Eletto il nuovo CD e le cariche del Movimento

Il giorno 11 aprile si è tenuta la riunione ordinaria dei Soci di MMC per il rinnovo delle cariche del Movimento a seguito delle dimissioni di Lucia Castellano  nominata  Direttore Generale del Dipartimento per l'esecuzione penale esterna e di comunità del Ministero della Giustizia.

E' stata eletta Presidente Elisabetta Strada (ex Vice Presidente di MMC e Capogruppo della Lista Civica per Pisapia al Consiglio Comunale).

Vice Presidente Giuseppe Merlo, Tesoriere Stefano Dalla. Gli altri membri del direttivo sono: Paola Agnoletto, Marilena Arancio, Miro Capitaneo, Silvia Fossati, Silvana Pasini, Dorina Perego.

Si ringrazia Lucia Castellano per il suo lavoro nella pur breve presidenza del Movimento,  per l'apporto dato negli anni precedenti e la costante vicinanza alle attività del Movimento.

Un caloroso benvenuto ad Elisabetta Strada che con la sua energia ci traghetterà attraverso l'importante passaggio delle elezioni comunali 2016.

Un buon lavoro a tutto il direttivo che nel periodo futuro avrà il compito di rendere sempre più partecipe e visibile il Movimento all'interno del civismo milanese e della città metropolitana.

MILANO - La sera del 10 dicembre si sono svolte l'elezioni del nuovo direttivo del nostro Movimento e sia il presidente Nanni Anselmi che la vice Cristina Jucker hanno dovuto lasciare il loro mandato come stabilisce lo statuto. Nuovo Presidente è stata eletta Lucia Castellano, capogruppo del Patto Civico al Consiglio Regionale, e vicepresidente Elisabetta Strada, capogruppo della lista civica per Pisapia al Consiglio Comunale.

Riportiamo qui in la relazione finale di Nanni Anselmi e la lettera inviata ai soci da Lucia Castellano il giorno dopo la sua elezione

 Cari soci, benvenuti e grazie per la vostra continua attenzione dimostrata in tutti questi anni. Questa sera scade il secondo e per me ultimo mandato di presidenza . Per questo motivo vorrei subito davvero ringraziare i colleghi soci che hanno dato il loro contributo spontaneo e generoso alla gestione politica e organizzativa del Movimento in questi quattro anni.
La vice presidente Cristina Jucker, i tesorieri Stefano Dalla, Dalla Maria, Pasini, i consiglieri di primo e secondo consiglio direttivo, in modo particolare Titti Sperandeo, Paola Agnoletto e Giovanna Mottura per la loro dedizione quotidiana a MMC, le socie che hanno condotto la segreteria Gallicola e Perego e Marina Cavallo che si è occupata - da sola - del sito e della pagina facebook, i garanti di primo e secondo mandato, Nobili, Conti, Werner, Arancio, Dalla.
Tutti voi soci avete dato del vostro meglio per trasformare una lista civica di scopo in un movimento politico autonomo, indipendente, ricco di contenuti, oltre i partiti, seguendo le regole dello Statuto e i principi del Documento Politico Generale.Mettendoci ciascuno la propria faccia, buon senso, coraggio, onestà. L'energia dei singoli cittadini è oggi migliore dell'energia/qualità presente nei partiti. Noi avevamo la consapevolezza che questa intuizione fondamentale andasse organizzata e politicamente modellizzata. 

Ci abbiamo provato e tuttora ci stiamo provando, esempio di civismo di governo, più unico che raro nel mondo politico e dell'associazionismo civico.

Da soli, nel senso più completo e compiuto del termine, senza padri né padrini politici, praticamente senza ufficio stampa e una comunicazione mai professionalmente all'altezza del ruolo e del compito che noi ci aspettavamo potesse essere realizzata in quattro anni..
Soli con la nostra determinazione e volontà… vere e proprie formiche civiche.Questa era la nostra missione che tutti insieme in assemblee sempre animate e produttive ci siamo dati, convinti come siamo che il cittadino debba sempre più diventare non solo spettatore, consumatore, utente delle pubbliche decisioni, ma soggetto attivo capace anche di autorganizzazione in rete.Questo è il testimone fondamentale di energia positiva che con orgoglio passiamo ai nuovi che verranno eletti, convinti come siamo che manterranno MMC indipendente, estraneo a etero direzioni e sempre al centro della politica cittadina e metropolitana. grazie Nanni Anselmi

Cari amici,
Ieri sono stata eletta presidente del Movimento Milano Civica. Entro al posto di Nanni Anselmi, che ha condotto il Movimento per due mandati, consentendo al civismo progressista di spiccare il volo nell'ambito del centrosinistra. Con la nuova vicepresidente Elisabetta Strada, il consiglio direttivo e tutti i soci (che diventeranno sempre più numerosi!!!) continueremo a lavorare a servizio della città, con le nostre competenze ed esperienze. Crediamo che la forza arancione, il civismo progressista sia importante anche per i partiti della coalizione, a cui siamo affiancati e con cui lavoriamo. Per confermare Milano al centrosinistra, per rafforzare la rete metropolitana, per guardare alla Regione del 2018. Siamo sul pezzo, con passione e tenacia. Grazie a chi mi ha dato la fiducia e grazie soprattutto a chi ha lavorato finora!! Lucia Castellano

Lutto
Il «giornalista a rotelle» aveva 62 anni. Scrittore e blogger, era impegnato in politica sui temi della disabilità
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MILANO - È con immenso dolore che apprendiamo la morte di Franco Bomprezzi, scrittore e «giornalista a rotelle, blogger e interista per passione» come scriveva sul suo profilo di Tweet. Era ricoverato all’ospedale Niguarda di Milano dove è spirato giovedì mattina nel centro clinico Nemo, specializzato nella cura delle malattie neuromuscolari.

Paladino di molte battaglia sociali a favore dei più deboli e dei disabili, si era candidato nella lista civica x Pisapia, e aveva proseguito l'impegno a fianco della giunta per i temi della disabilità.

Così scriveva di sè: «Definirmi inVisibile è un po’ difficile. In sessant’anni di disabilità a tempo pieno credo di aver vissuto intensamente e in pubblico, senza mai nascondere la mia realtà, ma cercando di viverla con la massima normalità possibile. Oggi ho uno strumento in più, per orientare la bussola dei miei convincimenti rispetto ai diritti e alle opportunità delle persone con disabilità: è la Convenzione Onu, la prima carta dei diritti varata in questo millennio dalle Nazioni Unite. È legge anche in Italia, ma pochi se ne accorgono. Io faccio il giornalista, mi occupo di parole e di pensieri, racconto quello che vedo e cerco di scrivere sempre quello che penso per davvero. Un blog è uno strumento forte e delicato di comunicazione e di dialogo. Dopo l’esperienza del forum “Ditelo a noi” ecco adesso una nuova opportunità per cambiare punto di osservazione sulla realtà. E per dare voce e “visibilità” a tutti coloro che ne avranno voglia e tempo, in modo libero, civile e rispettoso». 

Ancora sabato sera, durante la maratona Telethon, era stato intervistato in ospedale, nel centro clinico Nemo del Niguarda: il suo era stato un invito a donare fondi per la ricerca sulle malattie genetiche, fatto avendo davanti il computer con cui ha lavorato sino alla fine, rispondendo anche ai tanti amici che su Facebook lo incoraggiavano. A loro aveva risposto in uno degli ultimi post, combattente fino in fondo: "Non abbiate paura, non vi mollo. Venceremos!"

Città metropolitana
5 incontri per 5 macro-aree della città
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MILANO - I consiglieri metropolitani della coalizione di centrosinistra, desiderano condividere con tutti voi il lavoro sinora svolto, frutto di un'intensa raccolta di osservazioni e contributi nelle ultime settimane. 
Per garantire la maggior partecipazione possibile, nella consapevolezza della disponibilità di tempi necessariamente limitati, sono stati organizati 5 incontri suddivisi per macro-aree (nord/est/sud/ovest/Milano città).

Riteniamo importante estendere l'invito agli amministratori, sindaci, assessori e consiglieri comunali, così come anche ai cittadini, perché siamo convinti che il processo di costruzione della Città Metropolitana debba fondarsi sul loro coinvolgimento e sulla loro partecipazione. 

In questo senso questa iniziativa dovrebbe essere pubblicizzata il più possibile da ognuno nella propria zona

In allegato, trovate l'ultima versione del testo base di statuto su cui stiamo lavorando.

Filippo Barberis - capogruppo lista Centrosinistra per la Città Metropolitana 

Arianna Censi - presidente Commissione Statuto della Città Metropolitana


PROGRAMMA

AREA NORD – Bollate – Fabbrica Borroni via Matteotti 19 - 2 dicembre 2014 h. 21 Introduzione alla bozza di Statuto: Arianna Censi e Filippo Barberis – contributi di Monica Chittò, Rosaria Iardino, Michela Palestra, Rita Parozzi e Pietro Romano


AREA EST –Segrate –Centro Civico Verdi - 3 dicembre 2014 - h. 21 Introduzione alla bozza di Statuto: Arianna Censi e Filippo Barberis – contributi di Eugenio Comincini (vicesindaco metropolitano) e Pietro Bussolati


AREA OVEST –Parabiago – Biblioteca Comunale via Brisa 1 - giovedi 4 dicembre h. 21 Introduzione alla bozza di Statuto: Arianna Censi e Filippo Barberis – contributi di Pierluigi Arrara, Alberto Centinaio, Patrizia Quartieri

MILANO CITTA' - Palazzo Isimbardi, Corso Monforte 35, Milano - venerdì 5 dicembre 2014 h. 18 ntroduzione alla bozza di Statuto: Arianna Censi e Filippo Barberis– contributi di Lamberto Bertolè, Pietro Bussolati, Rosaria Iardino e Patrizia Quartieri


AREA SUD – Corsico – Teatro Verdi, via Verdi 2 - venerdì 5 dicembre 2014 h. 21 Introduzione alla bozza di Statuto: Arianna Censi e Filippo Barberis – contributi di Eugenio Comincini (vicesindaco metropolitano) e Pietro Mezzi

Milano come Londra
Fabrizio Ravelli coglie un nuovo stile comportamentale dei nostri concittadini
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MILANO - Tra sabato e domenica le giornate del Fai hanno avuto un grande successo. Oltre 6.500 milanesi hanno visitato il Diurno di piazza Oberdan, quasi 5mila sono saliti all’ultimo piano di Palazzo Lombardia, 10mila hanno scelto la sede Rai di Corso Sempione. Per non parlare delle altre migliaia che hanno visitato altri luoghi aperti dal Fai, o le mostre d’arte. Ce n’è abbastanza per considerare il crescente fascino che il mettersi in coda esercita in questa città. Quando si tratta di impiegare il tempo libero alla ricerca del bello, due sono le correnti di pensiero. Cercare “l’angolino”, il luogo particolare che un passaparola da carbonari ci ha segnalato, oppure fare quello che moltissimi fanno, godendo della comunanza allargata, dell’esperienza condivisa. Questa scelta comporta il mettersi in coda. E si tratta di code chilometriche, di lunghissime attese che fanno lievitare le aspettative.
Ai milanesi, insomma, piace sempre di più fare la coda, sempre che si tratti di una coda che prelude a un piacere: nessuno si diverte a fare la coda alla Asl. La coda ha un suo fascino civile: mette alla prova la pazienza, genera autocompiacimento per la disciplina, per le cose ordinate ed egualitarie. È nota la tradizionale ammirazione per le code di popoli ritenuti più civili, per esempio gli inglesi che si mettono in coda anche quando sono in due. È così che i milanesi – si tratti di Klimt o di un panzerotto da Luini – mettono alla prova il proprio autocontrollo, e si capisce quanto ce ne sia bisogno.

di Fabrizio Ravelli

Non solo bici e auto ma anche la casa
Un'idea da sviluppare per la nostra città
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MILANO - Sul Corriere della Sera di oggi un interessante articolo di Gian Antonio Stella che suggerisce per il nostro paese, e per la nostra città ancora di più, di studiare un sistema di condivisione di casa per le persone anziane. Tutto ciò con molteplici vantaggi, sia nel risparmio di denaro sia nel miglioramento della qualità della vita. Il comune di Milano potrà seguire questo suggerimento?

Se è possibile condividere un’automobile, come dimostra il successo del «car sharing» che a Milano può già contare su sei società e 1.500 macchine usate dai cittadini che rinunciano a ingolfare il traffico con la loro auto privata, perché non provarci con le case? L’idea del silver cohousing (la condivisione della casa da parte di chi ha i capelli d’argento) ha già trovato spazio in altre parti del mondo. Ma per il nostro Paese, secondo l’architetto Sandro Polci, ricercatore del Cresme (Centro ricerche economiche sociologiche e di mercato) legato a Legambiente, è una strada obbligata. Proprio perché prima di altri ci troveremo a far fronte al problema dell’invecchiamento della popolazione e delle crescenti difficoltà abitative. Il mondo, scrive Polci nel saggio Condivisione residenziale. Il silver cohousing per la qualità urbana e sociale in terza età, «potrà contare nel 2030 su due miliardi di anziani; in Italia, nel 1961 gli over 65 erano il 9,5% della popolazione; nel 2011 il 20,3%». Una percentuale molto più alta di quella planetaria. Del resto nell’ultimo mezzo secolo «la popolazione italiana è aumentata del 20%, quella anziana del 155%». Ce ne accorgiamo già oggi, ma domani il fenomeno sarà ancora più vistoso: «L’invecchiamento collettivo è una patologia “palla di neve”: invisibile in avvio e, quando diviene visibile, difficile e dispendiosa da gestire. Sarà un mondo — sempre che non avvengano ad oggi eventi impreve- dibili e ben peggiori — in cui es- sere giovani europei sarà quasi un vezzo». I nostri genitori mezzo secolo fa sognavano d’avere una stanza a familiare. Oggi ne abbiamo due, abbondanti. E per Polci «dobbiamo porci una domanda: come ottimizzare il patrimonio sfuggendo anche dai mali molteplici della solitudine?» I problemi, infatti, sono due.
Per cominciare, quello economico: gli anziani che vivono da soli sono 3,5 milioni, ben 2,3 hanno più di 75 anni e in poco meno di un terzo dei casi abitano in case di proprietà che sei volte su dieci hanno più di quattro vani. Spesso in condizioni mediocri se non addirittura pessime perché i proprietari, per quasi la metà (46%), hanno pensioni inferiori ai 1.000 euro al mese e non sono dunque in condizione di provvedere a una sana manutenzione. Va da sé che, visto che «l’80% del bilancio mensile è impiegato per tre voci: casa, bollette, spesa», condividere una casa ristrutturata con spazi comuni «può generare una “liberazione di risorse” pari a 352 euro al mese a nucleo per nuclei di 2 persone, fino a 1.028 euro al mese per un nucleo di 4 persone. Si tratta di risorse che, una volta liberate, possono consentire notevoli incrementi della qualità della vita». Di più: una sistemazione del patrimonio abitativo, consentirebbe di reimmettere sul mercato da cento a duecentomila case. Più ancora, però, questa soluzione potrebbe «liberare la popolazione anziana dalla solitudine, dall’isolamento e dall’esclusione sociale, superando i problemi di incuria e di mancata assistenza…» Fantasie? Forse. Ma certo per uscire dalla crisi la creatività ci serve quanto l’ossigeno.

Animali
Una donazione dall'eredità di Donata Maria Ghezzi



MILANO -  Anche in tempi di difficoltà economica, Milano si scopre generosa e solidale nei confronti degli amici animali, a partire da quelli meno fortunati. Nell’ultimo anno le donazioni di denaro o di cibo per gli ospiti a quattro zampe del Parco Canile del Comune sono state diverse e, in alcuni casi, anche molto importanti. A dimostrarsi particolarmente attente e sensibili al benessere di cani e gatti, specialmente se abbandonati, sono soprattutto le cittadine milanesi: i loro gesti di generosità, accanto all’impegno quotidiano dell’Amministrazione comunale, contribuiscono a migliorare la qualità della vita degli animali del Canile, dando una testimonianza di altruismo che non conosce crisi. 

L’ultima donazione, in ordine di tempo, risale a mercoledì scorso. Una signora milanese, Donata Maria Ghezzi, ha lasciato in eredità al Comune ben 375mila euro, disponendo espressamente nel proprio testamento che l’intera cifra fosse destinata al canile/gattile di via Aquila. L’acquisizione della somma al patrimonio del Servizio Tutela Animali dell’Amministrazione comunale è avvenuta con delibera di Giunta, che ha dato seguito alla volontà della signora Ghezzi destinando i 375mila euro alla cura di tutti i piccoli ospiti del Canile. 

“Desidero rivolgere il mio ringraziamento dal profondo del cuore alla signora Ghezzi – ha dichiarato Chiara Bisconti, assessora al Benessere e Qualità della vita e delegata dal Sindaco alle Politiche per gli animali – perché ha voluto donare una cifra così importante a un servizio pubblico come il Parco Canile di Milano. Questo gesto nobile e generoso è un vero e proprio atto d’amore non solo verso gli animali ma verso l’intera città: un gesto che fa onore alla memoria di questa nostra cittadina”. 

Lo scorso maggio un’altra signora milanese, Cesarina Maccagnan, aveva donato tutto il suo patrimonio al Comune di Milano, devolvendo 60mila euro al Parco Canile: anche in questo caso la somma ha permesso di aumentare gli interventi a favore degli animali abbandonati. 

Infine lo scorso dicembre, pochi giorni prima di Natale, era arrivato al Parco Canile di via Aquila un furgone carico di cibo di ottima qualità per tutti i cani e i gatti ospiti della struttura: pregiate scatolette di bocconcini e croccantini per un valore complessivo di duemila euro. Anche in quell’occasione l’autrice del dono era una signora milanese che, però, non aveva voluto in alcun modo rendere nota la propria identità. 


 

Scandalo Formigoni
Michele Serra parla del muto sgomento suscitato in Milanesi e Lombardi da questa vicenda
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MILANO - NEL caparbio arroccarsi a Palazzo, nel rifiutarsi di prendere atto che le mura crollano, nei toni stizziti e immotivatamente offesi dell’indiscusso protagonista del dramma in corso, balena un raggio di follia di non facile lettura in una città pragmatica e spiccia, che al potere ha sempre chiesto di non essere troppo ingombrante e di essere possibilmente efficiente. Magari onestà e trasparenza non sono attitudini altrettanto richieste: non dalla totalità dei milanesi e dei lombardi, perlomeno, viste qualità e quantità degli scandali in corso, tutti fondati su una vistosa compartecipazione tra Palazzo e società. Ma perfino nel malaffare, dalle manfrine spicciole su appalti e subappalti alle grandi spartizioni finanziarie, Milano genera raramente quelle schiume da basso impero che lordano il sottopotere romano. I suoi scandali fanno poco colore e poco folklore, così da far risultare fuori ordinanza, e parecchio incongrui, le vacanze ai Caraibi sul panfilo del faccendiere, i viaggi premio per le comitive di trafficoni, le inquadrature per paparazzi.
Anche il cittadino di Lecco, chissà se oppositore o elettore deluso, che ieri ha gridato a Formigoni “vattene ad Hammamet” dovrebbe rivedere le sue categorie di giudizio storico.
Nella leva di politici travolta vent’anni fa da Tangentopoli i coinvolti erano in maggioranza funzionari di partito dalla vita privata di basso profilo, puntuali esattori per conto delle rispettive parrocchie, e la baldoria della “Milano da bere” riguardò prevalentemente gli ambienti rampanti delle nuove professioni. Faccendieri e mediatori della pacchia immobiliare e borsistica degli anni Ottanta erano, quanto a ingordigia e spregiudicatezza, molto più avanti dei loro interlocutori politici. (Viene da dire, col senno di poi, che dopo la decapitazione giudiziaria della vecchia classe politica i suoi ex complici hanno preso direttamente in mano anche la gestione del Palazzo: Berlusconi successore di Craxi dice già tutto, e davvero in questo caso a dire già tutto è stata Milano).
Quanto all’efficienza, nel nome della quale la Milano degli affari sa anche chiudere un occhio quando serve, ai milanesi (anche quelli non d’affari) non pare neanche vero che un business planetario come l’Expo abbia avuto un percorso così accidentato, ritardato, controverso, litigioso, scoordinato, tanto da far dubitare sul suo effettivo avvento. E un potere come quello formigoniano e fu-morattiano, così introdotto nel fare e nel costruire, ha perso nella vicenda dell’Expo molto del suo credito, perché si può ben sopportare, negli ambienti che hanno premura di far girare i quattrini, il sospetto di qualche infiltrazione mafiosa. Non il sospetto che nella stanza dei bottoni non si sappia quali bottoni premere, e di chi deve essere il dito.
Sia pure nel quadro di un deterioramento etico generalizzato, la tragica grandeur formigoniana ha comunque qualcosa di inatteso e di quasi incomprensibile. Perché le sue basi “ideologiche”, il cattolicesimo un po’ troppo operoso ma pur sempre sociale di Comunione e Liberazione, tutto lasciavano supporre tranne una così vistosa perdita di misura, un lievitare così smodato delle ambizioni personali e in qualche caso degli stili di vita, infine un’idea della politica smisurata e incontenibile, senza controlli o filtri o limiti che ne possano circoscrivere l’azione e giudicare gli atti. A partire da quella nuova sede regionale, un immenso grattacielo a specchio di impronta kuwaitiana, che per guardarlo dalle strade strette e dalle case basse del quartiere del-l’Isola, che più milanese non si può, bisogna mettersi gli occhiali da sole. E sarà anche vero che, nel lungo periodo, la Regione risparmierà sugli affitti, come assicurano i suoi contabili; ma chiunque pensi che le Regioni si sono montate la testa, credendosi Stati e come Stati spendendo, davanti a quel falansterio vanitoso troverà conferma che sì, le Regioni si sono montate la testa.
Se nemmeno l’arresto di un consigliere regionale del suo partito con l’accusa, gravissima, di avere comperato voti dai boss calabresi; se nemmeno lo svelamento diciamo così “ufficiale” di una penetrazione mafiosa oramai consolidata (e metabolizzata con amarezza da una città, e soprattutto da un hinterland, che quando va al ristorante o in pizzeria o entra in un negozio sa di avere buone probabilità di pagare il conto a una cosca); se nemmeno la voragine surreale nei conti di don Verzé e le carte sporche della sanità lombarda; se nemmeno il massacrante stillicidio di atti giudiziari contro uomini della Regione e l’opacissima vicenda che lo riguarda personalmente, sono bastati a Roberto Formigoni per prendere atto che la sua stagione politica è finita; viene davvero da pensare che ci sia, in questa caduta senza stile e senza ammortizzatori, una traccia di dissennatezza. Attenuante o aggravante che sia (un bravo leader politico dovrebbe avere, accanto a sé, chi lo avverte che sta passando il segno) questa dissennatezza dovrebbe far ragionare su una parabola politico-culturale che dai suoi presupposti e dalle sue presunzioni spirituali fino alle seduzioni del potere e degli affari, copre evidentemente un territorio troppo vasto. Anche psicologicamente troppo vasto. La formazione ascetico-penitenziale prepara all’estasi e alla fede, non al duro lavoro della politica. Lo si dice senza asprezza, quasi con un’ombra di pietas verso l’ex asceta che non ha retto l’impatto con il potere, con i ricchi, con le vacanze ai Caraibi, e ora che tutto sta per finire non trova la misura, così mondana, della sconfitta politica.

di Michela Serra

Presidenziali americane
Poco keynesismo è sempre meglio di tanta austerità

Per molti esponenti della destra Obama è un estremista di sinistra che ha approfittato della crisi per realizzare il sogno di un Big Government, ovvero di un gigantesco apparato burocratico capace di insinuarsi in tutti i gangli vitali dell’economia e soffocare, così, lo spirito di intrapresa individuale che ha plasmato la nazione americana.
Per molti liberal ed esponenti della sinistra, invece, Obama è un presidente troppo centrista, troppo moderato, troppo accondiscendente nei confronti dei poteri forti dell’economia e della finanza; fin dal principio, infatti, il nuovo presidente ha cercato l’appoggio del mondo del Big Business, delle élites tradizionali e dei circoli della burocrazia politica da sempre al potere a Washington.
Lo proverebbero, innanzitutto, le biografie della squadra scelta per la nuova amministrazione: persone come l’attuale segretario al Tesoro Timothy Geithner, già sottosegretario del Tesoro ai tempi dei Bill Clinton, direttore del Dipartimento delle politiche di sviluppo del Fondo Monetario Internazionale (2001-2003) e presidente della Federal Reserve Bank di New York (dal 2003). Oppure come Larry Summers: anch’egli con un passato nell’amministrazione Clinton (segretario al Tesoro dal 1999 al 2001), Summers era già stato consigliere economico di Reagan (dal 1982 al 1983) e capo economista della Banca Mondiale. Di quella stagione molti ricordano il “memo” in cui definiva «impeccabile» la logica economica in base alla quale i rifiuti tossici vengono scaricati nei paesi a più basso reddito. Divenne poi presidente dell’Università di Harvard, carica dalla quale si è dimesso nel 2006 anche a seguito delle violente polemiche scoppiate per delle sue affermazioni sulla minore predisposizione delle donne allo studio delle materie scientifiche e ingegneristiche.
Entrambi, Geithner e Summers, erano i “pupilli” di Robert Rubin, già co-presidente di Goldman Sachs prima di entrare nell’amministrazione Clinton. Rubin è stato il principale sponsor sulla sponda democratica del Gramm-Leach-Bliley Act, la legge che nel 1999 ha di fatto abrogato il Glass-Stegall Act, cioè la normativa approvata all’epoca di Roosevelt per separare attività bancaria tradizionale e attività bancaria di investimento. Il Gramm-Leach-Bliley Act fu la punta di diamante delle misure di deregolamentazione finanziaria varate nel corso degli anni Novanta: permise, fra le altre cose, la legalizzazione retroattiva della fusione fra Citicorp (la holding della banca commerciale Citibank) e Travelers Group (compagnia di assicurazioni che aveva acquisito due banche di investimento, Smith Barney e Shearson Lehman). Ne nacque il colosso Citigroup, per il quale andrà a lavorare, pagato a peso d’oro, lo stesso Rubin.
Perché, allora, Obama ha scelto proprio queste figure per il suo staff? Essenzialmente per tre ragioni: prossimità politica (quello era il “cervello economico” del Partito Democratico), voglia di rassicurare l’establishment e l’opposizione, e urgenza di avere a disposizione un personale rodato, capace di mettere le mani subito sulla macchina amministrativa, visto l’incalzare della crisi e il suo devastante potenziale. Alla luce di scelte simili, per qualcuno l’amministrazione Obama può addirittura essere giudicata in sostanziale continuità con quella di George W. Bush: tanto nella politica estera, dove è intervenuta una semplice, e ipocrita, “cosmesi retorica”, quanto nella politica interna.
La distanza fra i due ritratti – quello dell’estremista di sinistra e quello del politicante ostaggio delle lobby – è enorme. Per colmarla, e per avvicinarsi ad una immagine più veritiera ma anche più complessa, è necessario passare all’esame dei fatti.
L’analisi non può che partire dall’economia.
Che cosa ha fatto Obama per far fronte alla grande crisi deflagrata poco prima della sua elezione?
Innanzitutto non ha fatto cose radicalmente opposte a quelle che andavano fatte. Proprio le risposte sbagliate attuate dal presidente Herbert Hoover nel 1929 hanno condotto alla Grande Depressione degli anni Trenta.
Ottant’anni dopo le stesse ricette fallimentari sembravano tornate a godere di largo consenso. Nel gennaio del 2009 oltre duecento economisti delle università statunitensi hanno pubblicato un appello a pagamento sul New York Times e sul Washington Post per prendere posizione contro lo stimolo fiscale annunciato dal neoeletto presidente (le pagine sono state acquistate dal think thank ultraliberista Cato Institute). Fra loro anche tre premi Nobel per l’economia come James Buchanan, Vernon L. Smith, Edward Prescott, oltre agli italiani Michele Boldrin (docente alla Washington University di St. Louis ed editorialista del Fatto Quotidiano) e Alberto Bisin (docente alla New York University ed editorialista della Repubblica). «Non crediamo che più spesa pubblica sia la via per migliorare la situazione economica», si leggeva nel testo. «Più spesa pubblica non ha tirato fuori gli Usa dalla Grande Depressione negli Anni ‘30 e non ha salvato il Giappone dal decennio perduto negli Anni ‘90. Perciò, è un trionfo della speranza sull’esperienza [il riferimento sarcastico allude ovviamente al libro di Obama “L’audacia della speranza”, ndr] il credere che più spesa governativa aiuterà gli Stati Uniti oggi. Per migliorare l’economia la politica dovrebbe concentrarsi sulle riforme che rimuovono gli ostacoli a lavorare, risparmiare, investire, produrre». L’appello si concludeva con l’esortazione ad abbassare le tasse e ridurre la spesa governativa.
Secondo John Cochrane dell’Università di Chicago, anch’egli firmatario del documento, lo stimolo pubblico «non faceva più parte di ciò che è stato insegnato agli studenti universitari fin dagli anni Sessanta. [Le idee keynesiane] sono favole che si sono dimostrate false. Nei momenti di crisi è molto consolante rileggere le favole che ci raccontavano da bambini, ma questo non le rende meno false».
Barack Obama non ha dato retta a tutti costoro e ha attuato la più classica delle politiche keynesiane, con uno stimolo fiscale da circa 800 miliardi di dollari, il più grande nella storia degli Stati Uniti. Il piano (American Recovery and Reconstruction Act) è consistito in spese per infrastrutture, educazione, sanità, energie rinnovabili, espansione delle tutele ai disoccupati e sgravi fiscali diretti al ceto medio. È stata una misura approvata immediatamente, tre settimane dopo l’insediamento alla Casa Bianca. Ma, oltre ai prevedibili anatemi da parte dell’opposizione repubblicana, non sono mancati giudizi critici provenienti anche dalla sinistra liberal. L’economista e premio Nobel Paul Krugan, ad esempio, giudicò il piano «utile ma inadeguato» per le dimensioni della crisi. Lo stesso parere fu espresso da un altro premio Nobel orientato a sinistra come Joseph Stiglitz: lo stimolo «dovrebbe compensare il calo della domanda di beni e servizi formulata da un sistema economico nel suo complesso, ma è troppo limitato per riuscirci».
Occorre tuttavia ricordare che Obama è riuscito a conquistare i 60 voti necessari al Senato per approvare il pacchetto, superando così l’ostruzionismo dell’opposizione, solo portando dalla sua parte tre senatori repubblicani “moderati”. In cambio questi ultimi hanno chiesto un taglio dell’entità dello stimolo pari a 100 miliardi di dollari, in gran parte destinati al sostegno delle amministrazioni statali e locali.
C’era un altro modo per far passare quel provvedimento, magari di portata ancora maggiore degli 800/900 miliardi preventivati? Sì.
Obama poteva ricorrere alla procedura di riconciliazione (reconciliation), uno strumento legislativo che permette di sottrarre all’ostruzionismo dell’opposizione le modifiche di bilancio, limitando il dibattito e la possibilità di emendare il testo della legge. Tramite quella via sarebbe stata sufficiente una maggioranza semplice. Era per altro lo stesso dispositivo utilizzato da George W. Bush per i tagli fiscali approvati nel 2001 e nel 2003.
Perché non lo ha fatto? Certamente, almeno in parte, per un errore di valutazione politica intorno alla possibilità di coinvolgere l’agguerrita opposizione repubblicana nelle iniziative di sostegno all’economia. Ma anche per la scelta deliberata di non inaugurare la sua presidenza con uno strappo, con una misura “unilaterale”. Lui, il presidente che si proponeva di unire una «terra di fazioni in guerra e odi tribali», non voleva dare l’impressione di aver messo da parte così presto il suo profilo “post-ideologico” e moderato per ingaggiare un violento scontro parlamentare in un momento di massima emergenza nazionale. Ai suoi elettori aveva promesso una «Casa Bianca diversa» da quella dei tempi di Bush, «una Casa Bianca che avesse considerato una vittoria 51 a 48 come un richiamo all’umiltà e al compromesso piuttosto che come un mandato inconfutabile».
La strategia allora adottata è stata chiarita anche grazie alla pubblicazione del memorandum di politica economica preparato da Lerry Summers per il nuovo presidente nel dicembre del 2008. Nel documento di 57 pagine – reso pubblico nel gennaio del 2012 dal giornalista del New Yorker Ryan Lizza – si spiegava che era più facile intervenire in un secondo momento con ulteriori stimoli – nel caso in cui quello originario si fosse rivelato insufficiente – che ridurre un pacchetto eccessivo. Da qui la scelta di non “forzare troppo la mano” all’inizio del 2009.
Il problema è che dopo la tregua dettata dall’emergenza non si sarebbero più ripresentate occasioni così favorevoli all’intervento. Alla fine del 2009, dopo che la discesa dell’economia era stata arrestata, il dibattito pubblico si spostò bruscamente sull’eccessivo deficit del bilancio federale e cominciarono a montare prepotentemente le invocazioni di tagli e di smobilitazione delle misure di stimolo.
Nella primavera del 2010, ad esempio, l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) pubblicò un rapporto sulle prospettive dell’economia mondiale in cui si invitava con forza il governo americano a ridurre drasticamente la spesa pubblica e suggeriva alla Federal Reserve di alzare i tassi di interesse. Nessuno di questi due consigli sono stati seguiti, ma il mutato clima politico, favorito dal dispiegarsi del Tea Party, portò al trionfo repubblicano alle elezioni di midterm nel novembre del 2010. Da lì in poi l’iniziativa di governo sarebbe stata irrimediabilmente compromessa. Nel settembre del 2011 il Congresso ha bocciato – come da previsioni – il piano per l’occupazione da 447 miliardi di dollari presentato dal presidente. Ha inoltre vincolato la propria autorizzazione all’aumento del tetto legale del debito pubblico, scongiurando il default tecnico che in caso contrario sarebbe scattato nell’estate del 2011, ad una manovra di tagli e aumenti fiscali automatici finalizzata a riportare il rapporto deficit/Pil al 4%. In assenza di accordi bipartisan per evitarla – tutti i tentativi si sono rivelati fino ad ora fallimentari – l’“austerity automatica” dovrebbe diventare operativa dal 2013. Ma molto dipenderà dall’esito delle elezioni di novembre e dagli equilibri politici che si determineranno tanto alla Casa Bianca quanto al Congresso.
Nonostante gli errori compiuti con l’American Recovery and Reconstruction Act, Obama è stato l’unico leader Occidentale a mettere in campo una vera politica espansiva. E negli Usa la situazione non è precipitata proprio grazie allo stimolo dell’inizio del 2009, per poi mostrare i segni di una (lenta) ripresa.
Il livello della disoccupazione, però, è rimasto sempre elevato, arrivando a lambire il 10%: ma qui subentrano anche fattori legati alla struttura del mercato del lavoro Usa. Lo si evince con un esempio molto concreto, collegato al periodo immediatamente successivo allo scoppio della crisi: nel 2009 nella zona euro si è registrato un calo del Pil del 4,4%, per poi avere un piccola risalita del 2% nel 2010. Il Pil degli Usa è invece sceso del 3,5% nel 2009 ed è cresciuto del 3% nel 2010. A fronte di questi dati – più positivi per gli Stati Uniti che per l’Europa – la disoccupazione è passata nella zona euro dal 7,5% (nel 2007, prima della crisi) al 10% (nel 2010) mentre negli Usa l’incremento è stato assai maggiore: dal 4,6% (2007) al 9,6% (2010). Negli Stati Uniti il mercato del lavoro molto più “flessibile” – di fatto si possono assumere e licenziare liberamente i lavoratori – ha permesso alle aziende di approfittare della crisi per compiere robuste riorganizzazioni interne, con un ridimensionamento degli organici assai più accentuato di quello verificatosi nello stesso periodo in Europa.
Obama, inoltre, si è ripetutamente speso per convincere Angela Merkel ad ammorbidire la linea del rigore imposta dal governo tedesco a tutti gli Stati del Vecchio Continente dopo lo scoppio della crisi dei debiti sovrani.
Mentre negli Usa la politica riscopriva, pur fra molte contraddizioni, il pensiero di John Maynard Keynes, in Europa imperversava la tesi dell’”austerità espansionistica”, mutuata da uno studio originario del 1998 di Alberto Alesina e Silvia Ardagna. Secondo quella ricerca – intitolata Tales of fiscal adjustment e successivamente aggiornata (Large Changes in Fiscal Policy: Taxes versus Spending, 2010) – i tagli al deficit statale provocherebbero un effetto fiducia così potente da poter favorire l’espansione dell’economia nonostante la riduzione della spesa governativa. Un pensiero ben esemplificato dall’allora presidente della Banca centrale europea Jean-Claude Trichet in una intervista rilasciata alla Repubblica (giugno 2010): «L’idea che le misure di austerità possano innescare la stagnazione è sbagliata». «Sbagliata?», domandò dubbioso il giornalista. «Sì. In queste circostanze, tutto ciò che aiuta ad aumentare la fiducia delle famiglie, delle imprese e degli investitori nella sostenibilità delle finanze pubbliche giova al consolidamento della crescita e alla creazione di posti di lavoro».
Il modello è stato però confutato da uno studio pubblicato nel 2011 dal Fondo monetario internazionale, che prende in esame 173 casi di austerità fiscale in 17 paesi avanzati fra il 1978 e il 2009: le politiche di austerità provocano infatti la contrazione del prodotto interno lordo e l’incremento della disoccupazione. Ed è proprio ciò che sta avvenendo in Europa: dopo una timida ripresa nel 2012 è tornata la recessione.
Sempre secondo il Fmi, alla fine dell’anno il prodotto interno lordo nel Vecchio Continente dovrebbe contrarsi dello 0,3%; dietro questo numero ci sono, tuttavia, i cali ben più pronunciati di grandi Paesi come l’Italia (-1,9%) o la Spagna (-1,5%), per non parlare della situazione drammatica di Grecia (-4,7%) e Portogallo (-3,2%). Tutti questi Paesi saranno probabilmente in recessione anche nel 2013. Per gli Stati Uniti le stime sono di +2,0% per il 2012 e +2,3% per il 2013.
Tutto resta appeso, comunque, all’incognita di come evolverà la crisi finanziaria in corso nella zona euro: molti analisti ormai non escludono scenari ben peggiori di quelli appena tratteggiati, legati ad esempio ad una eventuale deflagrazione della moneta unica.
La stessa corsa di Obama per un secondo mandato dovrà fare i conti con un quadro economico assai problematico, dato dal rallentamento del ritmo di crescita del Pil Usa dall’inizio dell’anno e da una disoccupazione ancora inchiodata sopra l’8%.
La sua rielezione è tuttavia caldeggiata anche da molti di coloro che non gli hanno risparmiato critiche assai severe. «Il trionfo elettorale di Obama», ha scritto Paul Krugman nel suo libro “Fuori da questa crisi, adesso!” (2012), «rende naturalmente più probabile che l’America faccia ciò che è necessario per tornare alla piena occupazione».

di Emilio Carnevali. Tratto da “In difesa di Barack Obama” e-book edito da MicroMega online

La lettera della nipote Giulia al cardinal Martini
Una straordinaria testimonianza sulle ultime ore di vita di un grande uomo
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Caro zio,
zietto come mi piaceva chiamarti negli ultimi anni quando la malattia ha fugato il tuo naturale pudore verso la manifestazione dei sentimenti questo è il mio ultimo, intimo saluto.
Quando venerdì il tuo feretro è arrivato in Duomo la prima persona, tra i fedeli presenti, che ti è venuta incontro era un giovane in carrozzina, mi è parso affetto da Sla.
D'improvviso sono stata colta da una profondissima commozione, un'onda che saliva dal più profondo e mi diceva: «Lo devi fare per lui» e per tutti quei tantissimi uomini e donne che avevano iniziato a sfilare per darti l'estremo saluto, visibilmente carichi dei loro dolori e protesi verso la speranza.
Lo sento, Tu vorresti che parlassimo dell'agonia, della fatica di andare incontro alla morte, dell'importanza della buona morte.
Morire è certo per noi tutti un passaggio ineludibile, come d'altro canto il nascere e, come la gravidanza dà, ogni giorno, piccoli nuovi segni della formazione di una vita, anche la morte si annuncia spesso da lontano. Anche tu la sentivi avvicinare e ce lo ripetevi, tanto che per questo, a volte, ti prendevamo affettuosamente in giro.

Poi le difficoltà fisiche sono aumentate, deglutivi con fatica e quindi mangiavi sempre meno e spesso catarro e muchi, che non riuscivi più a espellere per la tua malattia, ti rendevano impegnativa la respirazione. Avevi paura, non della morte in sé, ma dell'atto del morire, del trapasso e di tutto ciò che lo precede.

Ne avevamo parlato insieme a marzo e io, che come avvocato mi occupo anche della protezione dei soggetti deboli, ti avevo invitato a esprimere in modo chiaro ed esplicito i tuoi desideri sulle cure che avresti voluto ricevere. E così è stato. Avevi paura, paura soprattutto di perdere il controllo del tuo corpo, di morire soffocato. Se tu potessi usare oggi parole umane, credo ci diresti di parlare con il malato della sua morte, di condividere i suoi timori, di ascoltare i suoi desideri senza paura o ipocrisia.

Con la consapevolezza condivisa che il momento si avvicinava, quando non ce l'hai fatta più, hai chiesto di essere addormentato. Così una dottoressa con due occhi chiari e limpidi, una esperta di cure che accompagnano alla morte, ti ha sedato.

Seppure fisicamente non cosciente - ma il tuo spirito l'ho percepito ben presente e recettivo - l'agonia non è stata né facile, né breve. Ciò nonostante, è stato un tempo che io ho sentito necessario, per te e per noi che ti stavamo accanto, proprio come è ineludibile il tempo del travaglio per una nuova vita.
È di questo tempo dell'agonia che tanto ci spaventa, che sono certa tu vorresti dire e provo umilmente a dire per te. La chiave di volta - sia per te che per noi - è stata l'abbandono della pretesa di guarigione o di prosecuzione della vita nonostante tutto. Tu diresti «la resa alla volontà di Dio».
A parte le cure palliative di cui non ho competenza per dire è l'atmosfera intorno al moribondo che, come avevo già avuto modo di sperimentare, è fondamentale.

Chi era con te ha sentito nel profondo che era necessaria una presenza affettuosa e siamo stati insieme, nelle ultime ventiquattro ore, tenendoti a turno la mano, come tu stesso avevi chiesto. Ognuno, mentalmente, credo ti abbia chiesto perdono per eventuali manchevolezze e a sua volta ti abbia perdonato, sciogliendo così tutte le emozioni negative.

In alcuni momenti, mentre il tuo respiro si faceva, con il passare delle ore, più corto e difficile e la pressione sanguigna scendeva vertiginosamente, ho sperato per te che te ne andassi; ma nella notte, alzando gli occhi sopra il tuo letto, ho incontrato il crocefisso che mi ha ricordato come neppure il Gesù uomo ha avuto lo sconto sulla sua agonia.
Eppure quelle ore trascorse insieme tra silenzi e sussurri, la recita di rosari o letture dalla Bibbia che stava ai piedi del tuo letto, sono state per me e per noi tutti un momento di ricchezza e di pace profonda.

Si stava compiendo qualcosa di tanto naturale edineludibile quanto solenne e misterioso a cui non solo tu, ma nessuno di coloro che ti erano più vicini, poteva sottrarsi. Il silenzio interiore ed esteriore i movimenti misurati l'assenza di rumori ed emozioni gridate - ma soprattutto l'accettazione e l'attesa vigile - sono stati la cifra delle ore trascorse con te.
Quando è arrivato l'ultimo respiro ho percepito, e non è la prima volta che mi accade assistendo un moribondo, che qualcosa si staccava dal corpo, che lì sul letto rimaneva soltanto l'involucro fisico. Lo spirito, la vera essenza, rimaneva forte, presente seppure non visibile agli occhi. Grazie Zio per averci permesso di essere con te nel momento finale. Una richiesta: intercedi perché venga permesso a tutti coloro che lo desiderano di essere vicini ai loro cari nel momento del trapasso e di provare la dolce pienezza dell'accompagnamento.

Giulia Facchini Martini

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