati nell’euro. L’euro e le istituzioni europee hanno svolto dignitosamente i loro compiti (e la bassa crescita è stata, soprattutto, un problema italiano) fino a quando è scoppiata la crisi finanziaria. Il punto è che con la crisi sono emersi tutti i difetti di costruzione dell’euro e delle istituzioni che lo accompagnano. L’eurozona non era stata pensata per affrontare una crisi delle dimensioni e della durata di quella che ha investito il mondo e l’Europa dal 2008.
Crisi bancarie e crisi del debito sovrano
La recente storia dell'Eurozona ha mostrato il nesso strettissimo tra crisi del sistema bancario e crisi del debito sovrano. Una conseguenza collaterale di questo nesso è la progressiva frammentazione del mercato finanziario dell'Eurozona, la cui integrazione era stata una delle principali conquiste dell'unione monetaria. La ri-nazionalizzazione del debito pubblico dei paesi deboli ha finito per rendere ancora più esposte le banche nazionali di tali paesi al rischio sovrano aggravando il loop negativo tra settore bancario e debito sovrano.
Ma la “disunione” finanziaria non è l'unica divergenza che si è prodotta nell'area euro, nonostante che la moneta unica fosse nata per generare maggiore convergenza tra i paesi aderenti. La divergenza, con la crisi, ha riguardato anche i tassi di crescita del PIL reale e il tasso di disoccupazione e, naturalmente, la finanza pubblica e la bilancia delle partite correnti. Nell'immagine diffusa dai media, la contrapposizione è tra un “Nord” formica e un “Sud” cicala; un “Nord” dove regna sovrano il rigore di bilancio e un “Sud” rilassato e spendaccione. In realtà, dal 1999 al 2007 i paesi del “Sud” hanno avuto in media un rapporto deficit/PIL inferiore al 2% e un rapporto debito/PIL intorno al 70%, non molto più alto di quello dei paesi del “Nord”. Inoltre, la Francia nel 2002-2004 e la Germania nel 2001-2005 hanno superato la soglia del 3% nel rapporto deficit/PIL, riuscendo ad evitare le penalizzazioni previste dal Trattato di Amsterdam. La vera divergenza comincia nel 2008 e riguarda sia il deficit che il debito.
Austerity e politica fiscale “federale”
La crisi dell'area euro è divenuta più grave perché la politica fiscale ha assunto un carattere pro-ciclico, specialmente nei paesi del “Sud”, che erano anche i paesi con più elevati livelli del debito pubblico e maggiori deficit di parte corrente. In Europa ha prevalso un approccio alla crisi che si potrebbe sintetizzare con la parola “austerity”. I fondi di salvataggio per i paesi in difficoltà sono stati tutti condizionati all'adozione di politiche fiscali nazionali molto austere per riportare i deficit e i debiti pubblici entro i limiti previsti dai trattati europei. Il tutto in assenza di un bilancio federale (oggi poco più dell'1% del PIL europeo) che potesse svolgere un ruolo anticiclico adeguato. Invece, l’adozione simultanea da parte di tutti i paesi dell’eurozona di politiche di austerità ne ha accentuato il carattere recessivo, peggiorando la situazione di tutta l’area.
La politica fiscale federale dovrebbe assumere la forma di trasferimenti originati da un sufficientemente ampio bilancio federale, con entrate costituite da imposte federali, le cui aliquote sono decise dal governo federale. L'Unione è stata, invece, molto attiva nella produzione di carta: regolamenti, patti Euro-plus, perfino un nuovo Trattato: il Treaty on Stability, Coordination and Governance (TSCG), noto come fiscal compact, una versione più rigida del Patto di stabilità del 1997, con il relativo contorno di obbligo del pareggio di bilancio (strutturale) da scriversi nelle carte costituzionali dei paesi firmatari, sull'esempio dato dalla Germania. La convinzione sottostante quest'enorme attività normativa era che il “consolidamento” fiscale fosse la condizione essenziale per rimettere la barca europea in linea di galleggiamento, perché il progressivo affondamento era da ascriversi all'indisciplina fiscale (soprattutto a quella dei lassisti paesi del “Sud”, naturalmente). Il rafforzamento del bilancio “federale” (anche se con pesanti vincoli sui bilanci nazionali) è rimasto un tabù.
Il salvagente della BCE
Soltanto l'annuncio di luglio 2012 del presidente Mario Draghi che la BCE sarebbe intervenuta senza limiti ad acquistare titoli dei paesi in difficoltà ha riportato un po' di calma sui mercati e lo spread di rendimento tra i titoli italiani o spagnoli a dieci anni e quelli tedeschi a livelli più sopportabili. L'annuncio di Draghi era motivato non dal desiderio della BCE di salvare Spagna e Italia (salvataggio peraltro non consentito alla BCE dalle regole europee), ma dalla constatazione che spread così elevati come quelli verificatisi tra 2011 e metà del 2012 tra i tassi d'interesse di paesi che appartengono a un'area valutaria comune sono di intralcio all'efficacia della politica monetaria e, anzi, facevano sì che a un unico tasso di policy corrispondessero tassi sui prestiti bassissimi in Germania e negli altri paesi del “Nord” e tassi elevati nei paesi PIIGS, con la conseguenza che la politica monetaria unica risultava espansiva nei paesi del “Nord” e restrittiva nei PIIGS. In effetti, se quello del credito è uno dei principali canali di trasmissione della politica monetaria, la forte divaricazione nelle condizioni di credito tra paesi dell'Eurozona finiva per mettere in crisi l'essenza stessa dell'unione monetaria, cioè il fatto che la politica monetaria sia davvero unica. A dispetto della popolarità che crolla, la BCE di Draghi ha salvato l’unione monetaria e, con essa, l’Italia.
L’unione bancaria può bastare?
L'interazione tra crisi delle banche e debolezza dei debitori sovrani ha avuto effetti devastanti sul credito. Da un lato le banche, sotto stress, sono state costrette a ricostituire i propri cuscinetti di capitale in situazioni in cui la crescita dei depositi rallentava o addirittura diveniva negativa. L'offerta di credito, di conseguenza, si è ridotta. D'altro canto, i tassi sui prestiti non potevano scendere di molto, il costo opportunità per le banche essendo l'elevato rendimento dei titoli pubblici. Ecco quindi come si è prodotto un tipico credit crunch nei paesi deboli che la politica monetaria standard si è rilevata impotente ad allentare da Francoforte e che i via via più stringenti vincoli alla politica fiscale nazionale hanno impedito di lenire da Roma, Madrid, Lisbona, Dublino, per non parlare di Atene. La politica monetaria da sola non può rimediare a tutte queste difficoltà. Pensare poi che l’unione bancaria (di cui si vedranno nel 2014 i primi timidissimi passi) possa funzionare senza un’unione fiscale è un’illusione. L’unione bancaria, per funzionare ed essere credibile, deve poter contare su risorse che solo un vero e proprio bilancio federale può assicurare (quando si tratta di salvare più banche contemporaneamente). Si arriva dunque a una sorta di comma 22: l’unione bancaria è utilissima e anzi indispensabile. Tuttavia il suo funzionamento richiede l’introduzione di un finanziamento di ultima istanza di natura fiscale e, quindi, una qualche forma di bilancio federale, con rilevanti cessioni di sovranità dagli stati nazionali al “governo federale”.
Unione fiscale e federazione politica
Chiaramente, un bilancio federale, cioè una vera unione fiscale, richiede una attribuzione di sovranità agli organismi europei e una loro dotazione di strumenti di policy non condizionati al preventivo consenso dei singoli stati. Come ha scritto Massimo Bordignon già nel 2012, “evidentemente un simile passaggio di sovranità (e di risorse) non può avvenire nei confronti di un organismo tecnico-burocratico come la Commissione, e tantomeno nei confronti di un direttorio composto dai governi dei due principali paesi dell'unione monetaria - che naturalmente decidono avendo in mente soprattutto gli interessi dei propri elettori... Si pone dunque come ineludibile il problema del rafforzamento della legittimità democratica delle istituzioni europee”. Prima della crisi l'Unione Europea non poteva certo definirsi né uno stato federale - in cui le decisioni sono prese a maggioranza in un Parlamento federale - e neppure una confederazione, in cui vige il principio dell'unanimità e del diritto di veto, dato che gli stati membri mantenevano pieni poteri perfino in aree, quali la politica estera e la difesa, aree in cui tipicamente il potere viene trasferito a livello federale o confederale. La crisi ha ulteriormente eroso la natura sovra-nazionale di numerosi organi quali il Parlamento e la Commissione. Sempre più l'Europa e, in particolare l'area euro, ha assunto l'aspetto dell'Europa delle patrie caldeggiata dal presidente francese Charles De Gaulle negli anni '60 del secolo scorso. Tutto ciò appare sempre più incompatibile non solo con il concetto di unione monetaria ma anche di Unione Europea.
Primi passi e prospettiva
Se vogliamo che il lavoro di 50 anni di storia europea sopravviva, è necessario che le istituzioni comunitarie cambino. Il tempo e la congiuntura, da soli, non convinceranno i mercati che le strutture dell'Unione non hanno bisogno di essere riformate in senso federale. Tanto meno è utile la minaccia di un’uscita unilaterale dall’euro da parte di uno o più paesi in difficoltà. Un’uscita difficilmente realizzabile e dai costi altissimi per chi dovesse scegliere di andare in questa direzione. È invece urgente convincere i paesi del “Nord” (con minori problemi di debito pubblico) che devono da subito mettere in atto politiche fiscali più espansive, facendo così crescere la domanda aggregata nell’intera area euro e quindi diminuire il tasso di disoccupazione. E poi ripartire a disegnare la Federazione Europea come l'avevano pensata i “padri fondatori”.

di Andrea Boitani (Docente di Economia politica presso l'università Cattolica del Sacro Cuore di Milano)

Presentato dal sindaco Pisapia il 12 novembre a Palazzo Marino
Una guida per chi deve decidere ideata da ArcipelagoMilano
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MILANO - Da che parte si può cominciare a ricostruire un Paese come il nostro? Perché ormai di ricostruzione si tratta visto il cumulo di macerie cui sono ridotte le istituzioni. Si può cominciare dalla più semplice delle cose: che ognuno cerchi di fare al meglio il suo mestiere. Noi di ArcipelagoMilano a questa massima crediamo e crediamo anche a quell’altra che viene subito dopo e che secondo noi dice: aiuta chi cerca di far bene il suo mestiere. Da qui l’idea del volumetto “La buona governance, piccolo manuale per amministratori di società ed enti a partecipazione pubblica”.

Un’idea semplice nata durante i primi mesi di vita della Giunta Pisapia mentre venivano via via nominati i nuovi amministratori nei consigli di amministrazione delle aziende possedute o partecipate dal Comune, in scadenza o in sostituzione di quelli che vi sedevano per designazione della Giunta precedente. Le scelte fatte erano figlie di un nuovo clima e al vecchio costume di “piazzare” in quelle posizioni donne e uomini “affidabili” per fedeltà politica o semplicemente “creditori” di favori elettorali o “trombati” alle elezioni, si stava sostituendo il criterio della competenza, della capacità e dell’onestà. I primi avevano poco interesse agli aspetti giuridici e formali in aderenza ai quali svolgere il proprio mandato ma i secondi non potevano certo affrontare il loro nuovo ruolo con leggerezza: un problema particolarmente grave per chi di codici, di norme giuridiche, di aspetti formali dell’attività di consigliere è particolarmente digiuno visto ché nello sceglierlo avevano fatto premio le sue doti di competenza su altri aspetti dell’attività della società o dell’ente nel quale è stato designato o nominato.
Il volumetto è stato redatto da Nedcommunity, associazione tra amministratori indipendenti, che ha ben interpretato il mandato ricevuto: ne è nato un testo agile, alla portata di tutti, in grado di orientare i neofiti ma anche di fornire agli esperti utili spunti di riflessione, prima di essere nominati ma anche dopo. Tra tutte le riflessioni una ve n’è che ci sta a cuore, a cavallo tra la politica e la buona governance di una società posseduta o partecipata dalla mano pubblica: i rapporti tra il nominante e il nominato.

Per farla breve, la tradizione più consolidata voleva che l’amministratore designato fosse una sorta di servo sciocco e fedele. Oggi si vorrebbe e si vuole che non sia più così: l’amministratore deve fare prima di tutto gli interessi della società che amministra i cui obiettivi, il cui mandato, la cui missione sono chiaramente espressi nello statuto della società, ben sapendo che altri vengono prima dei soci: sono i creditori, gli enti previdenziali, i dipendenti e gli accantonamenti per il TFR e per finire il ruolo di sostituto d’imposta.

Ma chi è il socio? I soci siamo noi tutti, non chi ci rappresenta, non il sindaco, non i consiglieri comunali, non il presidente della Regione: anche loro sono lì in rappresentanza. L’amministratore nominato o designato deve guardare lontano, deve guardare al suo Paese. Dopo aver pubblicato il nostro piccolo manuale e averlo offerto in omaggio ai recenti nominati del Comune di Milano vorremmo fare un secondo passo: contribuire a un dibattito sul tema dei rapporti tra eletti e i nominati o designati nelle società possedute o partecipate, un ruolo di modesto ma utile servizio alla ricostruzione di un’identità collettiva presentabile. Ci proveremo, magari presto.

di Luca Beltrami Gadola
 

A proposito di Bilancio
I cittadini hanno il diritto di conoscere entrate e uscite del Comune in modo facile

MILANO - Chi ha lavorato o lavora in imprese, private o pubbliche, ha una certa familiarità coi bilanci e sa che l'impresa comunica molto attraverso questo strumento. Le società quotate devono addirittura redigere conti trimestrali. Tutti costoro hanno abitudine a vedere un conto del patrimonio a una certa data, un conto economico che riguarda un periodo (trimestre o anno che sia) e una situazione finanziaria in cui si vedono i flussi monetari del periodo. Le contabilità pubbliche non sono così: quello che si chiama bilancio, che è un consuntivo, nella finanza pubblica si chiama rendiconto e normalmente deve essere approvato entro il 30 aprile successivo alla chiusura del 31 dicembre dell'esercizio. Il bilancio del Comune è invece un conto preventivo (in altre parole un budget) e viene redatto durante l'esercizio, anche molto tardivamente rispetto al periodo in esame: per sua natura è un conto provvisorio, soggetto ad assestamenti. Bruno Tabacci lo chiamava il «libro dei sogni»: non è il risultato che ci si impegna a ottenere, ma quello che si spera di realizzare.

Siamo in ottobre 2013 e attendiamo appunto l'assestamento dei conti 2013. È ben vero che viviamo in un Paese di grandi incertezze: non si sa ancora se si pagherà la seconda rata dell'Imu sulle prime case, né quanta parte di tutta l'Imu non pagata sarà erogata dallo Stato ai Comuni e quando. Un buon amministratore deve però fare una stima prudenziale e assumersi la responsabilità di realizzarla. C'è un'altra importante differenza fra bilanci pubblici e privati: quelli privati sono redatti «per competenza», anche se un flusso di cassa non si è materialmente realizzato, mentre quelli pubblici sono «per cassa», a entrate-uscite. Ma a questo il milanese è preparato: sono così anche i bilanci di condominio e quelli di molte associazioni.

Quello che invece non ci si aspetta è la relativa oscurità dei conti. Il bilancio 2012, come i suoi predecessori, è un volume di circa 250 pagine illeggibili, un elenco di voci prive di sintesi e di commenti. Sappiamo le polemiche sui conti, ma non i conti. L'assessore Francesca Balzani polemizza con Roma e ci fa trapelare che i tagli dei trasferimenti saranno di oltre 500 milioni su un bilancio di 2.500, quando però a noi risulta che le entrate 2012 erano di 3.373. È troppo chiedere una tabellina?

All'esercizio di fare chiarezza sui conti di Milano s'era esercitata per anni la Fondazione Civicum con la collaborazione della Sda Bocconi. Le pagine erano 29 (Bilancio per il cittadino) ma di grande chiarezza. Dall'anno scorso ci lavora il Movimento Milano Civica, producendo un «Bilancio in Arancio» di 22 pagine, ricco di utili commenti. Sappiamo che il Comune sperimenterà nuove regole di redazione in applicazione di un decreto che dal 2014, in armonia con regole europee, consentiranno utili confronti. Speriamo bene. I cittadini però vorrebbero sapere anche quanto abbiamo incassato dalla vendita di partecipate o qual è la copertura delle spese per viabilità e trasporti fornita da biglietti e abbonamenti, cioè argomenti di tutti i giorni, che non è facile rintracciare. E saperlo con poche tabelline in non più di tre paginette.

di Franco Morganti

Presentazione del Bilancio in Arancio 2013
In allegato il pdf
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Questo è il secondo anno che il Movimento Milano Civica realizza il Bilancio in Arancio, che propone una lettura comprensibile e trasparente del Bilancio del Comune di Milano specificamente destinata ai cittadini.

Leggere e capire un bilancio comunale è una cosa complessa se non impossibile per i non addetti ai lavori. Complessa non solo per la struttura di un bilancio pubblico, ma anche per il linguaggio tecnico che pone ulteriori difficoltà.
Ai cittadini giungono non poche notizie sui bilanci delle istituzioni pubbliche, soprattutto in presenza di una crisi che impone sacrifici e drastici tagli alla spesa pubblica sui quali si confrontano visioni diverse e spesso confliggenti.
Ma in generale quel che arriva ai cittadini dalla stampa o dalla televisione non è il contenuto del bilancio, o lo è solo in parte. Terreno di discussione e di comunicazione sono piuttosto le opinioni politiche sul bilancio. Che vuol dire inevitabilmente mettere l’accento su certe scelte e tacerne altre, focalizzare il dibattito su alcuni settori di spesa pubblica e trascurarne altri.
Il quadro complessivo, le scelte strategiche, sfuggono completamente ai cittadini. E invece il contenuto del bilancio riguarda le nostre vite e dovrebbe interessarci moltissimo.

Il bilancio di una pubblica amministrazione è la traduzione concreta di un programma politico. Ci racconta come verrà amministrato il Bene Comune, come verranno erogati i servizi e come verrà gestito l’ambiente in cui viviamo; stanzia i finanziamenti per i settori chiave della nostra vita, come l’istruzione, i trasporti o la cultura; ci dice quali opere pubbliche verranno eseguite e quali no.
Anche ciò che non c’è in bilancio è un indicatore importante: gli stanziamenti che non ci sono ci dicono quel che non avremo, e magari è proprio quello di cui sentiamo il bisogno.

Capire il bilancio ci consente di comprendere e valutare quel che sta facendo e che farà il nostro Comune. È dunque una piattaforma di comunicazione e di dialogo sulle scelte di governo della città.

Il bilancio trasparente apre dunque nuove prospettive.
Apre la strada alla possibilità di partecipare responsabilmente alle politiche sulla città. Per esempio valutando la realizzabilità dei nostri bisogni e dei nostri desideri in relazione ad altri bisogni e ad altri desideri espressi dalla collettività. Crea la possibilità di un confronto.
Comprendere il bilancio significa dunque formarsi un’idea delle priorità e della gerarchia degli obiettivi. Il che è importante perché stimola la solidarietà e una propositività costruttiva che attinge ai valori della convivenza civile e della responsabilità delle scelte.

Il Bilancio in Arancio e il suo successo sono segnale che c’è spazio e bisogno di dare slancio alla partecipazione dei cittadini al governo della città.
Il Movimento Milano Civica, nato per proseguire in modo propositivo il sostegno all’Amministrazione Comunale guidata dal sindaco Pisapia, è man mano cresciuto nei valori del Bene Comune e costruendo un nuovo modo di fare politica.
Il civismo organizzato si propone come luogo d’eccellenza per il dialogo con i cittadini, spazio inclusivo di ascolto, partecipazione ed elaborazione politica, forza attiva a sostegno dell’Amministrazione di centro-sinistra.

Il Bilancio in Arancio è una proposta concreta di partecipazione, innovativa e responsabile.
 

Bilancio
Sgravi per le abitazioni popolari, i negozi e gli artigiani e le seconde case locate, aumenti per gli immobili di lusso.

Milano, 27 giugno 2012 – Sono state approvate questa notte alle 4,00 dopo 12 ore di confronto, dal Consiglio Comunale con 17  voti favorevoli, 4 contrari e nessun astenuto  le nuove aliquote IMU e il relativo regolamento. 

Il Consiglio Comune ha modificato la proposta di delibera di Giunta  commisurando le aliquote IMU in base alla classificazione e al prestigio degli immobili: si è voluto in questo modo tutelare le fasce più deboli della popolazione e le attività commerciali. E’ stato individuato così uno sgravio di 28,5 milioni di euro sull’intero gettito precedentemente previsto: in particolare 15 milioni di riduzione a favore dei negozi e laboratori, 2,5 milioni di euro per le abitazioni popolari, 13 per gli immobili dati in affitto e 400 mila euro per le imprese start-up. Sono invece aumentati di 2,5 milioni di euro le imposte  a carico degli immobili di lusso.

Per la prima casa classificata in categoria A4, A5 ( abitazioni popolari e ultra popolari) l’aliquota sarà pari allo 0,36%. Le abitazioni A2, A3, A6, A7  l’aliquota rimane  ferma a 0,4%.  Mentre per  le abitazioni A1, A8, A9 (abitazioni signorili, palazzi di pregio artistico, ville e castelli) salirà di 0,6%. 

Rimane inalterata l’imposta a 1,06% per le seconde case non locate, mentre quelle comprese nelle categorie da A1 a A9 locate con contratto registrato è prevista una aliquota agevolata di 0,96%.  

Per gli immobili strumentali posseduti o locati  a società start up (registrati dal 30 giugno 2010) l’aliquota IMU è fissata a 0,76%. Riviste anche le aliquote riferite agli immobili strumentali utilizzati a fini commerciali e classificati come C1 che passano da 1.06% a 0,87% così anche per la categoria C3 (laboratori per arti e mestieri) posseduti o utilizzati da artigiani.  Modifiche anche per gli immobili non adibiti ad uso abitativo, commerciale  nè a scopo di lucro che rientrano nella categoria B (collegi, case di cura, ospedali, biblioteche, circoli ecc..) per i quali  l’aliquota è fissata a 0,88%. Per i fabbricati rurali strumentali, l’aliquota è dello 0,2% (la minima prevista dalla normativa) considerata la particolare natura di tali immobili.

in ricordo
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Il 12 giugno è morta Elinor Ostrom, insignita nel 2009 del premio Nobel per l'Economia per il suo lavoro sui beni comuni. La ricordiamo pubblicando un estratto dell'introduzione al volume "La conoscenza come bene comune. Dalla teoria alla pratica", a cura di E. Ostrom e di C. Hess, pubblicato da Bruno Mondadori nel 2009.

Con la parola “conoscenza” (knowledge) si intendono in questo libro tutte le idee, le informazioni e i dati comprensibili, in qualsiasi forma essi vengano espressi o ottenuti. Il nostro approccio è in linea con quello di Davenport e Prusak (1998, p. 6), i quali scrivono che «la conoscenza deriva dalle informazioni come le informazioni derivano dai dati». Machlup (1983, p. 641) ha introdotto questa distinzione fra dati, informazioni e conoscenza, in cui i primi sono frammenti di informazione allo stato grezzo, le informazioni sono costituite dall’organizzazione contestualizzata dei dati, e la conoscenza è l’assimilazione delle informazioni e la comprensione del modo in cui esse vanno utilizzate. In questo libro impieghiamo il termine “conoscenza” per riferirci a tutte le forme di sapere conseguito attraverso l’esperienza o lo studio,8 sia esso espresso in forma di cultura locale, scientifica, erudita o in qualsiasi altra. Il concetto include anche le opere creative come per esempio la musica, le arti visive e il teatro. Alcuni ritengono che la conoscenza sia “dialettica”, nel senso che possiede una doppia “faccia”: in quanto merce e in quanto elemento fondante della società (Reichman e Franklin 1999; Braman 1989). Questa doppia funzionalità – come esigenza umana e come bene economico – è indizio immediato della natura complessa di questa risorsa. Acquisire e scoprire conoscenza è al contempo un processo sociale e un processo profondamente personale (Polanyi 1958). Ancora: la conoscenza è cumulativa. Nel caso delle idee l’effetto cumulativo genera vantaggi per tutti nella misura in cui l’accesso a tale patrimonio sia aperto a tutti, ma sia quello dell’accesso sia quello della conservazione erano problemi seri già molto prima dell’avvento delle tecnologie digitali. Una quantità infinita di conoscenza attende di essere disvelata. La scoperta delle conoscenze future è un tesoro collettivo di cui dobbiamo rispondere di fronte alle generazioni che ci seguiranno. Ecco perché la sfida di quella attuale è tenere aperti i sentieri della scoperta. Assicurare l’accesso alla conoscenza diventa più facile se se ne analizza la natura e si mette bene a fuoco la sua peculiarità di bene comune. Questo approccio è in contrasto con la corrente letteratura economica, nella quale la conoscenza è stata spesso indicata come tipico esempio di bene pubblico “puro”: un bene disponibile per tutti e il cui uso da parte di una persona non limita le possibilità d’uso da parte degli altri. Nella trattazione classica dei beni pubblici, Paul A. Samuelson (1954, pp. 387- 389) ha classificato tutti i beni che possono essere utilizzati dagli esseri umani come puramente privati o puramente pubblici. Samuelson e altri, tra cui Musgrave (1959), hanno posto tutta l’enfasi sull’esclusione: i beni dal cui uso gli individui potevano essere esclusi andavano considerati privati. Nell’affrontare questi problemi, gli economisti si concentrarono dapprima sull’impossibilità dell’esclusione, per poi orientarsi verso una classificazione basata sull’alto costo dell’esclusione. Da quel momento i beni sono stati trat-tati come se esistesse una sola dimensione. Solo quando gli studiosi hanno sviluppato una duplice classificazione dei beni (V. Ostrom ed E. Ostrom 1977), è stato pienamente riconosciuta l’esistenza di un loro secondo attributo. Il nuovo approccio ha introdotto infatti il concetto di sottraibilità (a volte definita anche rivalità) – per cui l’uso del bene da parte di una persona sottrae qualcosa dalla disponibilità dello stesso per gli altri – come fattore determinante di pari importanza per la natura di un bene. Ciò ha condotto a una classificazione bidimensionale dei beni. La conoscenza, nella sua forma intangibile, è rientrata allora nella categoria di bene pubblico, dal momento che, una volta compiuta una scoperta, è difficile impedire ad altre persone di venirne a conoscenza. L’utilizzo della conoscenza (come per esempio la teoria della relatività di Einstein) da parte di una persona non sottrae nulla alla capacità di fruizione da parte di un’altra persona. Questo esempio, naturalmente, si riferisce alle idee, ai pensieri e al sapere derivanti dalla lettura di un libro: non al libro in quanto oggetto, che sarebbe classificato come bene privato. In questo volume impieghiamo le espressioni beni comuni della conoscenza e beni comuni dell’informazione in maniera intercambiabile. Alcuni capitoli si concentrano in particolare sulla comunicazione scientifica e accademica, ma le questioni discusse hanno un’importanza cruciale che si estende ben al di là della “torre d’avorio”. Ciascun capitolo si dedica a un particolare aspetto della conoscenza in forma digitale, principalmente perché le tecnologie che consentono una distribuzione globale e interattiva dell’informazione hanno trasformato radicalmente la struttura della conoscenza come risorsa. Uno dei fattori critici relativi alla conoscenza digitale è la continua e radicale trasformazione (“ipercambiamento” o hyperchange) delle tecnologie e delle reti sociali che coinvolge ogni aspetto della gestione e del governo delle conoscenze, compresi i modi in cui esse sono generate, immagazzinate e conservate. I sempre più numerosi studi sui vari approcci ai beni comuni della conoscenza mostrano la complessità e la natura interdisciplinare di queste risorse. Alcuni beni comuni della conoscenza risiedono al livello locale, altri al livello globale o in una posizione intermedia e tutti sono suscettibili di una molteplicità di utilizzi diversi e sono oggetto di interessi in competizione. Le aziende hanno premuto per misure più rigide a tutela di brevetti e copyright, mentre molti ricercatori, studiosi e professionisti si impegnano per assicurare il libero accesso alle informazioni. Le università si trovano su entrambi i fronti del dibattito sui beni comuni: da una parte, sono detentrici di un crescente numero di brevetti e fanno sempre più affidamento sulle sovvenzioni alla ricerca da parte delle aziende; dall’altra, incoraggiano il libero accesso alla conoscenza e la creazione di archivi digitali per i risultati delle ricerche svolte nei loro dipartimenti. Gran parte dei problemi e dilemmi che affrontiamo in questo libro sono sorti in seguito all’invenzione delle nuove tecnologie digitali. L’introduzione di nuove tecnologie può rivelarsi decisiva per la robustezza o la vulnerabilità di un bene comune. Le nuove tecnologie possono consentire l’appropriazione di quelli che prima erano beni pubblici gratuiti e liberi: così è avvenuto, per esempio, nel caso di numerosi “beni comuni globali” come i fondali marini, l’atmosfera, lo spettro elettromagnetico e lo spazio. Questa capacità di appropriarsi di ciò che prima non consentiva appropriazione determina una meta-morfosi sostanziale nella natura stessa della risorsa: da bene pubblico non sottraibile e non esclusivo, essa è convertita in una risorsa comune che deve essere gestita, monitorata e protetta, per garantirne la sostenibilità e la preservazione."

Bilancio
Le novità di un Bilancio più trasparente

Milano, 28 maggio 2012 – Sono stati comunicati oggi nel corso della Commissione Bilancio i dati relativi al Bilancio 2012/2014. A una prima lettura emerge una previsione di spesa per il 2012 pari 215 milioni di euro superiore al consuntivo del 2011. Tale differenza è dovuta a un incremento dei servizi e a un Bilancio più trasparente. Va considerato che il consuntivo non sempre rispecchia il Bilancio di previsione: nel 2011 il consuntivo si chiuse con un risparmio di oltre 100 milioni rispetto al preventivo del medesimo anno.

Ecco le principali le novità di spesa e i nuovi servizi:

- Per ben 44 milioni dovuti a una diversa imputazione contabile a seguito dell'adozione dei nuovi principi contabili da parte del Comune di Milano. Ciò significa che alcune voci precedentemente contabilizzate tra le cosi dette “partite di giro” trovano piena rappresentazione nel bilancio Tale cifra evidentemente non rappresenta una maggiore spesa rispetto agli anni precedenti.

- Per 26 milioni da maggiori spese finanziate con entrate a destinazione vincolata e quindi trovano uguale rappresentazione anche in uscita. Ciò significa che tali spese si realizzeranno solo in presenza delle entrate corrispondenti.

- Per 10 milioni fanno riferimento alla costituzione obbligatoria (per legge) del fondo di riserva che a consuntivo 2011 risultava non speso.

Ad incrementare la spesa, rispetto all’anno 2011, si aggiungono ulteriori voci quali:

56 milioni per il Trasporto pubblico locale

5 milioni per la raccolta e smaltimento rifiuti

4 milioni per le politiche sociali

16 milioni di maggiori interessi sul debito

2,7 milioni manutenzione ordinaria verde pubblico

4 milioni manutenzione ordinaria illuminazione pubblica e semafori

16 milioni per illuminazione pubblica, energia elettrica servizi comunali

Tra le spese presenti alla voce Gabinetto Sindaco si annoverano: 2 milioni per contributi abbattimento costi Cosap per iniziative culturali e di valenza sociale. Inoltre sono comprese in questa voce circa 2 milioni di euro per spese di altre Direzioni e attività, tra cui Expo e cooperazione internazionale, non computate in precedenza in questa voce.

Il ruolo della Sea

Investire su Milano, sulla città, due miliardi di euro circa nei prossimi tre anni. E’ questo l’ambizioso programma della Giunta Pisapia, un programma che verrà presentato nei prossimi giorni. Qualcosa è stato anticipato, anche se i contorni sono ancora vaghi: bisogna sostituire i treni della linea rossa della metropolitana, alcuni dei quali hanno raggiunto la venerabile età di 50 anni e rischiano di fermarsi da un momento all’altro, bisogna costruire nuove case per chi non può pagare affitti elevati, il cosiddetto housing sociale, bisogna mettere mano a una seria manutenzione di tante piccole o meno piccole cose in città, trascurate da anni. E poi c’è la volontà di lasciare un segno importante in città, una grande opera per la cultura. Insomma, bisogna ridare vita ed energia a una metropoli troppo a lungo trascurata nel recente passato. Sempre nel prossimo triennio, inoltre, l’ambizioso programma della Giunta intende rimettere in sesto la spesa corrente in modo strutturale, tale cioè che il bilancio torni a essere in equilibrio tra uscite ed entrate correnti senza interventi straordinari.
Il problema è trovare i soldi per fare tutto ciò, visto che due miliardi sono davvero tanti e che non c’è la possibilità di attingere alla casse del Comune, a loro volta ridotte all’osso. E’ a questo punto che entra in gioco la Sea, la società che controlla i due aeroporti di Malpensa e Linate (con una consistente partecipazione di minoranza anche nello scalo bergamasco di Orio al Serio) e che a sua volta è controllata, con poco più del 50%, dal Comune di Milano.
“Per finanziare il programma triennale della Giunta non ci sono molte strade se non quella di scambiare patrimonio contro patrimonio, cioè vendere quote delle società partecipate e immobili e investire il ricavato in nuovo patrimonio per la città. Non mi sembra che ci siano altre idee” ha spiegato l’assessore al Commercio e al Turismo Franco D’Alfonso in occasione di un incontro con i sindacati e il vertice di Sea, cui hanno partecipato il presidente della società Giuseppe Bonomi, Onorio Rosati, segretario generale della Camera del lavoro di Milano, Franco Brioschi della Filt-Cgil e Anna Gervasoni, direttore del Centro di ricerca su trasporti e infrastrutture della Liuc di Castellanza. “Nessuna decisione è stata ancora presa - ha precisato D’Alfonso – ma se dovessimo cedere la Sea, in tutto o in parte, lo faremmo in modo da ottenere il maggior incasso per il Comune e imponendo a chi compra il rispetto di regole ben precise”.
Se il presidente di Sea, Bonomi, ha spiegato che per lo sviluppo degli aeroporti occorre avere la certezza almeno a medio termine delle linee strategiche della politica, dell’azionista e di tutto il territorio su cui insiste lo scalo, ricordando che il piano strategico per Malpensa è completamente da rivedere alla luce delle profonde trasformazioni del mercato italiano e internazionale, Rosato ha ribadito la contrarietà dei sindacati alla cessione di Sea, anche perché manca una visione di prospettiva: “Vendere è una scelta senza futuro, l’amministrazione deve tornare sui suoi passi”. Ma soprattutto occorre aprire un ampio dibattito su questa dismissione, che coinvolga anche i cittadini. Non solo quelli di Milano.
Val la pena di ricordare, infatti, che Malpensa non è a Milano, neppure in provincia di Milano: quello che colpisce è l’assordante (come l’ha definito qualcuno) silenzio della Regione. Allora ben venga la proposta della Giunta di dar vita a un Osservatorio che raggruppi i sindaci dei paesi attorno a Malpensa, gli enti provinciali e quelli regionali. La Lombardia ma magari anche il Piemonte: non può essere il Comune di Milano l’unico attore di una questione che va ben oltre i confini della città. Una strategia di dismissione, che è funzionale alle esigenze di cassa e di sviluppo della città, potrebbe essere elaborata con l’apporto di tutti gli stakeholder, cioè di tutti i soggetti che hanno un interesse nei confronti di Sea. 

di Cristina Jucker

Dibattito organizzato da MMC
Positiva l'apertura al dialogo fra Giunta e lavoratori sulla dismissione SEA

La Giunta Pisapia, messo in sicurezza il Bilancio 2011, che rischiava di portare il Comune di Milano fuori dal patto di stabilità con il conseguente taglio aggiuntivo di fondi statali, si è trovata all’inizio del 2012 con una previsione di Uscite superiori alle Entrate di circa 600 mln di euro. Ma, al tempo stesso, deve avviare una politica di investimenti tesa alla realizzazione del programma di governo arancione e alla sua idea di città: questo il tema della serata moderata da Fabio Massa (Affari italiani).

Primo intervento quello di Franco D’Alfonso (Assessore al Commercio), che ha ricordato il “buco” da 380 mln di euro lasciato in eredità dalla precedente gestione, indicando come sia necessario trovare i soldi da investire in mobilità, casa e cultura: punti irrinunciabili per questa amministrazione e i cittadini di Milano. Tra le possibili dismissioni per ottenere introiti quella (parziale) di Serravalle, Sea, farmacie.

Onorio Rosati (Segretario Camera del Lavoro di Milano) ha affrontato subito il problema SEA. Necessario, dal suo punto di vista, che il Comune mantenga la governance di un’azienda già nelle mani, per circa il 30% a F2i, e nella quale i dipendenti hanno mostrato senso di responsabilità e di dedizione al lavoro, in particolare in questi ultimi anni, quando le condizioni si sono fatte difficili. Ha altresì ribadito che essi si aspettano che questa giunta presti vera attenzione alle loro richieste. Carmela Rozza (Capogruppo PD al Consiglio Comunale) ha ricordato come non vi sia mai niente di scontato, ma come sia necessario essere realistici: guardare quali siano le priorità; valutare correttamente dove è possibile attingere fondi; esaminare dove si può intervenire senza penalizzare gli investimenti che sono essenziali per il futuro della città. 

Un passaggio auspicabile sarebbe rappresentato dalla rinuncia del Governo italiano all’IMU: questo permetterebbe anche di migliorare il welfare locale (da ottimizzare, comunque, partendo dai fondi a oggi attribuiti). Cristina Tajani (Assessore alle Politiche per il lavoro e Sviluppo economico) ha ribadito la volontà di investire e di mettere in atto, a differenza di quanto sinora mostrato dal Governo Monti, una politica che non badi solo a coprire il disavanzo, ma a creare sviluppo attraverso riforme strutturali. Come Assessore al lavoro non si è mai sottratta al dialogo con le parti sociali e ritiene che sia, anzi, l’unica strada percorribile, per uscire dalle situazioni difficili.

Quest’anno il Bilancio preventivo verrà presentato nel mese di giugno: una dilazione che dovrebbe permettere alla Giunta di trovare soluzioni soddisfacenti. Una di queste, che si augura si possa realizzare, è lo scambio quote con la Provincia fra Sea e Serravalle. Nicola Antonucci (Consulente finanziario Movimento Milano Civica) ricorda, in modo telegrafico, che c’è un solo modo per arrivare alla soluzione dei problemi: parlare. E invita, in questo senso, a fare domande.

Prendono la parola alcuni lavoratori SEA che chiedono di non deludere le loro aspettative, rifiutando l’accusa di prestare servizi di qualità inferiore ai loro omologhi europei. Le risposte del tavolo sono di apertura al dialogo. Rosati invita a fare confronti puntuali con i servizi degli altri aeroporti europei; di verificare la presenza di pubblico e di privato nella gestione dei medesimi e auspica che il 29,75 non sia destinato a superare il 50%. D’Alfonso dichiara che, se verranno trovate altre soluzioni, è disponibile a mutare posizione: propone, anzi, di fare un altro incontro con i dipendenti SEA, per confrontare puntualmente le reciproche ragioni. Il dialogo e l’ascolto reciproco restano sempre la strada migliore da percorrere.

di Giuliana Nuvoli 
 

Un intervento di Franco d'Alfonso

Nel dibattito sulle scelte di bilancio e piano triennale degli investimenti ha grande rilievo come ovvio il ragionamento su municipalizzate e partecipate . Nella necessaria sintesi giornalistica tutto pare risolversi a “vendo questo – compro - sciopero - non si tocca” , inducendo la falsa impressione che la Giunta Pisapia non abbia una sua “strategia complessiva”. Non è ovviamente così ed il non aver ancora reso pubblico un documento è dovuto al fatto che l’opposizione usa qualsiasi elemento come pretesto per discussioni dai toni inaccettabili al solo scopo di ritardare i tempi di lavoro della Giunta: per questo e solo per questo la Giunta è spesso costretta ad arrivare in aula solo a dibattito chiuso e con documenti senza alternative, dal momento che il dibattito consiliare è costantemente reso sterile ed inutile dalle esibizioni di alcuni consiglieri di opposizione che hanno scambiato l’aula per un palcoscenico da cabaret .
La città è invece molto interessata ad un dibattito non strumentale ed è per questo motivo che ritengo sia utile far conoscere attraverso il MMC, che ha la sua ragion stessa d’essere nel dialogo e nella critica tra amministrazione e cittadini, il mio punto di vista in materia, che non è ovviamente il punto di vista comune della Giunta, che scaturirà invece da un confronto in corso e che sarà come sempre una sintesi fra opinioni apparentemente anche molto diverse ma che convergono sul punto essenziale costituito dalla necessità di far sì che il Comune torni ad investire cifre significative, dell’ordine dei miliardi di euro, sulla città e nella città, ritornando al contempo ad avere un bilancio in ordine, dopo quasi dieci anni di dissennata, sciagurata, colpevole malagestione della cosa pubblica.
Chiariamo innanzitutto che le società partecipate si definiscono strategiche per il Comune di Milano in ragione di:
 
a) la loro strumentalità rispetto alla linea di investimento decisa dalla Giunta .
b) il loro legame privilegiato e maggioritario, rispetto all’attività propria, con il territorio della Città metropolitana
c) il presidio di servizi per il cittadino percepiti come essenziali dalla popolazione milanese
 
E’ essenziale ricordare che definire strategica o meno una società per il Comune di Milano non significa effettuare una scelta indistintamente valida per l’intero settore pubblico: come intuitivamente si comprende, alcune aziende industriali o edili quali quelle per la produzione/stoccaggio del gas o la costruzione di infrastrutture autostradali sono pacificamente definite non strategiche per un singolo Comune, mentre lo sono per Regione o Stato centrale. Potrebbe essere di un qualche interesse discutere la definizione di strategicità  per la holding autostradale della Provincia di Milano in via di scioglimento, ma questo è un altro discorso….
Con questa logica sono a mio avviso da definire “strategiche” e quindi meritevoli della discussione di un piano specifico per ciascuna di esse che riguardi l’azione del Comune, la scelta del management e l’elaborazione di un piano strategico approvato e condiviso dal Comune e dal management, ATM, AMSA, Società di gestione del patrimonio immobiliare, oltre ovviamente EXPO Spa.
Esistono poi una serie di società operanti nel settore dei servizi comunali che sono strumentali per l’erogazione del servizio, ma non hanno i requisiti per essere definite strategiche per il Comune perché operano in settori dove esiste una consolidata concorrenzialità, hanno un debole vincolo con il territorio, non sono presenza significativa nel settore di competenza. Questo non significa che non siano importanti o meritevoli della stessa attenzione che si dà, o si dovrebbe dare, a un settore della pubblica amministrazione che eroga servizi ai cittadini, più semplicemente si ritiene che la presenza o meno di una società di proprietà o partecipata dal Comune sia una e non l’unica opzione possibile. Senza che la scelta verso una o l’altra opzione influenzi la scelta politica di orientamento di fondo dell’Amministrazione. Le principali società  di questo tipo sono Milano Ristorazione, Milano Sport, Sogemi Spa, Amat.
Il terzo ed ultimo gruppo di società riguarda le società “non strategiche” e che non erogano un servizio essenziale per i cittadini, operando comunque in un regime fortemente concorrenziale e avendo un legame con la città di Milano più basato sulla “quota di mercato” detenuta, spesso in funzione della posizione di ex monopolista . Queste società sono da ritenersi delle mere partecipazioni azionarie e societarie e la loro gestione deve essere essenzialmente di tipo patrimoniale, cioè con un occhio privilegiato ai rendimenti che possono assicurare in funzione del capitale investito dal socio Comune. Si tratta essenzialmente di : Sea, A2A (al netto di Amsa), Milano Serravalle, Farmacie comunali, oltre alla società che “custodisce” le aree Expo, la Arexpo Spa.
Società strategiche: partiamo da Atm, per la quale non occorre spendere troppe parole, come il recente intervento su Area C ha confermato.
La necessità di investire sui trasporti urbani imporrà una massiccia concentrazione di investimenti per l’intera durata del mandato amministrativo: 300 milioni di euro solo per i treni della metropolitana, almeno altrettanti per portare il sistema dei trasporti urbani di Milano ai livelli voluti dal programma della Giunta.
Nell’ottica di realizzare un sistema di trasporti integrato dell’area metropolitana va certamente esplorata la possibilità di un’integrazione anche societaria con Trenord, pur considerando le grandi difficoltà di mettere a punto un sistema di gestione che integri la cultura delle Ferrovie Nord Milano e soprattutto di Trenitalia con quella dei “tranvieri” milanesi. D’altro canto fra le molte argomentazioni che potrebbero spingere verso l’integrazione c’è, ad esempio, la gestione del Passante ferroviario, oggi ampiamente sottoutilizzato, che è l’unica possibilità significativa di incremento del servizio offerto in città per i prossimi tre anni .
L’Amsa è stata inserita a mo’ di “osso buon peso” al momento della fusione Aem- Asm Brescia per un valore di 400 milioni di euro circa al solo scopo di equilibrare le quote di Milano. Nel corso di questi anni non è avvenuta alcuna sinergia, integrazione, sviluppo comune delle due aziende, l’Amsa continua a realizzare praticamente il 100% del proprio fatturato con il contratto di servizio con il Comune di Milano .
Lo scorporo di Amsa dall’attuale A2A è esclusivamente un problema di valutazione finanziaria, essendo in corso ancor meno progetti comuni e trasversali rispetto a prima della fusione.
La raccolta e il trattamento dei rifiuti urbani è un elemento cruciale della politica del Comune di Milano e  - per legge e per buona politica – l’intero ciclo deve compiersi all’interno dell’area metropolitana. In generale la politica ambientale e pulizia urbana è un elemento più che sensibile della politica cittadina .
Teleriscaldamento e sfruttamento di fonti energetiche dal territorio, energia geotermica e pompe di calore in primis, sono attività di ricerca e sviluppo strategiche per la città, mentre non lo sono necessariamente per una società operante sul mercato della produzione energetica e la distribuzione come A2A , che deve competere su una dimensione territoriale e di mercato nazionale, per la quale l’insediamento territoriale milanese è troppo limitato per essere considerato asse portante della strategia aziendale.
Nell’immaginario collettivo la MM è ancora la  società di ingegneria che ha costruito le metropolitane di Milano, mentre il “core business” odierno è la gestione delle acque . Basterebbe la gestione dell’acqua pubblica per definire la strategicità di questa società, ma il vero “tesoro” della MM è la competenza accumulata in materia di gestione del sottosuolo urbano .
La città sotterranea e la gestione delle reti fisiche, a seguito dell’alienazione mai abbastanza deprecata delle reti a fibre ottiche, che segue quella delle reti elettriche e telefoniche effettuate con le privatizzazioni degli anni Novanta , può essere effettuata solo da MM . Si ricordi l’importanza di tale conoscenza per l’installazione delle reti wi fi , per la realizzazione delle opere pubbliche in tempi utili, per le manutenzioni che aumentano di peso e importanza ogni anno.
E’ ipotizzabile poi la costituzione di una Immobiliare Città di Milano che incorpori il patrimonio immobiliare di proprietà del Comune di Milano ( valore presumibile 3- 3,5 miliardi di euro), con capacità di indebitamento per almeno 600 milioni di euro da raccogliere attraverso obbligazioni a reddito fisso. Questa provvista potrà essere impiegata per un ulteriore piano di investimenti riguardanti casa e infrastrutture di servizio urbano.
L’Immobiliare Spa potrà ovviamente gestire il patrimonio, attraverso vendite, acquisizioni e manutenzioni , in maniera certamente più agile rispetto al Demanio comunale, così come potrà affidare il proprio patrimonio in gestione a terzi ( il contratto Aler in essere, per esempio, seguirebbe i conferimenti immobiliari alla società).
La costituzione della società sancirebbe il fatto che il Comune di Milano ritiene che le aree e gli alloggi, le case, costituiscono il patrimonio sociale inalienabile della città. Il patrimonio immobiliare può essere affittato o dato in concessione per molti anni ma, sul modello della City of London, la proprietà deve restare nelle mani della comunità cittadina  e rientrare nel suo pieno possesso al termine di un periodo anche molto lungo di concessione.
Definire la Sea Spa ”non strategica” per il Comune di Milano è affermazione che solleva un vivace contraddittorio, soprattutto con i sindacati che, in molti documenti, sono assolutamente abbarbicati a un’ idea di interesse pubblico imprescindibile, anche se in realtà l’unica argomentazione seria è la “numerosità” dei lavoratori addetti .
La natura dei sistemi aeroportuali  impone una gestione strategica su largo raggio territoriale, dal momento che il bacino di utenza in nessun posto al mondo è limitato a una città seppure grande e importante. La mancata programmazione ha portato alla presenza in Italia del maggior numero di aeroporti commerciali per km quadrato del mondo, non accompagnata da analogo primato in materia di efficienza, redditività e funzionalità.
La presenza in Lombardia di almeno quattro aeroporti di dimensioni rilevanti imporrebbe un coordinamento societario che il socio Milano non può garantire .
Il livello di regolamentazione pubblica, dal quale dipende quasi per intero il destino di un aeroporto,  è addirittura quello nazionale.
Non si vede quindi ragione per definire la proprietà di Sea “strategica” per il Comune di Milano, così come non se ne vede, o se ne vedono poche, perché Regione Lombardia e Stato italiano non debbano ritenere invece l’aeroporto di Malpensa e il sistema aeroportuale lombardo “strategico” ed abbiano subordinato al salvataggio di qualche posto di lavoro (meno del 50 %  peraltro!) dell’Alitalia a Roma ogni intervento, nonostante il famoso “asse del Nord” al Governo.
La congiuntura del 2012, ultimo anno nel quale è possibile utilizzare la sopravvenienza attiva da alienazione per investimenti e anche per spese correnti, facoltà quest’ultima di cui Milano non intende avvalersi in alcun modo, è un’ulteriore spinta a considerare tra le alternative la cessione della società. Il valore della quota di proprietà comunale è 900 milioni circa, la redditività prevedibile per i prossimi anni è piuttosto bassa e la distribuzione dei dividendi dovrà essere sospesa per almeno due o tre anni per sostenere gli indispensabili investimenti della società, non essendo pensabile ripetere le scellerate politiche di impoverimento e sfiancamento attuate con un tiraggio forzato dei dividendi dalla Moratti e da Albertini.
Per quanto riguarda A2A la non strategicità per il socio Comune di Milano di una società che opera principalmente nel settore della produzione e distribuzione di energia è evidente. Il mercato della produzione di energia e del gas non è nemmeno più misurato su scala europea ma planetaria; la sofferenza di questo settore sarà lunga, con una caduta dei consumi che arriverà a sfiorare il 9 % , con i contratti di approvvigionamento strutturati per supportare una domanda in crescita con modalità “take or pay” e a prezzi molto alti rispetto alla situazione attuale. Le dimensioni di A2A sono ancora troppo piccole per essere un player credibile, come la vicenda Edison ha ampiamente dimostrato, ma sono anche inadeguate a una gestione territoriale, per la quale pure sono nate e si sono ben sviluppate le aziende energetiche originali .
La gestione di A2A in questi anni è stata catastrofica: il valore dell’azienda si è dimezzato in meno di due anni ( contro una media del settore di meno 10-15% al massimo), l’indebitamento derivante da investimenti avventati ( Edison e Montenegro) e da una politica di dividendi dissennata e mirata a salvare i bilanci dei soci comunali è probabilmente oltre la soglia della sostenibilità ordinaria. Anche il progetto industriale di integrazione non è mai partito nei fatti.
La cessione di quote della società è oggi impossibile, dal momento che genererebbe sopravvenienze passive e non aiuterebbe nemmeno il bilancio comunale 2012 di Milano. Occorre perciò che l’azionista Comune di Milano svolga il suo compito che è quello di scegliere un management all’altezza cui dare un’indicazione strategica precisa.
E’ noto che, anche all’interno della Giunta, alcuni hanno individuato nel progetto multiutility del Nord la via da seguire, attraverso una megafusione con Iren, Hala e perfino Acea di Roma. Personalmente dissento totalmente e profondamente da questa impostazione per vari motivi. Intanto non  vedo alcun disegno industriale e strategico nell’aggregazione tra fatturati, aziende e personale: la somma di molti piccoli problemi fa un problema più grosso, non uno ridotto. E se la fusione tra due aziende sulla carta omogenee come quelle che hanno dato vita ad A2A non ha per nulla funzionato,  perché dovrebbe funzionare una scelta analoga che veda tre, quattro, cinque ulteriori realtà da aggregare ?
Ritengo che sia di gran lunga preferibile recuperare gli anni persi, dedicarsi alla ristrutturazione e rilancio dell’azienda che esiste, magari anche attraverso l’ingresso di un partner finanziario che permetta la riduzione dell’indebitamento aziendale e l’avvio degli investimenti necessari perché A2A recuperi la capacità di stare in piedi, oggi gravemente compromessa dalla gestione degli ultimi anni. La scelta del management e l’indicazione precisa di un target di risanamento, oltre ovviamente allo scorporo di Amsa, è l’obiettivo realistico che può porsi oggi  la Giunta come rappresentante dell’azionista Comune di Milano.
Se si concorda con questo quadro la discussione sulla possibilità o meno di alienare altro patrimonio societario, oltre a quello dato per scontato di Serravalle e Farmacie comunali, allo scopo di sostenere il piano di investimenti triennale (attenzione, investimenti, non spesa corrente!!), ritorna su binari non ideologici e preconcetti e sarà di qualche utilità per chi si troverà a prendere le decisioni finali e renderne poi conto ai cittadini .

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